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La ribellione come metafora del conflitto di Manuela Bernardi

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La ribellione come metafora del conflitto: il caso di Ernst Jünger

di Manuela Bernardi

(fonte: Metabasis;    link del sito che ospita questo articolo )

Ernst Jünger nel 1951 – quindi pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale – scrive un’opera destinata a grande successo, soprattutto tra i giovani, intitolata: Der Waldgang, che in italiano sarà tradotto con il titolo, impreciso ma significativo, di Trattato del Ribelle (1).

Lo scritto si contestualizza in un’Europa drammaticamente divisa tra opposti estremismi ideologici e tragicamente distrutta da una tempesta bellica senza pari. In tale tempesta erano naufragate le speranze – di cui Jünger era stato, a qualche titolo, partecipe – di poter inaugurare, a partire dalla Germania, un modello nuovo di civiltà, in grado di contemperare le istanze della società di massa e le non meno imprescindibili esigenze individuali. L’ideologia del Volk e del “socialismo prussiano” che – come proposta di una terza via tr a capitalismo e socialismo – era stato il collante dei sogni generazionali dei giovani combattenti e di molti cittadini della repubblica weimariana si erano così infranti nel totalitarismo nazionalsocialista, mentre la cupa figura del Forestaro (il protagonista del racconto jüngeriano Sulle scogliere di marmo, che rimanda a Hitler o a qualche altro gerarca nazionalsocialista) sembra prendere il sopravvento sull’ideale del mondo e dell’uomo nuovo che si voleva prefigurare. La violenza, la crudeltà e l’insensatezza sembrano dominare in un mondo – quello nazionalsocialista – che voleva porsi come alternativo al vecchio ed invece si rivela come il regressivo ritorno ad un passato da lungo tempo dimenticato: un passato ancestrale che appare in tutto il suo retaggio di dolore e di sangue (2).

Il regime nazionalsocialista ben presto trasformerà la Germania in quello che Jüng er definirà un moderno “scannatoio”, facendo di quell’eserci! to del l avoro di cui si era augurato l’avvento un “cupo” esercito di schiavi. La rivolta contro il mondo borghese, auspicata da Jünger e dall’intellettualità della Rivoluzione Conservatrice, si era convertita nel trionfo di una piccola borghesia rancorosa, desiderosa di sfogare le proprie frustrazioni e le proprie insicurezze. All’originaria disponibilità di Junger verso il Nazionalsocialismo era subentrato, quindi, un profondo e radicale disgusto.

Egli, comunque, cercò di rispondere a quanto si svolgeva sotto i suoi occhi, e che rappresentava un vero e proprio tradimento dello spirito e degli ideali post bellici (della prima Guerra Mondiale), con il racconto Sulle scogliere di marmo. In questo scritto – pubblicato nel 1939 – Jünger, nel denunciare con chiarezza visionaria, la tirannide, metteva in luce come il suo esito sarebbe stato l’immane orrore delle camere di tortura: la negazione più profonda di quell’eroico valore che aveva contraddis tinto il combattente e che avrebbe dovuto contraddistinguere l’Operaio. “Tali sono i sotterranei” scrive riferendosi a ciò che il protagonista scorge nel bosco “su cui si adergono gli orgogliosi castelli della tirannide e attorno ai quali aleggiano i profumi delle orge: caverne esalatrici di miasmi della più orrenda specie, ove una marmaglia, dannata per tutta l’eternità, atrocemente si diletta di profanare la umana dignità e la libertà umana” (3).

A fronte di queste immagini spaventose, l’eroe della prima Guerra Mondiale chiama a raccolta tutti i cuori nobili in nome di una resistenza che avrebbe dovuto essere una resistenza interiore, una resistenza dello spirito. “Solo i più nobili fra noi” scrive “penetrano sino nelle sedi dell’orrore. Essi sanno che queste orrende immagini hanno vita solo nei nostri cuori, e così procedono come attraverso illusori miraggi oltre di esse, verso la porta trionfale. L’animo nobile viene meravi! gliosame nte esaltato nella sua realtà concreta pur dalle larve” (4).

Fedele a questo modello, Jünger manterrà un costante, aristocratico distacco nei confronti del regime che lo accompagnerà per tutto il tempo che, da richiamato, trascorrerà sia sul teatro bellico che a Parigi, come attestano i suoi Diari.

Nei Diari, esprime, con pacata durezza, le sue riflessioni che sono particolarmente rivolte al presente e agli uomini che vede coinvolti in un destino esclusivamente “zoologico”: “L’uomo va estraendo un nuovo ordine zoologico; il vero e proprio pericolo è di restarvi coinvolti” (5).

Quest’ordine zoologico non è altro che la cifra del male che si diffonde nella società e che bisogna contrastare con l’unica forza possibile: quella dello spirito, l’unica via percorribile in un avamposto che si apre sul nulla: “Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia” (6).

Quello che Jünger, infatti, teme è che ciò cui assiste non sia solo l’esempio di un potere crudele e onnipervasivo, ma l’avamposto dello standard di una società di massa pronta a signoreggiare sugli uomini, imponendo loro leggi inumane e crudeli. È il senso della meditazione sulla tremenda guerra che vive e alla quale dedica quella profonda riflessione che è lo scritto La pace del 1941.

In esso, dopo un’acuta disanima delle distruzioni, delle violenze e della morte prospetta un futuro che, se sarà caratterizzato da strutture globali ed imperiali avrà, comunque, davanti a sé l’incognita e l’ipoteca del nichilismo: “Così già oggi al mondo ideale del nichilismo appar tengono i sogni di sterminio di interi paesi e intere popola! zioni” < A href=”http://www.metabasis.it/recensioni/recensioneBernardi.htm#7″>(7).

A tale affermazione fa da ideale contraltare l’osservazione del Diario in cui – sono gli ultimi mesi di guerra – afferma: “Spaventoso è questo sprofondarsi in spazi sempre più privi di luce, questo allontanarsi meteorico dalla sfera della salvezza. Ininterrottamente da queste voragini deve scaturire distruzioni, sprigionarsi fuoco” (8).

Al divenire che si prospetta non ci può essere altro rimedio (o altra speranza) che quella di uomini che, singolarmente, si ritrovino gli uni accanto agli altri, accomunati da un unico sentire e pronti ad un combattimento che non è destinato a spegnersi con i bagliori della guerra. È il forte richiamo ad un archetipo eroico: “In questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri” (9).

2. IL DOMINIO DELLA TECNICA.

In tale contesto un ruolo particolare è rivestito dalla tecnologia che già nella prima Guerra Mondiale era stata la protagonista incontrastata. Infatti, indipendentemente dall’enorme numero d’uomini implicato nel conflitto, le sorti belliche si erano decise, esclusivamente, in funzione della tecnologia utilizzata. Passata in secondo piano la figura del combattente – che pure aveva avuto un grande rilievo – centrale era stato l’utilizzo d’armi di distruzione sempre più sofisticate e moderne. Esse, in un certo qual modo, hanno tentato di sostituirsi all’uomo, iniziando un processo destinato a continuare, seppur trasposto nella vita civile, nell’immediato dopoguerra. La seconda Guerra Mondiale porta, insomma, alle estreme conseguenze la Mobilitazione Totale, facendone il presupposto stesso della società che avrebbe dovuto sorgere dalle ceneri del Nazionalsocialismo e dagli orrori della guerra. La tecnica, nella sua marcia trionfale, inaugura una socie tà globalizzata ed impersonale in cui l’uomo – apparentemente libero – è dominato e schiacciato dalle stesse istituzioni che lo rappresentano: anch’esse neutrali ed impersonali come la tecnica. La neutralità e l’impersonalità diventano la caratteristica di un uomo sempre più ridotto ad essere un semplice e anonimo esecutore. “Coniata nella forma delle tecnica e del lavoro” così commenta Luisa Bonesio le posizioni jüngeriane “L’umanità diventa una serialità indifferenziata, intercambiabile, sempre più assimilabile a quella materia del mondo che viene manipolata e depredata senza limitazioni. È qui che si aprono le porte alla caduta di ogni residua remora d’ordine spirituale o etico di fronte a quella che si mostra come l’onnipotenza conseguita dall’agire tecnico: nell’indiscutibilità della tecnica e del modello scientifico che la rende possibile, la volontà di potenza dell’homo democraticus decreta la fine di ogni libertà e di ogni bellezza” (10).

Jünger dà voce a questa convinzione con il Trattato del Ribelle che segna un passaggio epocale. Segna la fine della speranza che, nella figura archetipico-eroica dell’Operaio, si potesse plasmare un nuovo dominio. Ma segna anche la convinzione che il lavoro – nella sua espressione tecnologica – mostri, ancora una volta (11), nella guerra da poco conclusasi, il suo aspetto terrificante. Le immani capacità tecnologiche mobilitate dal “lavoro bellico” hanno rivelato la loro priorità sull’uomo e nel contempo la loro autoreferenzialità che, anzi, trovano nella pace un terreno di coltura altrettanto fertile di quello bellico. È la dimostrazione che la tecnica è la vera potenza vincitrice della guerra: la potenza che ha domato ed asservito tutti i belligeranti, indipendentemente dagli schieramenti e dai fronti.

Quello che Jünger osserva nel secondo dopoguerra è, dunque, un mondo che – indipendentemente dalle divisioni politiche e ideologiche – si è trasformato in un immenso cantiere dove quel titanismo, da lui identificato nelle forze del lavoro, è diventato il cieco“servo della lampada” che, in nome della scienza e del progresso, spiana ogni differenza, ogni specificità culturale, religiosa e sociale omologando tutto in base a standard tecnici prefissati.

Dall’osservatorio privilegiato della Germania, Jünger può osservare come la tecnica vittoriosa s’impadronisca di ogni settore dell’esistenza, estendendo la sua pertinenza persino alla natura che viene stravolta nel suo intimo, nella sue stesse configurazioni territoriali. “Lo Stato mondiale” afferma Jünger, rispondendo ad una domanda di un intervistatore “è il punto verso il quale tende l’organizzazione politica dell’umanità: Esso sancirà sul piano politico la globalizzazione già avviata dalla tecnica e dall’economia planetaria. Anche senza elimin are gli Stati nazionali, lo Stato mondiale ne assorbirà il p! otere pr incipale” (12).

Sulla spinta di questa forza straordinaria, sempre più universalistica e globalizzante, prende forma una cultura che spezza definitivamente l’antico rapporto che legava l’uomo, la terra ed il cosmo (13), sostituendovi l’astrazione, il calcolo, lo schematismo geometrico. È quella cultura pericolosamente “debole” (14) che, in nome della ragione, tende a separare l’uomo dalla sua vita interiore, abbandonandolo a se stesso senza alcun punto di riferimento cui ricorrere. “Non ci sono più déi ” scriverà un decennio più tardi Carl Gustav Jung ” cui si possa ricorrere per invocare aiuto. Le grandi religioni del mondo soffrono di una crescente anemia: le soccorrevoli divinità hanno pe r sempre abbandonato i boschi, i fiumi, le montagne, gli animali e gli uomini-dei sono scomparsi nel profondo dell’inconscio. Poi inganniamo noi stessi tentando di persuaderci che colà essi conducono un’esistenza ignominiosa fra le reliquie del nostro passato. La nostra vita presente è dominata dalla dea Ragione che costituisce la nostra maggiore e più tragica illusione. Con l’aiuto della ragione – così tentiamo di rassicurarci – abbiamo “conquistato” la natura” (15).

L’asservimento della terra e della natura, considerata un semplice “oggetto d’uso”, coincide pienamente con l’asservimento dell’uomo, anche se questi tende a dimenticarlo. L’uomo a cui Jünger si riferisce è sicuramente rappresentato dall’uomo-massa – l’erede del borghese, il portato storico della modernità – che vive una pericolosa scissione nella sua personalità. Per un aspetto, infatti, l’uomo-massa vive la dimensione del conscio, ossia della razionalità, che trov! a la sua più alta espressione proprio nella tecnica e nella vita sociale. Per un altro aspetto, vive una vita inconscia – fatta d’emotività, passionalità, istinto, unione con la natura vivente – che, però, è decisamente rifiutata, rimossa e considerata regressiva: sicuramente comunque sepolta nel regno subliminale del profondo (16).

Ne consegue una frattura difficilmente sanabile nella civiltà e nell’uomo occidentale che ha rifiutato – considerandolo primitivo – l’approccio simbolico all’esistere, mentre invece, come nota Neumann, tale approccio “rappresenta un ponte fra la coscienza, che lotta per emanciparsi e sistematizzarsi, e l’inconscio collettivo con i suoi contenuti traspersonali” (17). Il che, se produce una separazione dall’istinto, causa parallelamente un eccessivo sviluppo del le capacità intellettive che, slegate dall’immediatezza naturale, si pensano come l’unica realtà possibile e, nel nome di questa supposta realtà, vogliono asservire il mondo intero. Ma l’asservimento dell’uomo-massa – che rifiuta una parte fondamentale di se stesso e la forza vivente della natura – produce un processo di disumanizzazione che non è più controllabile da nessuno. “Tanto più si è sviluppata la conoscenza scientifica ” sono ancora parole di Jung “tanto più il mondo si è disumanizzato. L’uomo si sente isolato nel cosmo poiché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua “identità inconscia” emotiva con i fenomeni naturali. Questi a loro volta hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche” (18).

Come si può dedurre ciò che si dispiega è quel regno della tecnica – portato estremo della razionalità – in cui Jünger pensava di poter trovare, invece, il nuovo collante di una nuova, ampia e profonda unità tra uomo! e natur a. In realtà, proprio la tecnologia, con il suo dominio scientifico e le sue enormi capacità, è alla base di quella latente infelicità che consegna l’uomo occidentale all’ansia, alla crisi e alla depressione. Nota Jünger: “Ovunque l’Occidente penetri con i suoi metodi e strumenti, affluiscono sì energie, ma scompare la felicità. Gli uomini diventano più potenti e più ricchi, ma non più felici” (19).

Il tema del terrore e dell’angoscia che affliggono l’umanità è particolarmente presente in Jünger che lo denuncia nel Trattato del Ribelle come uno dei flagelli del futuro, in quanto l’uomo stritolato dal meccanismo tecnico-scientifico si sente una sorta di formica dominata e schiacciata, incapace persino di interrogarsi su ciò che vive, assodato che il progresso tecnologico è, come nota Jolanda Jacobi: “ampiamente superiore alla capacità psichica di comprension e” (20).

L’uomo-massa, infatti, oltre ad essere completamente estraniato dalla natura e dal senso della sacralità che da essa proviene, immagina ciecamente di servirsi della tecnica per riaffermare un suo dominio su tutto quanto il vivente, anche a costo della distruzione totale. “L’idea che la fine del mondo sia nelle mani dell’uomo e dipenda dalle sue decisioni è qualcosa di nuovo” (21). È ciò che Jünger considera il moderno titanismo che assedia da vicino l’essere umano con la sua capacità di fornire una spiegazione logica e completa del mondo che razionalizza ogni dimensione della vita e rende l’uomo sempre più dipendente dalle innovazioni della tecnologia.

3. IL SIMBOLO DEL TITANIC E IL NICHILISMO.

L’immagine simbolica – evocata da Junger nel Trattato del Ribelle – che esprime questo stato di cose è quella del transatlantico Titanic, gioiello della tecnica e del progresso, che trascina nella sua corsa verso il nulla i passeggeri ignari del loro destino sino a quando non sono, drammaticamente, costretti a prendere atto della realtà che incombe e della loro prossima morte. Il Titanic – ed è curiosa l’assonanza linguistica tra Titanic e titanismo – possiede una valenza simbolica di straordinaria rilevanza e come tale è stato considerato nell’inconscio collettivo della sua epoca. Esso rappresenta una delle massime conquiste della tecnica: una conquista, però, psicologicamente conturbante che riduce innavertitamente le capacità reattive individuali. Ma come il Leviatano – mostro marino che può offrire una simbolica parentela con il Titanic (22) – improvvisamente può rivelarsi per ciò che è: una moltiplica del caos nichilistico. L’immagine del transatlantico, infatti, mostra come l’uomo, le cui facoltà critiche sono ormai stravolte, non si renda conto che la parte più pericolosa dell’iceberg è proprio quella che egli non vede e che rappresenta le forze elementari soffocate dalla ragione. Sono quelle forze presenti ed operanti nel profondo che l’uomo, dopo essersi consegnato mani e piedi alla signoria della tecnica, oramai non è più in grado di controllare. “Le catastrofi” scrive Jünger “provano fino a quale profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario. È importante che almeno un fascio di radici attinga ancora direttamente a quel terreno – poiché è da questo che dipendono la salute e le prospettive di sopravvivenza anche oltre la civiltà e le sue rassicurazioni” (23). Se l’uom o non riesce ad avere il contatto con questa fonte primigeni! a è ovvi o che, al pari del Titanic, corre il rischio di incontrare gli ostacoli “titanici” e letali. Oppure, per riprendere una più antica metafora, si perde in quel deserto sempre crescente (24), in costante espansione, che è il nichilismo.

Come la metafora della nave, quella del deserto esprime l’incontro e lo scontro con un paesaggio estraneo che può rivelarsi pieno d’insidie e pericoli come il nichilismo, ma che può essere anche il luogo da cui iniziare un cammino di salvezza. Se l’acqua, simbolo del materno, (25) è il regno della rinascita lo è altrettanto il deserto che è l’immagine speculare e ctonia del mare. Il deserto è il luogo dove si può incontrare il demonio, ma anche Dio, come ben sanno i padri della Chiesa. Così Jünger ritiene che – a partire dal “deserto” nichilista – si possa lottare sia contro il nichilismo sia contro il regno della tecnica.. Una lotta condotta con l’ethos dell’antico cavaliere che affronta la sorte in nome del suo destino, espresso dal suo profondo e nativo rapporto con la libertà. In questa lotta egli è il ribelle che si contrappone all’automatismo e al fatalismo, che ne è la conseguenza etica. Il ribelle è, quindi, un archetipo eroico che, dalle profondità dell’inconscio, si attiva in momenti di particolare difficoltà. Il “passaggio al bosco” – metafora della ribellione- necessita, infatti, di qualcosa di diverso dalla legge del Padre che rischia di bloccarlo in un atteggiamento eroico, ma statico-conservativo. Ha bisogno di qualcosa che lo spinga “più in profondità, presso le Madri, al cui contatto si sprigiona l’energia primigenia che le semplici forze del tempo non sono in grado di arginare” (26). La prepotente forza uranica del maschile, d el Padre, deve morire nella discesa nel grembo della t! erra&nbs p; per risalire rigenerata dal contatto con la dimensione primigenia del femminile. Allora soltanto la forza maschile del Padre, congiunta alla forza ctonia della Madre, sarà in grado di dare al Ribelle la forza della complexio oppositorum: la forza che congiunge gli opposti e che è l’unica capace di vincere il nichilismo.

4. IL PASSAGGIO E LA RIBELLIONE.

Passare al bosco equivale a rompere, radicalmente, col presente e comporta la scelta di un nuovo modo di essere e di sapere in opposizione al nichilismo. “Anche solo in vista dell’autoconservazione, l’uomo libero è obbligato a riflettere sul comportamento da tenere in un mondo in cui il nichilismo non solo è dominante ma, quel che è peggio, è diventato la condizione normale” (27). Per altro, al nichilismo è insensato contrapporre le libertà ed i diritti formali, tipici del liberalismo borghese e della società di massa. La libertà esige, infatti, un concreto radicamento in territori che Jünger definisce “vergini” (28). ossia non sottoposti all’azione omologatrice del sistema. Sono quelli in cui l’uomo mette alla prova se stesso nella convinzione di poter lottare in vista di una vi ttoria: “Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone” (29).

In questa natura misteriosa e salvifica si delinea la linea dell’oltrepassamento, la linea della resistenza e dell’attacco. Si delinea soprattutto un avvenimento epocale: passando al bosco, infatti, l’uomo muore simbolicamente e nel contatto con la fonte primordiale dell’essere rinasce a una nuova vita, come il neofita che ritrova se stesso nella sua sostanza indivisibile e indistruttibile. In questo senso è importante sottolineare che il bosco si trova ovunque, sulla nave, nel deserto, come “nei sobborghi di una metropoli” (30).

Questo fa del bosco il rifugio interiore da cui prendere l’avvio per l a riscoperta di sé e per poter rispondere al nichilismo.

! Ma il bo sco è anche il simbolo dell’inconscio collettivo e di quelle energie elementari e trascendenti che il pensiero borghese e tecnologico hanno sempre negato. Coincide con l’accettazione di quella dimensione elementare che il borghese prima, e l’uomo-massa poi, temono perché incontrollabile dai meccanismi conscio-razionali. L’uomo-massa (che del borghese è l’erede diretto) teme, poi, più di ogni altra cosa tutto quanto sa di rischio e di pericolo. Nella forma avventurosa della vita scorge una minaccia alla sua apparente sicurezza, che gli viene dal sentirsi inglobato nella massa. Di tutt’altro avviso è Jünger secondo cui il rischio, la minaccia, il dolore, gli aspetti inquietanti della realtà, la violenza, la lotta, la morte rimandano alla natura stessa di cui sono lo strato primordiale

5. LA MORTE E LA FORZA DEL RIBELLE.

Con il passaggio al bosco, Jünger prende le distanze dall’ uomo-massa, sottomesso e gregario e egli contrappone l’uomo che, scegliendo la via della ribellione entra in contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo e per il cui tramite può ottenere la “consapevolezza del proprio divino potere” (31) e, con esso, la forma più elevata di libertà.

La libertà che il ribelle incontra nel bosco è, dunque, il problema centrale dell’umanità: quello che da sempre è presente nella tradizione mitica (32).

Nella mitologia, costante è, infatti, lo scontro titanico a cui l’uomo è chiamato ed il passaggio al bosco si situa all’interno di questa dialettica che Jünger considera eterna. Eterno è, pertanto, il conflitto tra i Titani e l’uomo, che deve eternamente vincerli pe r sopravvivere come uomo. Nel passaggio al bosco emerge, così, dalle profondità abissali dell’uomo la dimensione intemporale del mito, storia senza tempo che si ripete instancabilmente perché portatrice di valori universali. E seguire la via del bosco significa uscire dal tempo storico per entrare in quello mitico. “Proprio attraverso questo “regressus aduterum” egli si scopre Ur-Mensch, uomo originario, uomo primitivo e primordiale, pre-istorico, ma anche al tempo stesso, post-storico, essendosi spinto oltre il muro del tempo” (33).

La vera storia, in fondo, non è altro che mito e l’uomo, operando quel “salto ontologico” che è il passaggio al bosco afferma in tal modo se stesso e la propria libertà individuale. Non solo, ma può entrare in contatto con lo strato originario ed immobile del divenire storico. Partecipa quindi “alla resistenza contro il temp o, e non soltanto contro questo tempo, bensì contro ogni tem! po, il c ui potere fondamentale è la paura” (34).

Nel passaggio al bosco, vincendo la paura, l’uomo storico e contingente diventa “l’uomo intemporale che […] non è stato creato dal divenire storico né dall’evoluzione, poiché questi ne sono parti e spiegazioni, “illustrazioni” (35). Se il bosco appare – da sempre – come un recesso segreto e misterioso (36) e in grado di proteggere è pure qualcosa di “clandestino” e inquietante. Perciò, se il superamento del dubbio e del dolore – “i due grandi strumenti della riduzione nichilistica” (37) – sono due tappe fondamentali, nel passaggio al bosco l’uomo si confronta con se stesso per vincere la paura. Si tratta, in sostanza, della paura della morte, in quanto è la morte ciò che l’uomo teme prima di tutto ed ogni altro terrore deriva dalla paura dell’annientamento finale. E, infatti, la rimozione della morte – rimozione che connota l’Occidente – unita alla sua secolarizzazione, mostra come ciò che era carattere della vita (l’eterno mutamento) si è trasformato in un pericolo inquietante e inesprimibile. Ma proprio per questo ne è aumentato a dismisura il potere e la pervasività: i numerosi stermini e gli altrettanti numerosi massacri conosciuti dalla modernità (e che non hanno precedenti nella storia dell’uomo) ne sono una evidente testimonianza. Come scrive Claudio Risé: “la tarda modernità è un’epoca di necrofili terrorizzati dalla morte” (38).

A ciò si deve aggiungere il fatto che, nella civiltà tecnologica avanzata, la morte, da un lato, vi ene come un “incidente” e dall’altro diventa banale non esse! ndo più legata a scelte individuali, di gruppo o all’eterno divenire dell’essere. Questa “banalità nel morire” amplifica, naturalmente, l’angoscia del passaggio ontologico rappresentato dalla morte, segnando la lontananza con ciò che avveniva nel passato, come ampiamente testimoniano i miti (39).

Passare al bosco equivale, allora, ad andare verso la morte e, soprattutto, ad attraversarla rafforzando in tal modo la propria sostanza umana e rendendola in grado di combattere efficacemente le sottili seduzioni della tirannia del nulla che si serve della paura della morte per mantenere il proprio dominio. Nell’uomo trasformatosi in ribelle e che ha acquisito una nuova e più alta consapevolezza di sé “alberga una vita eterna […] che nessun potere temporale potrà mai strappargli” (40).

Questo sapere profondo è la chiave della libertà dell’uomo. Passando al bosco e recuperando così un corretto rapporto con la morte, l’uomo si avvicina al fondamento dell’essere, domando il tempo e il nulla.: “Il nulla vuole accertarsi che l’uomo sia in grado di reggere la prova, vuol sondare se in lui vivono elementi che il tempo non potrà distruggere. In questo senso nulla e tempo sono identici” (41). Il ribelle è in grado di farlo in quanto, riscoprendo il significato autentico e sacrale della morte, ha ritrovato in se stesso la propria essenza divina. Il passaggio al bosco non è, quindi, una via individualistica dall’esito narcisistico, ma un itinerario per giungere al Sé: al suo “nucleo inviolabile” (42), di natura trans personale e trans temporale da cui prende inizio la storia dell’uomo. In queste re gioni, dove parla la voce segreta dell’essere, “la morte non! fa più paura e può essere inserita con un senso nella totalità della vita” (43). L’uomo ridiventa, pertanto, ciò che da sempre è, recuperando la libertà che gli è propria e che è “quella antica, assoluta, che riappare nella veste del tempo” (44).

Si può, allora, concludere che il passaggio al bosco non si risolve nel ritiro in una sterile, astratta, snobistica interiorità individualistica ed estetizzante, avulsa dal mondo. La scelta della ribellione, infatti, conduce l’uomo moderno a risvegliare le immagini eterne che porta dentro di sé. Immagini archetipiche che, come insegna Jung, sono patrimonio comune dell’umanità, anche se cogliere il loro significato è una questione di scelta personale.

Note

1. Letteralmente il termine Der Waldgang significa “passaggio al bosco”. Il che nulla sembra avere a che fare con la versione italiana che lo traduce con “il ribelle”. Allo stesso modo, Waldgänger (ossia colui che passa al bosco) non è assolutamente da considerarsi come sinonimo di ribelle. Tuttavia, in Islanda – nei tempi antichi – colui che si dava alla macchia era solitamente ritenuto una persona che, a vario titolo, rifiutava le leggi e la società o aveva a che fare con la giustizia.

2. Sul ritorno di un passato ancestrale, che in realtà configura una sorta di possessione da parte dell’inconscio collettivo che avrebbe afferrato il popolo tedesco, cfr. C. G. Jung, Wotan, in Opere, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1998, vol. 10, tomo primo, pp. 277-291.

