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Eduardo Lago – sete del male iv/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iv/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

IL TRIONFO DELLA MORTE

2666 è il culmine della ferma traiettoria di Bolaño. Con questo romanzo, i senso della sua opera si proietta a un livello più elevato. 2666 e’ la sua migliore riuscita e si esprime in modo speciale sul piano del linguaggio. Non dimentichiamo che Bolaño era poeta. Questo tratto lo porta qui a forgiare un linguaggio felice, spensierato, allucinato, capace di stabilire le più insolite corrispondenze. La critica e’ stata praticamente unanime nel valorizzare 2666. Siamo di fronte a un romanzo eccezionale. Il suo carattere inconcluso lascia alcune cose irrisolte, però nello stesso tempo aggiunge mistero e profondità all’opera. Ci sono delle falle, naturalmente. E’ giustificata l’estensione? Funzionano tutte, le sue ramificazioni? Ci sono passaggi gratuiti, pagine di troppo, parti ancora non ripulite? 2666 è una creatura mostruosa? Ci sono momenti in cui il romanzo decade, pero al momento di fare un bilancio, le falle che ci sono poco importano. Di Bolaño si puo dire ciò che disse Cortázar di Lezama Lima, quando Paradiso
era un capolavoro sconosciuto: che non importava se non faceva caso a cio’ che si suppone siano i precetti elementari di scrittura. Alla fine tutto funziona. O ciò che disse lo stesso Bolaño di Philip K. Dick: “E’ buono anche quando è pessimo”. Con 2666 è più conveniente lasciare in sospeso le idee che si possono avere riguardo a ciò che è la letteratura, e semplicemente lasciarsi trasportare. La lettura di 2666 è un’esperienza totale, una festa continua che ci riserva sorprese quasi a ogni passo. Non importa che quest’opera abbia 1.119 pagine. Non pesano. Quando ce ne vogliamo rendere conto, ne abbiamo lette seicento ed è come se ne avessimo letto sessanta. 2666 restituisce al lettore l’allegria elementare, la passione della lettura. In Monsieur Pain, la trama (che lo stesso Bolaño definì indecifrabile) gira attorno a un moribondo, niente di meno che César Vallejo. In Notturno cileno, l’imminenza della morte del protagonista è una percezione illusoria. Ne I detective selvaggi assistiamo ad una evocazione spaventosa dei giorni finali di Reinaldo Arenas (che non viene nominato). Ammalato di AIDS, a New York, lo scrittore cubano detta a un amico il testo lacerato di Antes que anochezca. Riesce a terminarlo dopo di che si suicida. Letta retrospettivamente, sembra che Bolaño descriva anzitempo la cronaca della sua stessa corsa contro la morte, mentre è dedito alla scrittura di 2666. “Non ho molto tempo, sto morendo”, dice uno degli scrittori apocrifi verso il finale del romanzo; ed il lettore sente che un sudore freddo gli corre sulla schiena. Di fronte a un paesaggio dominato dalla morte, comprendiamo col fiato in gola che ora sì, e in diretta, stiamo assistendo alla corsa sfrenata dell’autore contro il tempo. Come una delle ombre che aleggiano sulle pagine del romanzo (Musil, anch’egli impossibilitato a concludere la sua opera maestra), Bolaño non fece a tempo, però c’e’ molta grandezza nella sua sconfitta.

Una delle ragioni per cui, a questo livello, poco importano i difetti, è che, l’intelligenza, l’umanità, la travolgente simpatia che trasmette la personalità di Bolaño, ormai ci ha sedotto ed è semplicemente impossibile non stare dalla sua parte. Uno ha l’impressione che la morte in persona, confusa tra i lettori, lo conforti. Dopo la lettura restiamo con un sentimento di profonda nostalgia per un “universo” perduto, difficilmente descrivibile, e per aver fatto una lunga camminata nella solitudine e nel caos. Sotto la superfice di queste pagine pulsa una profonda umanità, una visione compassionevole dell’esistenza. Una nota ancora sulla lingua. Anche se la sua opera rientra in pieno nella tradizione letteraria dell’America Latina, il linguaggio di Bolaño trascende le identità regionali, mostrando un registro di segno chiaramente transatlantico, panispanico. Dotato di un udito eccezionale, che capta e registra con grazia irripetibile le più insignificanti sfumature della lingua colloquiale, Bolaño coltiva una prosa polimorfa e perversa, capace di mimettizarsi in spagnola, cilena, messicana, uruguaiana o argentina e, se capita, in tutte nello stesso tempo. Non si sa bene come quest’uomo sia potuto andare tanto lontano. Ha aperto un cammino perché passino tutti gli altri. Questo è ciò che i giovani scrittori specie dell’America Latina, hanno visto in lui. Questa è la sua grandezza e la sua autenticità. Roberto Bolaño è il meglio che sia successo alla prosa in lingua casigliana da decenni. La forza travolgente del suo stile ha qualcosa di mostruoso, nel senso che al termine davano i classici del secolo d’oro. Bolaño segna una pietra miliare nella storia della letteratura ispanica. Con lui il romanzo in lingua spagnola entra in un nuovo paradigma.

traduzione di Carmelo P. ©

Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:28 pm

Eduardo Lago – sete del male iii/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

Under the Volcano 2666

Le cinque parti di 2666, che compongono un’unità all’interno dell’unità più grande costituita dal congiunto dell’opera di Bolaño. Incline alle metastasi testuali, in questo romanzo, l’autore porta alle estreme conseguenze gli sdoppiamenti narrativi. 2666 è un romanzo totale, nel significato in cui Bolaño impiegò il termine per riferirsi a Sotto il Vulcano, di de Malcolm Lowry, che caratterizzò come “romanzo che si immerge nel caos (che è la materia stessa del romanzo ideale) e che cerca di ordinarlo e di renderlo leggibile”

Prima puntata. Entrata in scena dei critici. Europa, fine secolo XX. Un gruppo di accademici cerca di mettersi sulle tracce di un oscrittore tedesco che risponde all’improbabile nome di Benno von Arcimboldi. Peripezie narrative a zig zag intorno a un centro occulto verso cui sono magneticamente attratte le vite dei protagonisti, la città di Santa Teresa, nel deserto del Sonora, dove “il cielo al pomeriggio sembrava un fiore carnivoro”. Una volta lì gli arcimboldiani si abbandonano in modo incessante all’attività onirica. Il romanzo si situa così in uno degli spazi intermedi essenziali della poetica di Bolaño, i sogno, territorio separato dalla morte da una frontiera porosa.

