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Eduardo Lago – sete del male iv/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iv/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

IL TRIONFO DELLA MORTE

2666 è il culmine della ferma traiettoria di Bolaño. Con questo romanzo, i senso della sua opera si proietta a un livello più elevato. 2666 e’ la sua migliore riuscita e si esprime in modo speciale sul piano del linguaggio. Non dimentichiamo che Bolaño era poeta. Questo tratto lo porta qui a forgiare un linguaggio felice, spensierato, allucinato, capace di stabilire le più insolite corrispondenze. La critica e’ stata praticamente unanime nel valorizzare 2666. Siamo di fronte a un romanzo eccezionale. Il suo carattere inconcluso lascia alcune cose irrisolte, però nello stesso tempo aggiunge mistero e profondità all’opera. Ci sono delle falle, naturalmente. E’ giustificata l’estensione? Funzionano tutte, le sue ramificazioni? Ci sono passaggi gratuiti, pagine di troppo, parti ancora non ripulite? 2666 è una creatura mostruosa? Ci sono momenti in cui il romanzo decade, pero al momento di fare un bilancio, le falle che ci sono poco importano. Di Bolaño si puo dire ciò che disse Cortázar di Lezama Lima, quando Paradiso
era un capolavoro sconosciuto: che non importava se non faceva caso a cio’ che si suppone siano i precetti elementari di scrittura. Alla fine tutto funziona. O ciò che disse lo stesso Bolaño di Philip K. Dick: “E’ buono anche quando è pessimo”. Con 2666 è più conveniente lasciare in sospeso le idee che si possono avere riguardo a ciò che è la letteratura, e semplicemente lasciarsi trasportare. La lettura di 2666 è un’esperienza totale, una festa continua che ci riserva sorprese quasi a ogni passo. Non importa che quest’opera abbia 1.119 pagine. Non pesano. Quando ce ne vogliamo rendere conto, ne abbiamo lette seicento ed è come se ne avessimo letto sessanta. 2666 restituisce al lettore l’allegria elementare, la passione della lettura. In Monsieur Pain, la trama (che lo stesso Bolaño definì indecifrabile) gira attorno a un moribondo, niente di meno che César Vallejo. In Notturno cileno, l’imminenza della morte del protagonista è una percezione illusoria. Ne I detective selvaggi assistiamo ad una evocazione spaventosa dei giorni finali di Reinaldo Arenas (che non viene nominato). Ammalato di AIDS, a New York, lo scrittore cubano detta a un amico il testo lacerato di Antes que anochezca. Riesce a terminarlo dopo di che si suicida. Letta retrospettivamente, sembra che Bolaño descriva anzitempo la cronaca della sua stessa corsa contro la morte, mentre è dedito alla scrittura di 2666. “Non ho molto tempo, sto morendo”, dice uno degli scrittori apocrifi verso il finale del romanzo; ed il lettore sente che un sudore freddo gli corre sulla schiena. Di fronte a un paesaggio dominato dalla morte, comprendiamo col fiato in gola che ora sì, e in diretta, stiamo assistendo alla corsa sfrenata dell’autore contro il tempo. Come una delle ombre che aleggiano sulle pagine del romanzo (Musil, anch’egli impossibilitato a concludere la sua opera maestra), Bolaño non fece a tempo, però c’e’ molta grandezza nella sua sconfitta.

Una delle ragioni per cui, a questo livello, poco importano i difetti, è che, l’intelligenza, l’umanità, la travolgente simpatia che trasmette la personalità di Bolaño, ormai ci ha sedotto ed è semplicemente impossibile non stare dalla sua parte. Uno ha l’impressione che la morte in persona, confusa tra i lettori, lo conforti. Dopo la lettura restiamo con un sentimento di profonda nostalgia per un “universo” perduto, difficilmente descrivibile, e per aver fatto una lunga camminata nella solitudine e nel caos. Sotto la superfice di queste pagine pulsa una profonda umanità, una visione compassionevole dell’esistenza. Una nota ancora sulla lingua. Anche se la sua opera rientra in pieno nella tradizione letteraria dell’America Latina, il linguaggio di Bolaño trascende le identità regionali, mostrando un registro di segno chiaramente transatlantico, panispanico. Dotato di un udito eccezionale, che capta e registra con grazia irripetibile le più insignificanti sfumature della lingua colloquiale, Bolaño coltiva una prosa polimorfa e perversa, capace di mimettizarsi in spagnola, cilena, messicana, uruguaiana o argentina e, se capita, in tutte nello stesso tempo. Non si sa bene come quest’uomo sia potuto andare tanto lontano. Ha aperto un cammino perché passino tutti gli altri. Questo è ciò che i giovani scrittori specie dell’America Latina, hanno visto in lui. Questa è la sua grandezza e la sua autenticità. Roberto Bolaño è il meglio che sia successo alla prosa in lingua casigliana da decenni. La forza travolgente del suo stile ha qualcosa di mostruoso, nel senso che al termine davano i classici del secolo d’oro. Bolaño segna una pietra miliare nella storia della letteratura ispanica. Con lui il romanzo in lingua spagnola entra in un nuovo paradigma.

traduzione di Carmelo P. ©

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Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:28 pm

Eduardo Lago – sete del male iii/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

Under the Volcano 2666

Le cinque parti di 2666, che compongono un’unità all’interno dell’unità più grande costituita dal congiunto dell’opera di Bolaño. Incline alle metastasi testuali, in questo romanzo, l’autore porta alle estreme conseguenze gli sdoppiamenti narrativi. 2666 è un romanzo totale, nel significato in cui Bolaño impiegò il termine per riferirsi a Sotto il Vulcano, di de Malcolm Lowry, che caratterizzò come “romanzo che si immerge nel caos (che è la materia stessa del romanzo ideale) e che cerca di ordinarlo e di renderlo leggibile”

Prima puntata. Entrata in scena dei critici. Europa, fine secolo XX. Un gruppo di accademici cerca di mettersi sulle tracce di un oscrittore tedesco che risponde all’improbabile nome di Benno von Arcimboldi. Peripezie narrative a zig zag intorno a un centro occulto verso cui sono magneticamente attratte le vite dei protagonisti, la città di Santa Teresa, nel deserto del Sonora, dove “il cielo al pomeriggio sembrava un fiore carnivoro”. Una volta lì gli arcimboldiani si abbandonano in modo incessante all’attività onirica. Il romanzo si situa così in uno degli spazi intermedi essenziali della poetica di Bolaño, i sogno, territorio separato dalla morte da una frontiera porosa.

I personaggi di 2666 si addentrano in questo loculo intermedio per comunicare tra loro e inviarsi messaggi cifrati capaci di attraversare i limiti delle distinte parti del romanzo. Forse la chiave dei crimini del deserto del Sonora si trova nell’utero di Lotte Reiter, la sorella di Arcimboldi. Separata da lui sin dall’infanzia, Lotte sogna in modo ricorrente un cimitero dove c’e’ la tomba di un gigante. Una veggente, da cui si spera scopra qualche pista che permetta di risolvere i casi dei terribili omicidi di donne che si stanno perpretando nel deserto, ritorna da uno dei ricorrenti stati di trance dicendo: “C’erano sogni dove tutto tornava e c’erano sogni dove nulla tornava e il mondo era una bara piena di scricchiolii”[p.142 v.2]. I critici hanno la certezza che l’autore che stanno cercando si trovi li nel medesimo luogo dove si trovano, ma non lo vedono perché sono svegli.

Il secondo romanzo prosegue una delle vicende lasciate in sospeso nel primo: la storia di Amalfitano (un esiliato cileno di cinquanta anni, professore e traduttore di Arcimboldi in spagnolo ) e sua figlia Rosa. La storia si ramifica in intrecci che ci portano, tra i tanti luoghi, a Barcellona e a Mondragon, località nel cui manicomio e’ internato un poeta facilmente identificabile dal lettore spagnolo nota. Piano-sequenza del cimitero di Mondragon, luogo propizio al sogno e al sesso. Trasposizione metaforica nello spazio della morte: Amalfitano insegna nell’università di Santa Teresa, luogo che assomiglia “un cementerio que de improviso se hubiera puesto vanamente a reflexionar”. Nuove metastasi testuali: il Testamento Geometrico Rafael Dieste, appeso sulle corde di uno stenditoio improbabile ready-made che si converte in un testimone dell’azione; i diagrammi giocoso-epistemologici di Amalfitano; mappe di narratori, critici e filosofi. Erudizione in una chaive tra l’ironico e spiritoso. Il segmento termina con Amalfitano rifugiato dentro il suo sogno, parlando con i lettori, fin oa che una frase proveniente dal mondo reale obbliga il traduttore di arcimboldi a svegliarsi, suo malgrado.