3. E. Jünger, Sulle scogliere di marmo, trad. it., Guanda, Parma, 2002, p. 68.

4. Op. cit., pp. 68-69. È indubbio che queste parole facciano appello ad una resistenza interiore, ad una forza d’animo che, sola, può piegare l’orrore. È il richiamo alla forza dello spirito contro il tentativo di rispondere con l’orrore all’orrore. Tale atteggiamento fu considerato da molti tipico di un intellettuale romantico, rinunciatario e – ancora una volta – dandy. Claudio Magris lo definisce, con rara insensibilità, uno scrittore di “parabole antinaziste così cifrate e così generiche, nella rappresentazione del vago Leviatano totalitario, da essere nobilmente sfuocato e inoffensivo”(C. Magris, Lo stile e la giustizia in Ernst Jünger un convegno internazionale, a cura di P. Chiarini, Shakspeare & Company, Napoli, 1987, p. 27) .

5. E. Jünger, Diario 1941-1945 (Parigi, 18 ottobre 1941), trad. it., Longanesi, Milano, 1983, p. 44.

6. E. Jünger, Diari 1941-1945, (9 luglio 1942), op. cit., p. 104.

7. E. Jünger, La pace, trad. it. , Guanda, Parma, 1983, p. 67.

8. E. Jünger, Diari 1941-1945, (1 gennaio 1945), op. cit., p. 489. Lo spunto di questa riflessione fu uno degli ultimi discorsi di Kniébolo, di Hitler.

9. E. Jünger, La pace, op. cit., p. 68 .

10. L. Bonesio, L’uniforme nel mondo. Tecnica, Natura e Singolo in Ernst Jünger in “Diorama”, 1999, n. 222- 223, pp. 61-62.

11. Si era già verificato, seppur in misura molto minore, nel primo conflitto bellico.

12. «Così la Nazione e la Guerra sono legate come l’Amore e la Morte» (D. de Rougemont, L’amore e l’Occidente, trad. it., BUR, Milano, 1977, p. 319). A. Gnoli – F. Volpi, I prossimi Titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, Milano, pp. 66-67. Sul tema della globalizzazione, cfr. anche H. Schwilk, Globalizzazione: lo Stato Mondiale in Ernst Jünger in Ernst Jünger e ilpensiero del nichilismo, a cura di L. Bonesio, Herrenhaus, Seregno, 2002, pp. 319-329.

13. Cfr. L. Bonesio, Geofilosofia , Mimesis, Milano, 1997, p. 14.

14. Il riferimento è – in senso negativo – al pensiero debole (cfr. in proposito C. Bonvecchio, La forza del pensiero in La maschera e l’uomo, Franco Angeli, Milano, 2001 pp. 127-139).

15. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, trad. it. , Longanesi, Milano, 1980, p.83.

16. Tutti questi aspetti trovano conferma nelle indagini e nelle analisi della psicologia del profondo e particolarmente nelle riflessioni junghiane. Cfr. in proposito, per un inquadramento generale della metodologia junghiana di ricerca, J. Jacobi, La psicologia di Carl Gustav Jung, trad. it. , Boringieri,Torino, 1973.

17. E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, trad. it., Ubaldini, Roma, p. 319.

18. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli , op. cit. , p. 77.

19. E. Jünger, Al muro del tempo, trad. it. , Volpe, Milano, 2000, p. 55.

20. J. Jacobi, La psicologia di Carl Gustav Jung, op. cit., p. 181.

21. E. Jünger, Al muro del tempo, op. cit., p. 155.

22. L’associazione tra il Titanic ed il Leviatano è di Jünger (Trattato del Ribelle, op. cit., p. 45). Vale la pena ricordare che il Leviatano è un mostro biblico marino che viene definito da Hobbes – che ne fa l’icona della Stato – come un “gigantesco meccanismo” (cfr. C. Schmitt, Scritti su ThomasHobbes, trad. it., Giuffré, Milano, 1986, p. 83).

23. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., pp. 40-41.

24. “Il deserto cresce: è questo lo spettacolo offerto dalla civiltà e dai suoi rapporti svuotati di senso” (op. cit., p. 82).

25. Sul valore simbolico dell’acqua, cfr. Acqua in J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, trad. it. , BUR, Milano, 1989, vol. I, pp. 4-10.

26. E. Junger, Trattato del ribelle, op. cit., p. 55.

27. E. Jünger, Oltre la linea, in E. Jünger-M. Heidegger, Oltre la linea, trad. it., Adelphi, Milano, 1995, p. 83.

28. Op, cit., p. 78.

29. Op. cit., p. 96.Commenta Caterina Resta: “colui che prende la via del bosco non solo non sceglie una via di fuga, ma neppure ha l’ingenuità di considerare la propria strategia come la richiesta di una assoluta, anarchica liberazione da ogni vincolo” (L. Bonesio –C. Resta, Passaggi al bosco, Mimesis, Milano, 2000, p. 36).

30. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 82.

31. Op. cit., p. 54.

32. Sull’importanza del mito nella personalità umana, nella sua formazione e nel suo sviluppo, cfr. C. G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, in Opere, vol. 9, tomo primo, Torino, 1988, p. 5 ss. e anche Campbell che scrive “i miti sono le tracce che ci guidano verso verso le potenzialità spirituali della vita umana” (J. Campbell, Il potere del mito, trad. it., TEA, Milano, 2000, p. 26).

33. L. Bonesio – C. Resta, Passaggi al bosco, op. cit., p. 41.

34. Op. cit., p. 79.

35. E. Jünger, Il nodo di Gordio, in E. Junger- C. Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su oriente e occidente nella storia del mondo, trad. it. , Il Mulino, Bologna, 1987, p. 41.

36. “In tedesco le parole Heim (casa), Heimat (patria), e heimlich (segreto), hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge” (A. Gnoli-A. Volpi, I prossimi titani, op. cit. , p. 107.

37. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 83.

38. C, Risé, Movimenti nell’Ombra, in C. Bonvecchio-C. Risè, L’ombra del potere, RED, Como, 1998, p.111.

39. Lo esemplifica Jünger rifacendosi al mito cantato da Orazio, in cui Filemone e Bauci desiderano, diventati vecchi e, una volta morti insieme, poter essere trasformati l’uno in una quercia, l’altro in un tiglio.

40. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 129.

41. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 84.

42. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 114. È interessante notare le convergenze tra l’assunto jüngeriano e quello junghiano in cui pervenire al Sé, ossia alla totalità (cfr in proposito C. G. Jung, Aion in Opere, vol. 9, tomo secondo, trad. it., Torino, 1991), significa compiere il percorso tipico del “processo di individuazione”. In esso l’uomo, lontano da “ogni individualismo estremo” – che Jung considera patologico e contrario alla vita – si confronta con la sua Ombra, ossia quella parte della sua psiche che non conosce. La meta del processo e del superamento-integrazione dell’Ombra è appunto il Sé, l’immagine archetipica che unisce la coscienza all’inconscio e che rappresenta la totalità dell’individuo. Il Sé junghiano come il Ribelle di Jünger è una istanza supra personale che tuttavia rende l’uomo in grado di vivere pienamente la propria personalità.

43. J. Jacobi, La psicologia di C. G. Jung, op. cit., p. 182.

44. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 120.

[29/08/2006]

Manuela Bernardi

(fonte: Metabasis;    link del sito che ospita questo articolo )

Written by azulines

12 gennaio 2010 at 6:19 pm

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Il filosofo e l’Anarca – Intervista a Ernst Jünger

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Il filosofo e l’Anarca

Intervista a Ernst  Jünger (1895-1998),

Intervista tratta da:

L’ultimo sciamano di Franco Volpi e Antonio Gnoli

Bompiani editore

Dal 1950 Ernst Jiinger vive a Wilflingen, un borgo dell’ Alta Svevia a pochi chilometri dalla Selva Nera e da Sigmaringen, la cittadina che fu la residenza del maresciallo Pétain. Per i cento anni che Jiinger compirà il 29 marzo il comune di Wilflingen, retto da una giunta cristiano-democratica, ha deciso di fargli un insolito regalo: da quel giorno luce.! acqua e gas gli saranno erogati gratuitamente. E un modo concreto della piccola comunità, che conta circa quattrocento anime, per manifestargli il proprio affetto. Altre celebrazioni si preparano: onorificenze pioveranno dalla Spagna, dalla Francia e dall’Italia. Negli anni passati i grandi d’Europa, Mitterrand, Kohl, Gonzalez, gli hanno fatto visita. Lui non ha ancora deciso se contraccambierà la cortesia.

L’antico esteta e flaneur, quell’ufficiale dell’ esercito tedesco così a suo agio nella caleidoscopica mondanità parigina -come testimoniano i suoi diari degli anni 1941-1945 -, ha lasciato il posto a un curioso patriarca che sembra osservare il mondo con lo sguardo di un ironico entomologo alle prese con una nuova specie di coleotteri. Del re~ sto, fra le numerose attività che egli ha svolto soldato nelle due guerre, diarista, saggista, romanziere, viaggiatore -c’è anche quella dello  scienziato chino sul mondo della natura per studiare e catalogare alcune specie di insetti. La casa dove vive, un edificio a due piani, posta di fronte . al castello dei conti Stauffenherg, ne è in qualche modo la testimonianza. Qui, in un velato ambiente Biedermeier, J unger esibisce le sue collezioni di coleotteri che si mescolano agli altri interessi: alle raccolte di clessidre, ai fossili, alle conchiglie, ai cimeli di guerra.

È il suo mondo, che condivide con Liselotte, la donna che, dopo la morte della prima moglie, ha sposato nei pJjmi anni Sessanta. È lei a riceverci con cortesia e a scortarci sulle scale, fino al primo piano, dove Jiinger ci accoglie con uno strano sorriso. È piccolo, magro, armonioso. Ritto in piedi ci tende la mano per salutarci. In una successione di gesti, le dita prima indicano i posti dove sederci, poi vanno a sfiorare i candidi capelli, infine ricado-. no lungo 1’anca con un movimento rigido del braccio che ricorda il suo passato militare.

Conosciamo le sue esigenze in fatto di iqterviste, e siamoconsapevoli del privilegio che ci ha accordato ricevendòci: «La forma migliore dell’intervista», ha scritto in proposito, «è quella di· una conversazione amichevole che soddisfa i due interlocutori già per il piacere che trasmette. La concordanza delle vedute non è nec~ssaria, spesso”è anzi di danno -come in un dipinto in cui mancassero le sfumature. Ciò che è comune è il paesaggio che si attraversa nello scambio dei punti di vista».

Lei compirà a giorni cento anni ed è lo straordinario interprete di un secolo avventuroso ed eclettico, come eclettiche e avventurose sono state la sua vita e la sua opera. Che impressione le fa averlo attraversato per intero?

L’anno in cui nacqui, il 1895, è l’anno in cui ROntgen scoprì i raggi X e in cui esplose 1’affare Dreyfuso La scoperta di ROntgen dà i natali al secolo della tecnica, perché consente di vedere dentro la materia, di spingere 1’osservazione oltre ciò che il microscopio già consentiva di vedere. Senza Ront-‘ gen non sarebbe stato possibile lo sviluppo della ricerca sull’ atomo, non si sarebbe potuto arrivare a scindere l’atomo, né a pensare alla fissione atomica. Per quanto riguarda Dreyfus, si può dire che l’affare che si scatenò intorno al suo caso segni in modo decisivo la storia della democrazia: rappresenta la vittoria dell’ opinione pubblica critica sulle forze conservatrici. L’anno in cui sono nato, dunque, anticipa con questi due eventi, sul piano della tecnica e su quello della politica, ciò che si è poi verificato nel ventesimo secolo.

Lei ha perciò respirato fin da giovane la nuova atmosfera.

Ricordo che nelle conversazioni a tavola con i miei genitori, agli inizi del nuovo secolo, questi due temi erano al centro delle discussioni: si parlava dell’affare Dreyfus’ e si parlava delle nuove scoperte scientifiche. Mio padre, da chimico, ~ra molto interessato all’innovazione scientifica e al progresso che essa faceva sognare. Dunque fin da bambino ho guardato con attenzione al nuovo che stava avanzando con prepotenza, cercando di capire che cosa sarebbe accaduto e a che cosa ci avrebbe condotti. Allora regnava un grande ottimismo: si diceva che sarebbe stato il secolo del grande progresso. E invece …

Invece che cosa accadde?

Ci fu effettivamente uno straordinario avanzamento in tutti i campi del sapere e della tecnica, ma l’ottimismo della prima ora cominciò poco a poco a smorzarsi. Più ancora che il conflitto del 191418, che pure lo intaccò alle radici e segnò la morte della Belle Époque, fu soprattutto la seconda guerra mondiale, éon la catastrofe materiale e morale che provocò, a demolirlo. TI grande mutamento del nostro secolo è avvenuto propriamente solo a partire dalla sua metà, dal 1945 in poi.’

Lei accenna alla guerra) un motivo analizzato soprattutto nella sua produzione giovanile. Che effetto le fa) ogg~ ripensare a quel tema?

Vorrei precisare che il vero grande motivo per me è ‘stata la tecnica, la cui potenza si è manifestata in modo particolarmente impressionante nel conflitto mondiale del 1914-18. Fu la prima «guerra di materiali», nel sepso che a decidere non fu il valore dei combattenti, ma la potenza di fuoco degli Stati belligeranti. Allora la mia visione della guerra era animata da un attivismo eroico, che taluni hanno frainteso in senso militaristico. In realtà, l’esperienza per me dominante fu sempre quella della lettura: ho sempre concepito e condotto la mia vita come quella di un lettore.

In che senso?

Nel senso che solo attraverso la lettura sono stato motivato all’ azione. Quando invece ho creduto di incontrare tale motivazione nella realtà, sono rimasto deluso. Voglio dire che per me l’eroismo era una realtà letteraria più che effettiva. Una volta Marx si domandò se sarebbe stata mai possibile un’Iliade con la polvere da sparo. Ecco il punto.

Però lei nella prima guerra mondiale fu ferito più volte e .poi insignito della massima onorificenza. In fondo) fu considerato un eroe ...

Ciò che mi spinse all’ avventura e all’ eroismo fu la lettura dell’ Orlando furioso dell’ Ariosto, che da ragazzo lessi in una edizione illustrata da Doré. Al fronte ne portai con me un’ edizione tascabile. La tenevo nel tascapane e perfino nelle pause tra un combattimento e l’altro leggevo qualche strofa. Erano quei versi a darmi la spinta interiore, e non’ tanto la retorica e l’ideologia della guerra sviluppatesi in seguito alla nostra vittoria nel conflitto franco-prossiano del 1870-71, che la generazione dei miei padri aveva di gran lunga sopravvalutato nella sua importanza.

Fu però decisiva per l’identità tedesca e il suo ruolo nell’Europa moderna …

In realtà, fu una guerra piccola piccola. Ed ebbe anche conseguenze negative. Accrebbe per esempio l’inimicizia contro l’Inghilterra, che in fondo era nata a causa di Gugliemo II e della sua insoffèrenza ‘nei confronti della propria parentela inglese. Quello che mancò alla Germania, in questo caso, fu uno Shakespeare. Certo è che i personaggi e gli attori di questa fase della storia tedesca non furono grandi abbastanza da meritare uno Shakespeare.

Tutto quello che lei dice non fa che confermare quanto importante sia nella sua visione del mondo e della storia Ja dimensione estetica della vita} più che quella etica. Come spiega questa sua inclinazione ?

La visione del rapporto tra etica ed estetica nei termini di un contrasto non mi basta. Direi che etica ed estetica si incontrano e si toccano almeno in un punto: ciò che è veramente bello non può non essere etico, e ciò che è realmente etico non può non essere bello.

Ma questo è lo stile. La Sua visione del mondo è improntata allo stile.

Lo spero. E’ per questo, appunto, che non sono mai sceso né scenderò mai sul piano délle polemiche e delle controversie. Lo trovo di cattivo gusto. Mai abbassarsi sotto il proprio livello.

Ritiene ancora possibile salvaguardare lo stile} , questa forma di aristocrazia} in un mondo che tende alla spersonalizzazione, atta massificazione, alla volgarità?

Definirei la nostra una società di individui massificati che, proprio per questo, richiede élites molto piccole e ristrette. La loro funzione è importantissima. Su questo punto mi attengo alla sentenza di Eraclito che dice: «Uno vale per me diecimila». Questo numero andrebbe oggi elevato a potenza.

Accennava al fatto di non scendere mai in polemica. Nemmeno per difendere la propria reputazione?

Cocteau, mio amico, affermava che una cattiva reputazione dovrebbe essere mantenuta con maggiore amore e maggior lusso di una ballerina. Può impedire che chiunque ti metta la mano sulla spalla, e seleziona i veri amici.

Eppure le polemiche l’ hanno spesso coinvolta. Soprattutto per l’indulgenza con cui lei avrebbe guardato al regime nazionalsocialista e per il suo passato da ufficiale della Wehrmacht durante la seconda’ guerra mondiale, che taluni le rimproverano. C’è un episodio su cui vorremmo la sua versione. Quando alla vigilia del conflitto, nel 1939, uscì il suo romanzo Sulle scogliere di marmo, in cui si accarezzava l’idea del tirannicidio, Lei corse dei rischi. Goebbels e Goering volevano la sua testa, ma Hitler li fermò: «funger non sitocca».

Le cose andarono così. Poco dopo la pubblicazione del romanzo, che avevo scritto di getto, il Reichsleiter di Hannover denunciò le allusioni implicite nel racconto direttamente a Berlino. Hitler in persona, che ammirava i miei diari di guerra, intervenne per difendermi ingiungendo seccamente che dovevano lasciarmi in pace. Già in precedenza mi aveva lanciato chiari segnali di interesse per la mia opera, ma preferii mantenere il riserbo e non risposi ai suoi inviti.

Per prudenza politica?

Non tanto, piuttosto per quel senso di aristocra-/ tica superiorità che l’intelligencija spesso nutre nei confronti del tiranno o del politico. Sarebbe stato per me anche troppo facile strumentalizzare quell’ apertura per ricavarne vantaggi personali … non ero certo peggiore di Goering. Vorrei peraltro aggiungere, anche se credo che un autore non dovrebbe parlare dei propri libri, che nel caso delle Scogliere di marmo l’effetto politico era per me secondario. Mi basta sottolineare che quel testo fornisce elementi a sufficienza per capire che io stavo a un altro livello. Se la mia fosse stata una presa di posizione politica, avrei magari trovato compagni e seguaci, ma sarei sceso sullo stesso piano di Hitler. Sono stato un suo oppositore, ma non un oppositore politico. Ero semplicemente altrove.

Lo ha mai conosciuto personalmente?

No, non l’ho mai conosciuto. Quando ancora era un anonimo capo di un gruppuscolo come quello dei nazionalbolscevichi di Ernst Niekisch -e io allora abitavo ancora a Lipsia -, un giorno, se ben ricordo nel 1926, si fece annunciare da Rudolf Hess, ma io non ebbi il tempo di riceverlo. Del resto, ero convinto che si trattasse di uno dei tanti settari che circolavano a quel tempo. Grazie a Dio quell’incontro non ebbe luogo. Se per caso fosse avvenuto e magari Hitler mi avesse messo la mano sulla spalla mentre qualcuno ci immortalava, immagino che la fotografia avrebbe fatto il giro del mondo. Per fortuna le cose andarono diversamente.

Hannah Arendt} in un suo giudizio, 7 affermò che lei fu sempre dalla parte della resistenza nonostante i suoi libri avessero influito sull’élite nazista.

Ho presente quel riconoscimento, che naturalmente mi lusinga. Ma la resistenza spirituale non basta. Bisogna contrattaccare.

Ha’mai conosciuto la Arendt? .

No, non l’ho mai incontrata. Fu Heidegger a par.larmi di lei.

Con Heidegger e con Schmitt lei ha condiviso un certo destino. Che ricordo ha di questi due protagonisti della cultura europea?

Ne ho un ricordo non soltanto letterario, ma anche personale, privato. Sono stato amico di entrambi.

Cominciamo con Heidegger: come lo conobbe?

Fu il teologo Heinrich Buhr a metterci in contatto, più o meno agli inizi degli anni Trenta. Buhr, che conoscevo da tempo, studiava allora a Friburgo. Era entusiasta dei miei saggi La mobilitazione totale e Il Lavoratore, e ne raccomandò la lettura a Heidegger, che ne rimase colpito e mi inviò, tramite . Buhr, una copia con dedica del suo trattato sull’Essenza del fondamento. Ma tutto terminò lì, anche perché allora, non sapendo quasi nulla’ di lui, non riuscivo a interessarmi a ciò che scriveva in quel testo. Dopo la guerra, invece, si sviluppò un vero rapporto e ci incontrammo più volte.

Che impressione le fece come persona? Si dice che avesse uno sguardo penetrante, magnetico.

Nel suo modo di parlare, nelle sue domande elef?entari ma essenziali, perfino nei suoi lunghi silenzi c’era qualcosa che attraeva in modo irresistibile. Qualcosa di magico. Ho molto viva questa impressione. In particolare in una occasione, qui a casa mia, sperimentai il grande potere di attrazione che esercitava la sua personalità. Era venuto a trovarmi e passeggiavamo in giardino. Nel .. guardarlo mentre call1:minava -ricordo che portava un berretto verde -e nell’ ascoltarlo mentre parlava intervallando il suo discorso con lunghi silenzi io avvertivo tutto l’incanto della sua pre·senza. Nel suo modo di fare si manifestava la forza magnetica del suo pensiero, l’evidenza stringente di un interrogare che attrae e convince l’interlocutore. E poi lo ricordo durante la conferenza sulla tecnica a Monaco, agli inizi degli anni Cinquanta.

Poi non vi siete più rivisti?

N o, mi pare di no. Però quando morì ero tra i pochi presenti ai suoi funerali. Liselotte e io arrivammo a MeBkirch quando il feretro era già stato chiuso, ma la signora Elfride, sua moglie, lo fece riaprire perché potessi rivederlo un’ultima volta. È stata una cerimonia particolarmente intensa. C’era tutta la sacralità del rito cattolico, con il discorso funebre tenuto da un sacerdote suo amico, Bernhard Welte: Ma nell’ atmosfera si avvertiva anche un certo imbarazzo per il fatto che egli aveva preso le distanze dal cattolicesimo -forse senza mai riuscirci veramente. Sulla sua tomba al posto della croce ha voluto una stella, e aveva disposto che dopo la cerimonia, al moomento della sepoltura, si leggessero alcuni versi di Holderlin. Mi sono proposto con mia moglie Liselotte di andare a rivisitare la tomba.

Il grande tema del vostro confronto è stata la tecnica come chiave di lettura del mondo contemporaneo. Sembra che Sia stato più Lei a influenzare Heidegger che non viceversa. Che cosa ne pensa?

So che Heidegger si interessò molto presto ai miei saggi sulla Mobilitazione totale e sw Lavoratore, tenendo seminari sull’ argomento. Ma allora non ci conoscevamo ancora personalmente. Agli inizi degli anni Trenta avevamo avuto rapporti epistolari, ma, come dicevo, solo in seguito, dopo la guerra, abbiamo cominciato a frequentarci. Sono stato più volte. a trovarlo nella sua baita di Todtnauberg e lui è venuto qui a Wilflingen. In quel periodo scrissi il saggio Oltre la linea per il volume che fu pubblicato in occasione del suo sessantesimo compleanno. Nel 1955, quando fui io a compiere sessant’anni, mi rispose con una lunga lettèra intitolata Su «La linea». Suo figlio mi ha riferito che tra le sue carte inedite c’è un intero plico di appunti e glosse critiche sul Lavoratore. Mi risulta che all’inizio la sua attitudine nei confronti del mio modo di affrontare il problema era piuttosto critica, severa. Più tardi, pur mantenendo le sue riserve di fondo, mi riconobbe il merito di avere colto nel nichilismo un problema fondamentale del mondo contemporaneo. Del resto lo si vede dalla sua risposta a Oltre la linea. Sarei molto curioso. di leggere le sue note inedite sul Lavoratore. Chissà però quando saranno pubblicate e se potrò leggerle … 8

Ma per il confronto sulla tecnica non va dimenticato mio fratello Friedrich Georg. Lui ha frequentato Heidegger molto più assiduamente di me e ha trattato la questione in una delle sue opere più importanti, Die Perfektion der Technik [La perfezione della tecnica], che oggi i Verdi dovrebbero leggere, e nella quale Heidegger è presente come termine di confronto costante. Credo che il Lavoratore e La per/ezione della tecnica siano come il positivo e il negativo di una fotografia del fenomeno.

Heidegger ha espresso un giudizio molto lusinghiero a proposito del suo confronto con Nietzsche quando dice che le sue riflessioni sono l’unico tentativo riusato di avanzare oltre Nietzsche.

Heidegger è stato forse troppo generoso. Credo di sapere che cosa intendesse dire. Pensava che le mie analisi riprendessero in maniera fruttuosa la diagnosi di Nietzsche nel senso che, con l’attenzione_ per la tecnica, io davo una dimensione planetaria all’analisi del nichilismo che in Nietzsche è ancora concepito su scala europea. In verità, ‘Nietzsche è  per me un gigante che abita già nel secolo ventunesimò, l’èta che sarà dei Titani.

E lei che valutazione dà dell’operato di Heidegger durante il nazionalsoaalismo?

Bisogna essere ormai in grado di dare un giudizio: oggettivo. La cosa importante è valutare il pensatore per la sua potenza speculativa e non per le sue opinioni politiche. Lo stesso vale per un artista o un poeta. Per esempio, ammiro moltissimo Heitirich. Heine com~poeta, mentre non condivido affatto le sue convinzioni politiche: tra le due prospettive è preferibile adottare quella favorevole. In ogni caso, non ho frequentato Heidegger negli anni del nazionalsocialismo e non so quale importanza potesse avere per il regime. In fondo era un professore di filosofia in una piccola università di provincia, lontana da Berlino, e per le gerarchie del partito non era certamente un uomo che contava. Probabilmente non fu mai preso’ in seria considerazione, né arrivò mai a controllare qualche leva importante del potere. Rimane il fatto che, almeno in un primo momento, lui e soprattutto sua moglie Elfride simpatizzarono per Hitler.

Lei ricordava la celebre conferenza su La questione  della tecnica. Nelle foto scattate per l’occasione si vede lei nelle prime file intrattenersi con Heisenberg. Vi sono anche Ortega y Gasset, Carl-Friedrich von Weizsà’cker; Hans Carossa e altri esponenti dell’intelligencija della Monaco degli anni Cinquanta. 9

Non ricordavo che Ortega fosse presente in quella occasione, mentre mi rammento molto bene di Heisenberg, . che ho incontrato più volte anche in seguito.

Che pensa di Ortega? Nel suo libro La ribellione delle masse ha colto un fenomeno nevralgico del nostro tempo.

Con Ortega non ho avuto contatti personali e nemmeno epistolari. Carl Schmitt mi raccontava di esserne stato profondamente impressionato e di averlo studiato a fondo. Ciò che a me è rimasto impresso di lui sono alcuni saggi. Alla sua tesi circa l’importanza delle masse io contrappongo la mia convinzione fondamentale: il punto nevralgico è per me l’individuo, il singolo. L’energia, la forza si concentra più in lui che non nell’ elemento amorfo della massa. L’individuo, se possiede il carisma necessario, può influenzare e guidare la moltitudine. .

Interessante è l’idea che Ortega ha del rapporto tra uomo e natura, antitetica rispetto a quella di Heidegger.