I personaggi di 2666 si addentrano in questo loculo intermedio per comunicare tra loro e inviarsi messaggi cifrati capaci di attraversare i limiti delle distinte parti del romanzo. Forse la chiave dei crimini del deserto del Sonora si trova nell’utero di Lotte Reiter, la sorella di Arcimboldi. Separata da lui sin dall’infanzia, Lotte sogna in modo ricorrente un cimitero dove c’e’ la tomba di un gigante. Una veggente, da cui si spera scopra qualche pista che permetta di risolvere i casi dei terribili omicidi di donne che si stanno perpretando nel deserto, ritorna da uno dei ricorrenti stati di trance dicendo: “C’erano sogni dove tutto tornava e c’erano sogni dove nulla tornava e il mondo era una bara piena di scricchiolii”[p.142 v.2]. I critici hanno la certezza che l’autore che stanno cercando si trovi li nel medesimo luogo dove si trovano, ma non lo vedono perché sono svegli.

Il secondo romanzo prosegue una delle vicende lasciate in sospeso nel primo: la storia di Amalfitano (un esiliato cileno di cinquanta anni, professore e traduttore di Arcimboldi in spagnolo ) e sua figlia Rosa. La storia si ramifica in intrecci che ci portano, tra i tanti luoghi, a Barcellona e a Mondragon, località nel cui manicomio e’ internato un poeta facilmente identificabile dal lettore spagnolo nota. Piano-sequenza del cimitero di Mondragon, luogo propizio al sogno e al sesso. Trasposizione metaforica nello spazio della morte: Amalfitano insegna nell’università di Santa Teresa, luogo che assomiglia “un cementerio que de improviso se hubiera puesto vanamente a reflexionar”. Nuove metastasi testuali: il Testamento Geometrico Rafael Dieste, appeso sulle corde di uno stenditoio improbabile ready-made che si converte in un testimone dell’azione; i diagrammi giocoso-epistemologici di Amalfitano; mappe di narratori, critici e filosofi. Erudizione in una chaive tra l’ironico e spiritoso. Il segmento termina con Amalfitano rifugiato dentro il suo sogno, parlando con i lettori, fin oa che una frase proveniente dal mondo reale obbliga il traduttore di arcimboldi a svegliarsi, suo malgrado.

Terzo movimento. Harlem, New York. Un uomo chiamato Destino lotta per allontanare da se le ragnatele della morte che cercano di avvolgerlo. Siamo, in un momento, dentro un romanzo noir, che ha per protagonista un giornalista nero. Pastiche di uno stile che potrebbe essere di Richard Price. Echi di una frase di Bolaño a proposito della autobiografia di James Ellroy: “Il crimine sembra essere il simbolo del XX secolo”. Óscar Fate, giornalista sportivo, deve viaggiare a Santa Teresa per seguire un incontro di pugilato. Una volta lì, il vento del deserto, “un vento onirico” gli sussurra una storia spaventosa. Qualcuno sta assassinando centinaia di donne nel deserto del Sonora. “Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’e’ nascosto il segreto del mondo.”[p.431 v.1], una voce comuncia a Fate. Conversazioni sulla morte e il male. 2666 si orienta verso il su odestino finale. Nel presidio di Santa Teresa, Fate sente una voce di qualcuno che canta, qualcuno che dice: “Sono un gigante perduto in mezzo a un bosco bruciato”[p.432]. Potrebbe essere la voce di arcimboldi, ma fate non ha un’idea chiara di chi sia e inoltre non è sicuro di non star sognando.

