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Bolaño falsificato

‘come nasce e prolifera una falsa notizia basata sul nulla’

9 febbraio 2009

La pubblicazione nell’Archivio Bolaño (immodestamnte questo sito link interno ) dell’ottimo saggio di Jonathan Lethem, The departed link interno tradotto da Paolo Castronovo link interno, è un’occasione per riflettere sulla facilità con cui una falsa notizia, una notizia palesemente falsa, talmente falsa che potrebbe essere smentita senza alcuna difficoltà mediante l’utilizzo delle più elementari regole di giornalismo (ma in questo caso si potrebbe dire del semplice buon senso), non solo non viene smascherata e smentita ma anzi si diffonde ancor più velocemente in tutto il mondo.

Una falsa notizia puo’ essere frutto di un equivoco, dell’ignoranza o della male fede, ma si diffonde perché sono sempre meno i giornalisti che si preoccupano di verificare le fonti e la veridicità dei fatti, limitando il loro lavoro ad un esercizio di copia e incolla, dai comunicati delle agenzie, se non dalle notizie che trovano su internet e perfino in questo caso, senza nemmeno fare delle ricerche incrociate e dei confronti. Ancor piu’ triste e’ dover constatare che perfino i critici, autorevoli intellettuali e scrittori diventino strumento e volano sia pure involontario (ma se non c’e’ dolo certo c’e’ colpa) di questa spaventosa macchina di falsificazione e mistificazione della realtà che sono diventati i media.

Ma veniamo al dunque cercando di ricotruire i fatti e il loro incredibile sviluppo. La notizia di cui si parla e’ la presunta e clamorosa scoperta da parte del giornalismo anglosassone (il che farebbe presumere che i critici e gli scrittori latinoamericani siano siano stati beffardemente ingannati per anni):

Bolaño era tossicodipendente. Bolaño cioè era schiavo dell’eroina. Corollario di questa clamorosa notizia, sorta all’improvviso nel 2007 e diffusasi rapidamente tra i media anglossassoni, e’ che l’insufficienza epatica di Bolaño e quindi la sua morte fosse dovuta alla sua tossicodipendenza.

Jonathan Lethem, nell’articolo citato link interno, pubblicato dal The New York times il 12 novembre 2008, introducendo la figura di Bolaño afferma che mori “a causa di affezione epatica riconducibile all’uso di eroina degli anni precedenti”
. Poco più avanti riassume la sua esistenza con tre aggettivi: “esule, ribelle e tossicodipendente”

The Chilean exile poet Roberto Bolaño, born in 1953, lived in Mexico, France and Spain before his death in 2003, at 50, from liver disease traceable to heroin use years before

The New York Times link esterno

la notizia circolava già da qualche anno nel mondo anglosassone, ma non trovava riscontro nelle riviste e nei blog ispanoamericane. Il che mi lasciava perplesso e curioso.
Nel marzo 2007, Daniel Zalewski in una recensione de I detective selvaggi per The New Yorker fa un’allusione inequivocabile e fa risalire la tossicodipendenza di Bolaño algi ’70 durante la sua residenza in Messico:

“Around this time, he printed up a visiting card identifying himself as “Roberto Bolaño, Poet and Vagabond.” His wanderings punished his body; he later joked that he left behind a trail of teeth, ‘like Hansel and Gretel’s bread crumbs.’ It didn’t help that he was becoming addicted to heroin”.

The New Yorker link esterno

Questo ineguagliabile giornalista a dimostrazione di quanto afferma cita un passo del saggio Letteratura + malattia = malattia (compreso nel libro Il gaucho insostenibile, pag. 148 Sellerio ed) laddove Bolaño parlando dei viaggi afferma che “viaggiare fa ammalare […] quelli che viaggivano impazzivano o, peggio ancora contraevano nuove malattie […] Io per esempio ho viaggiato moltissimo […] Risultato: molteplici malattie. Quand’ero bambino, dei mal di testa […] Da adolescente. insonnia e problemi di indole sessuale. Da giovane perdita di dei denti, che lasciai disseminati, come le bricciole di pane di Hansel e gretel, in diversi paesi.”.nota
Bolaño, dice che viaggiare fa ammalare e oltre alla gastrite e ai problemi sessuali magari fa anche perdere i denti e il sig. Daniel Zalewski grazie ad un encomiabile e singolare lavoro di ermeneutica ne deduce che Bolaño ironizza sul fatto di aver perso i denti a causa della sua tossicodipendenza. Sarebbe il caso di dare un titolo a questa originale deduzione: viaggiare + perdita dei denti = tossicodipendenza