Heidegger pensa che uno dei mali fondamentali dell’uomo contemporaneo sia la sua perdita di radici, il suo spaesamento e la mancanza di patria, vale a dire il disorientamento che subentra quando si dissolvono il legame con la propria natura e la stabiÌità che proviene dall’ attaccamento al suolo. Ortega è invece convinto -secondo il suo punto di vista tipicamente mediterraneo-che non vi sia un legame originario dell’uomo con la natura. Anzi, la natura è ostile all’uomo e la tecnica è l’attitudine con la quale egli contrasta questa ostilità. L’architettura’ per esempio, è la tecnica che rende possibile all’uomo abitare su questa terra.

E lei che ne pensa?

Mi sento più vicino a Heidegger. Preferisco, come vedete, abitare in un villaggio piuttosto che in una metropoli. Ho vissuto entrambe le esperienze: ho abitato a Berlino, a Parigi, capitali dal fascino intramontabile. Ma per avere la tranquillità e la concentrazione necessarie all’ attività spirituale è preferibile l’ambiente naturale della campagna. Per questo vivo a Wilflingen da ormai quasi mezzo secolo e sento di avere messo qui le mie radici.

Heidegger, però, insiste nella sua tesi e afferma che l’atmosfera del nostro tempo è caratterizzata dal sentimento dell’angoscia.

In questo Heidegger ha visto giusto. L’angoscia è uno stato d’animo del tutto particolare, indeterminato. Quando arriva, la si percepisce ovunque, eppure è impossibile localizzarla in un luogo preciso. Sì, forse è lo stato d’animo fondamentale dell’uomo, questo strano essere che attraversa il tempo e che nella sua lotta con il Nulla è chiamato ad altre due inevitabili prove: quella del dubbio e quella del dolore. Ho cercato di mettere a fuoco tutto ciò nel saggio Der Waldgang (Trattato del Ribelle), in cui il Ribelle, l’Anarca, «passando al bosco», cioè ritirandosi nei penetralidi se stesso, affronta e vince l’angoscia, il dubbio e il dolore.

In che senso lei parla del «bosco»? È la natura? Oppure un rifugio, o qualcosa di analogo a ciò che esso è per Heidegger?

No, per me il bosco non è soltanto come per Heidegger il luogo naturale concreto in cui vivono e operano i contadini della Foresta Nera. Certo, è anche una dimensione naturale. In questo senso, per esempio, pur non avendo una particolare musicalità, sono molto sensibile ai rumori naturali del bosco: lo stormire delle foglie, il mormorio di un ruscello o il cantare di una cascata: Avverto in queste musiche’ della natura qualcosa che la parola umana non può comunicare. Ma, a parte ciò, il bosco è per me soprattutto una metafora: sta a indicare un territorio vergine in cui ritirarsi dalla civiltà ormai segnata dal nichilismo e in cui l’individuo può ancora sottrarsi agli imperativi delle chiese e alle grinfie del Leviatano.

A volte lei parla del bosco come di qualcosa di segreto, di inaccessibile

Anche questo, certo, ma nel senso in cui è segreta la propria intimità, la propria casa. In tedesco le parole Heim, «casa», Heimat, «patria», e heimlich, «segreto», hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge.

La metafora del bosco come rifugio assume un’importanza particolare nel nostro secolo, che ha partorito le minacce più pericolose per l’Anarca,· cioè i totalitarismi ma anche le democrazie di massa. Come interpreta questi due fenomeni che sembrano inghiottire ogni spaziò di vera libertà?

Sono due esperienze che obbediscono al principio agonale dei contrari: quanto più si radicalizza un estremo, tanto più affiora quello opposto. A rigore, dal punto di. vista dell’ Anarca, del grande Solitario, totalitarismo o democrazia di massa non fanno molta differenza. 1’Anarca vive negli interstizi della società, la realtà che lo circonda in fondo gli è indifferente, e solo quando si ritira nel proprio mondo, nella propria biblioteca, ritrova la sua identità. In ogni caso è raccomandabile la freddezza: su una palude ghiacciata si avanza con maggior sicurezza e rapidità.

Si può dire che la figura dell’Anarca assomigli a quella di un moderno stoico?

Più che allo stoico, io penso all’Unico di Max Stirner, ma con una differenza importante: che io distinguo tra «anarchico» e «Anarca». 1.:anarchico è un rivoluzionario che vuole trasformare il mondo e che per raggiungere ·il suo scopo non indietreggia nemmeno di fronte al crimine e al terrore. L’Anarca, invece, si nasconde esteriormente nella normalità, può anche essere un ragioniere, un contabile,  che esegue tutto ciò che l’ordine e la legge prescrivono, ma nel suo intimo, nella solitudine della notte, pensa e fa quel che gli pare. L’Anarca combatte guerre proprie anche quando marcia tra le· fila di un esercito. È una differenza fondamentale.

Venendo  all’ altro grande personaggio che fu suo amico, CarI Schmitt, che cosa può dirci?

Con lui ebbi un rapporto ancora più stretto che con Heidegger, molto personale.

Come vi incontraste?

Fu lui a cercare il contatto. Mi màndò; appena uscì, il suo libro sul Romanticismo politico .e poi il saggio Sul concetto del Politico. Diventammo presto amici, intrattenendo per tutta la vita una relazione molto profonda, con iln fitto scambio di lettere.1O Benché lui fosse cattolico e io protestànte, tenne a battesimo mio figlio Alessandro, di cui cadrebbe oggi il compleanno.II Avevo per lui una profonda .ammirazione. I dialoghi con lui, flilo a mezzanotte inoltrata, sorseggiando un b1,lonrosso, sono·un riéQrdo indimenticabile.

Durante il nazionalsocialismo tra di voi parlavate anche dei rapporti con il potere?

In realtà molto poco. Ci scambiavamo piuttosto libri, letture, intuizioni e scoperte letterarie o filosofiche. C’era quasi una tacita intesa a non entrare in questioni politiche. Però a volte capitava. Ricordo che un giorno, a Berlino, poco dopo che egli aveva formulato la celebre sentenza «li Fiihrer crea il diritto», mi capitò di passare da casa sua e mi venne da chiedergli se avesse preparato delle mitragliatrici per difendersi. E lui ingenuamente mi domandò: «Perché?» Gli risposi: «Perché ammesso e non concesso che per il diritto costituzionale sia una sentenza plausibile, dal punto di vista politico è una sentenza molto pericolosa».

Sulla vostra amicizia si addensò anche qualche ombra.

Anche in questo riuscì a stupirmi. Quando ho letto i suoi diari, il suo Glossarium,12 mi sono reso conto che dentro di sé aveva covato con il tempo qualche risentimento nei miei confronti. Ma se guardate nell’indice dei nomi, troverete che il mio è il nome più citato.·

.

Consenta una curiosità: quando con la Wehrmacht lei si trovava in Francia, si dice che si sarebbe interessato per ritrovare e mettere in salvo la famosa valigia contenente i manoscritti di Walter Benjamin.

No, è una voce infondata. All’epoca non avevo letto molto di lui. Ci fu però una coincidenza singolare. Quando’con la mia compagnia arrivai a Bourges, venni a sapere che Benjamin era partito da poco. Nei campi di prigionia ho potuto aiutare parecchia gente, ma lui era già in fuga verso i Pirenei, e poi si suicidò.

Nell’anno della sua nascita oltre alla scoperta dei raggi X ci fu l’ invenzione del cinema. Che idea ha di quest’arte diventata così popolare?

Il cinema è qualcosa che concerne il rapporto tra tecnica e magia. Un rapporto ancora tutto da verificare. A volte, per esempio, mentre parlo al telefono con qualcuno, ho l’impressione di compiere non solo un atto tecnico ma anche una magia. Con la tecnica è così anche per altre cose. La nostra conversazione la possiamo registrare e, fra cento anni, la potremo far rivivere. E la vedremo da una prospettiva diversa. Con la ripresa cinematografica possiamo per esempio far rivivere persone morte. TI rapporto della tecnica con la magia emergerà probabilmente in modo ancora più impressionante: penso per esempio a una cinematografia che produca l’effetto tridimensionale, e poi una quarta dimensione, fino a diventare realtà virtuale. Lo stesso può dirsi per la televisione.

Come immagina il XXI secolo?

Non ne ho una idea troppo felice e favorevole. Vorrei citare Holderlin che nel suo grande componimento poetico Brot und Wein [Pane e vino] ha detto che verrà l’evo dei Titani. Allora il poeta dovrà andare in letargo. Ciò vuoI dire chele azioni diventeranno più importanti della poesia che le canta e del pensiero che le riflette. Sarà un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole alla cultura

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12 gennaio 2010 at 2:12 pm

J. Rodolfo Wilcock – Testi brevi da: “La sinagoga degli iconoclasti”

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La sinagoga degli iconoclasti (1972) dell’argentino J.Rodolfo Wilcock (1919-1978) e’ l’ultimo, in ordine cronologico, dei modelli cui si ispira La storia della eltteratura nazista in America di Roberto Bolaño.  L’altro libro illustre è Storia universale dell’infamia (1935) di Borges . La genealogia di quest’opera può essere fatta risalire inoltre a Retratos reales e imaginarios (1920) del messicano Alfonso Reyes (1889-1959) e Vite immaginarie (1896) del francese Marcel Schwob (1867-1905).

La sinagoga degli iconoclasti

Tra pecore e maiali Pons scoprì presto che qualunque tipo di comunicazione era impossibile con i tedeschi; i quali erano per di più così cocciuti che ancora sostenevano di aver vinto loro la guerra mondiale. Rotta una Ford modello T, scassata una Studebaker ancora più robusta, Pons fu costretto a tornare a Bariloche a piedi perché i cavalli che la conoscevano si rifiutavano di percorrere una strada simile. Pure a Bariloche gli indigeni locali erano quasi tutti tedeschi e per giunta dimostravano una notevole diffidenza nei riguardi dei cileni, tradizionalmente considerati o banditi o puttane, secondo il sesso.

Il capitano John Cleves Symmes sosteneva che la terra è fatta di cinque sfere concentriche, tutte e cinque forate ai poli. Molto si parlò e per molti anni, negli Stati Uniti, di questa apertura polare, comunemente detta il “buco di Symmes”; il capitano aveva fatto distribuire dappertutto un volantino nel quale spiegava come stavano le cose e sollecitava l’aiuto di cento coraggiosi compagni disposti a esplorare con lui il buco settentrionale, largo parecchie migliaia di chilometri. Attraverso questo foro – e quello opposto – l’acqua del mare si riversa continuamente sulla prima sfera interna, anch’essa popolata, come le tre restanti, da animali e vegetali.

Lo stereoscopio dei solitari

La lettrice

Una grossa gallina occupa l’appartamento; è così grossa che ha già diroccato qualche uscio, nel tentativo di passare da una stanza all’altra. Non che sia molto irrequieta, tuttavia, è una gallina intellettuale, e trascorre quasi tutto il suo tempo a leggere.

Infatti è consulente della casa editrice A.; l’editore le spedisce tutti i romanzi che appaiono all’estero, e la gallina li legge, pazientemente, con l’occhio destro, perché non può leggere con tutti e due allo stesso tempo: quello sinistro rimane chiuso, sotto la bella palpebra grigia vellutata. Di tanto in tanto, la gallina borbotta qualcosa, perché la stampa è troppo piccola per lei; oppure fa clo-clo e sbatte le ali, ma nessuno può dire se lo fa dal piacere o dalla noia. Comunque, quando un libro non le piace, la gallina intellettuale se lo mangia, poi la casa A. manda un ispettore a raccogliere gli altri – che lei lascia sparsi per tutta la casa – e li pubblica.

Questo ha dato origine in passato a qualche equivoco: libri che venivano ritrovati dietro un armadio, quando già erano stati pubblicati da un altro editore, con deplorevole successo. Ciò nondimeno, è la gallina più autorevole dell’industria libraria.

Non sappiamo come disfarcene; oltre a far crollare le porte ci sporca le stanze, e la domestica minaccia di andarsene se non va via la gallina. Eppure è un animale così intelligente, i suoi giudizi sono così esatti, le sue abitudini così miti: alle sei di sera sale sul suo divano, si appollaia, chiude gli occhi e si addormenta, senza dare più noia a nessuno; non si muove nemmeno per fare i suoi bisogni.

Al mattino ci alziamo e la troviamo già nella sala da pranzo, intenta a leggere l’ultimo russo in Siberia, l’ultimo sudamericano.

E non ha mai fatto un uovo

Il ragno

Il ragno si annoia, ma non sa di annoiarsi.

Ha già percorso diverse volte la sua tela e ha rammendato gli squarci; poi, per fare qualcosa, ci ha aggiunto qua e la delle piccole migliorie, piuttosto inutili poiché nessuno arriva.

E’ stato uno sbaglio tessere una ragnatela in quel posto così solitario. Infastidito dai calabroni che gli stracciavano la tela per poi andarsene come erano venuti, il ragno ha scelto un angolo sicuro ma deserto, e ora si annoia.

A volte un seme leggero, portato dal vento, si imbatte nei fili; il ragno si affaccia, diffidente e speranzoso, fa per avvicinarsi, capisce che è stato un falso allarme e rientra nella sua galleria conica insaccata tra due foglie morte.

Tanto lavoro per niente.

Gli specchi

Costretto a letto dalla sua infermità, Lorbio si è fatto sistemare nella stanzetta della clinica due grandi specchi paralleli; uno copre la parete di sinistra, l’altro quella di destra. Così il malato si vede rispecchiato dalla testa ai piedi, da una parte e dall’altra, e può illudersi di stare in una stanza o corsia a tre letti, anzi a molti letti, in compagnia di una quantità di malati che d’altronde gli somigliano molto.

I suoi vicini di letto, Lorbio li chiama Destrino e Sinistrino: Destrino sembra leggermente più giovane di lui, Sinistrino è il più anziano dei tre; per il resto, tutt’e tre fanno sempre le stesse cose o quasi, alla stessa ora, con gli stessi movimenti.

In questo senso, si può dire che nessuno ha mai visto tre compagni di corsia raggiungere un accordo così perfetto.

E poi sono molto discreti: se Lorbio sta parlando con Destrino, Sinistrino volge la testa dall’altra parte; e lo stesso fa Destrino non appena il suo compagno rivolge la parola a Sinistrinoõ.

La Samisa

La Samisa è un’attrice molto personale, non vuole recitare per più di una persona alla volta.

Disprezza le sue colleghe che recitano per esempio una scena d’amore davanti a una intera platea di spettatori radunati a caso, come se tutti intendessero l’amore nello stesso modo.

Studiato il personaggio, sentenzia la Samisa, bisogna studiare lo spettatore. Lei lo invita quindi a colazione, oppure a una cenetta fredda prima dello spettacolo, o a un te abbondante con paste leggere.

Pane tostato, burro e marmellata o mortadella, e lo studia.

Puo’ darsi che lo spettatore sia straniero, e in tal caso bisogna impratichirsi nella sua lingua; oppure che sia sordo, e allora converrà alzare la voce, ma nella misura giusta perchéi sordi si arrabbiano come scorpioni se gli si parla troppo forte, e mordono.

Con questo sistema la Samisa è riuscita a offrire duemilacinquecento repliche successive di Hedda Gabler, uno dei suoi due cavalli di battaglia; l’altro cavallo è Desdemona.

Socrates Scholfield

La Sua esistenza ha sempre sollevato dubbi.

Del problema si sono occupati San Tommaso, Sant’Anselmo, Cartesio, Kant, Hume, Alvin Plantinga.

Non ultimo, Socrates Scholfield titolare del brevetto registrato presso l’U.S, Patent Office nel 1914 col numero 1.087.186. L’apparecchio di sua invenzione consiste di due eliche in ottone incastrate in modo che, lentamente girando ciascuna intorno all’altra e dentro l’altra, dimostrano l’esistenza di Dio.

Delle cinque prove classiche questa è detta la prova meccanica.

Philip Baumberg

Nel 1874, nei pressi di Wanganui nella Nuova Zelanda settentrionale, Philip Baumberg, nativo di Cork in Irlanda fece funzionare per la prima volta la sua pompa a cani o dog-pump.

Il congegno, se così lo si può chiamare, sfruttava il fatto scientificamente dimostrato che un cane bene educato, se lo si chiama, viene. Baumberg si serviva di una trentina di cani da lavoro, pastori e simili, e di due manovali salariati, il cui numero andò poi aumentando progressivamente.

Il primo manovale era piazzato in basso, con un secchio, presso un ruscello di acqua potabile; il secondo era in cima al colle, accanto a un canalone di lamiera che con lieve pendenza conduceva l’acqua verso una cisterna attigua all’abitazione di Baumberg.

Ogni cane portava appeso al collo un bidone che veniva riempito dall’indigeno in basso; poi quello in alto chiamava il cane, e quando questo era arrivato su, l’uomo versava l’acqua del bidone nel canalone della cisterna; subito dopo l’altro indigeno chiamava il cane su e ripeteva l’operazione.

Con trenta cani in moto l’effetto era particolarmente vivace.

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22 dicembre 2009 at 1:42 pm

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Pierre Menard autore del Chisciotte

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Pierre Menard, autore del Chisciotte

di  Jorge Luis Borges

a Silvina Ocampo

L’opera visibile lasciata da questo romanziere è di facile e breve enumerazione. Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale, la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori. Gli amici veri di Menard hanno visto questo catalogo con allarme, e anche con una certa tristezza. Non è molto – e sembra ieri – che ci riunimmo dinanzi al marmo finale, tra i cipressi infausti, e già l’Errore cerca di appannare la sua Memoria… Decisamente, una breve rettifica s’impone.
So che è molto facile contestare la mia povera autorità. Mi si consenta dunque di citare due alti testimoni. La baronessa di Bacourt (ai cui vendredis indimenticabili ebbi l’onore di conoscere il compianto poeta) ha tenuto ad approvare le righe che seguono. La contessa di Bagnoregio, uno degli spiriti piú fini del Principato di Monaco (e ora di Pittsburgh, Pennsylvania, dopo le sue recenti nozze col filantropo internazionale Simon Kautzsch), ha sacrificato «alla verità e alla morte» (sono le sue parole) con la signorile riserva che la distingue, e, in una lettera aperta pubblicata dalla rivista «Luxe», mi concede anch’essa il suo beneplacito. Questi titoli di nobiltà, credo, non sono insufficienti.
Ho detto che l’opera visibile di Menard è facilmente enumerabile. Esaminati con zelo gli archivi personali del poeta, ho potuto stabilire che essa comprende gli scritti seguenti:

a) un sonetto simbolista pubblicato due volte (con varianti) dalla rivista «La conque» (numeri di marzo e di ottobre del 1899);

b) una monografia sulla possibilità di compilare un dizionario poetico di concetti che non siano sinonimi o perifrasi di quelli che informano il linguaggio comune, «ma oggetti ideali creati secondo una convenzione, e destinati essenzialmente alle necessità poetiche» (Nimes 1901);

c) una monografia su «certe connessioni e affinità del pensiero di Descartes, di Leibniz e di John Wilkins» (Nimes 1903);

d) una monografia sulla Characteristica universalis di Leibniz (Nimes 1904);

e) un articolo tecnico sulla possibilità di arricchire il gioco degli scacchi eliminando uno dei pedoni di torre. Menard propone, raccomanda, discute, e finisce per rigettare questa innovazione;

f) una monografia sull’Ars magna generalis di Raimondo Lullo (Nimes 1906);

g) una traduzione con prefazione e note del Libro de la invención liberal y arte del juego del axedrez di Ruy López de Segura (Paris 1907);

h) appunti per una monografia sulla logica simbolica di George Boole;

i) un esame delle leggi metriche essenziali della prosa francese, illustrato con esempi di Saínt-Simon («Revue de langues romanes», Montpellier, ottobre 1909);

j) una replica a Luc Durtain (che aveva negato l’esistenza di tali leggi) illustrata con esempi di Luc Durtain («Revue de langues romanes », Montpellier, dicembre 1909);

k) una traduzione manoscritta della Aguja de navegar ocultos di Quevedo, col titolo La Boussole des précieux;

l) una prefazione al catalogo dell’esposizione di litografie di Carolus Hourcade (Nimes 1914);

m) l’opera Les problèmes d’un problème (Paris 1917), che discute nell’ordine cronologico le soluzioni dell’illustre problema di Achille e della tartaruga. Di questo libro sono state pubblicate finora due edizioni; la seconda porta in epigrafe il consiglio di Leibniz: «Ne craignez point, monsieur, la tortue», e i capitoli dedicati a Russell e a Descartes vi appaiono sostanzialmente rimaneggiati;

n) un’analisi minuziosa dei «costumi sintattici» di Toulet («NRF», marzo 1921). Menard – ricordo – affermava che il censurare e il lodare sono operazioni sentimentali, che nulla hanno a che vedere con la critica;

o) una trasposizione in alessandrini del Cimetière marin di Paul Valéry («NRF», gennaio 1928);

p) un’invettiva contro Paul Valéry, nelle Feuilles pour la suppression de la réalité di Jacques Reboul. (Quest’invettiva – sia detto tra parentesi – è giusto il contrario di ciò che Menard pensava di Valéry. Quest’ultimo l’intese appunto in tal modo, e l’antica amicizia tra i due non corse pericolo);

q) una «definizione» della contessa di Bagnoregio, nel «vittorioso volume» – l’espressione è di un altro collaboratore, Gabriele d’Annunzio – che questa signora pubblica annualmente per rettificare le inevitabili falsificazioni del giornalismo e presentare «al mondo e all’Italia» un’autentica effigie della sua persona, tanto esposta (in causa stessa della sua bellezza e della sua operosità) alle interpretazioni erronee o affrettate;

r) un ciclo di ammirabili sonetti per la baronessa di Bacourt (1934);

s) una lista manoscritta di versi che debbono la loro efficacia alla punteggiatura (1).

Fin qui (senz’altra omissione che di qualche vago sonetto di circostanza per l’ospitale – o avido – album di Madame Henri Bachelier) l’opera visibile di Menard, nell’ordine cronologico. Vediamo ora l’altra: la sotterranea, l’infinitamente eroica, l’impareggiabile. Che è anche – ahi, limiti dell’uomo! – l’incompiuta. Quest’opera, forse la piú significativa del nostro tempo, consta dei capitoli IX e XXXVIII della prima parte del Don Chisciotte, e di un frammento del capitolo XXII. So che una tale affermazione ha tutta l’aria di un’assurdità; giustificare questa «assurdità» è lo scopo principale di questa nota (2).
Due testi di valore ineguale ispirarono l’impresa. Uno è quel frammento filologico di Novalis – numero 2005 dell’edizione di Dresda – che abbozza il tema dell’identificazione totale con un determinato autore. L’altro è uno di quei libri parassitari che ambientano Cristo in un boulevard, Amleto nella Cannebière o Don Chisciotte a Wall Street. Come ogni persona di buon gusto, Menard aveva in orrore queste inutili mascherate, buone solo – diceva – a procurarci il volgare piacere dell’anacronismo, o (ciò che è peggio) a istupidirci con l’idea primaria che tutte le epoche sono uguali, o che tutte sono distinte. Più interessante, anche se d’esecuzione contraddittoria e superficiale, gli sembrava il famoso proposito di Daudet: riunire in un personaggio, che è Tartarin, l’Ingegnoso Hidalgo e il suo scudiero… Chi insinua che Menard dedicò la vita a scrivere un Chisciotte contemporaneo, calunnia la sua chiara memoria.
Non volle comporre un altro Chisciotte – ciò che è facile – ma il Chisciotte. Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale; il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes.
«Il mio proposito è certo sorprendente, – mi scrisse il 30 settembre 1934, da Bayonne. – Ma l’oggetto finale d’una dimostrazione teologica o metafisica non è meno dato e comune del divulgato romanzo che mi propongo. La sola differenza è questa: che i filosofi pubblicano in gradevoli volumi le tappe intermedie del proprio lavoro, e io ho risoluto di cancellarle». Nel testo definitivo, infatti, non v’è alcuna correzione, alcuna aggiunta che attesti questo lavoro di anni.
Il metodo che immaginò da principio, era relativamente semplice. Conoscere bene lo spagnolo, recuperare la fede cattolica, guerreggiare contro i mori o contro il turco, dimenticare la storia d’Europa tra il 16o2 e il 1918, essere Miguel de Cervantes. Menard studiò questo procedimento (so che giunse a una padronanza sufficiente dello spagnolo del secolo XVII) ma lo scartò perché facile. Piuttosto, perché impossibile! dirà il lettore. D’accordo, ma l’impresa era già impossibile in partenza, e di tutti gli impossibili mezzi per condurla a termine, questo era il meno interessante. Essere nel secolo XX un romanziere del secolo XVII gli parve simulazione. Essere in qualche modo Cervantes, e giungere cosí al Chisciotte, gli parve meno arduo – dunque meno interessante – che restare Pierre Menard e giungere al Chisciotte attraverso le esperienze di Pierre Menard. (Questo convincimento, sia detto di passata, lo indusse a espungere il prologo autobiografico della seconda parte. Includere questo prologo sarebbe stato creare un altro personaggio – Cervantes – ma avrebbe anche significato presentare il Chisciotte in funzione di questo personaggio, e non di Menard. Il quale, naturalmente, rifiutò questa facilitazione). «In sostanza, – leggo in un altro punto della sua lettera, – la mia impresa non è difficile. Mi basterebbe essere immortale per condurla a termine». Confesserò che mi piace immaginare che la terminò, e che leggo il Chisciotte – tutto il Chisciotte – come se l’avesse pensato Menard? Sere fa, sfogliando il capitolo XXVI (non tentato dal nostro amico), riconobbi il suo stile, e quasi la sua voce, in questa frase eccezionale: las ninfas de los ríos, la dolorosa y húmida Eco. Questa efficace congiunzione d’un aggettivo morale con uno fisico mi richiamò alla memoria un verso di Shakespeare che discutemmo una sera:

Where a malignant and turbaned Turk…

Perché – dirà il nostro lettore – proprio il Chisciotte? In uno spagnolo, questa preferenza non sarebbe stata inesplicabile; ma inesplicabile può sembrare in un simbolista di Nimes, devoto essenzialmente di Poe, che generò Baudelaire, che generò Mallarmé, che generò Valéry, che generò Edmond Teste. La lettera citata chiarisce il punto. «Il Chisciotte, – spiega Menard, – m’interessa profondamente, ma non mi sembra… come dire?… inevitabile. Non posso immaginare l’universo senza l’interiezione di Edgar Allan Poe:

Ah, bear in mind this garden was enchanted!

o senza il Bateau Ivre o l’Ancient Mariner, ma mi so capace d’immaginarlo senza il Chisciotte. (Parlo, naturalmente, della mia capacità personale, e non della risonanza storica delle opere). Il Chisciotte è un libro contingente, il Chisciotte è innecessario. Posso premeditarne la scrittura, posso scriverlo, senza incorrere in una tautologia. A dodici e tredici anni lo lessi, forse integralmente. Poi ho riletto con attenzione alcuni capitoli, quelli che non tenterò per il momento. Ho dato anche una scorsa agli intermezzi, alle commedie, alla Galatea, alle Novelle esemplari, alle fatiche indubbiamente laboriose di Persiles e Segismunda, e al Viaggio del Parnaso…
Il ricordo d’insieme che ho del Chisciotte, semplificato dall’oblivio e dall’indifferenza, può benissimo equivalere all’imprecisa immagine anteriore d’un libro non scritto. Ammessa quest’immagine (che nessuno, in buona fede, può rifiutarmi) resta che il mio problema è assai piú difficile di quello di Cervantes. Il mio compiacente precursore non rifiutò la collaborazione del caso: andava componendo la sua opera immortale un poco à la diable, portato da inerzie del linguaggio e dell’invenzione. Io ho contratto l’obbligo misterioso di ricostruire letteralmente la sua opera spontanea. Il mio gioco solitario è governato da due leggi antitetiche. La prima mi permette di tentare varianti di tipo formale o psicologico; la seconda m’impone di abolire ogni variante in favore del testo “originale”, e di ragionare irrefutabilmente questa abolizione… A questi impedimenti artificiali se ne aggiunge un altro, congenito. Comporre il Chisciotte al principio del secolo XVII fu impresa ragionevole, forse fatale; al principio del XX, è quasi impossibile. Non invano sono passati trecento anni, carichi di fatti quanto mai complessi: tra i quali, per citarne uno solo, lo stesso Chisciotte».
A dispetto di questi ostacoli, il frammentario Chisciotte di Menard è piú sottile di quello di Cervantes. Quest’ultimo, semplicisticamente, oppone alle finzioni cavalleresche la povera realtà provinciale del suo paese; Menard sceglie come «realtà» la terra di Carmen durante il secolo di Lepanto e di Lope. Che spagnolate non avrebbe consigliato una scelta simile a Maurice Barrès o al dottor Rodríguez Larreta! Menard, con tutta naturalezza, le elude. La sua pagina non s’impaccia di gitanerie, né di conquistadores, né di mistici, né di Filippo II, né di autodafé. Neglige o proscrive il colore locale. Questo sprezzo testimonia d’un senso nuovo del romanzo storico. Questo sprezzo condanna Salammbó, inesorabilmente.
Non meno interessante l’esame di capitoli singoli. Vediamo per esempio il XXXVIII della parte prima, «che tratta del curioso discorso che fece Don Chisciotte sulle armi e sulle lettere». E noto che Don Chisciotte (come Quevedo nel passo analogo, e posteriore, della Hora de todos) si pronuncia contro le lettere, in favore delle armi. Cervantes era un vecchio soldato, e il suo giudizio si spiega. Ma che il Don Chisciotte di Pierre Menard – contemporaneo della Trahison des cleres e di Bertrand Russell – ricada in queste nebulose sofisticherie! Madame Henri Bachelier ha voluto scorgervi un’ammirevole e tipica subordinazione dell’autore alla psicologia dell’eroe; altri (non più perspicacemente), una trascrizione del Chisciotte; la baronessa di Bacourt, l’influenza di Nietzsche. A questa terza interpretazione (che giudico irrefutabile) non so se m’arrischierò a farne seguire una quarta, che s’addirebbe assai bene alla modestia quasi divina di Menard: alla sua rassegnata o ironica abitudine di propagare delle idee che erano l’esatto rovescio di quelle preferite da lui. (Rammentiamo ancora una volta la sua diatriba contro Paul Valéry nell’effimero foglio surrealista di Jacques Reboul). Il testo di Cervantes e quello di Menard sono verbalmente identici, ma il secondo è quasi infinitamente piú ricco. (Piú ambiguo, diranno i suoi detrattori; ma l’ambiguità è una ricchezza).
Il raffronto tra la pagina di Cervantes e quella di Menard è senz’altro rivelatore. Il primo, per esempio, scrisse (Don Chisciotte, parte I, capitolo IX):

… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire.