Nella quarta parte, il romanzo compie l’allunaggio nel deserto del Sonora. Santa Teresa è lo Yoknapatawpha di Bolaño, la sua versione di Comala.nota La persistenza della visone rulfiana va piu’ in là dell’apparenza. Quando un personaggio protesta perché i messicani “parlano come se fossimo dentro Pedro Paramo”, un altro puntualizza:”Ma forse è cosi”.[ p.348 v.2]. Solo che lo strato mitico è talmente sottile che copre appena la realtà. Comala – ricordiamocelo – era l’inferno. Santa Teresa, trasposizione testuale di Ciudad Juarez, lo è anch’essa “L’inferno” disse Bolaño “Come Ciudad Juarez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri” link interno.Bolaño ha scelto come motivo centrale del suo romanzo del quale i mezzi di comunicazione se ne stanno occupando da dodici anni, senza che fino ad ora ci sia un barlume di spiegazione: gli omicidi di donne commessi a Ciudad Juarez e nei suoi dintorni. (mentre preparavo questo articolo ho cercato, senza trovarle, notizie relazionate con gli omicidi in La Jornada, El País e The New York Times.). La cronaca dei crimini (più di trecento nella realtà, circa un centinaio nel romanzo) si legge come una litania impressionante, che Bolaño recita con una precisione spaventosa, usando formule omeriche di ripetizione. I corpi delle vittime, violate, brutalmente mutilate, vengono rinvenuti abbandonati in burroni, discariche nelle spianate del deserto. Nulla di ciò è invenzione dello scrittore, che si limita a lasciare che gli omicidi spruzzino le pagine come gocce di pioggia nel deserto. I poliziotti e i detective che credevano di aver già visto tutto, a volte piangono o vomitano, o ridono con nervosismo, o non riescono a dormire, o diventano pazzi o, per sopravvivere, si abituano e dimenticano. La narrazione puntualizza che la maggioranza delle vittime sono ragazze povere e sfruttate, che lavorano nelle maquilladoras. Un detective ricorda a un altro che “a morire erano le operaie, non le puttane. operaie, operaie, ripetè”[p.153]. Ciò spinge il suo compagno a chiedere perdono. Allora, “come folgorato vide un aspetto della situazione che fino a quel momento gli era sfuggito”[p.153]. Lo stesso succede al lettore. Il virus del linguaggio di cui parlava Burroughs, portatore di una malattia che arriva dallo spazio esteriore , comincia a proliferare, infettando le pagine. Malate, “le parole sono dappertutto, persino nel silenzio”[p.50]. Illuminati da una “luna, piena di cicatrici”[p.73], nel deserto, territorio del Male, a volte i personaggi pensano“senza pensare. O pensare con immagini tremanti”[p.35]. Bolaño è incapace al fascino che esercitano “la grandezza e la solitudine del deserto del Sonora”[p.301]. In un momento di particolare intensità, il cielo si popola di luci bellissime che viaggiano da un confine all’altro dell’orizzonte. Da un auto i personaggi percepiscono “colori vivi a ovest, colori come gigantesche farfalle che danzavano”[p.307]. Il linguaggio di Bolaño fa giustizia della bellissima stranezza del momento con immagini irripetibili. Mentre la luce del giorno si allontanava verso ponente, “la notte avanzava come uno zoppo da est”[p.307]. Strana bellezza del deserto, che non si sa bene se è reale o irreale: “Il confine tra il Sonora e l’Arizona è un gruppo di isole spettrali o incantate. Le città e i paesi sono barche. Il deserto è un mare interminabile”[p.268]. Dubbio che non è necessario chiarire giacchè, tra tutti gli spazi intermedi creati da Bolaño, il più riuscito è quello del linguaggio stesso: “A volte la realtà, la stessa realtà piccola piccola che serviva da ancoraggio alla realtà, sembrava perdere i suoi contorni, come se il passare del tempo esercitasse un effetto di porosità sulle cose, e rendesse più indistinto e lieve quello che già di per sè, per sua natura, era lieve e soddisfacente e reale”[p.297]. Il linguaggio di Bolaño è visionario, però è molto lontano dal realismo magico ( prima o poi doveva venir fuori questa definizione futile) il quale, ora sì, con un colpo geniale e definitivo viene archiviato. Nel carcere di Santa Teresa i prigionieri “Si muovevano come un commando perduto su un’isola tossica di un altro pianeta”[p.222]. Sembrano esseri “persi in un sogno”[p.222]. Bolaño evoca con straordinaria precisione la topografia della morte, ancorandola dapprima nella realtà, per poi, all’improvviso, provocare una rottura che ci catapulta nella starnezza. Uno dei crimini viene commesso vicino a Casas Negras, in un posto chiamato El Moridero. Prima si chiamava El Obelisco, perché, precisa il narratore, una volta lì c’era “un obelisco disegnato da un bambino che ha appena imparato a disegnare, un bambinello mostruoso che viveva nei dintorni di Santa Teresa e passeggiava nel deserto mangiando scorpioni e lucertole e non dormiva mai”[p.198]. Ci sono pagine dannate. La descrizione di una castrazione collettiva nella lavanderia del carcere di Santa Teresa è di un orrore e crudeltà letteralmente insopportabili. Personalmente credo che non avrei voluto leggerla. La scena, distillata, persiste per molto tempo nella memoria del lettore. Ma e ancora più stupefacente come lo scrittore, dopo aver affrontato, con gli occhi spalancati, un orrore che non permette aggettivazioni, interiorizza il dolore che sente. La coscienza del male che e’ capace di annidarsi nell’essere umano, si cristallizza in una metafora di una spontaneità e intimità spaventose. Non dimentichiamoci che Bolaño, colpito da una malattia epatica incurabile, scrive in prossimita’ della morte. Ecco come si descrive il protagonista del male: “Chi è quel tipo?”, domanda uno dei testimoni presenti. “E’ Ayala”, gli risponde l’altro, “l’anima nera della frontiera”[p.198]. nota E’ come se qualcuno gli dettasse ciò che scrive, qualcuno che non è divino né umano, un’entità vaporosa, il vento del deserto, i tuoni di una tormenta, grida sognate di notte, la profonda solitudine dell’essere. Le creature di Bolaño vanno e vengono tra l’ intercapedine del carcere, del linguaggio, della realtà, del male. La sua prosa vola ad altezze ineguagliabili, pletorica, contundente, brutale, di una bellezza cosmica, selvaggia e dolente. Sembra impossibile ma il miracolo continua.

La quinta parte ci catapulta su altra coordinate. Dopo due pagine di un surrealismo accecante, la narrazione si morde la coda, dando inizio alla storia di Hans Reiter, futuro scrittore che, come il protagonista di Stella distante, un giorno cambierà nome. Siamo in Germania, agli inizi della seconda decade del XX secolo. C’e’ un punto di fuga che rimanda direttamente al male. Data la storia del suo paese, a Bolaño interessa la connessione con i nazisti. (significativamente, uno dei suoi primi romanzi, La letteratura nazista in America, è un catalogo di autori immaginari, categoria nella quale rientra anche arcimboldi. Anche se si redime dallo stigma). Il romanzo entra nel bosco dcella immaginazione centroeuropea, guadagnandosi una prosa mimetica di remota filiazione kafkiana, a insieme con altri echi, probabilmente obliqui, dei grandi autori della tradizione austrogermanica (Walser, Musil, Bernhard, Döblin, Mann). La storia continua ramificandosi. Si rivive i ltopos del manoscritto trovato, e in un ospecchio infinito, sfilano numerosi scrittori, nei cui libri ci addentriamo. Tra le pagine di questa sezione, avanzano le SS, cavalca Parsifal. Ci vengon descritti i disastri della guerra. Assistiamo allo sterminio di un contingente di prigionieri ebrei. In un paese della Polonia, alcuni bambini alcoolizzati giocano a calcio, in un paesaggio degno di Swift. Nel castell odi dracula presenziamo alla crocifissione di un generale dell’Asse. Come in Notturno cileno, come in Stella distante, la prosa è ellittica, di una strana friabilità. Le frasi di Bolaño raggiungo una stato massimo di depurazione (“il movimento che è la maschera di molte cose, compresa la serenità” [p.366] , — “la nozione del tempo dei malati; un tesoro nascosto in una caverna del del desierto” [p.392]. ). Non viene alterata solamente la realtà: anche al storia. Cosi si arriva per altra via, forse più efficace, al banco della verità. E’ un’altra la missione del romanzo ?