Il 23 giugno 2007, Ben Richards in un articolo pubblicato da The Guardian allude alla “tossicodipendenza di Bolaño”:

“Bolaño left Chile when young to live in Mexico, returning briefly to his home country just before the Pinochet coup; he was briefly detained but then reverted to a nomadic, bohemian, heroin-fuelled existence as a vagabond poet before settling in Spain”.

Ben Richards, The Guardian link esterno

The Guardian (alla faccia del mito della stampa anglosassone) insisterà ancora con queste notizie e anzi il 20 luglio 2008 rincara la dose e in un articolo di Helen Zaltzman si afferma che Bolaño oltre che drogato era anche una spia (?!?) e perfino Trotskyista.

A former Surrealist poet, Trotskyist, spy for the Chilean resistance and heroin addict, Bolaño packed a lot into his 50 years and though he only began writing fiction a few years before his death from liver failure in 2003,

The Guardian link esterno

Nell’agosto 2007 Roberto Ontiveros disegna, in un articolo per il Texas Observer l’idenkit del perfetto delinquente:

“Bolaño grew up in a series of Chilean backwater towns. His father was a truck driver and amateur boxer; his mother taught math. Bolaño was a dyslexic kid, an adolescent with chronic anxiety. He was a dropout, a book thief, and a heroin addict before settling into happy family life”

Texas Observer link esterno

Nello stesso mese Chad Walsh in un articolo per Boise Weekly conferma :

“Bolaño was an intellectual, a Trotskyist, an exile, a global vagabond and, finally, a heroin addict”.

Boise Weekly

Si badi bene, in questa comica, triste e nauseante rassegna stiamo parlando di recensioni critiche, non di articoli di gossip stile Novella 4000. Bolaño dunque viene presentato ai lettori anglosassoni come un vagabondo, ladro, spia, Trotskyista e tossicodipendente. Ma proseguiamo la via crucis per arrivare al prestigioso The Mlllions uno dei blogs letterari più importanti del mondo anglosassone che, il 27 agosto 2007,pubblica un articolo di Garth Risk Hallberg dove di nuovo si da risalto alla storia dell’eroina:

“Broke, addicted, and unknown as of the late ’80s, the former poet kicked heroin and took up fiction writing to support his growing family – a quixotic pursuit if ever there was one. Bolaño would enter his short stories in Spain’s many regional writing contests, often winning multiple prizes with the same piece (camouflaged under a variety of
titles)”.

Bolaño matters – The millions link esterno

Nell’aprile 2008, Scott Esposito noto critico letterario e d’arte ( di cui abbiamo pubblicato due interssanti interviste a Natasha Wimmer, traduttrice de I detective selvaggi link interno e di 2666 link interno) scrive un articolo dedicato a Bolaño per la rivista Hermano Cerdo dove allude di nuovo alla tossicodipendenza dello scrittore collegando in modo surrettizio l’uso della droga all’affermazione dello stesso Bolaño di aver perso i denti “disseminati come bricciole di pane” a causa di tanto viaggiare, per poter dimostrare a tutti noi di aver letto almeno uno dei saggi inclusi nel libro Il gaucho insostenibile

“la adicción a la heroína de Bolaño debió de ser un asunto bastante feo y vagabundear por México no es que sea demasiado glamoroso. En una ocasión, Bolaño comentó que fue dejando un rastro de dientes a modo de migas de pan” Hermano cerdo link esterno