Scritta nel secolo XVII, scritta dall’ingenio lego Cervantes, quest’enumerazione è un mero elogio retorico della storia. Menard, per contro, scrive:

… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire.

La storia, madre della verità; l’idea è meravigliosa. Menard, contemporaneo di William James, non vede nella storia l’indagine della realtà, ma la sua origine. La verità storica, per lui, non è ciò che avvenne, ma ciò che noi giudichiamo che avvenne. Le clausole finali – esempio e notizia del presente, avviso dell’avvenire – sono sfacciatamente pragmatiche.
Altrettanto vivido il contrasto degli stili. Lo stile arcaizzante di Menard resta straniero, dopo tutto, e non senza qualche affettazione. Non cosí quello del precursore, che maneggia con disinvoltura lo spagnolo corrente della propria epoca.
Non v’è esercizio intellettuale che non sia finalmente inutile. Una dottrina filosofica è al principio una descrizione verosimile dell’universo; passano gli anni, ed è un semplice capitolo – quando non un paragrafo o un nome – della storia della filosofia. Nelle opere letterarie, questa caducità finale è ancora piú evidente. Il Chisciotte – mi diceva Menard – fu anzitutto un libro gradevole; ora è un’occasione di brindisi patriottici, di superbia grammaticale, di oscene edizioni di lusso. La gloria è una forma d’incomprensione, forse la peggiore.
Queste affermazioni nichiliste non hanno nulla di nuovo; ma nuova e singolare è la conclusione che ne trasse Menard. Risolse di precorrere la vanità che attende tutte le fatiche dell’uomo; s’accinse a un’impresa complessissima e futile in partenza. Dedicò i suoi scrupoli e le sue veglie a ripetere in un idioma estraneo un libro preesistente. Moltiplicò i rifacimenti, corresse e lacerò migliaia di pagine manoscritte (3).
Non permise a nessuno di esaminarle, e curò che non gli sopravvivessero. Invano ho cercato di ricostruirle.
Ho pensato che il Don Chisciotte finale potrebbe considerarsi come una specie di palinsesto, in cui andrebbero ricercate le tracce – tenui, ma non indecifrabili – della scrittura «anteriore» del nostro amico. Disgraziatamente, solo un secondo Pierre Menard, invertendo il lavoro del primo, potrebbe resuscitare queste Troie…
«Pensare, analizzare, inventare (mi scrisse pure) non sono atti anomali, sono la normale respirazione dell’intelligenza. Glorificare l’occasionale esercizio di questa funzione, tesaurizzare pensieri antichi e lontani, ricordare con incredulo stupore ciò che il doctor universalis pensò, è confessare il nostro languore o la nostra barbarie. Ogni uomo dev’esser capace di ogni idea, e credo che nell’avvenire sarà così».
Menard (forse senza volerlo) ha arricchito mediante una tecnica nuova l’arte incerta e rudimentale della lettura: la tecnica dell’anacronismo deliberato e delle attribuzioni erronee. Questa tecnica, di applicazione infinita, ci invita a scorrere l’Odissea come se fosse posteriore all’Eneide, e il libro Le jardin du Centaure di Madame Henri Bachelier, come se fosse di Madame Henri Bachelier. Questa tecnica popola di avventure i libri piú calmi. Attribuire a Louis Ferdinand Céline o a James Joyce l’Imitazione di Cristo, non sarebbe un sufficiente rinnovo di quei tenui consigli spirituali?

Nîmes, 1939.

Note
———————————–

1.
Madame Henri Bachelier cita anche una traduzione letterale della traduzione letterale che fece Quevedo della Introduction à la vie dévote di san Francesco di Sales. Nella biblioteca di Menard non v’è traccia di quest’opera. Deve trattarsi di uno scherzo del nostro amico, male interpretato.

2. M’ero anche proposto di abbozzare un ritratto di Menard. Ma come arrischiarmi a competere con le auree pagine che sta preparando, a quanto mi dicono, la baronessa di Bacourt, o con la matita delicata e puntuale di Carolus Hourcade?

3. Ricordo i suoi quaderni a quadretti, le sue nere cancellature, i suoi peculiari simboli tipografici e la sua scrittura da insetto. Verso sera, gli piaceva andarsene a camminare per i sobborghi di Nîmes; soleva portar seco un quaderno, e farne un allegro falò.
———————————

Da Finzioni, di Jorge Luis Borges, nella traduzione di Franco Lucentini (ed. Einaudi)

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racconto citato in questa pagina

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28 novembre 2009 at 9:22 pm

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la lettera rubata

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La lettera rubata
Edgar Allan Poe (*)

A Parigi, una tempestosa sera autunnale del 18**, poco dopo il tramonto stavo assaporando le delizie della meditazione e insieme quelle di una pipa di schiuma in compagnia del mio amico Auguste C. Dupin, nella sua piccola biblioteca, o studio, al terzo piano di rue Dunot 33, Faubourg St. Germain. Da un’ora almeno eravamo immersi nel più profondo silenzio; se qualcuno per caso ci avesse visti, avrebbe pensato che l’unica nostra occupazione consisteva nel contemplare le volute di fumo che riempivano l’aria della stanza. Per conto mio, invece, stavo riflettendo su alcuni punti che poco prima, durante la serata, avevo discusso con Dupin: mi riferisco ai delitti della rue Morgue e al mistero che circondava l’assassinio di Marie Rogêt. Mi sembrò quindi una strana coincidenza che proprio in quel momento la porta si aprisse, per far entrare una nostra vecchia conoscenza: era monsieur G***, il prefetto della polizia parigina.
Lo accogliemmo calorosamente, perché il suo carattere, disprezzabile da un certo punto di vista, era però controbilanciato da molti lati positivi, e inoltre non lo vedevamo da parecchi anni. Poiché eravamo seduti al buio, Dupin si alzò per accendere una lampada. Ma si risedette immediatamente, quando G*** disse che era venuto a consultarci (o piuttosto ad ascoltare l’opinione del mio amico) su una questione professionale che gli aveva procurato un mucchio di grattacapi.

https://i2.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pTBehqrZpLJgzQrA2GoMb3Psk5WVaIdHtAqdfDDK3PxQlZbx28DjK2Rm5ddf8OqF6NC_tXenf0GjYYMRLuz2717UCTcWuyceL/poelet1.JPGParigi, rue Dunot 33, Faubourg St. Germain. Studio di Auguste C. Dupin.
Incontro con il prefetto “G”


“Se bisogna riflettere sulla faccenda,” osservò Dupin, rinunciando ad accendere la lampada, “lo faremo meglio al buio.”
“Questa è un’altra delle sue idee strane,” rispose il prefetto, che aveva l’abitudine di considerare “strane” tutte le cose al di là della sua comprensione; di conseguenza, viveva in mezzo a una caterva di “stranezze”.
“Verissimo,” rispose Dupin, mentre offriva al visitatore una pipa e gli avvicinava una comoda poltrona.
“Qual è il problema?” domandai. “Non avrà a che fare con un altro delitto, spero.
“No, niente del genere. Il caso è piuttosto semplice, e sono sicuro che potremmo cavarcela da soli. Ma ho pensato che a Dupin sarebbe piaciuto conoscere i particolari di questo caso, davvero molto bizzarro.”
“Semplice e bizzarro,” disse Dupin.
“Lo è. E non lo è al tempo stesso. Per la verità, siamo stati a lungo in dubbio proprio perché il caso è così semplice, e nonostante ciò ci sfugge.”
“Forse a mettervi fuori strada è proprio l’estrema semplicità del caso,” disse il mio amico.
“Ma che sciocchezze sono queste!” rispose il prefetto, ridendo di cuore.
“Forse il mistero è un po’ troppo chiaro,” disse Dupin.
“Santo cielo, ma si è mai sentita una cosa simile?”
“Un po’ troppo evidente, magari.
“Ah! Ah! Ah!” L’ospite scoppiò a ridere, sinceramente divertito. “Dupin, lei mi farà morire…”
“Di che cosa si tratta, esattamente?” domandai.
“Bene, ve lo dirò subito” rispose il prefetto, mentre tirava una lunga, intensa, meditativa boccata di fumo e si accomodava in poltrona. “Ve lo dirò in poche parole. Ma prima di cominciare devo avvertirvi che si tratta di una questione assolutamente riservata: probabilmente perderei il mio incarico, se si sapesse che ne ho fatto parola con qualcuno.”
“Vada avanti,” dissi.
“Oppure no…” disse Dupin.
“E va bene: ho saputo – l’informazione mi è giunta senza intermediari da una persona di alto rango – che negli appartamenti reali è stato rubato un documento della massima importanza. Sappiamo chi lo ha sottratto, senza possibilità di errore, perché è stato visto mentre lo faceva. E sappiamo anche che il documento è ancora in mano sua.
“Come lo sa?” chiese Dupin.
“Lo abbiamo dedotto dalla natura del documento,” rispose il prefetto. “Dal fatto che finora non si sono visti gli effetti che il documento immediatamente produrrebbe se uscisse dalle mani del ladro. Vale a dire, se fosse adoperato per raggiungere lo scopo che il ladro si proponeva portandolo via.”
“Si spieghi meglio,” dissi.
“Bene, posso dire qualcosa di più: il documento dà a chi lo possiede un certo potere, in un ambiente dove questo potere vale moltissimo.” Il prefetto adorava il gergo della diplomazia.
“Continuo a non capire,” disse Dupin.
“No? E va bene: se l’esistenza di questo documento fosse rivelata a una terza persona, che non nomino, metterebbe a repentaglio la reputazione di un personaggio di altissimo rango. Di conseguenza, chi possiede il documento ha in suo potere questo illustre personaggio, che vede così minacciati il proprio onore e la propria tranquillità.”
“Ma un tale potere,” mi intromisi, “dipende dal fatto che il ladro sa che il derubato conosce l’identità del ladro. E chi oserebbe…”
“Il ladro,” disse G***, “è il ministro D***, che è capace di ogni cosa, non importa se degna o indegna di un uomo. Il metodo con cui ha commesso il furto è tanto ingegnoso quanto audace. La dama derubata ha ricevuto il documento in questione – una lettera, per essere espliciti – allorché si trovava nel boudoir reale. Mentre la stava leggendo, fu interrotta proprio dall’arrivo di quell’illustre personaggio al quale, più che a ogni altro, voleva tenerla nascosta. Dopo un inutile tentativo di ficcarla, in tutta fretta, dentro un cassetto, fu costretta a posarla, aperta com’era, sul tavolo. La facciata visibile era comunque quella con l’indirizzo; così nascosto, il contenuto della lettera non attirava l’attenzione. A questo punto entra il ministro D***. Con occhi di lince scorge immediatamente la lettera, riconosce la calligrafia che ha scritto l’indirizzo, osserva la confusione del personaggio a cui la lettera è indirizzata, e scopre il segreto. Dopo una conversazione d’affari, condotta in tutta fretta come è sua abitudine, il ministro tira fuori una lettera molto somigliante alla lettera in questione, la apre, finge di leggerla, e poi la appoggia

https://i0.wp.com/public.blu.livefilestore.com/y1pLcxEL16FqBsrZrlMODX6zkBNBZqs94j-If47WIMoZFYhxAxlkHqWUtqilCCaKEWl9QnKJVd03EbZKy5qA-sO4g/poelet2.JPGBoudoir reale… entra il ministro “D”. con occhi di lince scorge
immediatamente la lettera, riconosce la calligrafia…