traduzione di Carmelo P. ©


NOTE:

Si tratta di Leopoldo Maria Panero, poeta, narratore e saggista spagnolo, nato a Madrid nel 1948. Figlio di Leopoldo Panero e fratello di Juan Luis Panero, entrambi poeti. A sedici anni, si iscrive al Partito Comunista Spagnolo e per la sua militanza nel PCE, dichiarato illegale dal regime franchista, viene arrestato e imprigionato per la prima volta. Con la guida del maestro Pere Gimferrer comincia a scrivere. La sua vita è stata segnata dall’alcool, dalle droghe, dalla depressione e da due tentativi di suicidio a vent’anni. E’ schizofrenico e dietro sua richiesta viene ricoverato in un centro psichiatrico, dove mantiene sempre vivo il suo interesse per la poesia. Da cinque anni abita nel Manicomio del dottor Rafael Inglod, a Las Palmas (Gran Canaria). Attualmente a questo centro va soltanto per dormire, la sera. Precedentemente aveva trascorso quattordici anni al manicomio basco di Mondragón, dove ha scritto nel 1987, “Poemas del manicomio de Mongragón”, il suo libro di poesia sull’inferno psichiatrico, tradotto quest’anno in Italia da Ianus Pravo per i tipi dalla casa editrice romana Azimut. La stessa casa pubblicò nel 2005 “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, scritto dopo un periodo caratterizzato da esperienze legate alla droga, all’alcool e al sesso sfrenato.

È considerato uno dei più grandi e controversi poeti spagnoli. Come Dino Campana, crede nella telepatia e come Sheherazad, racconta “una favola per non esser messo a morte”. E come il poeta di Marradi che voleva stabilirsi in Francia, perché “a Parigi si può sopportare meglio la mia condizione”, Panero vuole andarsene a Parigi, “perché là non sono così pazzi come qua, in Spagna”. Così “la pazza è la Spagna”, non lui. Ma la follia in fondo non è altro, ha detto Panero al suo traduttore italiano, che “il diritto alla fantasia”. Tra i libri più importanti di Panero sono da segnalare il primo, “Por el camino de Swan” (1968), che fu l’inizio di una serie di pubblicazioni come “Así se fundó Carnaby Street” (1970), “En Teoría” (1973), “Narciso en el acorde último de las flautas” (1979), “Dioscuros”(1982), “Poemas del manicomio de Mondragón” (1987), “Heroína y otros poemas” (1992) e Conversación (2003)
tratto da qui link esterno torna su

Comala è il paese “cimitero”, lo scenario del romanzo di Juan Rulfo link esterno Pedro Paramo link esterno
pubblicato nel 1955 che l’autore cosi descrive: “ E’ un paese morto, dove vivono le anime dei morti, dove tutti i personaggi sono morti, e persino chi narra è morto. Pertanto non c’e’ un limite tra l ospazio e il tempo. I morti non hanno tempo nè spazio. pertanto cosiì come appaiono svaniscono. E all’interno di questo mondo confuso, si suppone che gli unici che ritornano alla terra sono le anime, le anime di quei morti che morirono nel peccato. E siccome era un paese dove quasi tutti morivano nel peccato, la maggior parte di loro ritornava. Abitavano di nuovo il paese, ma erano anime, non erano esseri vivi.”. La presenza della morte è tema costante del romanzo. Comala e’ un cimitero popolato da sussurra, lamenti, rumori, fantasmi avvolti dalla nebbia e dalla stanchezza, sul punto di svanire, ma condannati a restare sospesi in un luogo senza tempo o in tempo senza luogo (o detto in altro modo, costretti all’inferno):

“Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiusi nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso.”“[Pedro Paramo, Einaudilink esterno pag. 46] torna su

La frase originale è: “El higado negro de la frontera”, dove “higado” sta per fegato, con chiara allusione alla malattia di Bolaño. La scena dell’esecuzione dei 4 appartenenti alla banda dei Cacicchi nel carcere di Santa Teresa riesce a descrivere l’orrore assoluto (p. 222):