A questo punto qualsiasi lettore avveduto non potra porsi la domanda spontanea di chi sia l’autore di questa senzazionale scoperta e come abbia fatto, visto che tutti i critici e gli scrittori e i giornalisti spagnoli e latinoamericani ne sono all’oscuro ( a meno che non siano tutti quanti complici omertosi). Mistero! Sara’ stata un’intercettazione telefonica (resa possibile grazie ai potenti mezzi teconlogici di cui dispongono gli angloamericani) che registra la voce di Bolaño mentre supplica il suo pusher di fornigli a credito la dose quotidiana? o sarà stato un agente dell’agenzia antidroga americana (notoriamente efficiente nell’immischiarsi negli affari interni latinoamericani per colpire i trafficanti di droga che invece proliferano e ingrassano grazie alla crescente domanda proveniente dal generoso popolo dei consumatori USA) che ha colto in fragrante con l’aiuto del satellite il povero Bolaño che tenta di rubare dei libri per scambiarli con una dose? Mistero, la notizia si diffonde fino al punto che non è piu’ una notizia, ma un fatto conclamato, un elemento acquisito della biografia di Bolaño, ma anche della sua poetica. Mistero! volenti o nolenti dobbiamo ingurgitare il fatto che grazie all’acume e alla serietà della critica anglosassone, ora sappiamo che Bolaño, oltre ad essere un vagabondo, ladro spia e militante rivoluzionario era anche un tossicodipendente.

Arriviamo così all’articolo del citato Lethem, scrittore di valore e di prestigio, i cui libri sono pubblicati anche in Italia, che stabilisce senza battere ciglio la causa della morte di Bolaño riconducibile all’uso di eroina “negli anni precedenti”. Al lettore l’intelligenza di capire se quest’uso risale, al 2001 oppure al 1985, o forse al 1976 magari in seguito alla frustrazione di Arturo Belano il personaggio de I detective selvaggi che, dopo aver finalmente trovato Cesarea Tinajero, ne causa involontariamente la morte.

Per finire in bellezza, la prestigiosa rivista Time nell’articolo a firma di Lev Grossman del novembre 2008, che designava 2666 quale libro dell’anno, ribadisce la storia del poeta maledetto ed eroinomane, ma in questo caso la tossicodipendenza viene collocata negli anni ’80, in Europa:

“In 1977 Bolaño moved to Europe and misspent an entire decade there as an itinerant laborer, living the life of a poète maudit and striking up an acquaintance with heroin. But in 1990, finding himself a husband and father, Bolaño decided to kick the smack and take up writing fiction in the hope of supporting his family”.

Time link esterno

A svelare finalmente il mistero di questa senzazionale scoperta ci prova Gustavo Faverón Patriau , critico e professore universitario nel Bowdoin College (già professore alla Stanford University e Middlebury College). In un articolo illuminante ( e di cui questo e’ completamente debitore ), che i giornalisti e i critici dovrebbero “leggere in ginocchio” (come diceva Bolaño), pubblicato nel suo blog link esterno , avanza l’ipotesi che la fonte su cui si basa questa mostruosa mistificazione si può desumere da un articolo di Marcela Valdes ( di cui un saggio link interno è presente in questo archivio) per il settimanale liberale The Nation intitolato “Windows into the Night”, dove per la prima volta viene citata la fonte che certifica la verità della notizia:

“In several of his essays he refers to the fact that he can’t drink alcohol anymore, that just one drink could kill him, a change he must have felt keenly since, reading between the lines, it appears that heavy drinking and a heroin addiction may be what demolished his liver in the first place. Bolaño kicked dope in 1988, an experience he describes in “Beach”–a five-page essay composed of a single, harrowing sentence. A fragment of it reads: “thoughtlessly, I would get an urge to cry, and I’d get into the water and swim, and when I had already gotten myself pretty far from shore I’d look up at the sun and it would seem strange to me that it was there, so big and so different from us…” In this way he almost drowned himself twice”.

the nation link esterno

In questo articolo, ohibo’ ragazzi, viene svelata la fonte certa e inappellabile del fatto che Bolaño era un tossico (si badi bene un tossico, cioe’ un tipo che se non gli dai la dose ammazza la madre, o meglio ancora alle due al mattino telefona all’amico Sergio Gonzales rodriguez – l’autore di Ossa nel deserto -, profondo conoscitore del narcotraffico messicano, di mandargli per DHL una partita di droga, altrimenti lo eslude come personaggio di 2666 o magari lo fa morire), la fonte e’ Bolaño stesso: Bolaño secondo questa acutissima giornalista (e come tutti gli altri  critici rima di lei) confessa lui stesso di essere tossicodipendente in un testo pubblicato sul quotidiano spagnolo “El mundo”, che la volgare critica latinoamericana considera un racconto ma che lei grazie a un superiore lavoro di ermeneutica considera “saggio”, per non dire confessione autobiografica.