Terzo movimento. Harlem, New York. Un uomo chiamato Destino lotta per allontanare da se le ragnatele della morte che cercano di avvolgerlo. Siamo, in un momento, dentro un romanzo noir, che ha per protagonista un giornalista nero. Pastiche di uno stile che potrebbe essere di Richard Price. Echi di una frase di Bolaño a proposito della autobiografia di James Ellroy: “Il crimine sembra essere il simbolo del XX secolo”. Óscar Fate, giornalista sportivo, deve viaggiare a Santa Teresa per seguire un incontro di pugilato. Una volta lì, il vento del deserto, “un vento onirico” gli sussurra una storia spaventosa. Qualcuno sta assassinando centinaia di donne nel deserto del Sonora. “Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’e’ nascosto il segreto del mondo.”[p.431 v.1], una voce comuncia a Fate. Conversazioni sulla morte e il male. 2666 si orienta verso il su odestino finale. Nel presidio di Santa Teresa, Fate sente una voce di qualcuno che canta, qualcuno che dice: “Sono un gigante perduto in mezzo a un bosco bruciato”[p.432]. Potrebbe essere la voce di arcimboldi, ma fate non ha un’idea chiara di chi sia e inoltre non è sicuro di non star sognando.

Nella quarta parte, il romanzo compie l’allunaggio nel deserto del Sonora. Santa Teresa è lo Yoknapatawpha di Bolaño, la sua versione di Comala.nota La persistenza della visone rulfiana va piu’ in là dell’apparenza. Quando un personaggio protesta perché i messicani “parlano come se fossimo dentro Pedro Paramo”, un altro puntualizza:”Ma forse è cosi”.[ p.348 v.2]. Solo che lo strato mitico è talmente sottile che copre appena la realtà. Comala – ricordiamocelo – era l’inferno. Santa Teresa, trasposizione testuale di Ciudad Juarez, lo è anch’essa “L’inferno” disse Bolaño “Come Ciudad Juarez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri” link interno.Bolaño ha scelto come motivo centrale del suo romanzo del quale i mezzi di comunicazione se ne stanno occupando da dodici anni, senza che fino ad ora ci sia un barlume di spiegazione: gli omicidi di donne commessi a Ciudad Juarez e nei suoi dintorni. (mentre preparavo questo articolo ho cercato, senza trovarle, notizie relazionate con gli omicidi in La Jornada, El País e The New York Times.). La cronaca dei crimini (più di trecento nella realtà, circa un centinaio nel romanzo) si legge come una litania impressionante, che Bolaño recita con una precisione spaventosa, usando formule omeriche di ripetizione. I corpi delle vittime, violate, brutalmente mutilate, vengono rinvenuti abbandonati in burroni, discariche nelle spianate del deserto. Nulla di ciò è invenzione dello scrittore, che si limita a lasciare che gli omicidi spruzzino le pagine come gocce di pioggia nel deserto. I poliziotti e i detective che credevano di aver già visto tutto, a volte piangono o vomitano, o ridono con nervosismo, o non riescono a dormire, o diventano pazzi o, per sopravvivere, si abituano e dimenticano. La narrazione puntualizza che la maggioranza delle vittime sono ragazze povere e sfruttate, che lavorano nelle maquilladoras. Un detective ricorda a un altro che “a morire erano le operaie, non le puttane. operaie, operaie, ripetè”[p.153]. Ciò spinge il suo compagno a chiedere perdono. Allora, “come folgorato vide un aspetto della situazione che fino a quel momento gli era sfuggito”[p.153]. Lo stesso succede al lettore. Il virus del linguaggio di cui parlava Burroughs, portatore di una malattia che arriva dallo spazio esteriore , comincia a proliferare, infettando le pagine. Malate, “le parole sono dappertutto, persino nel silenzio”[p.50]. Illuminati da una “luna, piena di cicatrici”[p.73], nel deserto, territorio del Male, a volte i personaggi pensano“senza pensare. O pensare con immagini tremanti”[p.35]. Bolaño è incapace al fascino che esercitano “la grandezza e la solitudine del deserto del Sonora”[p.301]. In un momento di particolare intensità, il cielo si popola di luci bellissime che viaggiano da un confine all’altro dell’orizzonte. Da un auto i personaggi percepiscono “colori vivi a ovest, colori come gigantesche farfalle che danzavano”[p.307]. Il linguaggio di Bolaño fa giustizia della bellissima stranezza del momento con immagini irripetibili. Mentre la luce del giorno si allontanava verso ponente, “la notte avanzava come uno zoppo da est”[p.307]. Strana bellezza del deserto, che non si sa bene se è reale o irreale: “Il confine tra il Sonora e l’Arizona è un gruppo di isole spettrali o incantate. Le città e i paesi sono barche. Il deserto è un mare interminabile”[p.268]. Dubbio che non è necessario chiarire giacchè, tra tutti gli spazi intermedi creati da Bolaño, il più riuscito è quello del linguaggio stesso: “A volte la realtà, la stessa realtà piccola piccola che serviva da ancoraggio alla realtà, sembrava perdere i suoi contorni, come se il passare del tempo esercitasse un effetto di porosità sulle cose, e rendesse più indistinto e lieve quello che già di per sè, per sua natura, era lieve e soddisfacente e reale”[p.297]. Il linguaggio di Bolaño è visionario, però è molto lontano dal realismo magico ( prima o poi doveva venir fuori questa definizione futile) il quale, ora sì, con un colpo geniale e definitivo viene archiviato. Nel carcere di Santa Teresa i prigionieri “Si muovevano come un commando perduto su un’isola tossica di un altro pianeta”[p.222]. Sembrano esseri “persi in un sogno”[p.222]. Bolaño evoca con straordinaria precisione la topografia della morte, ancorandola dapprima nella realtà, per poi, all’improvviso, provocare una rottura che ci catapulta nella starnezza. Uno dei crimini viene commesso vicino a Casas Negras, in un posto chiamato El Moridero. Prima si chiamava El Obelisco, perché, precisa il narratore, una volta lì c’era “un obelisco disegnato da un bambino che ha appena imparato a disegnare, un bambinello mostruoso che viveva nei dintorni di Santa Teresa e passeggiava nel deserto mangiando scorpioni e lucertole e non dormiva mai”[p.198]. Ci sono pagine dannate. La descrizione di una castrazione collettiva nella lavanderia del carcere di Santa Teresa è di un orrore e crudeltà letteralmente insopportabili. Personalmente credo che non avrei voluto leggerla. La scena, distillata, persiste per molto tempo nella memoria del lettore. Ma e ancora più stupefacente come lo scrittore, dopo aver affrontato, con gli occhi spalancati, un orrore che non permette aggettivazioni, interiorizza il dolore che sente. La coscienza del male che e’ capace di annidarsi nell’essere umano, si cristallizza in una metafora di una spontaneità e intimità spaventose. Non dimentichiamoci che Bolaño, colpito da una malattia epatica incurabile, scrive in prossimita’ della morte. Ecco come si descrive il protagonista del male: “Chi è quel tipo?”, domanda uno dei testimoni presenti. “E’ Ayala”, gli risponde l’altro, “l’anima nera della frontiera”[p.198]. nota E’ come se qualcuno gli dettasse ciò che scrive, qualcuno che non è divino né umano, un’entità vaporosa, il vento del deserto, i tuoni di una tormenta, grida sognate di notte, la profonda solitudine dell’essere. Le creature di Bolaño vanno e vengono tra l’ intercapedine del carcere, del linguaggio, della realtà, del male. La sua prosa vola ad altezze ineguagliabili, pletorica, contundente, brutale, di una bellezza cosmica, selvaggia e dolente. Sembra impossibile ma il miracolo continua.