esattamente sopra quell’altra. Riprende allora a parlare di questioni politiche, per circa un quarto d’ora. Alla fine, mentre se ne va, prende dal tavolo la lettera non sua. La legittima proprietaria se ne accorge, anche se naturalmente – in presenza del terzo personaggio che le sta vicinissimo – non osa attirare l’attenzione su quel gesto. Il ministro se ne va in fretta, lasciando sul tavolola sua lettera, una lettera peraltro di nessun interesse.”
“Questa,” disse Dupin rivolto a me, “è esattamente la condizione di cui lei parlava: il ladro sa che il derubato è a conoscenza della sua identità.”
“Sì,” rispose il prefetto, “e ormai da qualche mese il ladro sta usando il potere ottenuto con questo stratagemma per conseguire i suoi obiettivi politici. Ormai siamo arrivati a un punto veramente pericoloso; ogni giorno che passa, la dama derubata è più che mai convinta della necessità di riavere la sua lettera ma naturalmente non è possibile farlo alla luce del sole. Alla fine, sull’orlo della disperazione, ha affidato l’incarico a me.
“Non si potrebbe desiderare, o immaginare, un agente più sagace,” disse Dupin da dietro una nuvola di fumo.
“Lei mi lusinga,” rispose il prefetto. “Ma può darsi che la derubata abbia effettivamente pensato qualcosa del genere. “
“È evidente,” dissi, “e lei stesso lo ha osservato, che la lettera si trova ancora nelle mani del ministro. Il potere infatti deriva dal possesso della lettera, non dall’uso. Se il ministro decidesse di utilizzarla, ne annullerebbe il potere.”
“Vero,” disse G***, “e io sono partito proprio da questo presupposto. Per prima cosa, mi sono preso la briga di far perquisire accuratamente il palazzo del ministro; la difficoltà principale era farlo a sua insaputa. Tra l’altro, ero stato avvertito del rischio che correvo se gli avessi dato motivo di sospettare delle mie intenzioni.”
“In questo genere di ricerche lei è uno specialista,” dissi. “La polizia di Parigi ha spesso condotto simili perquisizioni.
“Sì, certo. Ed è per questa ragione che avevo buone speranze di riuscirci. Inoltre, le abitudini del ministro mi facilitavano il compito: spesso trascorre la notte fuori casa; i domestici, poco numerosi, dormono a una certa distanza dall’appartamento padronale e, poiché sono napoletani, è facile farli ubriacare. Lei lo sa, ho delle chiavi con cui riesco ad aprire tutte le stanze e gli scrigni di Parigi. Per tre mesi di seguito, ho trascorso gran parte delle mie notti a perquisire personalmente il palazzo del ministro. C’è in gioco il mio onore e, detto tra noi, la ricompensa è enorme. Ho interrotto le mie ricerche solo quando mi sono convinto che il ladro è più astuto di me. Credo però di aver frugato, in quell’appartamento, tutte le nicchie e tutti gli angoli in cui si poteva nascondere una lettera.”
“Ma non è possibile,” suggerii, “che la lettera, anche se in possesso del ministro, come è senza dubbio, sia nascosta altrove?”
“È poco probabile,” disse Dupin. “La particolare situazione in cui si trova attualmente la corte, specialmente per quanto riguarda gli intrighi che notoriamente coinvolgono D***, fa sì che l’immediata disponibilità del documento – la possibilità di esibirlo nel giro di pochi minuti – sia di estrema importanza, quasi quanto l’esserne in possesso.
“La possibilità di esibirlo?” dissi.
“Vale a dire, la possibilità di annullarne il potere,” precisò Dupin.
“Vero,” osservai. “La lettera si trova dunque nell’abitazione. Mi sembra da escludere che il ministro la porti con sé.
“Questo è certo,” disse il prefetto. “L’ho fatto aggredire due volte, da finti rapinatori che lo hanno derubato sotto la mia sorveglianza.”
“Poteva risparmiarsi il fastidio,” disse Dupin. “Mi sembra che D*** non sia completamente stupido, e dato che non lo è, certo si aspettava queste imboscate.”
“Non è completamente stupido,” disse G***. “Ma è un poeta. E questo, secondo me, è appena a un passo dalla stupidità.”
“Vero,” disse Dupin, aspirando pensieroso una lunga boccata dalla pipa di schiuma. “Anche se pure io ho qualche brutto verso sulla coscienza.”
“Ci dia dei dettagli sulle perquisizioni,” dissi.
“Per dire le cose come stanno, ci siamo presi il tempo necessario e abbiamo frugato dappertutto. In queste faccende, non mi manca certo l’esperienza: ho esaminato a una a una tutte le stanze dell’edificio (in ciascuna stanza abbiamo lavorato per una settimana filata, ogni notte). Prima di tutto, ci siamo dedicati ai mobili di ciascun appartamento. Abbiamo aperto tutti i cassetti possibili; e lei sa – io credo – che per un agente di polizia ben addestrato non esistono cassetti segreti. In una perquisizione come questa, chi si lascia sfuggire un cassetto ‘segreto’ è un imbecille. È semplicissimo: bisogna dar conto per intero del volume di ogni mobile, dello spazio che occupa. Abbiamo procedure molto precise. Non ci può sfuggire neanche mezzo millimetro. Dopo i cassetti, è stata la volta delle sedie: le imbottiture sono state sondate con quegli aghi lunghi e sottili che mi ha visto adoperare. E abbiamo tolto tutti i piani dei tavoli.”
“E perché mai?”
“Spesso una persona, quando vuole nascondere qualcosa, rimuove il piano di un tavolo, o di un altro mobile simile; poi, dopo aver scavato con il trapano un buco in una delle gambe, colloca l’oggetto nella cavità e rimette a posto il piano. Anche le colonne del letto possono servire allo stesso scopo.“
“Ma le cavità non si possono scoprire altrettanto bene perché suonano a vuoto?” domandai.
“Assolutamente no, se prima di collocare l’oggetto nel nascondiglio si ha cura di avvolgerlo in uno spesso involucro di ovatta. E poi, nel nostro caso, non potevamo fare il minimo rumore.
“Ma non avrete di certo smontato – non li avrete fatti a pezzi – tutti i mobili in cui era possibile nascondere un oggetto con il procedimento che lei ha descritto. Una lettera può essere ridotta a un rotolo sottile, simile per forma e dimensione a un grosso ferro da calza, e la si può infilare, per esempio, nella gamba di una sedia. Non avrà mica ridotto in pezzi tutte le sedie?”
“Certo che no. Abbiamo fatto di meglio, esaminando le gambe di ogni sedia del palazzo, come pure le giunte di ogni mobile, con l’aiuto di un potentissimo microscopio. Se ci fosse stato qualche segno recente di manomissione, lo avremmo scoperto all’istante. La minima traccia di segatura lasciata da un trapano, per esempio, sarebbe apparsa grande come una mela. Qualsiasi alterazione nella colla, qualsiasi fessura nelle giunture, sarebbe bastata per rivelare il nascondiglio.”
“Suppongo che abbiate controllato gli specchi, fra il cristallo e il supporto, e che abbiate guardato nei letti, fra le coperte, nelle tende e nei tappeti.”
“Naturalmente. Dopo che abbiamo passato in rivista tutti i mobili, è stato il turno dell’edificio. Abbiamo diviso l’intera superficie in settori e li abbiamo numerati, così da non dimenticarne alcuno. Poi abbiamo esaminato ogni centimetro quadrato del palazzo, e dei due edifici adiacenti, con il microscopio, come ho spiegato prima.”
“I due edifici adiacenti!” esclamai. “Deve essere stato un lavoro faticoso.”
“Sì, ma la ricompensa offerta è straordinaria”.
“Quando dice ‘edifici’, intende anche i terreni intorno?”
“Sono terreni pavimentati a mattoni: ci hanno creato pochi problemi. Abbiamo esaminato il muschio tra i mattoni, ed era intatto.”
“Avete guardato tra le carte del ministro, e tra i libri della biblioteca?”
“Certamente. Abbiamo disfatto ogni pacco e ogni involto. Non soltanto abbiamo aperto tutti i volumi, ma li abbiamo sfogliati pagina per pagina, non accontentandoci di scuoterli solamente, come fa qualcuno dei nostri agenti. Con strumenti precisissimi abbiamo anche misurato lo spessore di ogni copertina, e ognuna è stata passata al vaglio del più scrupoloso esame microscopico. Se una di queste copertine fosse stata manomessa di recente, il fatto non sarebbe sfuggito alla nostra osservazione. Cinque o sei volumi, appena usciti dalle mani del rilegatore, sono stati saggiati accuratamente, in tutta la loro lunghezza, con l’aiuto degli aghi.”
“Avete ispezionato i pavimenti, sotto i tappeti?”
“Sicuro. Abbiamo tolto tutti i tappeti ed esaminato le assi al microscopio.”
“E la carta da parati?”
“Anche.”
“Avete guardato in cantina?”
“Ma certo.”
“Allora,” dissi “ha sbagliato i suoi calcoli: la lettera non si trova nell’edificio.”
“Temo che lei abbia ragione su questo punto,” disse il prefetto. “E ora, Dupin, cosa mi consiglia di fare?”
“Ispezioni di nuovo tutto l’edificio.”
“Ma è assolutamente inutile,” rispose G***. “Come è vero che respiro, in quella casa non c’è traccia della lettera.”
“Non ho un consiglio migliore da darle,” disse Dupin. “Lei ha una descrizione precisa della lettera, vero?”
“Certo che sì.” E il prefetto, tirato fuori un taccuino, lesse ad alta voce una descrizione particolareggiata del documento scomparso, di come appariva ticolareggiata del documento scomparso, di come appariva all’interno e soprattutto all’esterno. Appena finì di leggere questo resoconto il brav’uomo se ne andò, avvilito e demoralizzato come non l’avevo mai visto.
Circa un mese dopo, quando venne a trovarci di nuovo, eravamo immersi nelle stesse occupazioni. Prese una pipa, una poltrona, e cominciò a chiacchierare del più e del meno. Alla fine dissi:
“E allora, G***, che ne è della lettera rubata? Si è convinto, immagino, che il ministro è un avversario difficile da battere.”
“Al diavolo il ministro! Ho rifatto da capo la perquisizione, come mi aveva suggerito Dupin, ma è stata tutta fatica sprecata, l’avevo previsto.”
“Quanto ha detto che è la ricompensa?” chiese Dupin.
“Be’, è piuttosto alta, una ricompensa davvero molto generosa. Preferirei non rivelare la cifra precisa; posso dire però una cosa: darei volentieri di tasca mia cinquantamila franchi a chi fosse in grado di farmi avere quella lettera. La faccenda sta diventando di giorno in giorno più scottante, e la ricompensa è stata di recente raddoppiata. Ma anche se fosse triplicata, non potrei fare più di quel che ho fatto.”
“Ma… veramente,” borbottò Dupin, tra una boccata di fumo e l’altra, “veramente penso che lei non si sia impegnato a fondo. Potrebbe fare qualcosa di più, non crede?”
“E come? In che modo?”
“Ecco…” disse Dupin, tra uno sbuffo e l’altro di fumo “potrebbe magari chiedere un consiglio… Ricorda la storia di Abernethy?”
“No. Al diavolo Abernethy!”
“Ma certo, al diavolo anche lui con tutti gli altri! Dunque: c’era un volta un ricco avaro, che si era messo in testa di scroccare ad Abernethy un consiglio medico. Così, durante una normale conversazione tra amici, sottopose al medico il suo caso, parlandone come se fosse un caso di fantasia.
“ ‘Supponiamo,’ disse l’avaro, ‘che uno avesse questo e quest’altro sintomo. Secondo lei, dottore, cosa dovrebbe prendere?’
“ ‘Cosa dovrebbe prendere?’ disse Abernethy. ‘Dovrebbe prendere subito appuntamento con un medico.’ “
“Veramente…” disse il prefetto, un po’ imbarazzato, “io sono dispostissimo a chiedere un consiglio, e anche a pagarlo. Darei sul serio cinquantamila franchi a chiunque fosse in grado di cavarmi da questo impiccio.”
“Se è così,” rispose Dupin, aprendo un cassetto da cui estrasse un libretto di assegni, “può senz’altro firmarmi un assegno per quella cifra. Quando lo avrà firmato, le darò la lettera.”
Io ero sbalordito. Il prefetto pareva fulminato. Per qualche minuto rimase immobile, senza dire una parola, e guardava il mio amico con aria incredula, la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite. Poi si riprese un pochino, o almeno così sembrava; allora afferrò una penna e dopo molte esitazioni, con gli occhi persi nel vuoto, firmò un assegno di cinquantamila franchi e lo tese a Dupin, che stava dall’altra parte del tavolo. Dupin esaminò attentamente l’assegno e lo ripose nel portafogli. Poi aprì un cassetto della scrivania, ne tirò fuori una lettera e la diede al prefetto, che se ne impossessò in uno spasimo di gioia, aprendola con le mani che gli tremavano. Una rapida occhiata al contenuto, e il prefetto, gettandosi a precipizio verso la porta, uscì dalla stanza e corse in strada senza nemmeno salutare. Da quando Dupin gli aveva chiesto di firmare l’assegno non aveva detto una sola parola.
Uscito il prefetto, il mio amico raccontò come erano andate le cose.
“La polizia di Parigi,” disse, “è molto abile, a modo suo. I suoi agenti sono tenaci, ingegnosi, furbi, e conoscono perfettamente tutte le tecniche del mestiere. Per questo, quando G*** ci raccontò per filo e per segno la perquisizione nel palazzo del ministro, ero sicuro che avesse fatto un buon lavoro. Entro i limiti, naturalmente, delle sue competenze.”
“Entro i limiti delle sue competenze?”
“Sì,” disse Dupin. “Perché non soltanto ha adottato le tecniche migliori, ma le ha anche applicate nella maniera più perfetta possibile. Se la lettera fosse stata alla portata delle loro ricerche, quei ragazzi l’avrebbero trovata, non c’è dubbio.”
Io mi limitai a ridacchiare. Ma Dupin sembrava che parlasse molto seriamente.
“Le tecniche adottate,” continuò, “sono ottime, nel loro genere, e sono state messe in pratica con cura. Ma avevano un difetto: non erano applicabili né al caso, né all’uomo con cui abbiamo a che fare. Con le risorse di cui dispone, peraltro molto ingegnose, il prefetto si è costruito una specie di letto di Procuste, in cui costringe con la forza tutte le sue mosse. Ma sbaglia di continuo, o per troppo accanimento oppure per troppa superficialità rispetto al caso che ha tra le mani. Molti scolaretti ragionerebbero meglio di lui. Ne ho conosciuto uno di otto anni, ammirato da tutti per l’abilità con cui vinceva sempre a ‘pari e dispari’. È un gioco molto semplice, che si fa con le biglie. Uno dei giocatori tiene in mano un certo numero di biglie, e chiede all’altro se sono pari o dispari. Se la risposta è giusta, il giocatore che l’ha indovinata vince una biglia; se è sbagliata, ne cede una all’avversario. Il bambino di cui parlo ha vinto tutte le biglie della scuola. Naturalmente, aveva un suo sistema per indovinare. Un sistema semplicissimo: osservava l’avversario e ne calcolava il grado di astuzia. Facciamo un esempio: il suo avversario, uno stupido fatto e finito, gli chiede sollevando il pugno ‘pari o dispari?’. Il nostro scolaretto dice ‘dispari’ e perde. Ma al secondo tentativo certamente vincerà, perché ragiona così: ‘Questo stupido la prima volta ha preso un numero pari di biglie, e la sua astuzia basta appena a fargliene prendere ora un numero dispari. Allora dirò dispari’. Dice ‘dispari’ e vince. Ma con un avversario un po’ meno stupido, avrebbe ragionato così: ‘Il mio avversario sa che la prima volta ho detto dispari. Ora potrebbe seguire il suo primo impulso, cambiando semplicemente il numero delle biglie da pari a dispari, come ha fatto quell’altro imbecille. Ma se ci riflette un attimo, si accorge che questa variazione è troppo ovvia, e alla fine deciderà di prendere ancora un numero pari di biglie. E allora io dirò pari’. Dice ‘pari’ e vince. Ma in che cosa consiste, in ultima analisi, questo modo di ragionare, che gli amici del nostro scolaretto chiamano ‘fortuna’?”
“È semplice: nel fatto che la mente del nostro giocatore si identifica con quella dell’avversario.”
“Proprio così,” disse Dupin. “E quando interrogai il ragazzino sui mezzi che usava per riuscire a identificarsi così perfettamente con l’avversario, la risposta fu la seguente: ‘Quando voglio sapere fino a che punto uno è saggio, stupido, buono, o cattivo, oppure voglio conoscere esattamente cosa sta pensando in quel momento, faccio assumere al mio volto un’espressione il più possibile identica alla sua; poi aspetto di vedere quali sono i pensieri e i sentimenti che mi nascono nella mente e nel cuore, come se cercassero un accordo, o almeno una corrispondenza, con l’espressione del volto’. Questa risposta dello scolaretto è all’origine della presunta profondità attribuita a La Rochefoucauld, La Bruyère, Machiavelli e Campanella.”
“E l’identificazione dipende, se ho capito bene, dall’accuratezza con cui riusciamo a valutare l’intelligenza dell’avversario.”
“Sì, i risultati concreti che otteniamo dipendono proprio da questa precisione,” rispose Dupin. “Il prefetto e la sua squadra falliscono così spesso per due motivi. Primo, non si identificano; secondo, perché sbagliano nel valutare – anzi, non valutano affatto – l’intelligenza dell’avversario con cui hanno a che fare. Hanno una loro idea dell’ingegnosità e considerano solo quella. Quando cercano qualcosa di nascosto, pensano solo ai modi con cui loro l’avrebbero nascosta. In un certo senso, hanno perfettamente ragione: la loro ingegnosità è una fedele rappresentazione di quella posseduta dalla massa. Ma quando l’astuzia di un singolo furfante è di un tipo diverso rispetto alla loro, cadono immancabilmente in trappola. Questo accade sempre quando l’astuzia è superiore alla loro, e molto spesso anche quando è inferiore. Le loro indagini si basano sempre sugli stessi principi. Tuttalpiù, quando lo impone una situazione insolita – una ricompensa particolarmente generosa – perfezionano a oltranza i vecchi modi di agire, ma non cambiano i principi. Nel caso di D***, per esempio, è stato fatto forse qualcosa per modificare questi principi? Cos’è tutto questo bucare, e sondare, e auscultare, e osservare al microscopio, e dividere la superficie di un edificio in tasselli numerati grandi un paio di centimetri? Cos’è, se non l’applicazione a oltranza di un principio investigativo (o di un insieme di principi) basato sulle idee che il prefetto, nel corso di lunghi anni di servizio, si è fatto dell’ingegnosità umana? Se ne sarà accorto: il prefetto dà assolutamente per scontato che tutti, quando devono nascondere una lettera, la nascondono – se non proprio in un buco fatto col trapano nella gamba di una sedia – almeno in una cavità, o in un angolo fuori mano, trovati con un ragionamento analogo a quello che spinge un individuo a decidere di nascondere una lettera in un buco fatto col trapano nella gamba di una sedia. E non si è accorto che tutti questi nascondigli recherchés sono adatti soltanto alle occasioni di poco conto, e sarebbero scelti solo da intelligenze di poco conto? Infatti, quando abbiamo a che fare con un oggetto nascosto, il nascondiglio – il nascondiglio trovato in questo modo recherché – si può sempre immaginare, e di fatto lo si immagina, fin dall’inizio: scoprirlo non dipende affatto dall’acume, ma piuttosto dalla pazienza, dall’attenzione, dalla determinazione di chi cerca. Se il caso è di una certa importanza, o la ricompensa generosa (il che, agli occhi della polizia, è lo stesso), queste qualità non hanno mai fallito. Lei capirà adesso cosa intendevo quando ho detto che, se la lettera rubata era nascosta da qualche parte entro il raggio di indagine del prefetto – in altri termini, se il principio con cui era stata nascosta rientrava tra i principi del prefetto – la si sarebbe senz’altro ritrovata. Invece il nostro uomo è stato tratto in inganno; la causa remota della sua sconfitta sta nella supposizione che il ministro è uno stupido perché ha fama di poeta. Tutti gli stupidi sono poeti, questo pensa il prefetto. Ma quando ne deduce che tutti i poeti sono stupidi, sbaglia, e il suo errore è la non distributio medii.”
“Ma è veramente un poeta?” domandai. “Per quanto ne so, sono due fratelli, e tutti e due sono nomi conosciuti nel campo della cultura. Ma credo che il ministro abbia scritto un dotto volume sul calcolo differenziale. È un matematico, non un poeta.”
“Si sbaglia. Lo conosco bene: è un poeta e anche un matematico. Proprio per questo sa ragionare correttamente; se fosse stato solo un matematico non avrebbe saputo ragionare affatto e dunque sarebbe stato alla mercè del prefetto.”
“Queste sue opinioni, in netto contrasto con quel che si sostiene comunemente, mi sorprendono. Non penserà di distruggere un’idea accettata ormai da secoli. La razionalità della matematica è stata sempre considerata la razionalità par excellence.”
“Il y a à parier,” rispose Dupin citando Chamfort, “que toute idée publique, toute convention reçue est une sottise, car elle a convenu au plus grand nombre. I matematici, glielo garantisco, hanno fatto del loro meglio per diffondere l’errore popolare a cui lei allude, e che rimane un errore anche se viene spacciato per verità. Con un’abilità degna di miglior causa, per esempio, hanno introdotto il termine analisi applicato all’algebra. All’origine di questo fraintendimento ci sono i francesi. Ma se le parole contano qualcosa – se le parole derivano il loro significato da come vengono usate – allora ‘analisi’ ha a che fare con ‘algebra’ come il latino ambitus ha a che fare con ‘ambizione’, religio con ‘religione’, e homines honesti con uomini d’onore.
“Vedo che sta covando una polemica con la maggior parte degli algebristi parigini,” dissi “Ma continui.”
“Io contesto la validità, e di conseguenza l’importanza, di una ragione coltivata con qualsiasi mezzo diverso dalla logica astratta. Contesto, in particolare, la razionalità che proviene dallo studio della matematica. La matematica è la scienza che si occupa delle forme e delle quantità. Il ragionamento matematico non è altro che la logica applicata alle osservazioni sulle forme e le quantità. Il grande errore sta nel supporre che le verità dell’algebra pura siano verità astratte o generali. Questo errore è così marchiano che mi stupisco al vederlo accettato da tutti. Gli assiomi matematici non sono veri in assoluto. Quel che a buon diritto si può dire di una relazione – della forma e della quantità – è spesso grossolanamente sbagliato se viene riferito per esempio alla morale: qui, che la somma delle parti sia maggiore del tutto, è molto spesso falso. In chimica, l’assioma non è valido. Non è valido neanche se abbiamo a che fare con il movente di un’azione: quando esiste più di un movente, ognuno di un valore determinato, il loro valore complessivo non è necessariamente uguale alla somma delle parti. E molte altre verità matematiche sono tali soltanto entro i limiti delle relazioni. Argomentare sulla base di queste verità limitate scambiandole per verità assolute è tipico dei matematici; del resto la gente si è convinta che queste verità siano applicabili in qualunque ambito. Bryant, nella sua dottissima Mythology cita un’analoga fonte di errori, quando dice che ‘anche se non crediamo alle favole dei pagani, ce ne dimentichiamo continuamente, facendo riferimento a queste favole come a una realtà concreta’. Gli algebristi invece, pagani a pieno titolo, credono alle loro favole, a cui fanno riferimento non per un difetto di memoria, ma perché soffrono di un’inspiegabile confusione mentale. Per farla breve: non ho mai incontrato un matematico puro di cui ci si potesse fidare, se non per l’estrazione di una radice quadrata, e neppure uno che in cuor suo non tenga come articolo di fede che x + px è assolutamente e incondizionatamente uguale a q. Faccia una prova, se vuole: dica a uno di questi signori che secondo lei esistono dei casi in cui x + px non èuguale a q. Ma dopo aver spiegato loro cosa intende, se la dia a gambe più velocemente che può, perché senza dubbio cercheranno di accopparla.
“Voglio dire,” continuò Dupin mentre io ridevo a queste sue osservazioni, “che se il ministro fosse stato soltanto un matematico, il prefetto non sarebbe stato costretto a firmarmi l’assegno. Ma io sapevo che era un matematico e anche un poeta, e a questo ho adeguato il mio ragionamento, tenendo conto anche delle circostanze in cui il ministro si trovava. Sapevo anche che era un cortigiano, e uno sfacciato intrigante. Un uomo simile, mi dissi, non poteva non essere a conoscenza dei metodi solitamente adoperati dalla polizia. Non poteva non prevedere – e di fatto le aveva previste, come sappiamo – le trappole che gli venivano tese. Doveva aver previsto, pensai, la perquisizione segreta nei suoi appartamenti.
Le frequenti assenze notturne, salutate dal prefetto come un aiuto al successo dell’indagine, per me erano semplici ruses, messe in atto per consentire alla polizia una perquisizione accurata, in modo che arrivasse a concluderne, il più rapidamente possibile, che la lettera non si trovava nell’edificio. E in effetti, G*** a questa conclusione finalmente c’è arrivato. Sono anche convinto che il ragionamento riguardante i principi a cui i poliziotti fanno ricorso quando cercano un oggetto nascosto – insomma, la concatenazione di pensieri che un attimo fa, con qualche fatica, ho cercato di ricostruire per lei –, sono convinto, dicevo, che questo ragionamento il ministro lo abbia avuto bene in mente. Ed è questo ragionamento che lo ha senz’altro condotto a disdegnare i soliti nascondigli. Lui non poteva, mi dissi, essere così sciocco da non pensare che anche il nascondiglio più astruso e inaccessibile di casa sua, davanti agli occhi, alle sonde, ai trapani, ai microscopi del prefetto, sarebbe sembrato un armadio aperto. Capii, infine, che sarebbe stato costretto a scegliere la semplicità, se già non l’aveva scelta spontaneamente, seguendo le sue inclinazioni. Ricorderà, forse, lo scoppio di risa del prefetto, quando durante il nostro primo colloquio gli suggerii che il mistero era così impenetrabile proprio perché troppo semplice.”
“Sì,” dissi, “ricordo bene la sua ilarità. Ero convinto che gli sarebbe venuto un attacco.”
“Il mondo materiale,” continuò Dupin, “presenta molte analogie con il mondo immateriale. Su questa base, si è attribuita una parvenza di verità a quel principio della retorica secondo cui una metafora, o una similitudine, può rafforzare un ragionamento, oltre che abbellire una descrizione. Il principio della forza inerziale, per esempio, sembra valere allo stesso modo in fisica e in metafisica. Così, come è vero in fisica che un corpo di grandi dimensioni oppone più resistenza al movimento di uno piccolo, e che l’impulso (il momentum) necessario dipende da questa resistenza, è vero in metafisica che un intelletto molto dotato – pur essendo più impetuoso, più costante, più efficace nelle sue azioni di un intelletto meno dotato – si mette in moto con minore prontezza, e percorre lentamente i primi passi del suo cammino. E ancora: per strada, ha mai osservato le insegne dei negozi? Quali secondo lei attirano di più l’attenzione?”
“Non ci ho mai pensato,” dissi.
“C’è un gioco che si fa su una carta geografica. Uno dei giocatori chiede all’altro di trovare una certa parola – il nome di una città, di un fiume, di uno stato o di un impero – insomma, uno dei tanti che si trovano sulla variopinta e complicata superficie della mappa. I novellini cercano quasi sempre di mettere in imbarazzo l’avversario facendogli indovinare un nome scritto a caratteri piccolissimi. Ma gli esperti scelgono i nomi scritti in grande, sgranati da un capo all’altro della carta geografica. Questi nomi, proprio come le insegne e i manifesti scritti a caratteri cubitali, sfuggono all’attenziòne proprio perché sono troppo evidenti. Queste sviste materiali sono assolutamente analoghe alla disattenzione mentale con cui l’intelletto si lascia sfuggire senza osservarle le considerazioni troppo apertamente e clamorosamente evidenti. Ma questo punto – almeno così sembra – non è alla portata del prefetto: troppo sopra, o troppo sotto, rispetto alla sua capacità di comprensione. Il prefetto non ha pensato neppure per un attimo alla probabilità, o alla possibilità, che il ministro avesse collocato la lettera proprio sotto il naso di tutti, in modo da impedire a chiunque di vederla.
“Più riflettevo sull’ingegnosità di D** *, così audace, brillante e fuori dal comune, più riflettevo sul fatto che doveva tenere la lettera a portata di mano, se voleva servirsene al momento opportuno, più riflettevo sul fatto (ormai appurato dal prefetto) che il documento non si trovava nel raggio di una normale perquisizione di polizia, più mi convincevo che, per nascondere la lettera, il ministro si era servito dell’espediente più ovvio e astuto. Vale a dire, non aveva affatto tentato di nasconderla.
“Con questa idea in testa, mi procurai un paio di occhiali scuri e un bel mattino, come per caso, capitai al palazzo del ministro. Vi trovai D*** che sbadigliava, poltriva e perdeva tempo, come fa di solito, fingendo di essere sprofondato nell’ennui. (Il ministro è probabilmente uno degli uomini più attivi del mondo, ma solo quando nessuno lo vede.)
“Per non essere da meno, mi lamentai della mia vista debole, che mi costringeva a portare gli occhiali. Protetto dalle lenti, mentre sembravo intento a conversare con il mio ospite, passai minuziosamente in rassegna l’intera stanza.
“Dedicai particolare attenzione a un’ampia scrivania (il ministro sedeva a poca distanza) ingombra di lettere e altre carte, tra cui c’erano anche un paio di strumenti musicali e qualche libro. Ma qui, dopo una ricerca lunga e molto insistita, non trovai nulla che potesse far nascere qualche sospetto.
“Alla fine i miei occhi, facendo il giro della stanza, si posarono su un insignificante portadocumenti di cartone filigranato, che era appeso con un sudicio nastro blu a un chiodo di ottone, proprio al centro del caminetto. Nel portacarte, diviso in tre o quattro scomparti, c’erano cinque o sei biglietti da visita, e un’unica lettera, molto sporca e spiegazzata. La lettera era quasi strappata in due, proprio nel mezzo: sembrava che qualcuno, dopo aver avuto in un primo momento l’idea di farla a pezzi come cosa senza valore, poi si fosse fermato, oppure avesse cambiato idea. Recava un grande sigillo nero, dove erano impresse in bella evidenza le iniziali di D***; l’indirizzo, scritto in una minuta calligrafia femminile, era quello del ministro. Era stata infilata con negligenza – perfino con disprezzo, sembrava – in uno degli scomparti superiori del portacarte.
“Mi bastò un’occhiata per capire che quella era la lettera che stavo cercando. Certo, a vederla era completamente diversa dalla lettera di cui il prefetto ci aveva letto una descrizione così accurata. Qui il sigillo era grande e nero, con le iniziali di D***; là era piccolo e rosso, con lo stemma ducale della famiglia S***. Questa era indirizzata al ministro, da una calligrafia minuta e femminile. L’altra, indirizzata a un alto personaggio reale, era scritta da una calligrafia piuttosto marcata ed energica. Le due lettere avevano in comune soltanto la dimensione. Ma alla lunga, queste differenze perfino eccessive, come pure la sporcizia, il foglio sgualcito e strappato, così in contrasto con le abitudini metodiche di D***, e così palesemente tese a ingenerare nell’osservatore l’idea che il documento non valesse nulla; tutte queste cose, insieme alla sfacciata esibizione del documento, esposto alla vista di qualsiasi visitatore, e dunque in perfetto accordo con le conclusioni a cui ero giunto in precedenza, tutte queste cose, dico, confermavano decisamente i sospetti di chi, come me, era andato lì con l’intenzione di sospettare.
“Prolungai la mia visita il più a lungo possibile, e mentre sostenevo un’accesa discussione con il ministro, su un argomento che lo aveva sempre interessato, la mia attenzione era ferma sulla lettera. La esaminai ben bene, fissando nella memoria il suo aspetto esterno e il modo in cui era sistemata nel portacarte. E feci pure una scoperta che levava di mezzo anche il più piccolo dubbio residuo. Mentre osservavo i bordi della carta, vidi che erano più sgualciti del necessario. Avevano l’aspetto che ha un foglio di carta pesante quando lo si piega una volta, pressando poi il bordo, e poi lo si ripiega in senso contrario lungo la stessa piega. Questa scoperta era sufficiente. Per me era chiaro che la lettera era stata rivoltata come un guanto, e poi indirizzata e sigillata di nuovo. Salutai il ministro e subito me ne andai, lasciando una tabacchiera d’oro sul tavolo.
“Il mattino dopo tornai per cercare la tabacchiera, e ripresi con il ministro la vivace conversazione iniziata il giorno prima. Mentre eravamo immersi nella discussione, udimmo proprio sotto le finestre del palazzo una forte detonazione, come fosse un colpo di pistola, seguita dalle urla e dalle voci della folla terrorizzata. Il ministro si avvicinò a una finestra, la aprì e guardò fuori. Nel frattempo io mi avvicinai al portacarte, presi la lettera, me la infilai in tasca, e la sostituii con un facsimile (per quanto riguarda l’aspetto esterno) che avevo preparato a casa con molta cura, imitando facilmente le iniziali di D*** su un sigillo ricavato dalla mollica del pane.
“I rumori in strada erano stati causati dal folle comportamento di un uomo che, armato di fucile, aveva preso a sparare su un gruppo di donne e bambini. Si scoprì però che il fucile era caricato a salve e il tizio, un pazzo o un ubriaco, fu rimesso in libertà. Quando l’uomo se ne andò, il ministro si allontanò dalla finestra, dove lo avevo raggiunto subito dopo aver sostituito il documento. Un attimo dopo presi congedo da lui. Il presunto pazzo lo avevo pagato io.”
“Ma a che scopo,” chiesi, “ha sostituito la lettera con un facsimile? Non era meglio impadronirsene senza trucchi durante la prima visita, e poi andarsene?”
“D*** è un uomo pronto a tutto, oltre che dotato di molto sangue freddo. Ed è circondato da servitori che proteggono i suoi interessi. Se io avessi fatto l’incauto tentativo che lei suggerisce, c’era il rischio di non uscir vivo

https://i1.wp.com/public.blu.livefilestore.com/y1pfSLOKNgrY4oWKbXjFHQXInDzx0sO1JuuKnhwwEGqTVEfoG7j88ZKJYXErGYgRdK1voplSFtj74ds_DUZzEzj4w/poelet3.JPGIl ministro si avvicinò a una finestra, la aprì e guardò fuori. Nel frattempo io
mi avvicinai al portacarte, presi la lettera, me la infilai in tasca, e lo sostituii
con un facsimile

da quella casa. I bravi parigini non avrebbero più sentito parlare di me. A parte queste considerazioni, però, avevo anche un mio scopo. Lei conosce le mie simpatie politiche. In questa faccenda, mi sono comportato come un paladino della dama in questione. Sono ormai diciotto mesi che il ministro la tiene in suo potere. Ma adesso è lei a tenerlo in pugno; infatti, poiché il ministro non sa che la lettera non è più in suo possesso, continuerà il suo ricatto come se nulla fosse accaduto. Ma in questo modo segnerà con le sue stesse mani la propria immediata rovina politica. E la caduta sarà precipitosa quanto ridicola. Parliamo pure del facilis descensus Averni; ma ogni tipo di scala (come dice la Catalani a proposito del canto) è molto più facile da salire che da scendere. In questo caso non ho alcuna simpatia – e neppure pietà – per chi scende: un monstruum horrendum, come può esserlo un uomo di genio senza principi morali. Ma lo confesso: mi piacerebbe essere nella testa del ministro quando, sfidato dalla dama che il prefetto si ostina a chiamare ‘un certo personaggio’, sarà costretto ad aprire la lettera che gli ho lasciato nel portacarte.”
“Ma come? C’è scritto qualcosa?”
“Be’, non mi pareva bello lasciare l’interno in bianco: poteva sembrare un insulto. Una volta, a Vienna, D*** mi giocò un brutto tiro e io gli dissi scherzando che non me ne sarei dimenticato. Così, poiché ero certo che avrebbe avuto qualche curiosità sulla persona che lo aveva messo nel sacco, era un peccato – pensai – non lasciargli un indizio. Il ministro conosce bene la mia calligrafia; di conseguenza, mi sono limitato a riportare nel bel mezzo del foglio bianco queste parole, prese dall’Atrée di Crébillon:

Un dessein si funeste,
S’il n’est digne d’Atrée, est digne de Thieste.”

Note:
(*) Tratto da Racconti di Edgar Allan Poe, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2003 (traduzione dall’inglese a cura di Mariarosa Mancuso). Titolo originale The Purloined Letter.
Le illustrazioni del racconto sono lavori originali di Francesco Moscatelli, che ne ha gentilmente concesso la pubblicazione.

 

Written by azulines

28 novembre 2009 at 4:39 pm

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I delitti della Rue Morgue

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Era il 20 aprile 1841 quando il Graham’s Magazine, a Filadelfia, pubblicò “The Murders in the Rue Morgue” (I delitti della Rue Morgue) di Edgar Allan Poe, considerato la prima storia poliziesca della letteratura. (un ottimo articolo dedicato a questo racconto  in queto sito https://i2.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif)

I delitti della Rue Morgue     di      Edgar allan Poe

“Quale canzone cantassero le sirene, o quale nome assumesse Achille quando si nascose tra le donne per quanto problemi sconcertanti, non sono al di là di ogni congettura”.

Sir Thomas Browne

Le facoltà mentali che definiamo analitiche, sono, di per sé, poco suscettibili di analisi. Le apprezziamo unicamente nei loro effetti. Sappiamo fra l’altro che, per chi le possiede in misura straordinaria, costituiscono sempre una fonte di vivissimo godimento. Come l’uomo forte esulta delle sue doti fisiche, dilettandosi di quegli esercizi che chiamano in causa i suoi muscoli, così l’analista si compiace di quell’attività mentale che DISTRICA. Egli trae piacere da qualsiasi occupazione, anche la più banale, purché metta in azione il suo talento. E’ appassionato di enigmi, di rebus, di geroglifici, nel risolvere i quali da prova di ACUMEN che può apparire soprannaturale a un’intelligenza comune. I risultati che egli consegue applicando l’essenza, l’anima stessa del metodo, hanno in realtà tutta l’aria dell’intuizione.La facoltà di risoluzione è forse molto rinforzata dallo studio della matematica, e in particolar modo dal ramo più nobile di essa che, ingiustamente, e solo a causa del processo a ritroso delle sue operazioni, è stata definita ANALISI, come se lo fosse PER ECCELLENZA. Eppure calcolare non è di per sé analizzare. Un giocatore di scacchi, per esempio, esegue il primo procedimento senza ricorrere al secondo. Ne segue un’interpretazione completamente errata degli effetti che il gioco degli scacchi ha sulla struttura mentale dell’individuo. Non intendo qui scrivere un trattato, ma semplicemente introdurre, con delle osservazioni, fatte molto a casaccio, un racconto un po’ strano; colgo quindi l’occasione per sostenere che le facoltà più elevate dell’intelligenza riflessiva sono messe alla prova più a fondo e con maggiore utilità dal gioco più modesto della dama piuttosto che dall’elaborata frivolezza degli scacchi. In quest’ultimo gioco, dove i pezzi si muovono con mosse diverse e BIZZARRE, secondo dei valori vari e variabili, ciò che è soltanto complesso viene scambiato (errore piuttosto comune) per ciò che è profondo.Si richiede qui la massima capacità d’attenzione. Distrarsi per un attimo significa commettere una svista da cui deriverà un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono soltanto molteplici, ma anche complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci vince la partita non il giocatore più acuto, ma quello che sa maggiormente concentrarsi.

 

Nel gioco della dama, invece, dove il movimento è UNICO e consente poche variazioni, le probabilità di distrazioni sono minori, e dal momento che la semplice attenzione viene impegnata solo relativamente, i risultati ottenuti da entrambi gli avversari sono attribuibili soltanto a una maggiore dose di ACUMEN. Per toglierci dall’astratto: immaginiamo una partita a dama dove i pezzi siano ridotti a solo quattro dame, e dove naturalmente non ci sia da aspettarsi alcuna svista. E’ chiaro che qui la vittoria sarà decisa (dal momento che i giocatori si trovano su un piano di parità) da una mossa ‘ recherchée ‘, risultato di un eccezionale sforzo mentale. Non potendo valersi dei consueti stratagemmi, l’analista s’insinua nello spirito dell’avversario, si identifica con esso, e non di rado vede così, a colpo d’occhio, l’unica mossa (a volte assurdamente semplice) mediante la quale può indurlo a commettere un errore o affrettare un calcolo sbagliato.