I primi due giorni Chimal si comportò come un pazzo. non smetteva mai di voltarsi e di guardare cosa gli succedeva alle spalle. dormiva con il punteruolo in mano. Si portava sempre dietro le anfetamine, come una medaglietta che l’avrebbe protetto da ogni male. I suoi tre compagni non erano da meno. Quando passeggiavano nel cortile lo facevano a due a due. Si muovevano come un commando perduto su un’isola tossica di un’altro pianeta. A volte Haas li guardava da lontano e pensava: poveretti, poveri ragazzini persi in un sogno. Otto giorni dopo il loro arrivo li acchiapparono tutti e quattro nella lavanderia. I secondini sparirono di colpo. Quattro detenuti controllavano la porta. Quando arrivò Haas, lo lasciarono passare come se fosse uno come gli altri, un odi famiglia, cosa di cui Haas fu silenziosamente grato, anche se non smise mai di disprezzarli. Chimal e i suoi tre compagni erano immobilizzati al centro della lavanderia. Li avevano imbavagliati tutti e quattro con uno straccio. Due dei cacicchi erano già nudi. Uno di loro tremava. Dalla quinta fila, appoggiato a una colonna, Haas osservò gli occhi di Chimal. Gli sembrò evidente che voleva dire qualcosa. Se gli avessero tolto lo straccio, pensò, forse avrebeb arringato i propri sequestratori. I secondin iosservavano la scena da una finestra. la luce che usciva dalla finestra era gialla e fioca in confronto alla luce che emanavano i tubi al neon della lavanderia. I secondini, notò Haas, si erano tolti i berretti. Uno di loro aveva una macchina fotografica. Un tipo di nome Ayala si avvicinò ai Cacicchi nudi e gli fece un taglio nell oscroto. Quelli che l itenevano immobilizzati si irrigidirono. Elettricità, pensò Haas, vita pura. Ayala parve mungerli finchè le palle caddero a terra avvolte nel grasso, nel sangue e in qualcosa di cristallino che non sapeva (nè voleva sapere) cosa fosse. chi è quel tipo? chiese Haas. E’ ayalòa, mormorò il tequila, l’anima nera della frontiera. la’nima nera?, pensò Haas. Più tardi il Tequila gli avrebbe spiegato che tra i tanti morti ammazzati da Ayala, c’erano otto clandestini che aveva fatto entrare in Arizona a bordo di un pick-up. dopo essere sparito per tre giorni Ayala era tornato a Santa Teresa, ma del pick-up e dei clandestini non si era saputo più nulla finchè i gringos non avevano trovato i resti del veicolo, con sangue da tutte le parti, come se Ayala, prima di tornare indietro, avesse fatto a pezzi i corpi (…)Che cosa aveva fatto Ayala dei cadaveri? Secondo il Tequila, se li era mangiati, talmente era pazzo e cattivo, anche se Haas dubitava che ci fosse qualcun ocapace di buttar giù, per quant o matto e affamato fosse, otto clandestini. uno dei cacicchi che avevano appena castrato svenne. l’altro aveva gli occhi chiusi e le vene del collo sembravano lì lì per scoppiare. Ora accanto ad ayala c’era Farfan e idue fungevano da maestri di cerimonia. fai sparire questa roba, disse Farfan. gomez raccolse le palle e disse che sembravano uova di testuggine. Belle tenere, disse. Alcuni degli spettatori annuirono e enssun orise. Poi Ayala e farfan, ciascuno con un manico di scopa lungo una settantina di centimetri, si diressero verso Chimal e l’altro Cacicco.torna su

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Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:27 pm

Eduardo Lago – sete del male ii/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male –ii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

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I   FUOCHI   DELL’ELLISSE

Scrivere è avvicinarsi all’abisso. Per Bolaño “l’alta letteratura, quella che scrivono i veri poeti, è quella che osa addentrarsi nell’oscurità con gli occhi aperti, succeda quello che deve succedere” Scrivere: addentrarsi nell’inferno; la letteratura è “un lavoro pericoloso” Pericoloso perche’ decifrare l’enigma dell’esistenza implica scontrarsi in termini assoluti con il Male e la Morte. Scrivere: esercizio di intelligenza; equilibrio instabile che si regge su una spaventosa lucidità. Ingredienti? “humor e curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza” Ritratto robot dello scrittore:

A) curiosità: qualcuno con una “disposizione intellettuale che in ogni svolta del destino vede un problema di scacchi o una trama poliziesca da spiegare” .

B): Humor. Qui una pioggia di sinonimi:
“amore per il riso e lo scherzo e la battuta e lo scherno la burla e il ludibrio la canzonatura e la facezia e la beffa e lo sfottò e la parolaccia e la caricatura, l’ingegnosità e la burla e la derisione, il dileggio”. alcune delle guide che mostrarono il cammino: Jonathan Swift: “Mi ha restituito l’allegria come solo possono farlo i capolavori delle letteratura che sono nello stesso tempo capolavori dell’Humor nero”

Franz kafka: ” La sua letteratura e’ la più chiarificatrice e terribile (e anche la più umile) del XX secolo”, Poe: “La verità è che con Edgar Allan Poe siamo tutti d’avanzo. Pensate e riflettete. Ancora siete in tempo. Se possibile in in ginocchio”, Borges, Marcel Schwob, Chejov, Alfonso Reyes. Melville “nostra guida nelle gole impervie” cartografo sublime dei “territori del male, lì dove l’uomo si dibatte con se stesso e finisce generalmente sconfitto” dall’altra parte della gola, Huckleberry Finn: ” Twain era sempre preparato a morire. Solo così si comprende il suo Humor”

Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont (seguito dai surrealisti). James Joyce (che appare portando per mano a Jim Morrison nel titolo di uno dei suoi primi libri). Lezama Lima ( che insieme a Joyce ha dato il suo nome a Ulises Lima). Sor Juana ed Ercilia nell’alba transatlantica della lingua comune. Dashiell Hammett, seduto allo stesso tavolo con con Chester Himes, Graham Greene ed altri quattro sospettosi. Malcolm Lowry, oscuro e geniale, leggendo ubriaco gli aforismi di Lichtenberg.

Leopoldo María Panero che appende nello stenditoio del manicomio di Mondragón il testamento geometrico di rafael dieste. Nicanor Parra e Alejandra Pizarnik. César Vallejo, indigente y moribondo, ipnotizado da Monsieur Pain, un discepolo di Mesmer, che cerca di starppare il poeta dall’abbraccio della morte. Lezione dei grandi da non dimenticare mai: Letteratura = onestà radicale. In vita, Bolaño denunciò l’impostura dei nomi consacrati, denunciò le falsità della fama, la mendacità del mercato, le insidie del potere (“Al potere non interessa la letteratura, al potere interessa solo interessa il potere link interno), la truffa dei premi, gli espedienti del marketing. E’ uno scrittore autentico solo chi si imemrge nell’abisso, dove non ci sono possibilità di vendere. “Vendere è vendersi”, fece dire Max Aub a Jusep Torres Campalans. Ribadisce Bolaño: “La rottura non vende. Una letteratura que si sommerge con gli occhi aperti non vende”. Inoltre: “La letteratura non ha niente a che vedere con i premi bensì con una strana pioggia di sangue, sudore, sperma e lacrime”. E’ cosi’, scrivere è “qualcosa di razionale e visionario, un esercizio di intelligenza, di avventura e di tolleranza. se la letteratura non e’ questo piacere, che demonio è?”. Scrivere: addentrarsi nell osconsociuto; Bolaño è parte di un contingente di narratori della Spagna e America Latina che son ocoscienti di essere sbarcati ” in un territorio da esplorare dove si trovano le ossa di Cervantes e Valle-Inclán”.