Insomma aiutatemi voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, perché io a questo punto devo capire se mettermi a piangere o a sghignazzare.

Bolaño scrive nel 2000 un racconto per El Mundo, intitolato “Spiaggia” nota ( incluso nel libro Tra parentesi ) dove il protagonista e io narrante e’ un tossicomane. Stiamo parlando di un genere letterario, quello del racconto appunto dove regna la finzione. Devono passare 7 anni perchè la critica anglosassone, scopra che questo racconto e’ in realtà una confessione pubblica di Bolaño che dichiara al mondo di essere un tossicodipendente. Con lo stesso criterio io sono autorizzato a proclamare che Bolaño e’ morto e resuscitato e la prova e’ il fatto che Belano, dopo essere morto in Africa ne “I detective selvaggi” e’ ricomparso nei racconti successivi.

Questa “cazzata” (come si potrebbe definire altrimenti!) insomma, diventa il verbo e il fondamento della vita e della poetica di Bolaño. Questa “rivelazione” è l’assioma, l’incipit imprescindibile di qualsivoglia saggio o recensione di intellettuali, critici e persino scrittori del calibro di Lethem.
Il fondamento e la genesi della poetica e dello stile di Bolaño, l’origine del genio creativo dello scrittore è la sua tossicodipendenza, una vita da vagabondo sdentato, ladro, spia (oltre che bugiardo, perche’ di lui si arriva a dire che ha mentito circa la prigionia nelle carceri di Pinochet), e militante rivoluzionario troskista per di piu’. Un moderno frankenstein costruito con pezzi di kerouak, Jim Morrison, Rimbaud, Che Guevara, Miss O Hara.

Cazzo! E tutti gli scrittori e critici e intellettuali latinoamericani, che hanno dedicato saggi e interi libri all’opera (badate bene all’opera di Bolaño) ? Rodrigo fresan Vila-Matas, Javier Cercas, Alan Pauls, Jorge Volpi, Carlos franz, Juan villoro, Patricia Espinosa ….? tutti rincoglioniti? Reticenti? Complici omertosi?

Per finire c’e’ un’altra spiegazione dello stesso Faveron che sottolinea la differenza nel rapporto tra lo scrittore e il pubblico che c’e’ nei paesi anglossassoni rispetto ai paesi latini:

I libri sulla vita dei grandi autori, o, nel cinema, i film biografici di poeti e romanzieri, sono un costume consolidato e proliferante negli USA e in Inghilterra, un costume tanto antico e remoto come l’opera di Boswell su Johnson

Lo scrittore, in spagna e ancor di più in America Latina, interessa in quanto figura nella società, nella sua relazione con la sfera pubblica, come partecipe della comunità e attore nell’Agorà.

Questa immagine dell’autore è quasi inesistente nell’universo anglosassone, dove lo scrittore è attrattivo come individuo, nella sua intimità – più attrattivo quanto più segreto: Salinger, , Pynchon, McCarthy – ed è investigato e scopèerto in questo arco della circonferenza della sua vita; non in ciò che lo include nella sfera pubblica, ma in quello che lo iscrive nel circuito della sua sfera privata

vogliamo finire questa storia allucinante citando un semplice blogger cileno che per primo ha intuito l’origine della mistificazione: dopo aver letto il saggio di Lethem si chiede:

Non so se lethem avrà letto il racconto [Spiaggia], la peggiore estate della mia vita e chissà se avrà pensato che era autobiografico

Antonio Diaz Oliva – 2666 + Lethem = ¿Bolaño herionónamo? link esterno

e lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas che scrive disgustato

Lascio una new York euforica per il trionfo di Obama, una città già con tempeste autunnali e dove comincia ad essere fatto a pezzi il grande  gigante 2666, il romanzo di Bolamo che The New York Times accoglie con grande entusiasmo e con una assurda errata biografia che avrebbe potuto essere evitata: aggiudicano a Bolaño un passato di eroinomane, dicendo che morì in Spagna nel 2003 “di una malattia di fegato riconducibile al suol’uso di eroina in anni precedenti