Da molto tempo si è notata l’influenza che lo ‘ whist ‘ esercita su ciò che viene definita capacità di calcolo; e si sa che uomini dotati di eccezionale intelligenza, mentre disdegnavano come frivoli gli scacchi, ricavano da questo gioco un piacere apparentemente inspiegabile. Senza dubbio non c’è nulla del genere che riesca ad impegnare altrettanto profondamente la facoltà dell’analisi. Il miglior giocatore di scacchi della cristianità non sarà nulla di più del miglior giocatore di scacchi; ma il grado di eccellenza nello whist implica una probabilità di successo in tutte quelle imprese tanto più importanti in cui una mente umana si trova a fronteggiarne un’altra. Per grado di eccellenza intendo quella perfezione che presuppone la conoscenza di TUTTI gli espedienti del gioco da cui si possono trarre vantaggi legittimi. Questi non sono soltanto molteplici, ma multiformi, e si celano sovente in abissi di pensiero del tutto impenetrabili all’intelligenza ordinaria. Osservare con attenzione significa ricordare distintamente; e sotto questo aspetto il giocatore di scacchi riuscirà molto bene nello whist perché sa concentrarsi; d’altra parte le regole di Hoyle (basate sul puro e semplice meccanismo del gioco) sono in genere sufficientemente chiare a tutti. Così, avere una memoria incisiva e attenersi al regolamento di gioco sono due requisiti che sembrano definire il buon giocatore per eccellenza. Ma è oltre i limiti delle regole che l’abilità dell’analista si manifesta. In silenzio egli fa tutte le sue osservazioni e deduzioni; altrettanto forse fanno i suoi avversari; ma la differenza nella portata delle indicazioni così ottenute non consiste tanto nella validità della deduzione quanto nella qualità dell’osservazione. Quel che è necessario sapere è che cosa si deve osservare. Il nostro giocatore non si pone limiti, né, per il fatto che il gioco è l’oggetto primo della sua concentrazione, egli manca di trarre deduzioni da fattori estranei alla partita. Scruta l’espressione del suo compagno, confrontandola attentamente con quella di tutti i suoi avversari.

Osserva il modo in cui ciascuno ordina le proprie carte, contando sovente un atout dopo l’altro e un punto dopo l’altro dalle occhiate che via via vi lanciano quelli che ne sono in possesso.

Nel corso del gioco non si lascia sfuggire le minime alterazioni dei volti, traendo le sue prime considerazioni in base al loro atteggiarsi ad espressioni di sicurezza, di sorpresa, di trionfo o di dispetto. Dal modo di raccogliere un’alzata giudica se la persona che la prende ha o no la possibilità di combinarne un’altra. Riconosce la carta che viene giocata per ingannare dal modo con cui essa viene gettata sul tavolo. Una parola buttata là per caso o pronunciata inavvertitamente; una carta caduta o scoperta accidentalmente che venga quindi nascosta con nervosismo o con indifferenza; il conteggio delle alzate, l’ordine in cui si succedono; imbarazzo, esitazione, prontezza o ansia – tutto serve alla sua percezione apparentemente intuitiva per trarre indicazioni sullo stato effettivo delle cose. Dopo che sono state giocate le prime due o tre mani, egli conosce alla perfezione le carte di cui ciascuno dispone, e da quel momento può buttar giù le sue seguendo un piano così preciso come se il resto della compagnia giocasse a carte scoperte. Il potere di analisi non dovrebbe essere confuso con la semplice ingegnosità; poiché mentre l’analista è necessariamente ingegnoso, l’uomo ingegnoso è sovente notevolmente incapace di analisi. La capacità di ricostruzione o di combinazione, attraverso cui si manifesta comunemente la ingegnosità, e alla quale i frenologi hanno assegnato (a torto, direi) un organo separato, considerandola una facoltà primordiale, è stata riscontrata tante volte in persone il cui livello intellettivo sfiorava – per il resto – l’idiozia, da attirare l’attenzione di tutti gli scrittori di psicologia. Tra le ingegnosità e l’abilità analitica esiste in effetti una differenza ancor più notevole di quella che corre fra la fantasia e l’immaginazione, benché di un genere strettamente analogo. Si constaterà difatti che l’uomo ingegnoso è sempre pieno di fantasia, mentre l’uomo veramente ricco di immaginazione non è mai altro che analitico.

Il racconto che segue costituirà per il lettore una specie di commento a quanto si è andato fin qui dicendo.

Fu a Parigi, dove mi trattenni per tutta la primavera e parte dell’estate del 18.., che feci la conoscenza di un certo Monsieur C. Auguste Dupin. Questo giovane apparteneva a un’ottima, anzi ad un’illustre famiglia, ma una serie di disgrazie l’aveva ridotto in uno stato tale di povertà da spegnere in lui ogni energia, tanto che aveva smesso di lottare per una posizione in società e di preoccuparsi di ricostituire il nostro patrimonio. Grazie alla clemenza dei suoi creditori aveva potuto trattenere per sé una piccolissima parte dei suoi beni; e, con la rendita che questi gli fruttavano, riusciva, per mezzo di una inflessibile economia, a procurarsi il necessario per vivere, senza darsi pensiero del superfluo. La sua unica debolezza erano i libri, cosa tutt’altro che difficile da procurarsi a Parigi.

Ci incontrammo la prima volta in un’oscura libreria di Rue Montmartre, dove il fatto di essere entrambi, per caso, alla ricerca dello stesso libro di considerevole rarità e interesse, ci rese subito amici. Ci rivedemmo di sovente da allora. Mi interessò estremamente la breve storia della sua famiglia che egli mi raccontò fin nei minimi dettagli con tutto quel candore di cui è capace un francese quando si tratta di parlare di sé. Rimasi anche meravigliato nel constatare quanto fosse vasto il campo delle sue letture; e soprattutto sentii il mio spirito infiammarsi a contatto con la forza travolgente e la vivida freschezza della sua immaginazione. Dato quel che mi interessava scoprire allora in Parigi, ebbi la sensazione che la compagnia di un uomo simile mi sarebbe stata preziosa oltre ogni dire, e francamente glielo confidai. Combinammo alla fine di abitare insieme per tutta la durata del mio soggiorno in città; e poiché la mia situazione finanziaria non era così disperata come la sua, potei addossarmi le spese dell’affitto e dell’arredamento in uno stile che armonizzasse con la malinconia un po’ estrosa , caratteristica del nostro temperamento, di una casa grottesca, rosa dal tempo, rimasta a lungo disabitata a causa di certe superstizioni che trascurammo di indagare, e che sorgeva, semidiroccata ormai, in una zona solitaria e squallida del Faubourg St.-Germain.

Se la gente fosse venuta a conoscenza delle nostre abitudini in quella casa, certo ci avrebbe considerato dei pazzi, anche se, forse, pazzi innocui. Il nostro isolamento era assoluto. Non ricevevamo visite. Mi ero anzi preoccupato di tenere segreto alle mie amicizie di vecchia data il luogo del nostro ritiro; e in quanto a Dupin, erano ormai molti anni che non conosceva e non era più conosciuto da nessuno a Parigi. Esistevamo soltanto per noi stessi.

Una delle stranezze del mio amico (come diversamente potrei definirle?) consisteva nell’amare la Notte per se stessa; ed io mi lasciai andare a questa sua ‘ bizarrerie ‘, come a tutte le altre, piegandomi ai suoi capricci fantastici con assoluto ‘ abandon ‘.

La tenebrosa dea non era sempre con noi, ma noi potevamo ricrearla artificialmente. Al primo accenno d’alba accostavamo tutte le pesanti imposte della vecchia casa, accendendo un paio di candele, fortemente profumate, che spandevano soltanto una pallida luce spettrale. Con il loro aiuto, schiudevamo l’anima nostra ai sogni, leggendo, scrivendo o conversando, finché l’orologio ci annunziava l’ora della vera Oscurità. Allora uscivamo per le strade, sottobraccio, riprendendo gli argomenti discussi in giornata, o gironzolando di qua e di là fino a tarda notte, perseguendo, tra le luci accecanti e le ombre della città popolosa, quello stato mentale di esasperato eccitamento che solo ci può venire da un’osservazione tranquilla.

In quelle occasioni non potei fare a meno di notare e ammirare in Dupin “anche se a questo mi aveva preparato la sua eccezionale capacità intellettiva) una sviluppatissima abilità analitica.

Sembrava anche che dall’esercizio di questa facoltà, se non proprio dall’ostentazione di essa, egli traesse grande piacere, come d’altronde egli stesso non esitava a confidarmi. Con una piccola risatina sommessa si vantava con me del fatto che la maggior parte degli uomini gli si presentava con delle finestre spalancate sul petto, ed era pronto a convalidare tali spiegazioni con delle prove dirette e sbalorditive della conoscenza profonda che aveva di me. In quei momenti i suoi modi erano freddi e distanti; gli occhi inespressivi, mentre la voce, di solito caldamente vellutata, si inaspriva in un tono acuto che sarebbe parso petulante se non fosse stato per la determinazione e l’assoluta chiarezza della pronuncia. Osservandolo in questi particolari stati d’animo, mi sorprendevo sovente a meditare sull’antica filosofia dell’anima bipartita, divertendomi all’idea di un duplice Dupin: uno creativo e l’altro analizzatore.

Non si deve pensare, da quanto ho detto, che io stia rivelando un mistero o costruendo un romanzo. Quello che ho descritto in questo francese era soltanto il risultato, l’effetto di un’intelligenza eccitata e forse ammalata. Ma un esempio varrà meglio di ogni altra cosa ad illustrarvi la natura delle sue osservazioni nei momenti ai quali ho accennato.

Passeggiavamo una notte per una lunga strada sudicia nelle vicinanze del Palais Royal. Immersi entrambi nei nostri pensieri, non avevamo profferito sillaba da almeno un quarto d’ora.

All’improvviso Dupin ruppe il silenzio con queste parole:

“E’ davvero molto piccolo, e sarebbe più adatto per il Théâtre des Variétés”.

“Non c’è dubbio,” risposi meccanicamente, non rendendomi conto al primo momento (tanto ero preso dalle mie riflessioni) della straordinaria esattezza con cui il mio interlocutore si era riagganciato al filo delle mie meditazioni. Me ne sovvenni un istante dopo, e il mio sbalordimento fu profondo.

“Dupin,” dissi, gravemente, “questo è più di quanto riesca a capire. Devo ammettere che mi avete sbalordito, e sono quasi tentato di non credere ai miei sensi. Come avete potuto indovinare che stavo pensando a…?” E qui m’interruppi, per accertarmi definitivamente se sapesse davvero a chi stavo pensando.

“… a Chantilly,” finì Dupin, “ma perché v’interrompete? Stavate rilevando fra di voi che la sua bassa statura lo rende inadatto a recitare tragedie”.

E questo era stato per l’appunto l’oggetto delle mie riflessioni.

Chantilly era un ex-ciabattino della Rue St.-Denis, il quale, pazzo per il teatro, si era cimentato nel ‘ rôle ‘ di Serse, nell’omonima tragedia di Crébillon, e i suoi sforzi erano stati oggetto di scherno generale.

“Ditemi, per amor del cielo,” esclamai, “quale metodo – se pure metodo c’è – vi ha permesso di scandagliare il mio pensiero su questo argomento”.

Effettivamente ero anche più sorpreso di quanto fossi disposto ad ammettere.

“E’ stato il fruttivendolo,” rispose il mio amico, “a portarvi alla conclusione che quel rappezza-suole non aveva statura sufficiente per Serse et id genus omne”.

“Il fruttivendolo!… Mi stupite… Non conosco nessun fruttivendolo”.

“L’uomo che vi ha urtato quando abbiamo imboccato questa strada…

sarà circa un quarto d’ora fa”.

Mi ricordai infatti che un fruttivendolo, che reggeva sul capo un enorme cesto di mele, mi aveva quasi buttato per terra, per sbaglio, mentre passavamo dalla Rue C… nella via dove adesso ci trovavamo; ma che cosa avesse a che vedere questo con Chantilly proprio non mi riusciva di capire. Non c’era un briciolo di ‘ charlatanerie ‘ in Dupin.

“Ora vi spiegherò,” mi disse, “e perché possiate capire ogni cosa con chiarezza, cominceremo col riesaminare l’ordine di successione dei vostri pensieri dal momento in cui vi ho parlato fino a quello della ‘ rencontre ‘ col fruttivendolo in questione. Gli anelli principali di questa catena si saldano in questa successione:

Chantilly, Orion, Dottor Nichols, Epicuro, la stereotomia, il selciato, il fruttivendolo”.

Sono poche le persone che non si siano divertite, in qualche periodo della loro vita, a ripercorrere i passi compiuti dalla loro mente per arrivare a certe determinate conclusioni. E’ un’occupazione che ha in sé molti motivi di interesse; e colui che l’esperimenta per la prima volta si stupisce dell’incoerenza e della distanza, apparentemente incolmabile, che corre tra il punto di partenza e quello d’arrivo. Quale non fu dunque la mia meraviglia quando mi sentii dire dal francese quel che vi ho riportato e quando fui costretto a riconoscere che le sue parole corrispondevano a verità. Dupin continuò:

“Avevamo parlato di cavalli, se ben ricordo, prima di lasciare la Rue C… Fu questo il nostro ultimo argomento. Mentre attraversavamo la strada per imboccare questa via, un fruttivendolo con una grande cesta in bilico sul capo, superandoci di gran fretta, vi spinse sopra un mucchio di pietre da pavimentazione accatastate in un punto in cui il marciapiede è in riparazione. Siete inciampato in una delle pietre sparse all’intorno, siete scivolato storcendovi leggermente la caviglia, avete assunto un’aria seccata o perlomeno rannuvolata, avete borbottato qualche parola, vi siete voltato indietro a guardare il mucchio di sassi e poi avete ripreso a camminare in silenzio. Non prestavo soverchia attenzione a quanto facevate; ma ultimamente l’osservazione è diventata per me una specie di mania.

“Avete tenuto abbassati gli occhi per terra, lanciando sguardi indispettiti alle buche e ai solchi del marciapiede (per cui conclusi che stavate ancora pensando alle pietre), finché giungemmo al vicoletto Lamartine, che è stato lastricato in via sperimentale con dei blocchi saldati e sovrapposti. Qui notai che il vostro viso si rasserenava e da un movimento delle vostre labbra mi convinsi che stavate mormorando la parola ‘stereotomia’ termine che si applica con una certa affettazione a questo tipo di lastricato. Sapevo che non avreste potuto pronunciare tra voi il vocabolo ‘stereotomia’ senza essere portato a pensare agli atomi e di conseguenza alla teoria di Epicuro; e poiché quando discutemmo questo argomento non molto tempo fa vi accennai al fatto davvero singolare, anche se praticamente ignorato, che le vaghe ipotesi di questo illustre greco fossero state confermate dalla più recente cosmogonia nebulare, mi parve che non avreste potuto fare a meno di alzare gli occhi verso la grande nebulosa d’Orione e mi apprestai con una certa sicurezza a vedervelo fare. Voi guardaste in alto; e fui allora certo di aver seguito esattamente il corso del vostro pensiero. Ma in quella spietata ‘ tirade ‘ contro Chantilly, pubblicata ieri sul ‘ Musée ‘ l’articolista, alludendo ironico e malevolo al cambiamento di nome del calzolaio all’atto di calzare il coturno, citò un verso latino sul quale abbiamo sovente discusso. Mi riferisco a quel verso che dice:

Perdidit antiquum litera prima sonum.

“Vi avevo spiegato che questo si riferiva a Orione, che in passato si scriveva Urione; e per certe particolarità pungenti connesse alla spiegazione ero certo che non l’avreste dimenticato. Era evidente perciò che non avreste mancato di riaccostare le due idee di Orione e Chantilly. E che effettivamente le associaste lo capii dalla natura del sorriso che vi aleggiò sulle labbra. Pensavate al sacrificio del povero ciabattino. Fino allora avevate camminato tutto ricurvo ma ora notai che vi erigevate in tutta la vostra statura. Fui certo a questo punto che stavate riflettendo sull’altezza di Chantilly. Fu allora che interruppi il corso dei vostri pensieri per osservare che era proprio un omino, quel Chantilly, e che avrebbe figurato meglio al Théâtre des Variétés”.

Poco tempo dopo, scorrendo l’edizione della sera della ‘ Gazette des Tribunaux ‘, la nostra attenzione fu attratta da questo articolo di cronaca.

SENSAZIONALE DELITTO. – Verso le tre di questa mattina, gli abitanti del quartiere St.-Roch furono destati da un susseguirsi di urla terrorizzanti provenienti apparentemente dal quarto piano di una casa situata in Rue Morgue, notoriamente abitata soltanto da Madame L’Espanaye e da sua figlia, Mademoiselle Camîlle L’Espanaye. Dopo qualche minuto, perso nel vano tentativo di entrare nel caseggiato per via normale, il portone veniva forzato con una sbarra, e un gruppetto di vicini, una decina circa, vi fecero irruzione insieme a due gendarmi. Nel frattempo le grida erano cessate; ma, mentre gli accorsi salivano precipitosamente la prima rampa di scale, si udirono due o più voci aspre impegnate in un violento alterco che parevano provenire dal piano superiore della casa. Ma nel momento in cui fu raggiunto il secondo pianerottolo anche questi rumori cessarono e tutto ripiombò nel più profondo silenzio. Il gruppo si divise irrompendo nelle diverse stanze. Arrivati a una vasta stanza sul retro del quarto piano (la cui porta, chiusa dall’interno, dovette essere forzata), agli occhi dei presenti si offrì uno spettacolo tale da agghiacciarli d’orrore oltre che di sbalordimento.

L’appartamento era tutto sottosopra, i mobili rotti e scaraventati in ogni direzione. C’era un unico letto, e da questo era stato divelto il pagliericcio e gettato nel mezzo del pavimento. Su una sedia era posato un rasoio, macchiato di sangue. Nel caminetto c’erano due o tre lunghe e folte ciocche di capelli grigi, anch’esse intrise di sangue, che parevano essere strappate dalle radici. Sul pavimento furono rinvenuti quattro napoleoni, un orecchino di topazio, tre grandi cucchiai d’argento, tre più piccoli di métal d’Alger, e due borse, contenenti quasi quattromila franchi in oro. I cassetti di un bureau, posto d’angolo, erano aperti ed erano stati evidentemente saccheggiati, nonostante contenessero ancora svariati oggetti. Una piccola cassaforte in ferro venne trovata sotto il pagliericcio (non sotto il letto). Era aperta, con la chiave ancora nella serratura. Non conteneva che lettere di vecchia data e altre scartoffie di trascurabile importanza.

Non veniva scoperta traccia alcuna di Madame L’Espanaye; ma essendo stata notata una quantità insolita di fuliggine nel camino, si procedeva a un esame della cappa, e (orribile a dirsi!) ne veniva tratto, a testa all’ingiù, il cadavere della figlia, che era stato forzato in quella posizione per un buon tratto su per la angusta apertura. Il corpo era ancora caldo. Osservandolo si riscontrarono molte escoriazioni provocate senza dubbio dalla violenza con cui era stato spinto su per il camino e successivamente liberato. Il viso presentava numerose e profonde graffiature, e la gola lividi violacei e marcate impronte di unghie, come se la disgraziata vittima fosse stata strangolata.

Dopo una minuziosa perlustrazione condotta per ogni angolo della casa che non portò però a nessuna ulteriore scoperta, il gruppo di persone si diresse a un piccolo cortile lastricato sul retro della casa, dove giaceva il cadavere della vecchia signora, con la gola tagliata tanto selvaggiamente che, nel tentativo fatto per sollevare la salma, la testa si staccò nettamente dal busto. Sia il corpo che la testa erano orribilmente mutilati, il primo specialmente era così sfigurato da non serbare quasi più traccia di parvenza umana.

A quanto ci risulta non è ancora stato scoperto il minimo indizio che possa gettare luce su questo orrendo mistero.

All’indomani il giornale portava in aggiunta questi particolari.

LA TRAGEDIA DELLA RUE MORGUE. – Molte persone sono state interrogate in relazione a questo incredibile e mostruoso affare (la parola ‘ affaire ‘ non ha ancora assunto per i francesi quel significato di trascurabile importanza che ha da noi), ma nulla è trapelato che potesse servire a svelarne il mistero. Riportiamo qui sotto tutte le informazioni ricavate nel corso delle deposizioni.

Pauline Dubourg, lavandaia, depone di conoscere entrambe le vittime da tre anni per aver prestato loro i suoi servizi durante tutto quel periodo. La vecchia signora e sua figlia parevano vivere in ottimi rapporti, molto affezionate l’una all’altra.

Pagavano puntualmente. Non saprebbe dire come e con quali mezzi di sussistenza vivessero. Credeva che Madame L. si guadagnasse da vivere predicendo la buona ventura. Si mormorava che avesse da parte qualche risparmio. Dichiara di non aver mai incontrato nessuno in casa quando vi andava per consegnare o ritirare la biancheria. Era sicura che non tenessero persone di servizio.

Pareva che, fatta eccezione per il quarto piano, non vi fossero mobili in nessun’altra parte della casa.

Pierre Moreau, tabaccaio, depone d’aver venduto abitualmente per quasi quattro anni piccole quantità di tabacco e di polvere da annusare a Madame L’Espanaye. E’ nato nel quartiere e vi ha sempre abitato. La defunta e sua figlia occupavano da più di sei anni la casa dove sono stati rinvenuti i loro cadaveri. Precedentemente vi aveva abitato un gioielliere che subaffittava il piano superiore a varie persone. La casa era di proprietà di Madame L. Scontenta dell’abuso che il suo inquilino faceva dei locali, vi si era trasferita lei stessa, rifiutandosi di affittare gli altri piani.

La vecchia signora era un po’ ritardata mentalmente. Il testimone aveva visto la figlia cinque o sei volte in tutto, in circa sei anni. Le due donne facevano vita estremamente ritirata, e si diceva che avessero denaro. Aveva sentito dire dai vicini che Madame faceva la chiromante, ma non ci credeva. Non aveva mai visto nessuno varcare il loro portone, tranne la vecchia signora e sua figlia, un fattorino un paio di volte, e un medico forse una decina di volte.

Molte altre persone del quartiere hanno deposto in questo senso.

Di nessuno è stato detto che frequentasse la casa. Non si sapeva se Madame L. e sua figlia avessero ancora qualche parente in vita.

Le imposte delle finestre sulla facciata venivano aperte di rado.

Quelle che davano sul retro rimanevano sempre chiuse tutte, tranne quelle della grande stanza del quarto piano. La casa era un bell’edificio, non molto antico.

Isidore Musèt, gendarme, depone di essere stato chiamato a quell’indirizzo verso le tre del mattino, e di aver trovato davanti al portone un gruppo di circa venti o trenta persone che cercavano di entrare. Infine si era riusciti a forzarlo con una baionetta, non con una spranga. Non era stato difficile aprirlo trattandosi di una porta a due battenti, priva di spranga, sia in alto che in basso. Le urla si ripeterono finché il portone venne sfondato, poi cessarono di colpo. Parevano emesse da qualcuno (o da più persone) che stesse soffrendo pene atroci, erano forti e prolungate, non brevi e rapide. Fu il testimone a far strada verso i piani superiori. Raggiunto il primo pianerottolo, sentì levarsi due voci in un’aspra e violenta lite, una era una voce rauca, l’altra molto più acuta, di un tenore davvero strano. Poté percepire alcune parole pronunziate dalla prima, che indubbiamente apparteneva a un francese. Era certo che si non si trattasse di una voce di donna. Riuscì a distinguere le parole ‘ sacré ‘ e ‘ diable ‘. La voce stridula era quella di uno straniero ma non saprebbe dire se si trattasse di una voce di uomo o di donna. Non era riuscito ad afferrare quel che veniva detto, ma gli pareva che la lingua parlata fosse lo spagnolo. Lo stato della camera e dei cadaveri venne descritto come noi l’abbiamo riferito ieri. Henri Duval, un vicino di professione orefice, depone di essersi trovato fra quelli che per primi entrarono nella casa. Conferma (in linea di massima) la deposizione di Musèt. Appena ebbero forzato il portone lo richiusero per impedire l’accesso alla folla che, nonostante l’ora tarda, si era andata rapidamente assembrando. La voce stridula, secondo l’affermazione di questo teste, apparteneva a un italiano. Certamente non a un francese. Non poteva affermare che si trattasse di una voce maschile; avrebbe potuto essere di donna. Non conosceva l’italiano. Non era riuscito a distinguere le parole, ma dall’intonazione era certo che chi parlava doveva essere un italiano. Conosceva Madame L. e sua figlia. Aveva parlato sovente con entrambe. Era convinto che la voce stridula non appartenesse né all’una né all’altra vittima.

… Odenheimer, restaurateur. Si è presentato spontaneamente a testimoniare. Non sapendo parlare francese è stato interrogato a mezzo di un interprete. E’ nato ad Amsterdam. Passava davanti alla casa nel momento in cui riecheggiarono quelle grida. Erano urla prolungate e alte, paurose e strazianti. Fu uno di quelli che entrarono nella casa. Confermava le deposizioni precedenti su tutti i punti meno uno. Era certo che la voce stridula fosse quella di un uomo, di un francese. Non riuscì tuttavia a distinguere le parole pronunciate. Erano forti e rapide, sconnesse, come se fossero state proferite in un accesso di paura oltre che di collera. La voce era aspra, non tanto stridula quanto aspra. Non l’avrebbe proprio definita stridula. La voce roca ripeté più volte “sacré”, “diable” e una volta “mon Dieu”.

Jules Mignaud, banchiere, della ditta Mignaud e Figli, Rue Deloraine. E’ il maggiore dei Mignaud. Madame L’Espanaye aveva una piccola fortuna. Aveva aperto un conto nella sua banca nella primavera dell’anno… (otto anni prima). Effettuava sovente dei depositi di piccole somme. Non aveva mai prelevato nulla fino a tre giorni prima della sua morte quando era venuta a ritirare personalmente una somma di quattromila franchi. L’ammontare era stato pagato in oro e mandato a casa a mezzo d’un fattorino.

Adolphe Le Bon, fattorino di Mignaud e Figli, depone di aver accompagnato il giorno suddetto, verso mezzogiorno, Madame L’Espanaye fino alla sua abitazione con i quattromila franchi riposti in due borse. All’aprirsi della porta gli si parò innanzi Mademoiselle che gli tolse dalle mani una delle borse mentre la vecchia signora prendeva in consegna l’altra. Dopo un inchino di saluto si congedò. Non scorse nessuno per strada a quell’ora. E’ un vicolo laterale, pochissimo frequentato.

William Bird, sarto, depone di essere stato fra le persone che penetrarono all’interno della casa. E’ inglese. Vive a Parigi da due anni. Fu uno dei primi a lanciarsi per le scale. Udì le voci alzarsi nell’alterco. La voce roca apparteneva a un francese. Poté distinguere qualcuna delle parole pronunciate, ma al momento non se le ricorda tutte. Udì distintamente “sacré” e “mon Dieu”. In quel momento c’era un rumore come di più persone impegnate in una lotta – un rumore di zuffa e di scalpiccii. La voce stridula era forte, molto più forte di quella roca, e certo non era quella di un inglese. Sembrava quella di un tedesco. Avrebbe potuto essere una voce di donna. Non conosce il tedesco.