La quinta parte ci catapulta su altra coordinate. Dopo due pagine di un surrealismo accecante, la narrazione si morde la coda, dando inizio alla storia di Hans Reiter, futuro scrittore che, come il protagonista di Stella distante, un giorno cambierà nome. Siamo in Germania, agli inizi della seconda decade del XX secolo. C’e’ un punto di fuga che rimanda direttamente al male. Data la storia del suo paese, a Bolaño interessa la connessione con i nazisti. (significativamente, uno dei suoi primi romanzi, La letteratura nazista in America, è un catalogo di autori immaginari, categoria nella quale rientra anche arcimboldi. Anche se si redime dallo stigma). Il romanzo entra nel bosco dcella immaginazione centroeuropea, guadagnandosi una prosa mimetica di remota filiazione kafkiana, a insieme con altri echi, probabilmente obliqui, dei grandi autori della tradizione austrogermanica (Walser, Musil, Bernhard, Döblin, Mann). La storia continua ramificandosi. Si rivive i ltopos del manoscritto trovato, e in un ospecchio infinito, sfilano numerosi scrittori, nei cui libri ci addentriamo. Tra le pagine di questa sezione, avanzano le SS, cavalca Parsifal. Ci vengon descritti i disastri della guerra. Assistiamo allo sterminio di un contingente di prigionieri ebrei. In un paese della Polonia, alcuni bambini alcoolizzati giocano a calcio, in un paesaggio degno di Swift. Nel castell odi dracula presenziamo alla crocifissione di un generale dell’Asse. Come in Notturno cileno, come in Stella distante, la prosa è ellittica, di una strana friabilità. Le frasi di Bolaño raggiungo una stato massimo di depurazione (“il movimento che è la maschera di molte cose, compresa la serenità” [p.366] , — “la nozione del tempo dei malati; un tesoro nascosto in una caverna del del desierto” [p.392]. ). Non viene alterata solamente la realtà: anche al storia. Cosi si arriva per altra via, forse più efficace, al banco della verità. E’ un’altra la missione del romanzo ?

traduzione di Carmelo P. ©


NOTE:

Si tratta di Leopoldo Maria Panero, poeta, narratore e saggista spagnolo, nato a Madrid nel 1948. Figlio di Leopoldo Panero e fratello di Juan Luis Panero, entrambi poeti. A sedici anni, si iscrive al Partito Comunista Spagnolo e per la sua militanza nel PCE, dichiarato illegale dal regime franchista, viene arrestato e imprigionato per la prima volta. Con la guida del maestro Pere Gimferrer comincia a scrivere. La sua vita è stata segnata dall’alcool, dalle droghe, dalla depressione e da due tentativi di suicidio a vent’anni. E’ schizofrenico e dietro sua richiesta viene ricoverato in un centro psichiatrico, dove mantiene sempre vivo il suo interesse per la poesia. Da cinque anni abita nel Manicomio del dottor Rafael Inglod, a Las Palmas (Gran Canaria). Attualmente a questo centro va soltanto per dormire, la sera. Precedentemente aveva trascorso quattordici anni al manicomio basco di Mondragón, dove ha scritto nel 1987, “Poemas del manicomio de Mongragón”, il suo libro di poesia sull’inferno psichiatrico, tradotto quest’anno in Italia da Ianus Pravo per i tipi dalla casa editrice romana Azimut. La stessa casa pubblicò nel 2005 “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, scritto dopo un periodo caratterizzato da esperienze legate alla droga, all’alcool e al sesso sfrenato.

È considerato uno dei più grandi e controversi poeti spagnoli. Come Dino Campana, crede nella telepatia e come Sheherazad, racconta “una favola per non esser messo a morte”. E come il poeta di Marradi che voleva stabilirsi in Francia, perché “a Parigi si può sopportare meglio la mia condizione”, Panero vuole andarsene a Parigi, “perché là non sono così pazzi come qua, in Spagna”. Così “la pazza è la Spagna”, non lui. Ma la follia in fondo non è altro, ha detto Panero al suo traduttore italiano, che “il diritto alla fantasia”. Tra i libri più importanti di Panero sono da segnalare il primo, “Por el camino de Swan” (1968), che fu l’inizio di una serie di pubblicazioni come “Así se fundó Carnaby Street” (1970), “En Teoría” (1973), “Narciso en el acorde último de las flautas” (1979), “Dioscuros”(1982), “Poemas del manicomio de Mondragón” (1987), “Heroína y otros poemas” (1992) e Conversación (2003)
tratto da qui link esterno torna su

Comala è il paese “cimitero”, lo scenario del romanzo di Juan Rulfo link esterno Pedro Paramo link esterno
pubblicato nel 1955 che l’autore cosi descrive: “ E’ un paese morto, dove vivono le anime dei morti, dove tutti i personaggi sono morti, e persino chi narra è morto. Pertanto non c’e’ un limite tra l ospazio e il tempo. I morti non hanno tempo nè spazio. pertanto cosiì come appaiono svaniscono. E all’interno di questo mondo confuso, si suppone che gli unici che ritornano alla terra sono le anime, le anime di quei morti che morirono nel peccato. E siccome era un paese dove quasi tutti morivano nel peccato, la maggior parte di loro ritornava. Abitavano di nuovo il paese, ma erano anime, non erano esseri vivi.”. La presenza della morte è tema costante del romanzo. Comala e’ un cimitero popolato da sussurra, lamenti, rumori, fantasmi avvolti dalla nebbia e dalla stanchezza, sul punto di svanire, ma condannati a restare sospesi in un luogo senza tempo o in tempo senza luogo (o detto in altro modo, costretti all’inferno):

“Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiusi nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso.”“[Pedro Paramo, Einaudilink esterno pag. 46] torna su

La frase originale è: “El higado negro de la frontera”, dove “higado” sta per fegato, con chiara allusione alla malattia di Bolaño. La scena dell’esecuzione dei 4 appartenenti alla banda dei Cacicchi nel carcere di Santa Teresa riesce a descrivere l’orrore assoluto (p. 222):

I primi due giorni Chimal si comportò come un pazzo. non smetteva mai di voltarsi e di guardare cosa gli succedeva alle spalle. dormiva con il punteruolo in mano. Si portava sempre dietro le anfetamine, come una medaglietta che l’avrebbe protetto da ogni male. I suoi tre compagni non erano da meno. Quando passeggiavano nel cortile lo facevano a due a due. Si muovevano come un commando perduto su un’isola tossica di un’altro pianeta. A volte Haas li guardava da lontano e pensava: poveretti, poveri ragazzini persi in un sogno. Otto giorni dopo il loro arrivo li acchiapparono tutti e quattro nella lavanderia. I secondini sparirono di colpo. Quattro detenuti controllavano la porta. Quando arrivò Haas, lo lasciarono passare come se fosse uno come gli altri, un odi famiglia, cosa di cui Haas fu silenziosamente grato, anche se non smise mai di disprezzarli. Chimal e i suoi tre compagni erano immobilizzati al centro della lavanderia. Li avevano imbavagliati tutti e quattro con uno straccio. Due dei cacicchi erano già nudi. Uno di loro tremava. Dalla quinta fila, appoggiato a una colonna, Haas osservò gli occhi di Chimal. Gli sembrò evidente che voleva dire qualcosa. Se gli avessero tolto lo straccio, pensò, forse avrebeb arringato i propri sequestratori. I secondin iosservavano la scena da una finestra. la luce che usciva dalla finestra era gialla e fioca in confronto alla luce che emanavano i tubi al neon della lavanderia. I secondini, notò Haas, si erano tolti i berretti. Uno di loro aveva una macchina fotografica. Un tipo di nome Ayala si avvicinò ai Cacicchi nudi e gli fece un taglio nell oscroto. Quelli che l itenevano immobilizzati si irrigidirono. Elettricità, pensò Haas, vita pura. Ayala parve mungerli finchè le palle caddero a terra avvolte nel grasso, nel sangue e in qualcosa di cristallino che non sapeva (nè voleva sapere) cosa fosse. chi è quel tipo? chiese Haas. E’ ayalòa, mormorò il tequila, l’anima nera della frontiera. la’nima nera?, pensò Haas. Più tardi il Tequila gli avrebbe spiegato che tra i tanti morti ammazzati da Ayala, c’erano otto clandestini che aveva fatto entrare in Arizona a bordo di un pick-up. dopo essere sparito per tre giorni Ayala era tornato a Santa Teresa, ma del pick-up e dei clandestini non si era saputo più nulla finchè i gringos non avevano trovato i resti del veicolo, con sangue da tutte le parti, come se Ayala, prima di tornare indietro, avesse fatto a pezzi i corpi (…)Che cosa aveva fatto Ayala dei cadaveri? Secondo il Tequila, se li era mangiati, talmente era pazzo e cattivo, anche se Haas dubitava che ci fosse qualcun ocapace di buttar giù, per quant o matto e affamato fosse, otto clandestini. uno dei cacicchi che avevano appena castrato svenne. l’altro aveva gli occhi chiusi e le vene del collo sembravano lì lì per scoppiare. Ora accanto ad ayala c’era Farfan e idue fungevano da maestri di cerimonia. fai sparire questa roba, disse Farfan. gomez raccolse le palle e disse che sembravano uova di testuggine. Belle tenere, disse. Alcuni degli spettatori annuirono e enssun orise. Poi Ayala e farfan, ciascuno con un manico di scopa lungo una settantina di centimetri, si diressero verso Chimal e l’altro Cacicco.torna su

