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ossa nel deserto

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Sergio González Rodríguez e Ciudad Juarez

“Dietro il muro le vite perdute delle donne vittime dei narcos”

Ciudad Juarez corrisponde a Santa Teresa, la città messicana nel deserto del Sonora ai confini con gli USA, di cui si parla in “2666” « il ‘buco nero’ intorno a cui ruota il romanzo, poi impietosamente sviluppato nella quarta parte, ‘La parte dei crimini’» l’emblema dell’inferno, come dice Bolaño, « la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri » . Sergio Gonzalez Rodriguez (che sulla mattanza di Ciudad Juarez ha scritto un libro “le ossa nel deserto” ) era amico di Bolaño e in 2666 e’ il personaggio che porta avanti la propria inchiesta, scoprendo depistaggi, corruzione della polizia messicana, insabbiamenti e inettitudine degli inquirenti.
* * *
Sergio González Rodríguez racconta di aver conosciuto Bolaño nel 2002 poi, prosegue ” quando andai a Barcellona nel 2002 lo conobbi di persona, e in quell’occasione m ifece sapere che io apparivo come protagonista del suo libro con il mio stesso nome . ” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia”

In luglio non ci fu nessuna vittima. E nemmeno in agosto.
In quei giorni « La Razon », un giornale della capitale, inviò Sergio Gonzalez a fare un reportage sul Penitente: Sergio Gonzalez aveva trentacinque anni, aveva appena divorziato e doveva guadagnare soldi a ogni costo. Normalmente non avrebbe accettato l’incarico, perchè non era un giornalista di cronaca nera ma delle pagine culturali. Recensiva libri di filosofia, che peraltro nessuno leggeva, nè i libri nè le recensioni, e di tanto in tanto scriveva di musica e mostre di pittura….Gli era giunta così la proposta di recarsi a Santa Teresa, scrivere la cronaca del Penitente e rientrare….Così nel luglio 1993 Sergio Gonzales prese un aereo fino a Hermosillo e di là una corriera fino a Santa Teresa…..conversò a lungo con i giornalisti che seguivano il caso del Penitente…..Sergio Gonzalez venne a sapere che a Santa Teresa, oltre al famoso Penitente, veniva assassinato un gran numero di donne, e la maggior parte degli omicidi restava impunita….
Roberto Bolaño – 2666 ,vol.2 “la parte dei delitti” pag. 42-46

ossa nel deserto
Il suo nome è Sergio Gonzàlez Rodriguez. È nato a Città del Messico. Ed è uno scrittore e giornalista (dal 1993 columnist del quotidiano messicano Reforma da sempre in trincea. Per il suo giornalismo d’inchiesta, per aver sfidato le gang del narcotraffico, per aver denunciato la complicità della polizia messicana e le connivenze del potere politico. In Italia, Sergio Gonzàlez Rodriguez è noto per il suo libro «Ossa nel deserto» (Adelphi 2008), romanzo sul narcotraffico, la violenza e gli omicidi seriali alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Nel libro, Gonzàlez Rodriguez ricostruisce e denuncia, con grande forza e spietata precisione, il fenomeno del femminicidio a Ciudad Jurez (nord del Messico-confine con gli Stati Uniti). Lì dal 1993 ad oggi più di mille donne giovani e giovanissime, alcune addirittura bambine, sono sparite e più di 400 sono state ritrovate cadavere, spesso orrendamente mutilate e seviziate, nel deserto che circonda la città o nelle povere bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez, ai confini con El Paso (Texas), nota per il grande potere dei cartelli del narcotraffico e per le presenza invasiva dell’industria maquiladora, fabbriche straniere di assemblaggio che sfruttano il basso costo della manodopera messicana, soprattutto femminile. L’Unità ha incontrato Sergio Gonzàlez Rodriguez a Ferrara, nell’ambito del festival di Internazionale.