Quattro dei sopra citati testi, riconvocati, hanno deposto che la porta della camera in cui fu rinvenuto il cadavere di Mademoiselle L. era chiusa dall’interno quando arrivò il gruppo di persone. Il silenzio era assoluto, non un gemito, non un rumore di nessun genere. Forzata la porta, non si vide nessuno nella stanza. Le finestre, sia quella della stanza che dà sul retro della casa quanto quella che si apre sulla facciata, erano chiuse e saldamente assicurate dall’interno. Una porta di comunicazione tra le due camere era chiusa, ma non a chiave. La porta che mette in comunicazione la stanza che dà sulla facciata con il corridoio era chiusa a chiave, con la chiave all’interno. Uno stanzino prospiciente la casa, al quarto piano, all’estremità del corridoio, era aperto, con l’uscio accostato. Questa stanza rigurgitava di vecchi letti, di scatole, e così via. Tutti questi oggetti vennero scrupolosamente rimossi e esaminati. Non c’è un centimetro di angolo di casa che non sia stato minuziosamente perquisito. Si spazzarono anche i camini con delle scope. La casa consisteva di quattro piani più le soffitte (mansardes). Un lucernario sul tetto era inchiodato molto saldamente e lasciava supporre di non essere stato aperto da anni. Il tempo trascorso tra il momento in cui si udirono le voci alzarsi nella lite e quello in cui fu forzata la porta, varia secondo le deposizioni dei vari testi. Alcuni lo calcolano in tre minuti, altri lo prolungano fino a cinque. La porta fu aperta con difficoltà.

Alfonzo Garcio, impresario di pompe funebri, dichiara di abitare in Rue Morgue. E’ spagnolo. Fu tra quelli che irruppero nella casa. Non salì ai piani superiori. E’ impressionabile, e temeva le conseguenze di un forte turbamento. Sentì le voci nell’alterco. La voce roca era quella di un francese. Non poté capire cosa dicesse.

La voce acuta apparteneva a un inglese, ma giudica dall’intonazione.

Alberto Montani, pasticcere, depone di essere stato uno dei primi a salire le scale. Sentì le voci in questione. La voce roca era quella di un francese. Distinse diverse parole. Colui che parlava sembrava rimproverare qualcuno. Non riuscì a comprendere quel che diceva la voce stridula. Parlava velocemente e a scatti. Pensa che fosse la voce di un russo. Conferma le altre testimonianze in linea generale. E’ un italiano. Non ha mai conversato con un russo.

Diversi testi, qui riconvocati, hanno deposto che tutti i camini delle stanze del quarto piano erano troppo stretti per permettere il passaggio di un essere umano. Per ‘ scope ‘ intendevano quelle spazzole cilindriche che vengono usate dagli spazzacamini. Quelle spazzole vennero fatte passare attraverso tutte le tubature della casa. Non ci sono passaggi sul retro che potessero offrire a qualcuno una via di scampo mentre il gruppo di accorsi saliva ai piani superiori. Il corpo di Mademoiselle L’Espanaye era così saldamente incastrato nel camino che ci vollero gli sforzi combinati di quattro o cinque persone per estrarvelo.

Paul Dumas, medico, depone di essere stato chiamato ad esaminare i cadaveri verso l’alba. Al suo arrivo erano entrambi composti sul pagliericcio del letto nella camera dove era stata rinvenuta Mademoiselle L. Il cadavere della ragazza presentava molte ecchimosi ed escoriazioni. Il fatto che fosse stato forzato su per il camino giustificava sufficientemente le sue condizioni. Appena sotto il mento si riscontravano diversi graffi profondi, oltre a una serie di lividure che erano evidentemente impronte di dita. Il viso era spaventosamente livido, e gli occhi sporgevano all’infuori. La lingua era stata parzialmente morsicata. Una larga ecchimosi fu scoperta alla bocca dello stomaco, causata, all’apparenza, dalla pressione di un ginocchio. Secondo il signor Dumas, Mademoiselle L’Espanaye era stata strangolata da una o più persone ignote. Il cadavere della madre era orrendamente sfigurato. Tutte le ossa della gamba e del braccio destro erano più o meno fratturate. La tibia sinistra, come pure le costole del fianco sinistro, si presentavano scheggiate in più punti. Il corpo, spaventosamente illividito, era tutto ricoperto di contusioni. Non era possibile stabilire come fossero stati vibrati i colpi. Una pesante mazza di legno, o una grossa sbarra di ferro, una sedia, qualsiasi tipo di arma, grande, pesante e contundente, avrebbe potuto conseguire risultati simili se manovrata da un uomo di forza eccezionale. Nessuna donna avrebbe potuto inferire colpi simili con nessun’arma. La testa della vittima, quando il teste la vide, era completamente staccata dal busto, e a sua volta sfracellata. La gola era stata evidentemente recisa con qualcosa di molto tagliente: con tutta probabilità un rasoio.

Alexandre Etienne, chirurgo, fu chiamato con M. Dumas ad esaminare i cadaveri. Conferma la deposizione e il parere medico di M.

Dumas.

Nient’altro di importante è emerso, nonostante siano state interrogate diverse altre persone. Un assassinio così misterioso e tanto intricato nei particolari non era mai stato finora commesso a Parigi, se pur si tratta di assassinio. La polizia si dibatte nelle tenebre più fitte, fatto davvero insolito in situazioni di questo genere. Non è stata comunque scoperta sinora nemmeno l’ombra di una traccia.

L’edizione serale del giornale pubblicava che nel quartiere St.- Roch si viveva tuttora in uno stato di grande agitazione, che i locali in questione erano stati minuziosamente ispezionati una seconda volta, e che altri testi erano stati chiamati a deporre, ma tutto senza alcun risultato. Un’aggiunta comunicava però che Adolphe Le Bon era stato arrestato e tradotto in carcere, anche se nessuna prova era emersa contro di lui, all’infuori dei fatti già riportati.

Dupin appariva vivamente interessato allo svolgimento di questo caso, perlomeno così dedussi dal suo atteggiamento perché egli si astenne da qualsiasi commento. Fu soltanto dopo aver appreso che Le Bon era stato arrestato, che mi chiese la mia opinione sul delitto.

Non potei che limitarmi a convenire con tutta Parigi che la faccenda costituiva un mistero insolubile. Non vedevo nessun mezzo mediante il quale poter risalire fino all’assassino.

“Non dobbiamo giudicare dei mezzi,” disse Dupin, “da questa parvenza d’indagine. La polizia parigina, tanto celebrata per il suo ACUMEN, è scaltra, ma nulla di più. Non adotta nessun metodo d’investigazione che non sia quello suggerito dal momento. Ostenta un vasto spiegamento di misure, ma, non di rado, queste sono così poco adatte agli scopi che si prefigge da farci rammentare di Monsieur Jourdain che ordinava la sua Robe-de-chambre, pour mieux entendre la musique. I risultati così conseguiti sono spesso sorprendenti, ma, per la maggior parte imputabili semplicemente alla diligenza e all’attività dei suoi funzionari. Venendo a mancare queste qualità, tutti i suoi piani falliscono. Vidocq, per esempio, aveva buona intuizione e grande perseveranza, ma, mancando di una disciplina mentale, veniva sviato continuamente dall’intensità stessa delle sue investigazioni. La sua visione si sfocava per vicinanza eccessiva dell’oggetto. Era magari in grado di scorgere con una chiarezza non comune due o tre punti, ma così facendo, perdeva la visione del problema nel suo insieme. Anche l’eccessiva profondità può essere dunque un difetto. Non sempre la verità è in fondo a un pozzo. In effetti, per quel che riguarda le questioni più importanti, sono convinto che essa sia invariabilmente superficiale. Profonde sono le valli dove noi l’andiamo a cercare, ma è sulle vette delle montagne che la si può trovare. Gli aspetti e le origini di questo tipo di errore si trovano caratteristicamente rappresentati nella contemplazione dei corpi celesti. Guardare una stella con un’occhiata, e guardarla di lato, volgendo verso di essa le pareti esterne della rétina (che, più delle interne, sono sensibili alle deboli impressioni della luce), significa contemplarla distintamente, significa poter apprezzare al massimo grado la sua luminosità, luminosità che si affievolisce a misura che volgiamo su di essa tutta la nostra vista. Un maggior numero di raggi investe effettivamente l’occhio in questo secondo caso, ma è il primo modo di visione che ci consente una percezione più raffinata. Una profondità non necessaria turba e indebolisce il pensiero; e un esame troppo prolungato, troppo concentrato o diretto potrebbe far svanire dal firmamento la stessa Venere.

“In quanto a questo delitto, conduciamo un’inchiesta per conto nostro, prima di formulare un qualsiasi parere in merito. Una piccola indagine ci procurerà un po’ di svago,” (pensai che non fosse il termine più appropriato al caso, ma non feci commenti), “e poi una volta Le Bon mi ha reso un servizio di cui gli sono ancor oggi grato. Andiamo a vedere l’appartamento coi nostri occhi. Conosco G…, il prefetto di polizia, e non mi sarà difficile ottenere il permesso necessario”.

Il permesso fu ottenuto e senza indugi ci recammo in Rue Morgue.

E’ questa una delle miserabili strade che corrono fra Rue Richelieu e Rue St.-Roch. Ci arrivammo che era tardo pomeriggio, poiché questo quartiere dista di parecchio da quello in cui noi abitavamo. Trovammo facilmente la casa, perché c’erano ancora molte persone che dal marciapiede opposto guardavano in su verso le imposte chiuse, curiosando oziosamente. Era una delle tante case come se ne vedono a Parigi, con un portone, e su un lato di questi uno sgabuzzino a vetri con una finestra scorrevole, fungente da ‘ loge de concierge ‘. Prima di entrare, risalimmo la strada, imboccammo un vicolo, e quindi, svoltando di nuovo, uscimmo sul retro della casa; intanto Dupin esaminava non solo l’edificio, ma le immediate vicinanze con un’attenzione così minuziosa di cui non riuscivo a spiegarmi la ragione. Ritornando sui nostri passi ci portammo di nuovo sul davanti della casa, suonammo, e, dopo aver mostrato il nostro lasciapassare, fummo introdotti dagli agenti di servizio. Salimmo di sopra, nella camera dove era stato trovato il corpo di Mademoiselle L’Espanaye, e dove tuttora venivano tenuti i due cadaveri. Come d’uso la stanza era stata lasciata nel disordine in cui la si era rinvenuta. Non scorsi nulla oltre a quello che la ‘ Gazette des Tribunaux ‘ aveva descritto. Dupin esaminò attentamente ogni cosa, compresi i corpi delle vittime. Passammo quindi nelle altre stanze e nel cortiletto, sempre scortati da un gendarme. Questo esame ci tenne occupati fino a sera, quando ci congedammo. Prima di rincasare il mio amico si fermò un momento alla redazione di un quotidiano.

Ho detto che le manie del mio amico erano molteplici e che ‘ je le mènageais ‘; poiché questa espressione non ha equivalenti in inglese. Ecco che ora, per esempio, era in uno stato d’animo per cui preferì evitare qualsiasi discorso che avesse per oggetto il delitto, fino al mezzogiorno circa dell’indomani. Fu allora che mi chiese all’improvviso se avessi notato qualcosa di particolare sul luogo dove era stato commesso il delitto.

Il suo modo di enfatizzare la parola ‘ particolare ‘ mi fece rabbrividire senza che ne capissi il perché.

“No, nulla di speciale,” dissi, “perlomeno non più di quanto abbiamo visto entrambi pubblicato sui giornali”.

“Temo che la ‘ Gazette, ‘ rispose Dupin, “non abbia pienamente afferrato l’insolito orrore della faccenda. Ma non occupiamoci dei commenti oziosi della stampa. Pare a me che questo mistero sia considerato insolubile proprio per la ragione che lo dovrebbe far considerare di facile soluzione, vale a dire per l’elemento ‘ outré ‘ che gli è caratteristico. La polizia è messa in imbarazzo dall’apparente assenza di motivo, non dal delitto in se stesso, ma dalla sua atrocità. E’ anche disorientata dall’apparente impossibilità di conciliare le voci udite nell’alterco con il fatto che nessuno fu trovato di sopra ad eccezione di Mademoiselle L’Espanaye già cadavere e che non c’erano vie d’uscita che potessero sfuggire all’attenzione del gruppetto di accorsi in atto di salire le scale. Il terribile disordine della stanza; il cadavere issato, a testa in giù, su per il camino; la spaventosa mutilazione del corpo della vecchia signora; tutte queste considerazioni, insieme con quelle che ho appena menzionate ed altro che non occorre ricordare, sono bastate a paralizzare le forze dell’ordine, sviando completamente il tanto celebrato ACUMEN degli agenti. Essi hanno commesso l’errore grossolano ma comune di confondere l’insolito con l’astruso. Ma è attraverso queste deviazioni dal piano dell’ordinario, che la ragione si fa strada, se pur ci riesce, alla ricerca della verità. In indagini sul tipo di quelle che stiamo ora conducendo, non ci si dovrebbe tanto chiedere ‘che cosa è avvenuto’, quanto ‘che cosa è avvenuto che non sia mai accaduto prima’. Infatti la facilità con la quale arriverò o sono arrivato a districare questo mistero, è in rapporto diretto con quello che agli occhi della polizia appare come l’elemento insolubilità”.

Fissai il mio interlocutore con attonito sbalordimento.

“Ora sto aspettando,” continuò, guardando verso la porta del nostro appartamento, “ora sto aspettando una persona che, anche se probabilmente non è l’esecutore materiale di questa strage, deve esservi in qualche modo implicato. Della parte peggiore dell’assassinio commesso, è, con tutta probabilità, innocente.

Spero che la mia supposizione non sia errata; perché è su questa tesi che mi baso per risolvere l’intero enigma. Costui può arrivare qui, in questa stanza, da un momento all’altro. E’ vero che potrebbe anche non venire, ma è più probabile il contrario. Se viene bisognerà trattenerlo. Qui ci sono le pistole, ed entrambi sappiamo come usarle all’occasione”.

Presi le pistole, quasi senza rendermi conto di quel che facevo e stentando a credere a quel che udivo, mentre Dupin continuava, come in un soliloquio. Ho già parlato del fare distaccato che assumeva in momenti simili. Le sue parole erano rivolte a me, ma la sua voce, pur rimanendo bassa, aveva quell’intonazione che si prende di solito quando si debba parlare a qualcuno che ci è molto lontano. Gli occhi, privi d’espressione, fissavano soltanto la parete.

“Che le voci alzantesi in alterco,” disse, “udite dalle persone che salivano le scale, non fossero le voci delle due donne, è stato esaurientemente dimostrato attraverso le deposizioni. Questo ci toglie ogni dubbio circa la possibilità che la vecchia signora abbia prima ucciso la figlia e si sia quindi soppressa. Accenno a questo punto soltanto per amore di metodo; poiché la forza di Madame L’Espanaye sarebbe stata nettamente sproporzionata al compito di spingere il cadavere della figlia su per il camino nella posizione in cui è stato rinvenuto; e il genere di ferite riscontrate sulla sua persona escludono nel modo più assoluto la tesi del suicidio. Il delitto quindi è stato commesso da una terza persona, o da più persone e furono le voci di queste che il gruppetto di accorsi sentì levarsi nella lite. Passiamo adesso ad esaminare non il complesso delle testimonianze forniteci su queste voci, ma ciò che in esse vi è di singolare. Non avete notato niente di strano voi?” Risposi che mentre tutti i testi si erano trovati d’accordo nel ritenere che la voce roca apparteneva a un francese, si era invece riscontrata molta diversità di opinioni circa quella stridula, o, come qualcuno l’aveva definita, aspra.

“Questo è quel che venne testimoniato,” disse Dupin, “ma non riflette ancora la singolarità della deposizione. Voi non avete osservato nulla di particolare. Eppure c’era qualcosa da osservare. I testi, come avete notato, furono tutti concordi per quel che riguarda la voce roca; su questo particolare erano unanimi. Ma circa la voce stridula, lo strano consiste non tanto nel contraddirsi in questione, quanto nel fatto che, tentando di descriverla, un italiano, un inglese, uno spagnolo, un olandese e un francese, ne parlassero tutti come della voce di uno STRANIERO.

Ciascuno di loro è certo che non si tratti della voce di un suo connazionale. Ciascuno la confronta non alla voce di un individuo di una certa nazionalità la cui lingua gli sia conosciuta, ma esattamente al contrario. Il francese ritiene che la voce sia di uno spagnolo, e ‘avrebbe potuto distinguere qualche parola SE AVESSE CONOSCIUTO LO SPAGNOLO’. L’olandese afferma trattarsi della voce di un francese; ma troviamo dichiarato che ‘non comprendo il francese’, questo testimone è stato interrogato a mezzo di un interprete. L’inglese pensa che la voce appartenga a un tedesco, e ‘non conosce il tedesco’. Lo spagnolo ‘è sicuro’ che sia la voce di un inglese, ma ‘giudica unicamente dall’intonazione’ perché ‘non conosce l’inglese’. L’italiano ritiene che appartenga a un russo, ma ‘non ha mai conversato con un russo’. Un secondo francese smentisce addirittura il primo, e sostiene con fermezza trattarsi della voce di un italiano, ma, ‘non conoscendo quella lingua’, ne è, al pari dello spagnolo, ‘convinto dalla intonazione’. Ora, doveva pur essere stranamente insolita quella voce per dar luogo a deposizioni tanto discordanti, se, nel suo accento, cittadini di cinque grandi stati europei non riuscivano a distinguere nulla di familiare! Si potrebbe pensare alla voce di un asiatico o di un africano. Ora, né africani né asiatici abbondano a Parigi; ma senza rigettare questa ipotesi, mi limiterò a richiamare la vostra attenzione su tre punti. La voce è definita da uno dei testi ‘aspra più che stridula’. Da altri due è descritta ‘rapida e sconnessa’. Nessuna parola, nessun suono assomigliante a parola, venne afferrata da alcun testimone”.

“Non so,” continuò Dupin, “che impressione posso aver prodotto fin qui sulla vostra mente; ma non esito ad affermare che anche solo da questa parte della deposizione – quella relativa alle due voci, la roca e la stridula – si possono trarre delle deduzioni legittime, sufficienti di per sé a sollevare un dubbio che potrebbe dare un preciso indirizzo agli ulteriori sviluppi nell’indagine di questo mistero. Ho parlato di ‘ deduzioni legittime ‘, ma con questo non ho espresso chiaramente il mio pensiero. Volevo implicare che le deduzioni sono le sole esatte, e che il sospetto deriva inevitabilmente da esse come unico risultato possibile. Di quale sospetto si tratti però, non intendo dirlo per ora. Desidero soltanto che ricordiate che – per quanto mi concerne – è stato sufficientemente efficace per dare una forma definitiva, una esatta direzione alle mie investigazioni nella mia camera.

“Trasportiamoci ora con l’immaginazione in quella stanza. Che cosa vi cercheremo innanzi tutto? La via d’uscita seguita dagli assassini. E’ superfluo dire che né io né voi crediamo ad interventi soprannaturali. Madame e Mademoiselle L’Espanaye non sono state assassinate da spiriti. Gli esecutori del misfatto erano esseri in carne e ossa e sono fuggiti materialmente. E allora, in che modo? Per fortuna esiste un’unica possibilità di ragionamento su questo punto, ed è un modo questo che deve condurci ad una conclusione ben definita. Esaminiamo, una per una, le diverse vie d’uscita. E’ evidente che mentre gli accorsi salivano su per le scale, gli assassini si trovavano nella stanza dove fu rinvenuta Mademoiselle L’Espanaye, o almeno nella camera attigua. Sono quindi solo due stanze in cui dobbiamo cercare le possibili vie d’uscita. La polizia ha esaminato i pavimenti, i soffitti e il mattonato delle pareti in tutte le direzioni.

Nessuna uscita segreta avrebbe potuto sfuggire al loro esame. Ma non fidandomi dei loro occhi, ho voluto constatare di persona. Non vi era proprio nessuna uscita segreta. Entrambe le porte che si aprono dalle stanze sul corridoio erano chiuse ermeticamente, con le chiavi all’interno. Passiamo ai camini. Questi, sebbene presentino una certa larghezza lungo un tratto di una decina di piedi al di sopra del focolare, non permetterebbero il passaggio nemmeno a un grosso gatto per il rimanente della loro lunghezza.

“Provata l’assoluta impossibilità di fuggire attraverso queste vie, non ci rimangono che le finestre. Da quelle della stanza che dà sulla facciata nessuno avrebbe potuto fuggire senza essere veduto dalla folla raccoltasi nella strada. Gli assassini devono essere dunque passati da quelle della camera sul retro. Ora, giunto a questa conclusione in modo così inconfutabile, non è degno di noi, in quanto esseri dotati di raziocinio, respingerla sulla base di un’impossibilità apparente. Ci resta solo da provare che questa apparente ‘ impossibilità ‘ non è in realtà tale.

“Nella stanza ci sono due finestre. Una di esse non è ostruita da alcun mobile, ed è tutta visibile. L’estremità inferiore dell’altra è nascosta dalla testata del letto massiccio che vi è appoggiata contro. La prima è stata trovata chiusa saldamente dall’interno. Ha resistito ai ripetuti sforzi di coloro che hanno tentato di aprirla. Sull’intelaiatura, a sinistra, era stato praticato un grosso foro, in cui si trovò conficcato fino quasi alla capocchia un grosso chiodo. Esaminando l’altra finestra vi si trovò conficcato nello stesso modo un chiodo simile al primo; e anche qui fallì l’energico tentativo fatto per aprire quest’altro telaio. Così la polizia si confermò nella certezza che la fuga non poteva essere avvenuta in queste direzioni. E, di conseguenza, si pensò che fosse del tutto inutile estrarre i chiodi e aprire le finestre.

“Il mio esatto esame fu un po’ più minuzioso, proprio per la ragione a cui ho accennato: perché era su questo punto, lo sapevo, che bisognava dimostrare che le impossibilità apparenti tali non erano in realtà.

“Procedetti con questo ragionamento ‘ a posteriori ‘. Gli assassini erano fuggiti attraverso una di queste finestre. In questo caso non avevano potuto rinchiudere le finestre dall’interno, come furono trovate; considerazione questa che, per la sua evidenza, fece bloccare ogni ulteriore esame della polizia in questa direzione. Eppure le finestre erano chiuse. Dunque dovevano avere la possibilità di chiudersi automaticamente. Era giocoforza arrivare a questa conclusione. Mi avvicinai alla finestra non ostruita dalla mobilia, con qualche difficoltà ne estirpai il chiodo e tentai di aprirla. Come avevo previsto, resistette a tutti i miei sforzi. Compresi soltanto che doveva esserci una molla nascosta; e questa conferma della mia idea mi convinse che, almeno, la mia ipotesi era esatta, anche se le circostanze relative ai chiodi continuavano a rimanere misteriose.

Una scrupolosa ricerca mi rivelò ben presto il congegno nascosto.

Premetti la molla, e, soddisfatto, rinunciai a sollevare il saliscendi.

“Rimisi il chiodo al suo posto e l’osservai attentamente. Una persona che fosse uscita dalla finestra avrebbe potuto rinchiuderla, e la molla sarebbe così scattata, ma non avrebbe potuto rimettere a posto il chiodo. La conclusione era evidente e ancora una volta veniva a restringere il campo delle mie ricerche.

Gli assassini dovevano esser fuggiti attraverso l’altra finestra.

Supponendo allora che le molle di entrambi i saliscendi fossero uguali, come del resto era probabile, doveva esserci una differenza nei chiodi, o perlomeno nel modo in cui erano stati incastrati. Salito sul pagliericcio del letto, ispezionai attentamente, al di sopra della testata, la seconda finestra.

Passando la mano dietro il letto, trovai facilmente la molla e la schiacciai. Anche questo congegno, come avevo supposto, era in tutto e per tutto identico all’altro. Passai quindi ad esaminare il chiodo. Era robusto come il primo, e apparentemente conficcato nel legno allo stesso modo, ribattuto fin quasi alla capocchia.

“Voi penserete che sia rimasto perplesso, ma così facendo dareste prova di avere frainteso la natura delle mie intenzioni. Per usare un’espressione cara agli sportivi, non sono uscito una sola volta ‘fuori pista’. Non avevo perso la mia traccia nemmeno per un attimo. Non mancava che un anello alla mia catena. Avevo sviscerato il segreto fino al suo ultimo stadio, rappresentato dal CHIODO. Questo, come vi ho detto, era sotto tutti gli aspetti uguale al suo compagno dell’altra finestra; ma tale fatto non significava nulla (nonostante potesse sembrare determinante) di fronte alla considerazione che qui, a questo punto, terminava la traccia. ‘Ci deve essere qualcosa che non va,’ mi dissi, ‘in quel chiodo’. Lo toccai e la capocchia, con circa un quarto di pollice del gambo, mi restò fra le mani. Il resto del chiodo era rimasto nel buco, dove era stato spezzato. La frattura sembrava di vecchia data (poiché i bordi erano incrostati di ruggine), e pareva essere stata provocata da un colpo di martello che aveva in parte conficcato la testa del chiodo nella parte alta del saliscendi inferiore. Rimisi quindi con cura la capocchia nella cavità da cui l’avevo tolta, e la rassomiglianza con un vero chiodo fu perfetta; la crepa era invisibile. Premendo la molla, alzai delicatamente la finestra di qualche pollice; la testa del chiodo si alzò con essa rimanendo ben salda nel suo incavo. Richiusi la finestra, e di nuovo la rassomiglianza con un chiodo fu assoluta.

“Fino a questo punto l’enigma era stato sciolto. L’assassino era fuggito dalla finestra che dava sul letto. Scendendo automaticamente dopo la sua uscita (o forse anche chiusa di proposito), essa era stata bloccata per mezzo della molla; ed era stata la tenuta della molla ad essere scambiata dalla polizia per l’azione del chiodo, il che aveva fatto loro ritenere superflue ulteriori ricerche.

“Il problema successivo riguarda la discesa. A questo riguardo avevo già condotto soddisfacenti indagini durante il giro fatto con voi intorno al caseggiato. A circa cinque piedi e mezzo dalla finestra in questione corre un cavo da parafulmine. Da questo cavo sarebbe impossibile a chiunque raggiungere la finestra, e tanto meno penetrarvi all’interno. Notai tuttavia che le imposte del quarto piano erano del tipo che i falegnami parigini chiamano ‘ferrades’ – sono scuri che ben raramente vengono usati oggigiorno, ma che sono frequenti nelle antiche case di Lione e Bordeaux. Hanno la forma di una comune porta (a battente unico), con la sola differenza che la parte superiore è a inferriata oppure lavorata a graticcio e offre pertanto un eccellente appiglio alle mani. Nel nostro caso sono larghe tre buoni piedi e mezzo. Quando le vedemmo dal retro della casa, erano entrambe semiaperte, formavano cioè un angolo retto con il muro. E’ probabile che anche la polizia, al pari di me, abbia esaminato il resto del caseggiato; ma, in questo caso, guardando le ferrades nel senso della larghezza (come devono aver fatto) deve essere loro sfuggita l’entità di questa ampiezza o, comunque, devono aver trascurato di tenerla nella debita considerazione. Infatti, una volta convintisi che nessuna uscita era possibile da questa parte, era naturale che vi svolgessero un’ispezione piuttosto superficiale. Però io capii subito che l’imposta della finestra situata dietro al letto, quando fosse stata spalancata completamente, si sarebbe trovata a circa due piedi dal cavo del parafulmine. Era anche evidente che, facendo uso di un eccezionale grado di agilità e di coraggio, si sarebbe potuto, dal cavo, entrare attraverso la finestra. A una distanza di due piedi e mezzo (sempre supponendo che l’imposta fosse completamente spalancata) un ladro avrebbe potuto aggrapparsi saldamente al traliccio dell’inferriata. Lasciando quindi andare la presa del cavo, puntando fermamente i piedi contro il muro, e compiendo un grande balzo, avrebbe potuto far oscillare l’imposta fino a chiuderla, e, se supponiamo che in quel momento la finestra si trovasse aperta, proiettarsi perfino dentro alla stanza.