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Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:27 pm

Eduardo Lago – sete del male ii/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male –ii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

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I   FUOCHI   DELL’ELLISSE

Scrivere è avvicinarsi all’abisso. Per Bolaño “l’alta letteratura, quella che scrivono i veri poeti, è quella che osa addentrarsi nell’oscurità con gli occhi aperti, succeda quello che deve succedere” Scrivere: addentrarsi nell’inferno; la letteratura è “un lavoro pericoloso” Pericoloso perche’ decifrare l’enigma dell’esistenza implica scontrarsi in termini assoluti con il Male e la Morte. Scrivere: esercizio di intelligenza; equilibrio instabile che si regge su una spaventosa lucidità. Ingredienti? “humor e curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza” Ritratto robot dello scrittore:

A) curiosità: qualcuno con una “disposizione intellettuale che in ogni svolta del destino vede un problema di scacchi o una trama poliziesca da spiegare” .

B): Humor. Qui una pioggia di sinonimi:
“amore per il riso e lo scherzo e la battuta e lo scherno la burla e il ludibrio la canzonatura e la facezia e la beffa e lo sfottò e la parolaccia e la caricatura, l’ingegnosità e la burla e la derisione, il dileggio”. alcune delle guide che mostrarono il cammino: Jonathan Swift: “Mi ha restituito l’allegria come solo possono farlo i capolavori delle letteratura che sono nello stesso tempo capolavori dell’Humor nero”

Franz kafka: ” La sua letteratura e’ la più chiarificatrice e terribile (e anche la più umile) del XX secolo”, Poe: “La verità è che con Edgar Allan Poe siamo tutti d’avanzo. Pensate e riflettete. Ancora siete in tempo. Se possibile in in ginocchio”, Borges, Marcel Schwob, Chejov, Alfonso Reyes. Melville “nostra guida nelle gole impervie” cartografo sublime dei “territori del male, lì dove l’uomo si dibatte con se stesso e finisce generalmente sconfitto” dall’altra parte della gola, Huckleberry Finn: ” Twain era sempre preparato a morire. Solo così si comprende il suo Humor”

Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont (seguito dai surrealisti). James Joyce (che appare portando per mano a Jim Morrison nel titolo di uno dei suoi primi libri). Lezama Lima ( che insieme a Joyce ha dato il suo nome a Ulises Lima). Sor Juana ed Ercilia nell’alba transatlantica della lingua comune. Dashiell Hammett, seduto allo stesso tavolo con con Chester Himes, Graham Greene ed altri quattro sospettosi. Malcolm Lowry, oscuro e geniale, leggendo ubriaco gli aforismi di Lichtenberg.

Leopoldo María Panero che appende nello stenditoio del manicomio di Mondragón il testamento geometrico di rafael dieste. Nicanor Parra e Alejandra Pizarnik. César Vallejo, indigente y moribondo, ipnotizado da Monsieur Pain, un discepolo di Mesmer, che cerca di starppare il poeta dall’abbraccio della morte. Lezione dei grandi da non dimenticare mai: Letteratura = onestà radicale. In vita, Bolaño denunciò l’impostura dei nomi consacrati, denunciò le falsità della fama, la mendacità del mercato, le insidie del potere (“Al potere non interessa la letteratura, al potere interessa solo interessa il potere link interno), la truffa dei premi, gli espedienti del marketing. E’ uno scrittore autentico solo chi si imemrge nell’abisso, dove non ci sono possibilità di vendere. “Vendere è vendersi”, fece dire Max Aub a Jusep Torres Campalans. Ribadisce Bolaño: “La rottura non vende. Una letteratura que si sommerge con gli occhi aperti non vende”. Inoltre: “La letteratura non ha niente a che vedere con i premi bensì con una strana pioggia di sangue, sudore, sperma e lacrime”. E’ cosi’, scrivere è “qualcosa di razionale e visionario, un esercizio di intelligenza, di avventura e di tolleranza. se la letteratura non e’ questo piacere, che demonio è?”. Scrivere: addentrarsi nell osconsociuto; Bolaño è parte di un contingente di narratori della Spagna e America Latina che son ocoscienti di essere sbarcati ” in un territorio da esplorare dove si trovano le ossa di Cervantes e Valle-Inclán”.


PUNTI DI FUGA


L’opera narrativa di Roberto Bolaño costituisce un’unità dai limiti nitidamente demarcati. A suo agio nei romanzi brevi e i quelli lunghi, il cileno scrisse una decina di libri tra raccolte di racconti e romanzi corti, così come un paio di opere narrative di grande estensione. In realtà non c’e’ una gran differenza tra le une e le altre. Le opere maggiori si possono considerare aggregati di di unità di minore. Sono molte le linee di forza che danno coesione al territorio generale della finzione. Bolaño ha progressivamente delegato funzioni ad Arturo Belano, il suo doppio immaginario, specchio refrattario delle sue ossessioni. Con frequenza, l’autore si appoggia a lui per aprire vie di comunicazione tra i distinti segmenti di un universo narrativo qual è la sua opera. Stella distante completa un tema appena schizzato ne La letteratura nazista in America. Pubblicate entrambi nel 1996, il primo narra la sinistra peripezia di un pilota militare pinochettista, la cui storia e’ stata raccontata a Bolaño dal suo alter ego immaginario. Tre anni dopo, in Amuleto, troviamo Belano in compagnia di Auxilio Lacouture, poetessa uruguayana emigrata in México. Belano e Lacouture vengono da I detective selvaggi, e Amuleto avrebbe potuto essere integrato in quel romanzo. Le ramificazioni che uniscono i distinti testi di Bolaño si aprono indistintamente al passato e al futuro. “foto” uno dei racconti di Puttane assassine (2001), e’ un ramo che tagliò successivamente a I detective selvaggi. Al contrario “Prefigurazione di Lalo Cura, racconto incluso nella stessa raccolta, apre lo spazio narrativo a uno dei personaggi di 2666
. Sono molti i motivi dispersi nella opera di Bolaño che prefigurano temi trattati con maggiore profondità nel romanzo postumo. Così, in Stella distante, il protagonista organizza un’esposizione di foto dove possono vedersi in dettaglio i volti di donne torturate o assassinate durante il regime di Pinochet. Il tema dell’assassinio di donne innocenti è l’asse intorno al quale si articolano i cinque segmenti di 2666. anche se il suo nome non si menziona in nessun momento, Arturo Belano, secondo quanto ha chiarito lo stesso autore, e’ il narratore del romanzo.