La frontiera è il filo conduttore del suo lavoro di giornalista e scrittore. Come descrivere la frontiera tra Messico e Usa?
ossa nel deserto

«È la frontiera maledetta. La frontiera del dolore, della sopraffazione, dei traffici di esseri umani e del contrabbando di armi. La frontiera del meticciato, dove è ancora forte l’influenza della cultura preispanica. Dove c’è povertà e diseguaglianza, dove è fortissima la religione cattolica. Questa realtà si trova di fronte ad una società, quella americana, iper sviluppata, e alla super potenza mondiale. La zona intermedia tra i due Paesi è segnata, insanguinata, dai conflitti. Una conflittualità alimentata e moltiplicata dal narcotraffico; che a sua volta vive e si alimenta col traffico di esseri umani, col riciclaggio del denaro sporco… In questa area frontaliera si scontrano la civiltà e la barbarie. Dall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti considerano la frontiera con il Messico un’area ad altissimo rischio per la propria sicurezza…».

Con quali conseguenze?

«Ha marcato ancor più nettamente l’asimmetria, economica, culturale, sociale, di vita, tra le due realtà di qua e di là della frontiera. Quella tra gli Usa e Messico è una frontiera flessibile, “porosa’, dove impera il traffico di droga e il contrabbando di armi. A cui si aggiunge il traffico di persone che cercano lavoro negli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre è diventata ancor di più la frontiera del dolore, della sopraffazione del più forte sul più debole. La frontiera dell’ingiustizia e della connivenza…».

Perché gli Usa considerano la frontiera col Messico solo in termini di sicurezza e non anche come frontiera di dialogo con l’altra America?

«Penso che dipenda dal fatto che hanno assegnato al Messico il ruolo di fornire manodopera, di consumare prodotti statunitensi, di immenso mercato delle armi. La frontiera Usa-Messico ha dodicimila punti di vendita di armi di grosso calibro. Secondo stime internazionali, in Messico circolano tra 15-18 milioni di armi in mano alle organizzazioni criminali. Le armi catturate dalla polizia messicana non superano le 18mila… L’industria delle armi, un potere planetario, ha qui un enorme mercato. Inoltre, il Messico è passato dall’essere Paese di transito della droga a Paese tra i principali consumatori di droghe pesanti».

Lei ha raccontato il coraggio dei giornalisti messicani che hanno pagato con la vita le loro denunce. Cosa significa essere giornalista libero nella frontiera della morte?

«È drammatico dover testimoniare che il Messico è tra i Paesi più pericolosi per chi fa il giornalista. Soprattutto il giornalismo d’inchiesta contro il crimine organizzato. Negli ultimi anni, abbiamo più di 50 giornalisti assassinati o fatti scomparire, “desaparecidos’. Il crimine organizzato incrementa le sue minacce…».

E il governo messicano?

«Il governo, ma più in generale il potere politico, chiede ai media di autocensurarsi. Come se non bastasse, i mezzi di comunicazione sono sottoposti alle pressioni coercitive del potere economico, delle grandi imprese. Quando vengono pubblicate notizie che non aggradano, scatta la minaccia di ritirare la pubblicità… In questo il Messico sta facendo lezione anche a voi in Italia…».


Come si resiste a tutto questo?

«Il Messico non ha futuro nella condizione attuale. Noi messicani avremo un futuro solo se saremo capaci di ribellarci allo sfruttamento e all´illegalità».

L’ultima domanda ci riporta al suo libro-inchiesta “Ossa nel deserto’. Per questa sua indagine lei è sfuggito a più di un attentato. Nel libro svela un ignobile legame…

«Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, cos´ tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

pubblicato da l’Unita il 5/10/09

Questa pagina nell’Archivo Bolano: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_rodrigues.html