PUNTI DI FUGA


L’opera narrativa di Roberto Bolaño costituisce un’unità dai limiti nitidamente demarcati. A suo agio nei romanzi brevi e i quelli lunghi, il cileno scrisse una decina di libri tra raccolte di racconti e romanzi corti, così come un paio di opere narrative di grande estensione. In realtà non c’e’ una gran differenza tra le une e le altre. Le opere maggiori si possono considerare aggregati di di unità di minore. Sono molte le linee di forza che danno coesione al territorio generale della finzione. Bolaño ha progressivamente delegato funzioni ad Arturo Belano, il suo doppio immaginario, specchio refrattario delle sue ossessioni. Con frequenza, l’autore si appoggia a lui per aprire vie di comunicazione tra i distinti segmenti di un universo narrativo qual è la sua opera. Stella distante completa un tema appena schizzato ne La letteratura nazista in America. Pubblicate entrambi nel 1996, il primo narra la sinistra peripezia di un pilota militare pinochettista, la cui storia e’ stata raccontata a Bolaño dal suo alter ego immaginario. Tre anni dopo, in Amuleto, troviamo Belano in compagnia di Auxilio Lacouture, poetessa uruguayana emigrata in México. Belano e Lacouture vengono da I detective selvaggi, e Amuleto avrebbe potuto essere integrato in quel romanzo. Le ramificazioni che uniscono i distinti testi di Bolaño si aprono indistintamente al passato e al futuro. “foto” uno dei racconti di Puttane assassine (2001), e’ un ramo che tagliò successivamente a I detective selvaggi. Al contrario “Prefigurazione di Lalo Cura, racconto incluso nella stessa raccolta, apre lo spazio narrativo a uno dei personaggi di 2666
. Sono molti i motivi dispersi nella opera di Bolaño che prefigurano temi trattati con maggiore profondità nel romanzo postumo. Così, in Stella distante, il protagonista organizza un’esposizione di foto dove possono vedersi in dettaglio i volti di donne torturate o assassinate durante il regime di Pinochet. Il tema dell’assassinio di donne innocenti è l’asse intorno al quale si articolano i cinque segmenti di 2666. anche se il suo nome non si menziona in nessun momento, Arturo Belano, secondo quanto ha chiarito lo stesso autore, e’ il narratore del romanzo.

Nella raccolta di articoli intitolata Entre paréntesis (eccellentemente editata da Ignacio Echevarría, esecutore del testamento letterario dell’autore, su cui e’ caduta la responsabilità di definire il testo di 2666), Bolaño si attarda in una intrigante affermazione di William Burroughs, secondo la quale il linguaggio è un virus arrivato dallo spazio esterno. Il commento appare in un passaggio dedicato a Philip K. Dick, autore di racconti di fantascienza, verso il quale Bolaño prova una viva ammirazione e che taccia da paranoico e schizofrenico, “una specie di kafka passato per l’acido lisergico e la rabbia”. Sono varie le cose che del nordamericano gli interessano, tra cui l’idea che la realtà (e pertanto la storia) sono alterabili. Dick, puntualizza, è stato “se non il primo, il migliore a parlare sulla percezione della velocità, l’entropia, l’universo”, Si occupò anche con lucidità “dei paradossi dello spazio e del tempo” Ci sono zone nei testi di Bolaño dove la realtà si apre ad altre dimensioni che rimandano a lettori e personaggi e spazi intermedi, fisici o mentali. Basta l’inizio della terza parte de I detective selvaggi, l’aspirante poeta che dava lezioni di retorica a bordo dell’Impala (auto), annota nel suo diario: “Quel che scrivo oggi in realtà lo scrivo domani, che per me sarà oggi e ieri, e anche in qualche modo domani:un giorno invisibile” [p.741]. Queste dislocazioni segnano una svolta al tema della ricerca dello scrittore, correlando l’investigazione sull’essenza del male con il mistero della creazione letteraria con l’idea della morte. In Stella distante si cerca un critico e poeta che è anche pilota e torturatore. In questo romanzo c’e’ un’immagine indelebile: l’aviatore scrive poesie in un cielo immacolato con la scia che sprigiona il suo reattore. Ne I detective selvaggi, l’oggetto della ricerca è la poetessa Cesárea Tinajero, sparita sulla scia della rivoluzione messicana. Mentre sono sulle sue tracce Belano e lima vengono condotti nell’abitazione dove molti anni prima era vissuta la scrittrice. Aprendo la porta vedono “come se la realtà, ll’interno di quella stanza sperduta, fosse distorta, o peggio ancora, come se qualcuno, Cesarea, chi se no? Avesse deformato impercettibilmente la realtà con il lento passare dei giorni” [p.791].