Nella raccolta di articoli intitolata Entre paréntesis (eccellentemente editata da Ignacio Echevarría, esecutore del testamento letterario dell’autore, su cui e’ caduta la responsabilità di definire il testo di 2666), Bolaño si attarda in una intrigante affermazione di William Burroughs, secondo la quale il linguaggio è un virus arrivato dallo spazio esterno. Il commento appare in un passaggio dedicato a Philip K. Dick, autore di racconti di fantascienza, verso il quale Bolaño prova una viva ammirazione e che taccia da paranoico e schizofrenico, “una specie di kafka passato per l’acido lisergico e la rabbia”. Sono varie le cose che del nordamericano gli interessano, tra cui l’idea che la realtà (e pertanto la storia) sono alterabili. Dick, puntualizza, è stato “se non il primo, il migliore a parlare sulla percezione della velocità, l’entropia, l’universo”, Si occupò anche con lucidità “dei paradossi dello spazio e del tempo” Ci sono zone nei testi di Bolaño dove la realtà si apre ad altre dimensioni che rimandano a lettori e personaggi e spazi intermedi, fisici o mentali. Basta l’inizio della terza parte de I detective selvaggi, l’aspirante poeta che dava lezioni di retorica a bordo dell’Impala (auto), annota nel suo diario: “Quel che scrivo oggi in realtà lo scrivo domani, che per me sarà oggi e ieri, e anche in qualche modo domani:un giorno invisibile” [p.741]. Queste dislocazioni segnano una svolta al tema della ricerca dello scrittore, correlando l’investigazione sull’essenza del male con il mistero della creazione letteraria con l’idea della morte. In Stella distante si cerca un critico e poeta che è anche pilota e torturatore. In questo romanzo c’e’ un’immagine indelebile: l’aviatore scrive poesie in un cielo immacolato con la scia che sprigiona il suo reattore. Ne I detective selvaggi, l’oggetto della ricerca è la poetessa Cesárea Tinajero, sparita sulla scia della rivoluzione messicana. Mentre sono sulle sue tracce Belano e lima vengono condotti nell’abitazione dove molti anni prima era vissuta la scrittrice. Aprendo la porta vedono “come se la realtà, ll’interno di quella stanza sperduta, fosse distorta, o peggio ancora, come se qualcuno, Cesarea, chi se no? Avesse deformato impercettibilmente la realtà con il lento passare dei giorni” [p.791].

Nell’ultimo testo di Bolaño, l’autore assente è un ex soldato reclutato a forza nell’esercito di Hitler. Il processo di alterazione della realtà che si trama intorno alla sua ricerca, si cristallizza in immagini di complessità crescente: “Da quel momento in poi la realtà, per Pelletier ed Espinoza, sembrò lacerarsi come una scenografia di carta, mostrando quanto c’era dietro:un paesaggio fumante, come se qualcuno, forse un angelo, stesse facendo centinaia di barbecue per una miriade di esseri invisibili.”[p.176 v.1]. Alcuni elementi appena percettibili nel testo de I detective selvaggi, acquistano un senso pieno nel testo del pianeta analogo, 2666. Durante la scrittura del primo dei due romanzi, Bolaño intravide , in un angolo della sua immaginazione l’embrione di un autore nei cui scritti e’ possibile che si codifichi l’enigma del male, anche se allora non sospettava l’importanza che avrebbe avuto piu’ avanti. Nello stato larvale, non si tratta di un autore tedesco, ma francese, e non si chiama Benno von Arcimboldi, ma JM.G. Arcimboldi, anche se aveva gia’ pubblicato un romanzo con lo stesso titolo di quello che scriverà il suo futuro avatar: La rosa illimitata. Un pugno di dati isolati permette di lanciare, una tenue luce sul numero enigmatico che da il titolo al romanzo postumo di Bolaño. Belano e Lima scoprono che prima di perdersi nel deserto, Cesárea Tinajero era solita parlare con insistenza di certi fatti che sarebbero accaduti “verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..”. Nel successivo romanzo, in Amuleto, Belano e la protagonista scorgono una via che “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero nato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”. Non è privo di significato che sia proprio Auxilio Lacouture chi sente ne I detective selvaggi “como si el tiempo se fracturara y corriera en varias direcciones a la vez, un tiempo puro, ni verbal ni compuesto de gestos o acciones”.

In bolaño la letteratura è un viaggio incessante verso la morte ma non scorre in linea retta

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10 gennaio 2010 at 3:25 pm

2 6 6 6 – Ciudad Juarez

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |
Bolaño Venne a conoscenza, in discussioni con amici comuni, come Jorge Herralde e Juan Villoro, che stavo elaboranto un libro sul femminicidio juarense, e si mise in contatto con me per posta elettronica. Voleva conoscere dettagli molto specifici della vita delinquenziale a Ciudad Juarez. Era molto ben informato sugli assassinii seriali, consoceva il tema in profondità, però voleva che lo informassi di cose come le armi, i calibri, le auto che usavano i narcotrafficanti, o mi sollecitava che gli trascrivessi atti giudiziali dove venivan odescritti gli omicidi. Inoltre ci scambiavamo punti di vista sugl iassassini o iprobabili assassini e circa le opinioni dei criminologi e criminalisti. Era veramente ossessionato dal tema, un detective selvaggio. E il risultato delle sue conoscenze è toccante
Nell’autunno del 2002 potei visitarlo a casa sua A Blanes, gia’ aveva letto Ossa nel deserto e in quell’ocacsione mi comunicò che sarei apparso come eprsonaggio nel suo romanzo, con il mi ostesso nome.
” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia…Fu molto generoso a recensire il mio libro e non ebbi mai l’impressione che la sua vida stava per giungere alla fine. Mesi dopo lessi 2666 e mi impressionò la trama amgistrale, la minuziosa ricostruzione dell’inferno juarense, che per ragioni letterarie situa in un posto chiamato Santa Teresa. Scrivere quelal paret deve essere stato un esercizio estremo. La vasta trascendenza di questo romanzo sarà riconosciuta nel futuro

[Sergio González Rodríguez]

Alcuni anni fa, i miei amici che vivono in Messico si stancarono che gli chiedessi informazioni, sempre più dettagliate, sugli assassinii delle donne di Juárez, e decisero, sembrerebbe di comune accordo, di dare l’incarico a Sergio González Rodríguez, che è narratore, saggista e giornalista e uno molto bene informato, e che, secondo i miei amici, era la persona che più di ogni altro sapeva su questo caso, un caso unico negli annali del crimine latinoamericano: più di trecento donne violentate e assassinate in un periodo di tempo estremamente breve, dal 1993 al 2002, in una città nella fronteira con gli Stati Uniti, di appena un milione di abitanti

Non ricordo in che anno cominciai a scrivermi con Sergio González Rodríguez. So solo che la mia simpatia e ammirazione per lui non ha fatto che crescere con il tempo. Il suo aiuto, diciamo tecnico, per la scrittura del mio romanzo, che ancora non ho terminato e che non so se mai terminero’ giorno, è stato importante. Ora e’ appena uscito il suo libro, “Ossa nel deserto” (Anagrama), un libro che indaga direttamente nell’orrore e che Sergio ha presentato in questi giorni a Barcellona. Il libro sarà distribuito prossimamente in tutta l’America Latina. E sicuramente tradotto in altre lingue. Ma prima sono successe tante cose. Tra queste, un tentativo di assassinio dal quale Sergio si è salvato per un pelo. E vari pedinamenti. E minaccie e intercettazioni telefoniche. Cose che avrebbero spaventato chiunque altro, ma che Sergio con un calma schiacciante, ha vissuto solamente come chi osserva la pioggia. E’ certo che, piu’ che una pioggia, ciò che Sergio ha osservato e poi in qualche modo vissuto. è un uragano

[Roberto Bolaño , “Sergio González Rodríguez bajo el huracán” dicembre 2002 in “Entre parentisis ]