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6 gennaio 2010 at 7:08 pm

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2 6 6 6 – Ciudad Juarez

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |
Bolaño Venne a conoscenza, in discussioni con amici comuni, come Jorge Herralde e Juan Villoro, che stavo elaboranto un libro sul femminicidio juarense, e si mise in contatto con me per posta elettronica. Voleva conoscere dettagli molto specifici della vita delinquenziale a Ciudad Juarez. Era molto ben informato sugli assassinii seriali, consoceva il tema in profondità, però voleva che lo informassi di cose come le armi, i calibri, le auto che usavano i narcotrafficanti, o mi sollecitava che gli trascrivessi atti giudiziali dove venivan odescritti gli omicidi. Inoltre ci scambiavamo punti di vista sugl iassassini o iprobabili assassini e circa le opinioni dei criminologi e criminalisti. Era veramente ossessionato dal tema, un detective selvaggio. E il risultato delle sue conoscenze è toccante
Nell’autunno del 2002 potei visitarlo a casa sua A Blanes, gia’ aveva letto Ossa nel deserto e in quell’ocacsione mi comunicò che sarei apparso come eprsonaggio nel suo romanzo, con il mi ostesso nome.
” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia…Fu molto generoso a recensire il mio libro e non ebbi mai l’impressione che la sua vida stava per giungere alla fine. Mesi dopo lessi 2666 e mi impressionò la trama amgistrale, la minuziosa ricostruzione dell’inferno juarense, che per ragioni letterarie situa in un posto chiamato Santa Teresa. Scrivere quelal paret deve essere stato un esercizio estremo. La vasta trascendenza di questo romanzo sarà riconosciuta nel futuro

[Sergio González Rodríguez]

Alcuni anni fa, i miei amici che vivono in Messico si stancarono che gli chiedessi informazioni, sempre più dettagliate, sugli assassinii delle donne di Juárez, e decisero, sembrerebbe di comune accordo, di dare l’incarico a Sergio González Rodríguez, che è narratore, saggista e giornalista e uno molto bene informato, e che, secondo i miei amici, era la persona che più di ogni altro sapeva su questo caso, un caso unico negli annali del crimine latinoamericano: più di trecento donne violentate e assassinate in un periodo di tempo estremamente breve, dal 1993 al 2002, in una città nella fronteira con gli Stati Uniti, di appena un milione di abitanti

Non ricordo in che anno cominciai a scrivermi con Sergio González Rodríguez. So solo che la mia simpatia e ammirazione per lui non ha fatto che crescere con il tempo. Il suo aiuto, diciamo tecnico, per la scrittura del mio romanzo, che ancora non ho terminato e che non so se mai terminero’ giorno, è stato importante. Ora e’ appena uscito il suo libro, “Ossa nel deserto” (Anagrama), un libro che indaga direttamente nell’orrore e che Sergio ha presentato in questi giorni a Barcellona. Il libro sarà distribuito prossimamente in tutta l’America Latina. E sicuramente tradotto in altre lingue. Ma prima sono successe tante cose. Tra queste, un tentativo di assassinio dal quale Sergio si è salvato per un pelo. E vari pedinamenti. E minaccie e intercettazioni telefoniche. Cose che avrebbero spaventato chiunque altro, ma che Sergio con un calma schiacciante, ha vissuto solamente come chi osserva la pioggia. E’ certo che, piu’ che una pioggia, ciò che Sergio ha osservato e poi in qualche modo vissuto. è un uragano

[Roberto Bolaño , “Sergio González Rodríguez bajo el huracán” dicembre 2002 in “Entre parentisis ]

( © traduzione di Carmelo P. )link interno


NOTE:



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6 gennaio 2010 at 5:00 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