“Vorrei che vi soffermaste particolarmente sul fatto che ho parlato di un grado eccezionalmente inconsueto di agilità come requisito indispensabile per riuscire in un’impresa così ardua e difficile. E’ mia intenzione dimostrarvi, in primo luogo, che era possibile compierla: ma in secondo luogo e SOPRATTUTTO, desidero attirare la vostra attenzione sul carattere straordinario, quasi soprannaturale di quella agilità che avrebbe potuto portare ad effetto l’impresa.

“Direte senza dubbio, ricorrendo al linguaggio legale, che ‘per provare le mie affermazioni’ dovrei sottovalutare l’agilità richiesta dal caso piuttosto che insistere a volerla mettere in piena evidenza. Questo sarebbe il processo seguito dalla legge, ma non proprio quello della mia ragione. Il mio fine ultimo è semplicemente la verità. Il mio scopo immediato è di condurvi a combinare questa agilità eccezionalmente insolita di cui ho parlato, con quella voce molto strana, stridula (o aspra) e sconnessa, sulla cui nazionalità non ci furono due persone che riuscissero a mettersi d’accordo, e nei cui suoni non si è riusciti a identificare nemmeno una sillaba”.

A queste parole un’idea vaga, informe di quel che Dupin intendeva dire mi balenò nella mente. Mi pareva di essere sull’orlo della comprensione, senza peraltro la capacità di capire, come gli uomini a volte si trovano sul punto di ricordare, senza poter per tanto riuscire a far riemergere il ricordo dall’oblìo.

Il mio amico proseguì.

“Avrete notato,” disse, “che ho spostato il problema dalla via d’uscita alla via d’entrata. Era mia intenzione suggerire l’idea che sia una che l’altra sono state effettuate alla stessa maniera nello stesso punto. Ritorniamo ora all’interno della stanza.

Esaminiamo lo stato in cui fu trovata. I cassetti del comò, si è detto, sono stati saccheggiati, anche se molti capi di vestiario vi si trovassero tuttora. Questa conclusione è assurda. E’ una semplice supposizione e nulla più, e per giunta molto sciocca.

Come possiamo sapere se gli articoli trovati nei cassetti non rappresentassero l’intero contenuto di questi ultimi? Madame L’Espanaye e sua figlia conducevano una vita molto ritirata… non vedevano nessuno… uscivano raramente… non avevano certo bisogno di cambiarsi sovente d’abito. Quelli trovati non erano per qualità inferiori a qualsiasi altro capo che le signore potessero possedere. Ora, se un ladro aveva rubato qualcosa, perché non si era preso il meglio… perché non aveva trafugato tutto? Insomma, perché avrebbe dovuto abbandonare quattromila franchi in oro per caricarsi un fagotto di biancheria? L’oro fu lasciato. Quasi tutta la somma a cui accennò Monsieur Mignaud, il banchiere, fu rinvenuta in borse sul pavimento. Vi prego pertanto di scacciare dalla mente l’idea avventata del ‘ movente ‘, spuntata nel cervello degli agenti di polizia in seguito a quelle deposizioni che accennano ad una consegna di denaro sulla porta di casa.

Coincidenze dieci volte più straordinarie di questa (consegna del denaro, e assassinio commesso entro tre giorni dall’avvenuto ricevimento), accadono a ciascuno di noi in ogni momento della nostra vita senza attirare neppure momentaneamente l’attenzione.

Di solito le coincidenze sono dei gravi inciampi sul cammino di quella classe di pensatori educati a ignorare la teoria delle probabilità, quella teoria alla quale gli oggetti più insigni dell’umana ricerca devono le più insigni illustrazioni. Nel nostro caso, se l’oro fosse scomparso, il fatto di essere stato consegnato tre giorni prima avrebbe dato adito a qualcosa di più di una semplice coincidenza. Avrebbe costituito una conferma a quest’ipotesi del movente. Ma, da come sono andate effettivamente le cose, se supponiamo che l’oro sia stato il motivo di questa carneficina, dobbiamo anche pensare che il suo esecutore fosse un idiota così titubante da rinunciare e all’oro e al movente insieme.

“Ora, tenendo bene a mente i punti su cui ho richiamato la vostra attenzione, – quella voce strana, l’insolita agilità e la stupefacente assenza di motivo di un assassinio come questo stranamente selvaggio – passiamo a esaminare la strage stessa.

Abbiamo una donna strangolata con le mani e introdotta per la cappa del camino a testa all’ingiù. Gli assassini comuni non uccidono in questo modo. E meno che mai si disfanno così della vittima. Nel modo con cui il cadavere è stato incastrato nel camino, converrete che c’è qualcosa di eccessivamente ‘ outré ‘:

qualcosa del tutto incompatibile con il concetto che di solito noi ci facciamo relativamente alle azioni umane, anche quando supponiamo che gli autori siano uomini fra i più depravati.

Pensate poi quanta forza ci deve essere voluta per spingere con tanta violenza il corpo su per il camino attraverso un’apertura da cui a malapena poterono disincagliarlo gli sforzi combinati di diverse persone!

“Occupiamoci ora degli altri indizi attestanti l’impiego di una forza così prodigiosa. Nel caminetto c’erano delle ciocche folte – molto folte – di capelli umani grigi. Sapete bene quanta forza occorra per strappare a questo modo dalla testa in una sola volta anche soltanto venti o trenta capelli. Avete visto le ciocche in questione, al pari di me. Le radici (vista atroce) erano raggrumate con dei frammenti di cuoio capelluto: segno inconfondibile della forza straordinaria esercitata a divellere forse mezzo milione di capelli in un sol colpo. Non soltanto la gola della vecchia signora era stata tagliata: la testa era letteralmente recisa dal busto: e l’arma era un semplice rasoio.

Voglio che vi soffermiate anche sulla BRUTALE ferocia di questi atti. Non parlerò delle ecchimosi riscontrate sul corpo di Madame L’Espanaye. Monsieur Dumas e il suo insigne collega Monsieur Etienne, hanno dichiarato che vennero inflitte da qualche oggetto contundente; e fin qui questi signori sono nel vero. Lo strumento ottuso era evidentemente il pavimento di pietra del cortiletto su cui la vittima è piombata cadendo dalla finestra dietro al letto.

Questa idea, per semplice che possa sembrare ora, non venne in mente alla polizia per la stessa ragione per cui sfuggì l’ampiezza delle imposte: perché la faccenda dei due chiodi aveva loro impedito, nel modo più assoluto, di prendere in considerazione l’eventualità che le finestre fossero mai state aperte.

“Se ora, in aggiunta a tutte queste considerazioni si riflette attentamente sullo strano disordine della camera, si arriva al punto di combinare l’idea di una sorprendente agilità, di una forza sovrumana, di una brutale ferocia, di una strage senza movente, di una ‘ grotesquerie ‘ d’orrore assolutamente incompatibile con la natura umana, e di una voce che risuona straniera alle orecchie di uomini di diversa nazionalità, e priva di qualsiasi sillabazione distinta o intelligente. Che conclusione se ne può dunque dedurre? Che impressione ho fatto sulla vostra mente?” Mi sentii percorrere da un brivido mentre Dupin mi rivolgeva la sua domanda.

“Deve essere stato un pazzo,” dissi, “a compiere questo delitto; qualche pazzo furioso fuggito da una Maison de Santé nelle vicinanze”.

“In un certo senso,” rispose, “la vostra idea ha un qualche fondamento. Ma le voci dei pazzi, anche se in preda alle crisi più furiose, non sono mai state paragonabili a quella voce singolare udita sulle scale. I pazzi sono pur di una data personalità, e il loro linguaggio, anche se si esprimono con parole sconnesse, conserva sempre una coerenza di sillabazione. Inoltre i capelli di un pazzo non sono come quelli che vedete ora in mano mia. Ho strappato questo ciuffetto di peli dalle dita rigidamente serrate di Madame L’Espanaye. Ditemi che cosa ne pensate”.

“Dupin,” esclamai completamente sconvolto, “ma questi capelli sono stranamente insoliti… non sono capelli UMANI”.

“Non ho detto che lo siano,” replicò, “ma prima di decidere su questo punto, vorrei che osservaste lo schizzo che ho tracciato su questo pezzo di carta. E’ un fac-simile di quanto è stato descritto in una deposizione come ‘ecchimosi violaceee e marcate impronte di unghie’, sulla gola di Mademoiselle L’Espanaye, e in un’altra (dei Signori Dumas e Etienne), una ‘serie di lividure, evidentemente dovute a impronte di dita’.

“Noterete,” continuò il mio amico, svolgendo il foglio sul tavolo che ci stava davanti, “che questo disegno dà l’idea di una presa forte e salda. Non appare nessun segno di allentamento. Ciascun dito ha tenuto, probabilmente fino alla morte della vittima, la spaventosa stretta in cui si era all’inizio affondato nelle carni.

Cercate ora di far coincidere le vostre impronte, tutte insieme, con quelle che qui vedete”.

Mi sforzai inutilmente di farlo.

“Probabilmente non stiamo facendo la prova come dovremmo,” disse.

“Il foglio di carta è spiegato su di una superficie piana, mentre la gola umana è cilindrica. Qui c’è un ceppetto di legno la cui circonferenza corrisponde più o meno a quella di un collo.

Avvolgetevi attorno il disegno e ritentate l’esperimento”.

Così feci, ma la difficoltà riuscì ancora più evidente di prima.

“Questa,” dissi, “non è un’impronta di mano umana”.

“Adesso leggete questo brano di Cuvier,” disse Dupin.

Era una relazione minuziosa sull’anatomia e le caratteristiche generali del grande orang-utang fulvo delle isole Indo-Orientali.

Sono abbastanza note a tutti la statura gigantesca, la selvaggia ferocia e le attitudini imitative di questi mammiferi. Di colpo afferrai tutto l’orrore del delitto.

“La descrizione delle dita,” dissi, quando ebbi finito di leggere, “concorda perfettamente con questo disegno. Nessun animale tranne un orang-utang, della specie qui descritta, avrebbe potuto lasciare delle impronte sul tipo di quelle che avete qui disegnato. Anche questa ciocca di peli fulvi presenta delle caratteristiche identiche a quelle attribuite all’animale di Cuvier. Ma quel che non riesco assolutamente a capire sono i particolari di questo orrendo mistero. Inoltre due erano le voci udite nell’alterco, e di queste una apparteneva indiscutibilmente a un francese”.

“E’ vero; e ricorderete un’espressione attribuita a questa voce da quasi tutti i testimoni, l’espressione: ‘mon Dieu!’. Queste due parole, date le circostanze sono state giustamente interpretate da uno dei testi (Montani, il pasticcere), come un’esclamazione di rimostranza o di supplica. Su di esse quindi ho riposto principalmente le mie speranze di risolvere l’intero enigma. Un francese era a conoscenza del delitto. E’ possibile, – anzi è più che probabile, – che sia innocente per quel che riguarda la partecipazione ai fatti di sangue che sono stati commessi. Può darsi che l’orang-utang gli sia sfuggito. Può darsi che lo abbia seguito fino a quella stanza, senza peraltro poterlo ricatturare a seguito delle spaventose circostanze che seguirono. L’animale è ancora libero. Non svilupperò ulteriormente queste ipotesi, – ché non ho il diritto di definirle altrimenti, – dal momento che la consistenza di ragionamento su cui sono basate è a malapena sufficiente per renderle percepibili alla mia mente, e dato che non potrei pretendere di tradurle in termini comprensibili all’intelletto di un altro. Chiamiamole dunque congetture, e parliamone come tali. Se il francese in questione è davvero, come suppongo, innocente di quell’atrocità, questo annuncio che tornando a casa ieri sera, ho lasciato alla redazione di ‘ Le Monde ‘ (un giornale che si occupa di questioni marittime e molto letto dai marinai), ce lo porterà qui a casa”.

Mi porse un giornale su cui lessi:

“CATTURATO nel Bois de Boulogne, all’alba del… corrente (la mattina del delitto), un grosso orang-utang fulvo della specie del Borneo. Il proprietario (che si sa essere un marinaio appartenente a una nave maltese), potrà rientrarne in possesso dopo che lo avrà identificato in modo soddisfacente e rimborsato le spese di cattura e mantenimento. Rivolgersi al n. . ., Faubourg St.-Germain . . . terzo piano”.

“Come avete fatto,” chiesi, “a sapere che l’uomo è un marinaio e appartiene a una nave maltese?” “Non è che lo sappia,” rispose Dupin, “non ne sono CERTO. Qui però c’è un pezzettino di nastro che dalla forma e dall’unto che lo ricopre è servito evidentemente a legare i capelli in una di quelle lunghe ‘ queues ‘ di cui i marinai vanno pazzi. Per giunta pochi che non siano marinai riescono a fare questo nodo che è caratteristico dei maltesi. Ho raccolto il nastro ai piedi del cavo del parafulmine. Non poteva appartenere a nessuna delle vittime. Ma se, dopo tutto, mi fossi sbagliato nel concludere, deducendo, da questo nastro, che il francese è un marinaio appartenente a una nave maltese, non avrei provocato nessun danno dicendo quel che ho detto nell’annuncio. Se sono in errore, egli si limiterà a supporre che sono stato sviato da qualche circostanza su cui egli non si prenderà la briga di indagare. Ma se ho ragione allora guadagno un punto molto importante. Testimone oculare, anche se innocente del delitto, il francese sarà naturalmente in dubbio se rispondere all’annuncio; se richiedere l’orang-utang. Ragionerà così: ‘Sono innocente; sono povero; il mio orang-utang ha un gran valore – una vera fortuna per uno che si trovi nelle mie condizioni – perché dovrei perderlo per paura di un pericolo, paura che potrebbe essere infondata? Eccolo qui, a portata di mano. E’ stato ritrovato nel Bois de Boulogne – a grande distanza dal luogo della strage. Chi potrebbe mai sospettare che sia stata una bestia a commettere un tal delitto?

La polizia è disorientata, non è approdata alla benché minima traccia. Anche nella possibilità che risalissero fino all’animale, non potrebbero provare che sono a conoscenza del delitto, o imputarmene colpevole perché ne sono al corrente. Soprattutto SONO CONOSCIUTO. Colui che ha fatto pubblicare l’annuncio mi definisce come il possessore dell’animale. Non so con certezza fino a che punto egli sappia. Il non reclamare una proprietà di così grande valore, quando si sa che essa mi appartiene, attirerebbe come minimo i sospetti sull’animale. Sarei un ingenuo se facessi convergere l’attenzione della polizia o su di me o sulla scimmia.

Risponderò all’annuncio, mi riprenderò l’orang-utang, e lo terrò chiuso finché sia sbollito l’interesse per questa faccenda’”.

In quel momento udimmo un passo su per le scale.

“State pronto con le pistole,” mi disse Dupin, “ma non usatele e state attento a non mostrarle finché non vi farò un segnale”.

Il portone d’ingresso era stato lasciato aperto, e il visitatore era entrato senza suonare salendo qualche gradino delle scale. Ora però parve esitare. Dopo qualche istante lo sentimmo scendere.

Dupin fece per precipitarsi alla porta, ma ecco che quello riprese a salire. Questa volta non tornò più indietro, ma proseguì con decisione e bussò alla porta della nostra stanza.

“Avanti!”, gridò Dupin, in un tono allegro e affabile.

Entrò un uomo. Era indubbiamente un marinaio – alto, forte, muscoloso, con una cert’aria spavalda nell’aspetto, tutt’altro che antipatica. Il viso, molto abbronzato, era nascosto per più di una buona metà dai baffi e dal ‘ mustacchio ‘. Aveva con sé un grosso bastone di quercia, ma pareva questa l’unica sua arma. S’inchinò goffamente, e salutò con un “buona sera” in un francese che, nonostante risentisse dell’accento di Neuchâtel, indicava ancora sufficientemente l’origine parigina.

“Accomodatevi, amico,” disse Dupin, “immagino che siate venuto per l’orang-utang. Parola mia, quasi quasi ve lo invidio; un superbo esemplare, senza dubbio di grande pregio. Quanti anni credete che abbia?” Il marinaio trasse un lungo respiro, con l’aria di chi venga alleggerito di un peso insopportabile, e poi rispose, in un tono fattosi sicuro:

“Non saprei… ma non può avere più di quattro o cinque anni. Lo tenete qui?” “Oh no; non siamo attrezzati per tanto. Si trova in una scuderia di Rue Dubourg, qui vicino. Potrebbe rilevarlo domani mattina.

Immagino sarete in grado di comprovarne la legittima proprietà”.

“Certo, signore”.

“Mi dispiacerà separarmene,” disse Dupin.

“Non vi sarete preso tutto questo disturbo per niente, signore, ve lo assicuro,” disse l’uomo. “Chi ci ha mai pensato? Sono dispostissimo a pagare una ricompensa per la cattura dell’animale… qualcosa, beninteso, nei limiti del ragionevole”.

“Bene,” rispose il mio amico, “bene; questo è senza dubbio molto bello. Fatemi pensare! Che posso chiedervi? Oh, ecco, la mia ricompensa sarà questa. Mi darete tutte le informazioni di cui siete in possesso a proposito del delitto della Rue Morgue”.

Dupin pronunciò le ultime parole con voce molto bassa e con la massima calma. Sempre con altrettanta tranquillità, si avviò verso la porta, la chiuse e si mise la chiave in tasca. Si tolse quindi una pistola dalla tasca interna della giacca deponendola, senza il minimo cenno di agitazione, sulla tavola.

Il marinaio arrossì come se fosse sul punto di soffocare. Balzò in piedi e afferrò il suo bastone; ma dopo un attimo si lasciò cadere sulla sedia, tremando violentemente, con una espressione cadaverica sul volto. Non disse una parola. Lo commiserai dal più profondo del cuore.

“Amico mio,” disse Dupin gentilmente, “vi allarmate senza ragione, credetemi. Non vogliamo farvi del male. Vi assicuro sul mio onore di gentiluomo che non intendiamo arrecarvi alcun danno. So benissimo che non avete commesso le atrocità della Rue Morgue. Non potrete tuttavia negare di esservi in qualche modo implicato. Da quanto vi ho già detto, avrete capito che ho avuto delle informazioni su questa faccenda, da fonti che neanche vi immaginate. Ora le cose stanno così. Voi non avete fatto nulla che avreste potuto evitare, nulla di certo, che vi renda colpevole.

Non vi siete nemmeno reso imputabile di furto, quando invece avreste potuto rubare impunemente. Non avete nulla da nascondere né avete motivo per nascondere nulla. D’altra parte siete tenuto a confessare tutto quel che sapete per non venir meno a ogni principio d’onore. Un innocente è stato messo in prigione sotto l’accusa di aver commesso quel delitto di cui voi potete svelare l’autore”.

Il marinaio aveva frattanto ripreso gran parte della sua presenza di spirito mentre Dupin pronunciava queste parole; ma la sua baldanza iniziale era del tutto svanita.

“E allora che Dio mi aiuti,” disse, dopo una breve pausa. “Vi dirò quanto so di questa faccenda; ma non mi aspetto che crediate nemmeno la metà di quel che vi racconterò; sarei un vero pazzo se ci sperassi. Eppure SONO innocente, e mi toglierò questo peso dal cuore, anche se dovesse costarmi la vita”.

Questo è quanto, in definitiva, ci disse. Recentemente aveva fatto un viaggio nell’Arcipelago Indiano. Un gruppetto di uomini, di cui egli faceva parte, era sbarcato a Borneo, e si era inoltrato nell’interno in gita di piacere. Lui e un suo compagno avevano catturato l’orang-utang. Alla morte del camerata l’animale era divenuto di sua esclusiva proprietà. Dopo molti guai causati dalla ferocia intrattabile dell’animale durante il viaggio di ritorno, era riuscito alla fine a sistemarlo al sicuro nel suo alloggio di Parigi, dove, per non attirare su di sé l’imbarazzante curiosità dei vicini, lo teneva relegato con cura finché non fosse guarito da una ferita alla zampa procuratagli a bordo da un scheggia del ponte. Suo progetto ultimo era quello di venderlo.

Tornando a casa la notte del delitto, o per meglio dire all’alba di quel giorno, da una bisboccia di marinai, aveva trovato la belva nella sua camera da letto, in cui aveva fatto irruzione da un ripostiglio adiacente dove il marinaio l’aveva rinchiuso, ritenendolo al sicuro. Col rasoio in mano e completamente insaponato , era seduto davanti ad uno specchio e tentava di radersi, come probabilmente aveva visto fare al suo padrone spiandolo dal buco della serratura del ripostiglio. Terrorizzato alla vista di un’arma tanto pericolosa nelle mani di un animale così feroce e abilissimo nell’usarla, l’uomo era rimasto per qualche momento in dubbio sul da farsi. Si era però abituato a calmare l’animale, anche nei suoi accessi più furiosi, ricorrendo a una frusta, e a questa pensò di affidarsi ora. Ma alla vista di questa l’orang-utang spiccò un gran balzo verso la porta, si precipitò giù per le scale, e di qui, attraverso una finestra, disgraziatamente aperta, si lasciò cadere nella strada.

Il francese lo inseguì disperato; la scimmia, sempre col rasoio in mano, si fermava di tanto in tanto per guardare indietro e motteggiare il suo inseguitore finché questi non le era quasi vicino. Poi riprendeva a fuggire. In questo modo l’inseguimento si trascinò a lungo. Le strade erano immerse in un profondo silenzio, poiché erano quasi le tre del mattino. Nel passare da un vicolo sul retro della Rue Morgue, l’attenzione dell’animale fu attratta da una luce che brillava attraverso la finestra aperta della camera di Madame L’Espanaye, posta al quarto piano della casa.

Precipitandosi verso l’edificio, la scimmia notò il cavo del parafulmine, vi si inerpicò con un’agilità incredibile, afferrò l’imposta che aderiva al muro, completamente spalancata, e in questo modo si proiettò direttamente all’interno, sopra la testata del letto. L’intera faccenda non richiese più di un minuto.

L’imposta venne riaperta con un calcio dall’orang-utang nell’atto di entrare nella camera.

Il marinaio frattanto era contento e perplesso allo stesso tempo.

Nutriva ora buone speranze di catturare la belva, dal momento che non avrebbe potuto facilmente uscire dalla trappola in cui si era cacciata se non prendendo la via del cavo, dove egli avrebbe potuto facilmente intercettarla qualora fosse scesa. D’altra parte però, c’era di che preoccuparsi di quel che avrebbe potuto combinare in quella casa. Quest’ultimo pensiero indusse l’uomo a persistere nella sua caccia. Non è difficile arrampicarsi su un cavo da parafulmine , specialmente per un marinaio; ma giunto all’altezza della finestra, che si trovava, discosta, alla sua sinistra, non gli fu più possibile proseguire; tutto quello che gli riuscì di fare fu di sporgersi in modo da poter dare un’occhiata all’interno della stanza. La vista che gli si offrì per poco non gli fece abbandonare la presa dall’orrore. Fu allora che si levarono nella notte le urla spaventose che destarono bruscamente gli abitanti della Rue Morgue. Madame L’Espanaye e sua figlia, già preparate per la notte, erano evidentemente occupate a riordinare delle carte nella cassaforte a cui si è già accennato, che era stata trasportata in mezzo al pavimento. Era aperta e il suo contenuto era sparpagliato per terra. Le vittime dovevano essere sedute con le spalle rivolte alla finestra; e a giudicare dalla pausa di tempo trascorsa dall’entrata della belva al momento delle urla, sembra probabile che di essa non si accorgessero immediatamente. Lo sbattere delle imposte poteva essere stato attribuito al vento.

Quando il marinaio guardò all’interno, la bestia gigantesca aveva afferrata Madame L’Espanaye per i capelli (che erano sciolti perché se li stava pettinando) e le agitava il rasoio sul viso, imitando i gesti di un barbiere. La figlia giaceva per terra esanime; era svenuta. Le grida e il furioso dibattersi della vecchia signora (a cui nel frattempo venivano strappati i capelli dalla testa) ebbero come effetto di mutare in furore le intenzioni probabilmente pacifiche dell’orang-utang. Con una sola mossa decisa del suo braccio nerboruto l’animale quasi le staccò la testa dal busto. La vista del sangue infiammò la sua collera fino alla frenesia. Digrignando i denti, e con gli occhi fiammeggianti, si gettò sul corpo della ragazza, affondandole gli unghioni nel collo e tenendo la presa finché non la vide spirare. In quel momento il suo sguardo che vagava qua e là feroce, cadde sulla testata del letto dietro alla quale si sporgeva il viso del padrone, irrigidito dall’orrore. La furia della belva, che senza dubbio temeva ancora la frusta, si mutò istantaneamente in terrore. Consapevole di meritare una punizione, parve desideroso di cancellare le tracce della sua sanguinosa impresa, e si mise a saltare qua e là per la stanza in un parossismo di agitazione nervosa , abbattendo e fracassando i mobili sul suo cammino, e strappando il pagliericcio dal letto. Alla fine, afferrò dapprima il corpo della figlia e lo forzò su per la cappa, come venne poi ritrovato; poi quello della vecchia signora che gettò fuori subito a capofitto dalla finestra.

Quando la scimmia si appressò alla finestra con il suo sanguinoso fardello, il marinaio, atterrito, indietreggiò verso il cavo, e lasciandosi scivolare più che calandosi, fuggì a casa; spaventato dalle conseguenze che sarebbero derivate dalla strage, e ben felice di non doversi preoccupare, nel suo terrore, della sorte dell’orang-utang. Le parole udite dalle persone che salivano le scale erano le esclamazioni di orrore e paura del francese, mescolate ai selvaggi mugolii dell’animale.

Ho ben poco altro da aggiungere. L’orang-utang doveva essere fuggito dalla stanza, giù per il cavo, poco prima che la porta venisse abbattuta. Doveva aver chiuso la finestra nel momento stesso in cui la scavalcava. La belva fu poi catturata dal suo stesso proprietario, che ne ricavò una forte somma, al Jardin des Plantes. Le Bon venne rilasciato all’istante dopo la nostra esposizione dei fatti (con qualche commento di Dupin) al bureau del prefetto di polizia. Questo funzionario, sebbene fosse ben disposto verso il mio amico, non riuscì a nascondere il suo disappunto per la piega che la faccenda aveva preso, e si lasciò andare volentieri a qualche sarcasmo sulla opportunità che la gente badasse agli affari propri.

“Lasciatelo dire,” disse Dupin, che non aveva ritenuto necessario replicare. “Lasciatelo sfogare: lo aiuterà ad alleggerirsi la coscienza. Ne ho abbastanza di averlo sconfitto sul suo stesso terreno. Tuttavia il fatto che egli sia fallito nella risoluzione di questo mistero non è poi così sorprendente come ritiene; poiché, a dir la verità, il nostro amico prefetto è troppo astuto per essere profondo. La sua saggezza manca di STAMEN. E’ tutta testa e non ha corpo, come le figurazioni della dea Laverna, o, se volete, tutta testa e spalle, come in un merluzzo. Mi piace soprattutto per una certa magistrale definizione mercè la quale si è guadagnato la sua attuale reputazione di uomo scaltro. Alludo alla sua abilità ‘de nier ce qui est, et d’expliquer ce qui n’est pas'”.

Written by azulines

28 novembre 2009 at 4:02 pm

Pubblicato su detective story, testi

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