( © traduzione di Carmelo P. )link interno


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6 gennaio 2010 at 5:00 pm

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2 6 6 6 – Santa Teresa

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| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Santa Teresa è forse l’emblema della “razionalità” fredda del profitto libero da ogni vincolo “democratico”, al di fuori e al di sopra dell’etica e della legalità. Allora se le ragioni, o forse le aspirazioni se non le utopie illuministiche del primo mondo sono enumerate, definite e raprresentate come costi, i luoghi del profitto vengono delocalizzati
oltre la frontiera, nelle “zone franche” tra il primo mondo e il nulla, laddove finalmente si dispiega in tutta la sua potenza la creazione di “ricchezze” mostruose, concentrate nelle mani di potenti che godono della massima impunità, al prezzo della distruzione dell’ambiente e delle relazioni umane, della memoria, della riduzione del lavoro allo stato di schivitù. Il profitto, nella sua massima astrazione non considera rilevanti i modi e le forme attraverso cui viene prodotto: sfruttamento del lavoro e dei minori, traffico di droga, traffico di clandestini, riciclaggio del denaro sporco e criminale…quei poveri corpi sono stati ridotti a segni privi di significato, carne da macello, “ossa del deserto”, esibiti, ostentati e manipolati come un codice per comunicare e minacciare il proprio potere e la propria impunità….
Santa Teresa, quindi, forse non è Ciudad Juarez, un incidente della storia, o una bizzarra anomalia di un bizzarro popolo del terzo mondo, Santa Teresa è forse il destino ineluttabile, inesplicabile, delle “moderne società industriali”, così come l’orrore delle dittature latinoamericane prima, e della indicibile miseria ora, è l’altra faccia, lo specchio nascosto in cui il primo mondo evita di specchiarsi e che invece Bolaño osserva e ci costringe a guardare.

Per descrivere questo libro molti critici hanno usato l’immagine del buco nero: Con la stessa giustizia si potrebbe parlare di un cono aperto verso l’alto, come quelli che costruiscono le cosiddette formiche leone, che si appostano nel fondo aspettando che altre formiche scivolino verso di loro per divorarle. La formica leone è Santa Teresa: Verso di essa sbandano le anime sensibili o già debilitate, quelli che sono stati feriti nell’intelletto come i critici, o nello spirito come Amalfitano, o nel cuore come Fate, o altri il cui destino stesso si presenta come ferita, come nel caso di Arcimboldi. Si potrebbe anche pensare a dei sommozzatori stanchi che si dirigono verso l’elica della nave che li farà a pezzi. Ma qui sta cio’ che e’ veramente notevole: il punto di vista del libro è quello dell’elica: il quarto libro, quello dei delitti, è il punto di incontro di tutti gli altri; alla luce di questa mattanza dobbiamo intendere il destino dei personaggi.
Il tema, dunque, è la morte. o meglio: il tema è il vasto tempo, le inenarrabili storie personali, viste dalla soglia della morte

Che posto avrà questo romanzo nella narrativa ispanoamericana ? Il critico Alvaro Bisama contrappone Macondo, mito dell’origine a Santa Teresa, mito della fine. Senza contraddirlo, io arrischierei una lettura un po’ meno apocalittica; invero, il mondo di Bolaño, anche se marcia verso la distruzione, è incomparabilmente più ricco di quello di García Márquez. Macondo non è solo il mito dell’origine ma anche della totalità. Il suo autore prende il povero popolo latinoamericano e, da semplice attimo delal storia, lo converte in senso, in morfologia storica: di fango e canne fummo all’inizio, di fango e canne siamo quando l’ultimo Buendia se lo mangiano le formiche; la nostra verità e’ essa stessa di fango e canne… Bolaño rifiuta questa totalità. Santa Teresa non è una forma del destino; è una fine che si rende intellegibile a una pluralità infinita di destini, e il suo campo d’azione comprende tutto il pianeta. Se I detective selvaggi link interno aveva un principio ma non un finale, 2666 ha un finale ma non un principio.
Gonzalo Garcés – El mito del final link esterno ]

Ma se l’immagine mitica del sogno latinoamericano proposta da Garcia Márquez si è fissata sulla nostra retina di lettori sovrapponendosi spesso alla visione e alla percezione della realtà di quel continente, la lettura di 2666 di Roberto Bolaño equivale a un intervento di rimozione della cataratta.
[ Raul schenardi link interno]

2666 vol 1

García Márquez, nelle numerose storie che compongono il suo grande romanzo [ cent’anni di solitudine link esterno ], una specie di mito della realtà latinoamericana: la conseguenza e’ stata di vedere le città latinoamericane come popolate dalla magia, come se ci fosse qualcosa di Macondo in ognuna di esse. Il realismo magico, si è convertito, soprattutto agli occhi dei paesi del “primo mondo” nel modo di essere dei paesi latinoamericani, nella loro realtà. Al contrario credo che Bolaño si allontana completamente da qualsiasi interpretazione mitica della realtà: ad un certo punto del romanzo leggiamo ” la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono tra loro in mostruositàla “ [p.553 parte 5] . Sebbene la violenza è uno dei motori generatori della sua storia, , come nel caso di García Márquez, in 2666 essa è profondamente connessa con la realtà. la violenza di 2666 è, purtroppo violenza reale. E Bolaño si fa carico, soprattutto ne “La parte dei delitti”, affinchè questo fatto non passi inosservato. Non è possibile creare una finzione, costruire un’interpretazione mitica di un fatto tanto orribile come quello delle povere ragazza assassinate di Ciudad Juarezlink interno. Se Macondo è il mito dell’origine di Latinoamerica, Santa Teresa è l’illustrazione di come qualsiasi interpretazione mitica (del principio o della fine), risulta risibile, inutile, assurda: nei termini di Bolaño mostruosa

Si può dire dunque, che i due assi attorno cui gira vertiginosamente questo “buco nero” sono la letteratura (incarnata nella vita e nell’opera dello scrittore tedesco benno Von Arcimboldi) e la violenza (presente non solo nelel vignette che descrivono i crimin idella città, ma anche nella visione apocalittica della Germania dopo la seconda guerra mondiale). Così Bolaño costruisce una storia della violenza e della distruzione, connettendo ambo i lati dell’atlantico. In 2666 si presenta nello stesso tempo una visione critica rigaurdo alla civilizzazione europea in decadenza e una riflessione sull’irrazionalità e isatituzionalizzazione della violenza

Santa teresa è una città limite. Una città que sta nella frontiera tra messico (e, per estensione, Latinoamerica) e stati Uniti. Una città al limite tra la realktà e la finzione. Tra la letteratura e la vita. E’ la città di Cesárea Tinajero (poeta messicana degl ianni trenta, intorno alla quale girano le storie e i personaggi de “I detective Selvaggi”) e il rifugio di Benno von Arcimboldi…E’ lo spazio della cospirazione: dell’impunità, delle classi al potere , della corruzione e dell’impero del denaro.
[Ángeles Donoso violencia y literatura en las fronteras de la realidad latinoamericana link esterno ]

“Ancora una volta Bolaño è eccezionale: nessun altro scrittore latinoamericano (e forse solo Corman McCarthy tra i nordamericani ) ha compreso la densità simbolicadella frontiera come lui…
…Artaud credette che il Messico era il polmone mistico del pianeta, Bolaño crede che nella caverna del femminicidio messicano si nasconde lo spaventoso segreto del mondo. Appogiandosi nel precedente etico di “Ossa nel deserto” (2002) di Sergio González Rodríguez, Bolaño dedica “La parte dei delitti” a una monomaniaca decodificazione dei crimini di Santa Teresa. Io non credevo che fosse possibile fare letteratura da tanto orrore e, nel farlo, conservare nello stesso tempo l’onore delle vittime e l’onore della letteratura, affrontando uno dei problemi morali meno praticabili della creazione artistica.
…”la parte dei delitti” [è] qualcosa di più di un apocalittico romanzo giallo: un ritratto brutale del Messico, che smette di essere questo giardino perduto di Paul Valéry dove Bolaño osserva perduti gli scrittori chilangos, per convertirsi in Santa Teresa / Ciudad Juarezlink interno, nell’ultima frontiera d di molto mondi, come se in quel punto cieco giungessero a termine la società industriale, la religione dei cristiani, l’illuminismo e la sua aura, e un lungo e abusivo etcetera, che a malapena illustra la forza escatologica di Bolaño, scrittore a volte difficile da leggere, perchè non comune trovare in un solo libro, insieme, la letteratura e la verità come sognò Goethe……
Tutta la poesia in qualcuna delle sue multiple discipline, dice Bolaño in 2666, era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo
“Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, dice Bolaño in 2666, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”. [p.530 parte 5]
[Christopher Domínguez Michael – La literatura y el mal link esterno , 04/2005 ]