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2 6 6 6 – Santa Teresa

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| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Santa Teresa è forse l’emblema della “razionalità” fredda del profitto libero da ogni vincolo “democratico”, al di fuori e al di sopra dell’etica e della legalità. Allora se le ragioni, o forse le aspirazioni se non le utopie illuministiche del primo mondo sono enumerate, definite e raprresentate come costi, i luoghi del profitto vengono delocalizzati
oltre la frontiera, nelle “zone franche” tra il primo mondo e il nulla, laddove finalmente si dispiega in tutta la sua potenza la creazione di “ricchezze” mostruose, concentrate nelle mani di potenti che godono della massima impunità, al prezzo della distruzione dell’ambiente e delle relazioni umane, della memoria, della riduzione del lavoro allo stato di schivitù. Il profitto, nella sua massima astrazione non considera rilevanti i modi e le forme attraverso cui viene prodotto: sfruttamento del lavoro e dei minori, traffico di droga, traffico di clandestini, riciclaggio del denaro sporco e criminale…quei poveri corpi sono stati ridotti a segni privi di significato, carne da macello, “ossa del deserto”, esibiti, ostentati e manipolati come un codice per comunicare e minacciare il proprio potere e la propria impunità….
Santa Teresa, quindi, forse non è Ciudad Juarez, un incidente della storia, o una bizzarra anomalia di un bizzarro popolo del terzo mondo, Santa Teresa è forse il destino ineluttabile, inesplicabile, delle “moderne società industriali”, così come l’orrore delle dittature latinoamericane prima, e della indicibile miseria ora, è l’altra faccia, lo specchio nascosto in cui il primo mondo evita di specchiarsi e che invece Bolaño osserva e ci costringe a guardare.

Per descrivere questo libro molti critici hanno usato l’immagine del buco nero: Con la stessa giustizia si potrebbe parlare di un cono aperto verso l’alto, come quelli che costruiscono le cosiddette formiche leone, che si appostano nel fondo aspettando che altre formiche scivolino verso di loro per divorarle. La formica leone è Santa Teresa: Verso di essa sbandano le anime sensibili o già debilitate, quelli che sono stati feriti nell’intelletto come i critici, o nello spirito come Amalfitano, o nel cuore come Fate, o altri il cui destino stesso si presenta come ferita, come nel caso di Arcimboldi. Si potrebbe anche pensare a dei sommozzatori stanchi che si dirigono verso l’elica della nave che li farà a pezzi. Ma qui sta cio’ che e’ veramente notevole: il punto di vista del libro è quello dell’elica: il quarto libro, quello dei delitti, è il punto di incontro di tutti gli altri; alla luce di questa mattanza dobbiamo intendere il destino dei personaggi.
Il tema, dunque, è la morte. o meglio: il tema è il vasto tempo, le inenarrabili storie personali, viste dalla soglia della morte

Che posto avrà questo romanzo nella narrativa ispanoamericana ? Il critico Alvaro Bisama contrappone Macondo, mito dell’origine a Santa Teresa, mito della fine. Senza contraddirlo, io arrischierei una lettura un po’ meno apocalittica; invero, il mondo di Bolaño, anche se marcia verso la distruzione, è incomparabilmente più ricco di quello di García Márquez. Macondo non è solo il mito dell’origine ma anche della totalità. Il suo autore prende il povero popolo latinoamericano e, da semplice attimo delal storia, lo converte in senso, in morfologia storica: di fango e canne fummo all’inizio, di fango e canne siamo quando l’ultimo Buendia se lo mangiano le formiche; la nostra verità e’ essa stessa di fango e canne… Bolaño rifiuta questa totalità. Santa Teresa non è una forma del destino; è una fine che si rende intellegibile a una pluralità infinita di destini, e il suo campo d’azione comprende tutto il pianeta. Se I detective selvaggi link interno aveva un principio ma non un finale, 2666 ha un finale ma non un principio.
Gonzalo Garcés – El mito del final link esterno ]

Ma se l’immagine mitica del sogno latinoamericano proposta da Garcia Márquez si è fissata sulla nostra retina di lettori sovrapponendosi spesso alla visione e alla percezione della realtà di quel continente, la lettura di 2666 di Roberto Bolaño equivale a un intervento di rimozione della cataratta.
[ Raul schenardi link interno]