Enrique Vila-matas – El Pais 16/11/2008 link esterno


NOTE



Vale la pena citare il passo per intero:

Viaggiare fa ammalare. Una volta i medici raccomandavano ai lori pazienti, soprattutto a quelli che soffrivano di malattie nervose, di viaggiare. I pazienti, che in genere erano ben provvisti di denaro, obbedivano e s’imbarcavano in lunghi viaggi che duravano mesi e talvolta anni. Quelli che soffrivano di malattie nervose ed erano poveri non viaggiavano. Alcuni, come si puo’ immaginare, impazzivano. Ma anche quelli che viaggiavano impazzivano o, peggio ancora, contraevano nuove malattie via via che cambiavano città, clima, abitudini alimentari. In realtà è più sano non viaggiare, è più sano non muoversi, non uscire di casa, stare ben coperti d’inverno e togliersi la sciarpa solo d’estate, è più sano non aprire bocca e non battere ciglio, è più sano non respirare. Ma la verità è che uno poi respira e viaggia. Io, tanto per fare un esempio, ho cominciato a viaggiare da giovanissimo, fra i sette e gli otto anni, all’incirca. Prima sul camion di mio padre, per strade cilene solitarie che sembravano strade postnucleari e che mi facevano venire i capelli dritti, poi in treno e in autobus, finchè a quindici anni presi il mio primo aereo e andai avivere in Messico. Da quel momento in poi i viaggi furono continui. risultato:molteplici malattie. Quand’ero bambino, dei mal di testa così forti che imiei genitori si domandavano se non avessi una malattia nervosa e se non fosse opportuno che intraprendessi, al più presto possibile, un lungo viaggio riparatore. Da adolescente, insonnia e problemi di indole sessuale. Da giovane, perdita dei denti, che lasciai disseminati, come le briciole di pane di Hansel e Gretel, in diversi paesi; cattiva alimentazione che mi faceva venire l’acidità di stomaco e poi la gastrite; abuso della lettura che m icostrinse a portare gli occhiali; calli ai piedi provocati da lunghe camminate senza scopo; un’infinità di influenze e raffreddori mal curati. ero povero, dormivo all’addiaccio e m iritenevo già fortunato se, in fin dei conti, non mi ero mai ammalato gravemente. Abusai del sesso ma non contrassi mai nessuna malattia venerea. Abusai della lettura ma non volli mai essere un autore di successo. Perfino la perdita dei denti era per me una specie di omaggio a Gary Snyder, che una vita di vagabondo zen aveva portato a trascurare la dentatura. Ma tutto prima o poi arriva. Arrivano i figli. Arrivano i libri. Arriva la malattia. Arriva la fine del viaggio.

[Il gaucho insostenibile, pag 147-149] torna su


ecco come inizia il racconto

Smisi con l’eroina e tornai al mio paese e cominciai la terapia di metadone che mi somministravano all’ambulatorio e non avevo molto altro da fare se non alzarmi tutte le mattine e guardare la televisione e cercare di dormire la notte, ma non ci riuscivo, qualcosa mi impediva di chiudere gli occhi e riposare, e questa era la mia routine finchè un giorno non ce la feci più e mi ocmprai un costume da bagno nero in un negozio del centro e me ne andai in spiaggia, con il costume indosso e un asciugamano e una rivista, e stesi l’asciugamano non troppo vicino all’acqua e mi sdraiai per un po’ pensando se fare il bagno o non farlo, mi venivano in mente molte molte ragioni per farlo ma anche alcune ragioni per non farlo (i bambini che facevano il bagno ariva, per esempio), e così alla fine il tempo era passato e tornai a casa, e il mattinoi dopo mi comprai una crema solare e scesi di nuovo in spiaggia …..

[tra parentesi pag 254 ] torna su

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Written by azulines

12 febbraio 2010 at 3:43 pm

Pubblicato su 1, Azulines, generale, Roberto Bolaño

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