2666 vol 1

…E, certamente, è infernale il mondo che descrive ne “la parte dei delitti”, “la nausea e la rabbia” che sente Harry Magaña, lo sceriffo di Huntville che segue le orme di donne statunitensi scomparse, quando vede, in una casona oscura, che qualcuno alza un pacco dal letto, avvolto in un tel odi plastica. Nausea e rabbia davanti alla violenza, l’omicidio, l’impunità, la complicità di poliziotti e giudici, nausea e rabbia davanti al disegno di uccidere, “infame interpretación de la libertad y de nuestros deseos”. M non si tratta solamente di una denuncia morale, sociale o politica. E’ un passo in più – e tanto certo quanto apapssionante – nell’investigazione della violenza come la cifra inscritta nell’identità latinoamericana, dal Cile al messico, da El salvador fino all’Argentina, che in questo libro, raggiunge, per di più, risonanze universali… …tanta somma di orrori, uno dietro l’altro; tanti corpi violati, mutilati, torturati, assassinati, tanta angoscia, tanto dolore, questa senzazione terribiel che sperimenatrono la madre delle scomparse e le sue vicine, “cosa significa stare in purgatorio, una lunga attesa inerme, un’attesa la cui spina dorsale era l’abbandono, qualcosa di molto latinoamericano d’altro canto, una sensazione familiare, una cosa che se uno ci pensava bene sperimentava tutti i giorni, ma senza l’angoscia, senza l’ombra della morte che sorvolava il quartiere come uno stormo di avvoltoi rendendo tutto più denso, sconvolgendo ogni routine, mettendo ogni cosa a rovescio” [p.230 parte 4]
[Rodrigo Pinto – Bolaño revisitado link esterno ]

…nel suo ultimo romanzo, Bolaño decide di accompagnare i suoi personaggi per i cimiteri di 2666…
..dettaglia uno per uno le centinaia di omicidi di donne giovani di Ciudad Juárez perchè nel raccontare ciascun omicidio possiamo ricordarli tutti; non solo le violenze che quotidianamente subiscono le donne di tutto il mondo, anche i milioni di tedeschi, rumeni, russi e polacchi morti nel fronte orientale della seconda guerra mondiale, come anche quelli del fronte occidentale, e gli ebreiu polacchi e tedeschi e russi nei campi di styerminio; e i latinoamericani che non riuscirono a cheidere asilo e fuggire in esilio ad ogni colpo di stato; e i negri dei ghetti statunitensi tutti i giorni; e gli schizofrenici nei manicomi; e gli alberi dei boschi; e gli alberi delle città…
[Carlos Labbé – Un mal sin nombre es un numero link esterno ]

Con o senza carte in regola, espilicitamente o immaginariamente, le centinaia di personaggi di questo romanzo si dirigono all’inferno, un inferno che qui prende la forma di Santa Teresa – la Comalalink interno o lo Spoon River link esterno di Bolaño -, una città messicana nella frontiera con gli Stati Uniti dove non c’e’ riposo, ma in compesno, abbondano i cadaveri; cadaveri di donne giovani, violentate per i due condotti – anche se un esperto assicura che è possibile violentare una donna fino a sette condotti – e dopo abbandonate nella discarica “El chile” o in in qualcuno dei numerosi angoli incolti della città
[Alejandro Zambra – Bienvenidos al infierno link esterno , 11/2004 ]

( © traduzione di Carmelo P. )

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6 gennaio 2010 at 3:55 pm

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2 6 6 6 – il titolo

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Lavorando contro il tempo riuscì a terminare, soffrendo duramente, il suo ultimo e voluminoso romanzo, il cui titolo alludeva ( dubito che casualmente) un futuro irraggiungibile: 2666. [Andrés Neuman]

(…) In più di una intervista, Roberto Bolano ha detto che il titolo “2666” meritava una estenuante spiegazione, una spiegazione probabilmente così lunga, che alla fine non diede mai. Comunque, sembra che il titolo alluda a una data, o a un centro ovviamente impossibile da localizzare, o una essenza o un buco, che in ogni caso sono la stessa cosa. Nella nota editoriale che chiude il volume, Ignacio Echevarría osserva che in un altro romanzo di Bolano “Amuleto”, si menziona un cimitero del 2666,
[Alejandro Zambra – “2666”, la indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño link esterno ]

“E li seguii: li vidi camminare con passo leggero per Bucareli fino a Reforma e poi li vidi attraversare Reforma senza aspettare il semaforo verde, entrambi coi capelli lunghi e scompigliati perchè a quell’ora su Reforma tira tutto il vento notturno che è avanzato alla sera, l’ avenida Reforma si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città, e poi iniziammo a camminare per l’ avenida Guerrero, loro un po’ più lentamente di prima, io un po’ più in fretta di prima, la Guerrero a quell’ora somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”
[ Amuleto p.71 ]

Ma anche ne I detective selvaggi si fà un riferimento a quella data:

… E Cesarea disse qualcosa sui tempi che si avvicinavano, anche se la maestra supponeva che Cesarea si fosse preoccupata di disegnare quella piantina senza senso unicamente a causa della solitudine in cui viveva Pero’ Cesarea parlò dei tempi che sarebbero venuti e la maestra, per cambiare argomento, le chiese che tempi fossero quelli e quando. E Cesarea specificò una data:: verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..
[ I detective selvaggi ]

Non si può non omettere la relazione del titolo “2666” con i versi dell’Apocalisse

Qui sta la sapienza.
Chi ha intendimento conti il numero della bestia,
poiché è numero d’uomo;
e il suo numero è seicentosessantasei.
[ Apocalisse 13.18 ]

I personaggi poeti-scrittori (Cesarea Tinajero de I detective selvaggi o Benno Von Arcimbolsi di 2666) finiscono nel deserto del Sonora e lì svaniscono, inghiottiti dall’abisso, nella città dei morti, nella città cimitero, Santa Teresa, metafora del male inesplicabile, che si riproduce all’infinito, come i grani di un rosario senza fine, di fronte all’indifferenza dei potenti e all’impotenza di chi invano vi si oppone e invano cerca un “movente”. Il male che lì si manifesta con tutta la sua ferocia, resta un mistero e nessun logica, ne’ quella deduttiva degli intellettuali, ne quella indiziaria dei detective riesce a risolvere l’enigma restituendo “di senso la realtà brutale dei fatti, trasformando in indizi le cose, correlando le informazioni che isolate sono prive di valore, stabilendo serie e ordini di significato” nota. Il motore che governa Santa Teresa è la “razionalità extra-territoriale” del profitto, la “delocalizzazzione” delle “maquilladoras” che produce “zone franche” sottratte al controllo “democratico” dove vengono azzerati i diritti civili e le relazioni umane. E’ la stessa razionalità che avvelena la terra, l’aria e le acque e i corpi, massacrati dal lavoro a 50 centesimi di dollaro l’ora e dalla droga

Santa Teresa di cui Ciudad Juarez rappresenta l’anticipazione di uno scenario futuro, “citta che un tempo si chiamava Paso del norte – come se fosse il passo obbligato per il progresso e lo sviluppo – “ convertita “in un cimitero con il volto del carnevale… una terra che cancella il passaggio delle persone, che rifiuta la memoria” , una terra “misura di pre-brownies, pre-migranti, pre-clandestini, latin people potenziali, sempre proiettati verso “l’altra parte”. La geografia che li divora accetta, quale orizzonte ultimo, il senso di sradicamento e l’abbandono della memoria collettiva di una terra che li ha espulsi. Indicando un percorso in cerca di una nuova identità nomade che lascia indietro l’ambiente nativo, la famiglia, gli amici per sostituirli con un nuovo universo scintillante di tecnologia e produttivita’ di merci e cinismo urbano, prigioniero dello sfruttamento, della sopravvivenza e , qualche volte, della speranza.