2666 vol 1

García Márquez, nelle numerose storie che compongono il suo grande romanzo [ cent’anni di solitudine link esterno ], una specie di mito della realtà latinoamericana: la conseguenza e’ stata di vedere le città latinoamericane come popolate dalla magia, come se ci fosse qualcosa di Macondo in ognuna di esse. Il realismo magico, si è convertito, soprattutto agli occhi dei paesi del “primo mondo” nel modo di essere dei paesi latinoamericani, nella loro realtà. Al contrario credo che Bolaño si allontana completamente da qualsiasi interpretazione mitica della realtà: ad un certo punto del romanzo leggiamo ” la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono tra loro in mostruositàla “ [p.553 parte 5] . Sebbene la violenza è uno dei motori generatori della sua storia, , come nel caso di García Márquez, in 2666 essa è profondamente connessa con la realtà. la violenza di 2666 è, purtroppo violenza reale. E Bolaño si fa carico, soprattutto ne “La parte dei delitti”, affinchè questo fatto non passi inosservato. Non è possibile creare una finzione, costruire un’interpretazione mitica di un fatto tanto orribile come quello delle povere ragazza assassinate di Ciudad Juarezlink interno. Se Macondo è il mito dell’origine di Latinoamerica, Santa Teresa è l’illustrazione di come qualsiasi interpretazione mitica (del principio o della fine), risulta risibile, inutile, assurda: nei termini di Bolaño mostruosa

Si può dire dunque, che i due assi attorno cui gira vertiginosamente questo “buco nero” sono la letteratura (incarnata nella vita e nell’opera dello scrittore tedesco benno Von Arcimboldi) e la violenza (presente non solo nelel vignette che descrivono i crimin idella città, ma anche nella visione apocalittica della Germania dopo la seconda guerra mondiale). Così Bolaño costruisce una storia della violenza e della distruzione, connettendo ambo i lati dell’atlantico. In 2666 si presenta nello stesso tempo una visione critica rigaurdo alla civilizzazione europea in decadenza e una riflessione sull’irrazionalità e isatituzionalizzazione della violenza

Santa teresa è una città limite. Una città que sta nella frontiera tra messico (e, per estensione, Latinoamerica) e stati Uniti. Una città al limite tra la realktà e la finzione. Tra la letteratura e la vita. E’ la città di Cesárea Tinajero (poeta messicana degl ianni trenta, intorno alla quale girano le storie e i personaggi de “I detective Selvaggi”) e il rifugio di Benno von Arcimboldi…E’ lo spazio della cospirazione: dell’impunità, delle classi al potere , della corruzione e dell’impero del denaro.
[Ángeles Donoso violencia y literatura en las fronteras de la realidad latinoamericana link esterno ]

“Ancora una volta Bolaño è eccezionale: nessun altro scrittore latinoamericano (e forse solo Corman McCarthy tra i nordamericani ) ha compreso la densità simbolicadella frontiera come lui…
…Artaud credette che il Messico era il polmone mistico del pianeta, Bolaño crede che nella caverna del femminicidio messicano si nasconde lo spaventoso segreto del mondo. Appogiandosi nel precedente etico di “Ossa nel deserto” (2002) di Sergio González Rodríguez, Bolaño dedica “La parte dei delitti” a una monomaniaca decodificazione dei crimini di Santa Teresa. Io non credevo che fosse possibile fare letteratura da tanto orrore e, nel farlo, conservare nello stesso tempo l’onore delle vittime e l’onore della letteratura, affrontando uno dei problemi morali meno praticabili della creazione artistica.
…”la parte dei delitti” [è] qualcosa di più di un apocalittico romanzo giallo: un ritratto brutale del Messico, che smette di essere questo giardino perduto di Paul Valéry dove Bolaño osserva perduti gli scrittori chilangos, per convertirsi in Santa Teresa / Ciudad Juarezlink interno, nell’ultima frontiera d di molto mondi, come se in quel punto cieco giungessero a termine la società industriale, la religione dei cristiani, l’illuminismo e la sua aura, e un lungo e abusivo etcetera, che a malapena illustra la forza escatologica di Bolaño, scrittore a volte difficile da leggere, perchè non comune trovare in un solo libro, insieme, la letteratura e la verità come sognò Goethe……
Tutta la poesia in qualcuna delle sue multiple discipline, dice Bolaño in 2666, era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo
“Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, dice Bolaño in 2666, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”. [p.530 parte 5]
[Christopher Domínguez Michael – La literatura y el mal link esterno , 04/2005 ]