Nell’ultimo testo di Bolaño, l’autore assente è un ex soldato reclutato a forza nell’esercito di Hitler. Il processo di alterazione della realtà che si trama intorno alla sua ricerca, si cristallizza in immagini di complessità crescente: “Da quel momento in poi la realtà, per Pelletier ed Espinoza, sembrò lacerarsi come una scenografia di carta, mostrando quanto c’era dietro:un paesaggio fumante, come se qualcuno, forse un angelo, stesse facendo centinaia di barbecue per una miriade di esseri invisibili.”[p.176 v.1]. Alcuni elementi appena percettibili nel testo de I detective selvaggi, acquistano un senso pieno nel testo del pianeta analogo, 2666. Durante la scrittura del primo dei due romanzi, Bolaño intravide , in un angolo della sua immaginazione l’embrione di un autore nei cui scritti e’ possibile che si codifichi l’enigma del male, anche se allora non sospettava l’importanza che avrebbe avuto piu’ avanti. Nello stato larvale, non si tratta di un autore tedesco, ma francese, e non si chiama Benno von Arcimboldi, ma JM.G. Arcimboldi, anche se aveva gia’ pubblicato un romanzo con lo stesso titolo di quello che scriverà il suo futuro avatar: La rosa illimitata. Un pugno di dati isolati permette di lanciare, una tenue luce sul numero enigmatico che da il titolo al romanzo postumo di Bolaño. Belano e Lima scoprono che prima di perdersi nel deserto, Cesárea Tinajero era solita parlare con insistenza di certi fatti che sarebbero accaduti “verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..”. Nel successivo romanzo, in Amuleto, Belano e la protagonista scorgono una via che “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero nato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”. Non è privo di significato che sia proprio Auxilio Lacouture chi sente ne I detective selvaggi “como si el tiempo se fracturara y corriera en varias direcciones a la vez, un tiempo puro, ni verbal ni compuesto de gestos o acciones”.

In bolaño la letteratura è un viaggio incessante verso la morte ma non scorre in linea retta

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10 gennaio 2010 at 3:25 pm

Eduardo Lago – sete del male i/iv

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2 6 6 6    –    la critica  su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – i/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |
“Per un po’ la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio puà essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono uno per uno e l’Opera va avanti da sola, sebbene un’altra Critica e altri Lettori a poco a poco comincino ad accompagnarla sulla sua rotta. Poi la Critica muore di nuovo e i Lettori muoiono di nuovo e su questa pista di ossa L’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a essa, navigare nella sua scia è segno inequivocabile di morte certa, ma un’altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’immensità. E un giorno l’Opera muore, coem muoiono tutte le cose, come si estingueranno il sole e la Terra, e il Sistema Solare e la Galassia e la più recondita memoria degli uomini.”
I detective selvaggi, p. 645

In questa meditazione di tono sublime e maiuscole allegorie riguardo il destino dell’opera letteraria manca l’autore, però soprattutto si sente la mancanza del coro di personaggi che, insieme ai critici, lettori e scrittori, popolano abitualmente l’universo di Bolaño, una corte dei miracoli, composta da puttane, gobbi, ruffiani, assassini, zoppi, storti, stupratori, ladri, detective, alcolizzati, torturatori, malati, suicidi, sognatori, pazzi, drogati, carcerati, politici corrotti, narcotrafficanti….Nella versione bolañesca della biblioteca di Babele, il mondo della malavita è inseparabile da quello delle lettere, e negli interstizi tra l’uno e l’altro si consumano relazioni dove c’e’ posto anche – però meno – per il più comune dei mortali. Indipendentemente dal loro segno e inclinazione, questa caterva di personaggi si vede travolta da passioni torrenziali che alla fine li catapultano nei più profondi abissi del male, della solitudine e della pazzia.

Il paragrafo contiene un’altra riga che recita: “Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia” Il contesto indica che l’intenzione è parodistica, però il fatto che Bolaño sia morto a cinquanta anni, nella piena esplosione del suo genio creativo, lasciando inconcluso un romanzo di più di mille e cento pagine, conferisce un’aria malauguratamente profetica alla sua meditazione semi-giocosa sul destino della letteratura. Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia

In più di un’occasione Bolaño affermò che avrebbe preferito essere un investigatore di omicidi ancor prima che scrittore. Disse anche che non c’era niente di più vicino alla prostituzione del mestiere della letteratura. Questi tre mestieri (l’investigazione poliziesca, la prostituzione e la scrittura) sono quelli che con maggior frequenza disimpegnano i suoi personaggi: Messico, Distretto Federale, 31 di dicembre 1975. Un poeta adolescente, una puttana e due scrittori (i detective selvaggi) fuggono a bordo di una Impala a gran velocità, inseguiti da una Camaro, con dentro due scagnozzi, un poliziotto corrotto e il magnaccia della prostituta. Parla il poeta in erba:

“-L’asclepiadeo maggiore è un verso di sedici sillabe costituito dall’inserimento fra i due cola eolici di una dipodia dattilica catalettica in syllabam…

– Cos’è un’epanalessi?

– No ne ho idea – sentii che dicevano i miei amici.

La macchina passò per strade buie, quartieri senza luci…”

[I detective selvaggi, p. 745]

Il quartetto si dirige verso lo stato del Sonora, alla ricerca di una poetessa di mitica memoria, scomparsa nel deserto intorno agli anni venti. Il tema della ricerca che ha per protagonisti professionisti della letteratura (critici e scrittori) che cercano di capire, seguendo le piste di uno scrittore perduto, in cosa consiste l’enigma del mondo e dell’esistenza, appare con variazioni in Stella distantelink interno(1996), Notturno cileno (2000) e, in modo sconcertante, ne I detective selvaggi (1998) e 2666 (2004), assi portanti della produzione narrativa di Roberto Bolaño

Il FATTORE BORGES

Nato in Cile da cui dovette esiliarsi e dove tornò fugacemente in un paio di occasioni, la maggior parte della vita adulta di Bolaño è trascorsa tra Messico e Spagna. I tre paesi hanno svolto un ruolo un ruolo determinante nella sua formazione di scrittore, anche se quando, in prossimità della fine della sua vita, gli domandarono se si sentiva cileno, messicano o spagnolo, si dichiarò inequivocabilmente latinoamericano. Politicamente e intellettualmente Bolaño apparteneva a una generazione che si formò negli ideali della “liberta e rivoluzione”. Fedele tutta la vita al sogno bolivariano di una Latinoamerica non spezzata , nella sua opera c’e’ profonda coscienza della dolorosa e conflittuale storia che colpì in modo tragico il suo paese e tutto il sub continente