2666 rappresenta il male e il suo enigma:

All’improvviso qualcuno, non so chi, si mise a parlare del male, del crimine che ci aveva coperti con la sua enorme ala nera….Allora gl idissi quel che m igirava e rigirava in testa. Belano, gli dissi, il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come lei vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo combatterlo, è difficile sconfiggerlo ma c’e’ una possibilità, più o meno come tra pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fottuti. Che Dio, se esiste, ce la mandi buona. E in questo si riassume tutto.
[ I detective selvaggi p.529]

Sul mistero del titolo del romanzo, c’e’ un’altra ipotesi suggestiva. Dario Voltolini riferisce in una recente intervista link interno

ascolta intervista (Archivio Bolaño) di Voltolini su Roberto Bolaño

che, durante la presentazione del suo ultimo libro, Sergio González Rodríguez link interno
avrebbe affermato che Bolaño gli avrebbe confidato che fosse sua intenzione scrivere una “quinta parte” del romanzo, ambientata nel futuro cioè nel 2666. Non ci sono riscontri di tale affermazione che rischia di alimentare le leggende sorte dopo la morte dello scrittore; di certo contribuisce all’operazione di marketing di Andrew Wylie link interno
, “amministratore dei diritti dell’opera dello scrittore cileno, ha comunicato l’esistenza del “Terzo Reich”, romanzo occulto e inedito di Bolaño di cui il suo editore spagnolo, Jorge Herralde, non aveva mai avuto notizie.”

Come ricorda Zambra, Nella nota introduttiva all’edizione spagnola, “Echeverría si riferisce anche al presunto carattere incompiuto di “2666”; si presume che Bolano non riuscì a terminarla. ma è praticamente impossibile discernere con sicurezza quali aspetti del ramanzo restarono inconclusi. Ci sono, naturalmente, alcune storie che sarebbe stato possibile continuare (le cronache degli assassini, senza andare molto lontano, sono cento e rotti, pero potrebbero essere duecento o quattrocento), ma la verità è che secondo la logica interna della narrazione non c’e’ motivo perche’ debbano essere concluse. Echevarría avverte giustamente che se i “detective selvaggi” fosse stato pubblicato postumo, si sarebbe potuto leggere anche come inconcluso”
[Alejandro Zambra – “2666”, La indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño link esterno ]

( © traduzione di Carmelo P. )


NOTE:


testo di jacques Lacan


Sergio Gonzalez Rodriguez – Ossa nel deserto



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6 gennaio 2010 at 1:46 pm

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2 6 6 6 – il libro

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Le cinque grandi narrazioni (che a loro volta contengono altre narrazioni di personaggi micro e macrocosmi che all’improvviso scompaiono per poi a volte riaffiorare in altre “parti”) così vengono descritte dal critico Víctor Barrera Enderle: nota

La parte dei critici:

è la biografia di una misurata e moderna passione letteraria. Quattro critici letterari di fine secolo, uno francese (Jean Claude Pelletier), l’altro spagnolo
(Manuel Espinoza), l’altro ancora italiano (Piero Morini) e una crítica inglese ( Liz Norton), condividono un’ossessione: il misterioso scrittore tedesco Benno von Arcimboldi. Poco si sa di questo autore, salvo la sua nazionalità, la sua data di nascita (1920), e una certezza: la sua prosa è la più significativa della narrativa tedesca del dopoguerra (questo spazio fantasmatico, forgiato tra le macerie della follia nazista e una ferrea volontà di oblio). Il quartetto, cimentato, per di piu’ da un triangolo amoroso e dalla presenza misteriosa di Morini, è la evrsione metropolitana dei detective selvaggi del romanzo omonimo di Bolano, però senza il “selvaggio”: a differenza di Ulisses Lima e arturo Belano, che cercano visceralmente la loro scrittrice, Cesárea Tinajero (una Arcimboldi latinoamericana),
senza distinguere in modo razionale la differenza tra realtà e letteratura, i quattro critici europei si destreggiano all’interno della dinamica delle accademie del primo mondo: congressi specializzati, dipartimenti di letteratura tedesca, viaggi di investigazione e una ricerca senza esito: desiderano incontrare Arcimboldi e collocarlo nel piedistallo che merita. Una pista sospetta li porta a Santa Teresa, neld eserto del Sonora (luogo, dove muovono i loro passi “i detective selvaggi” alla ricerca di Tinajero), nel Nord del Messico: immaginaria città di frontiera e industriale, luogo di un’orrenda serie di assassinii di donne: Trasmutazione letteraria di Ciudad Juárez link interno, Chihuahua (in realtà Bolaño ha sopstato questa città di alcuni chilometri verso Ovest, interrandola ancor di pià nell deserto e la desolazione

La parte di Amalfitano

Ma, che ci fa uno scrittore come Arcimboldi – ormai anziano – in un luogo come quello? Le ricerche dei critici li mettono in contatto con amalfitano, un ex esiliato cileno, ora professore nell’università di Santa Teresa. Amalfitano aveva tradotto Arcimboldi durante il suo esislio in Argentina. Dei singolari percorsi della sua vita, della relazione con il mondo e con sua figlai Rosa tratta la seconda parte. Una grande parte del disincanto dell’intellettualità latinoamericana della seconda metà del secolo XX (quella che ha subito colpi di stato, tortura, esilio, annichilimento degli ideali e tant ialtri eventi dolorosi etc.) si riflette nell’inappetenza del professore cileno.

La parte di Fate

E’ un impressionante narrazione dei margini, delle disgrazie e miserie che uniscono e dividono la fronteira Messico-Nordamericana. E’ incentrato su Oscar fate, un giornalista nero di New York, specializzato in faccende politiche concerneti la comunità afroamericana, che, per cuase di forza maggiore, si trobva nelal necessità di dover coprire la cronaca di un incontro di boxe a Santa Teresa: tanto Fate coem i critici metropolitani e amalfitano si scontrano all’improvviso con la realtà: la catena di morti; le ragazze che muoiono instancabilmente di fronte all’indifferenza delle istituzioni e della gente. Il viaggio li cambia, li scuotee li disillusiona nel peggior significato che questa parola può avere: è il colpo di grazia all’epoca attuale, il suo segno ed emblema.

La parte dei delitti

E’ un insolita e sorprendente forma di esercizio letterario. La creazione rivela la sua fase occulta, la sua pulsione di morte. Già Bolaño aveva dato un incredibile anticipazione di questa prospettiva narrativa nel suo saggio breve “Letteratura + malattia = malattia” (“Literatura + enfermedad = enfermedad”). Qui un interminabile sfilata di donen anonime recupera la sua identità (vera o falsa, poco importa) e torna a morire, però questa volta in modo personale (coem avrebbero voluto Rilke y Villaurrutia, poeti nostalgici della relazione pre-moderna tra il mondo e gli uomini): la morte è la più straordinaria forza vitale e per ciò stesso, è insopportabile. Però è anche la sfilata del medesimo assassinio: la donna, esclusa dalla società, senza diritti lavorativi, senza identità sociale, è morta una e una volta ancora. Loro sono le morte della globalizzazione, quelle che segnano la liena di demarcazione tra il primo e il terzo mondo. Il colpevole? La corruzione ?, la disiguaglainza?. il maschilismo? l’emarginazione?, la xenofobia? Ciò che rimane: un immenso abisso, una forza sinistra che sembra muovere la storia dell’umanità. Dietro le morte di Santa Teresa sembrano nascondersi i misteri più oscuri del mondo: le infinite morti accadute ai margini della storia: i massacri delel conquiste, le mattanze di schiavi, gli olocausti. Davanti a quei morti la logica razionale si perde, si confonde e, nel frattempo, l’abisso continua a crescere.

La parte di Arcimboldi

La quinta parte si riferisce ad Arcimboldi e, per molti versi, è la storia che tanto affannosamente cercano di ricostruire i critici metropolitani. È il racconto della sua morte come tedesco tra le due guerre e della sua resurrezione come scrittore fantasma in un mondo in rovina. È anche la parte che finisce per ricongiungere (apertamente, sia chiaro) le altre parti tra loro. La biografia di un oscrittore che si incammina verso l’abisso.

( © traduzione di Carmelo P. )


NOTE:


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Written by azulines

6 gennaio 2010 at 12:16 pm

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