2666 vol 1

…E, certamente, è infernale il mondo che descrive ne “la parte dei delitti”, “la nausea e la rabbia” che sente Harry Magaña, lo sceriffo di Huntville che segue le orme di donne statunitensi scomparse, quando vede, in una casona oscura, che qualcuno alza un pacco dal letto, avvolto in un tel odi plastica. Nausea e rabbia davanti alla violenza, l’omicidio, l’impunità, la complicità di poliziotti e giudici, nausea e rabbia davanti al disegno di uccidere, “infame interpretación de la libertad y de nuestros deseos”. M non si tratta solamente di una denuncia morale, sociale o politica. E’ un passo in più – e tanto certo quanto apapssionante – nell’investigazione della violenza come la cifra inscritta nell’identità latinoamericana, dal Cile al messico, da El salvador fino all’Argentina, che in questo libro, raggiunge, per di più, risonanze universali… …tanta somma di orrori, uno dietro l’altro; tanti corpi violati, mutilati, torturati, assassinati, tanta angoscia, tanto dolore, questa senzazione terribiel che sperimenatrono la madre delle scomparse e le sue vicine, “cosa significa stare in purgatorio, una lunga attesa inerme, un’attesa la cui spina dorsale era l’abbandono, qualcosa di molto latinoamericano d’altro canto, una sensazione familiare, una cosa che se uno ci pensava bene sperimentava tutti i giorni, ma senza l’angoscia, senza l’ombra della morte che sorvolava il quartiere come uno stormo di avvoltoi rendendo tutto più denso, sconvolgendo ogni routine, mettendo ogni cosa a rovescio” [p.230 parte 4]
[Rodrigo Pinto – Bolaño revisitado link esterno ]

…nel suo ultimo romanzo, Bolaño decide di accompagnare i suoi personaggi per i cimiteri di 2666…
..dettaglia uno per uno le centinaia di omicidi di donne giovani di Ciudad Juárez perchè nel raccontare ciascun omicidio possiamo ricordarli tutti; non solo le violenze che quotidianamente subiscono le donne di tutto il mondo, anche i milioni di tedeschi, rumeni, russi e polacchi morti nel fronte orientale della seconda guerra mondiale, come anche quelli del fronte occidentale, e gli ebreiu polacchi e tedeschi e russi nei campi di styerminio; e i latinoamericani che non riuscirono a cheidere asilo e fuggire in esilio ad ogni colpo di stato; e i negri dei ghetti statunitensi tutti i giorni; e gli schizofrenici nei manicomi; e gli alberi dei boschi; e gli alberi delle città…
[Carlos Labbé – Un mal sin nombre es un numero link esterno ]

Con o senza carte in regola, espilicitamente o immaginariamente, le centinaia di personaggi di questo romanzo si dirigono all’inferno, un inferno che qui prende la forma di Santa Teresa – la Comalalink interno o lo Spoon River link esterno di Bolaño -, una città messicana nella frontiera con gli Stati Uniti dove non c’e’ riposo, ma in compesno, abbondano i cadaveri; cadaveri di donne giovani, violentate per i due condotti – anche se un esperto assicura che è possibile violentare una donna fino a sette condotti – e dopo abbandonate nella discarica “El chile” o in in qualcuno dei numerosi angoli incolti della città
[Alejandro Zambra – Bienvenidos al infierno link esterno , 11/2004 ]

( © traduzione di Carmelo P. )

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 3:55 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

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