Bolaño si sentiva erede del “grande teatro di Lezama, Bioy, Rulfo, Cortázar, García Márquez, Vargas Llosa, Sábato, [Benet,] Puig, Arenas” e, anche se non lo cita qui, soprattutto di Borges “che non devi mai smettere di leggere” . Essendo cio’ la verità, la sua opera si colloca alle soglie di un nuovo paradigma, dove lui non sta solo, ma senza dubbio è colui che si distanzia di più. <

E’ stato un catalano, Enrique Vila-Matas che ha affermato che certamente I detective selvaggi Bolaño rappresentano un’archiviazione storica e geniale di Rayuela. Sicuramente c’e’ stato di più: Bolano (inteso come punta di un iceberg di un nutrito gruppo di narratori un po’ o molto più giovani di lui che comprende nomi come Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Fernando Iwasaki, Leonardo Valencia, Jorge Volpi, Andrés Neuman, Jaime Bayly, Rodrigo Rey Rosa, Juan Villoro, Ignacio Padilla, Alberto Fuguet, Pedro Lemebel) è la punta di lancia dell’alto modernismo latinoamericano. Ryuela è una delle “bibbie” che sono cadute. Bolaño rispetta Doloso, ma ha poco a che vedere con lui, ammira devotamente Rulfo, pero la dismisura della sua prosa è agli antipodi del contenimento del messicano , vicina al silenzio. Il suo debito con Borges è incalcolabile, però è difficile immaginare qualcosa di piu’ lontano dalle lambiccate finzioni intellettuali dell’argentino

Bolaño è metà farsa insanguinata e metà agonia esistenziale: nelle pagine dei suoi libri ci sono schizzi di sangue, pus, vomiti e sperma. I detective che popolano le sue narrazioni assomigliano poco a quelli di Honorio Bustos Domecq. I crimini che investigano sono di una brutalità molto lontana dall’asepsi geometrica descritta ne “la morte e la bussola” . Bolaño rappresenta la punta di lancia di una nuova estetica, che si allontana a marce forzate da voci magistrali che con l’andare del tempo hanno finito per stancare.

Non è consigliabile prenderlo troppo sul serio: Bolaño se la ride perfino della sua ombra. E tuttavia quando si spegne l’eco delle risate, si fa sentire un gelido palpito che ci fa drizzare i peli. Quando in Stella distante, si scopre che il protagonista, un critico letterario di riconosciuto prestigio, era responsabile della tortura e scomparsa di numerosi scrittori, un personaggio dice: “Nessuno merita di morire per scrivere male” , sfoggio di humor nero di stile bolañesco, che indusse un recensore a domandarsi se l’autore non stesse giocando con l’idea di una critica letteraria portata alle estreme conseguenze. O è il contrario? Forse il meglio che si puo’ fare con la critica letteraria e’ di prenderla in giro. Bolaño colloca il paragrafo sul destino della letteratura con cui e’ stato aperto questo saggio, nella bocca di un critico letterario di Barcellona conosciuto e temuto per la sua ferocia e istinto sanguinario, un tal Iñaki Echavarne<(p>

Quando Arturo Belano, copia dell’autore nella pagina scritta, ha notizia che hanno incaricato a Echavarne di scrivere la critica del suo ultimo romanzo, s’impossessa di lui un terrore incontrollabile. La questione viene risolta con Belano ed Echavarne uno di fronte all’altro, sulla spiaggia del mediterranea, decisi a risolvere i loro contrasti in duello, con la spada. Tutto questo succede nel capitolo 23 de I detective selvaggi, con la fiera di Madrid come scenario di sottofondo. Dandogli, come nel caso di Echavarne, nomi che appena nascondono la loro identità reale, Bolaño fa parlare importanti membri della comunità letteraria. Alla fine di ogni intervento, c’e’ una coda riguardo al punto possibile di arrivo di ciò che inizia spinto dalla vis comica. Se mettiamo insieme le otto code viene fuori un poema-riassunto che lancia una luce sulle strategie testuali dell’autore:

Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragicommedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce indefettibilemente in commedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in esercicio crittografico.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in film dell’orrore

Quel che inizia come commedia finisce in marcia trionfale, no?

Tutto quel che inizia come commedia finisce in responso nel vuoto.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in monologo comico, ma ormai non ridiamo più.

I detective selvaggi, pp 645-665

traduzione di Carmelo P. ©


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10 gennaio 2010 at 3:24 pm

“Segreto e simulacro in 2666 di Roberto Bolaño ” – patricia Espinosa

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2 6 6 6    –    la critica  su Bolaño – recensioni e saggi

“Segreto e simulacro in 2666 di Roberto Bolaño “

( Patricia Espinosa nota, Estud. filol. n.41 Valdivia settembre 2006)

| introduzione | • |le cinque parti | • |la p. dei critici | • |la p. di Amalfitano | • |la p. di Fate | • |la p. dei delitti | • |la p. di Arcimboldi | • |conclusioni |


1. Introduzione

Se fossi obbligata a rispondere in maniera veloce sull’origine del piacere generato dall’opera di Bolaño, sarei tentata di dire che deriva da una moltiplicazione ad infimitum di una specie di iper-connettività; ovvero, una connettività portata al suo limite, estremizzata fino all’assurdo. Ogni punto, ogni elemento all’interno della sua narrativa sembrerebbe avere la potenzialità per esplodere in qualsiasi istante, rendendo estremamente incerta l’origine e l’effetto che solamente alcuni istanti prima sembravano così convincenti.

La narrativa di Roberto Bolaño (1953-2003) lotta costantemente contro l’immobilità. Proprio laddove un’idea riesce a prendere il controllo e diventare egemonica, sorge una ribellione anarchizzante, una pulsione verso la rivoluzione permanente. In questo modo, non possiamo che constatare il carattere parziale e transitorio delle nostre disquisizioni, che risultano essere come un’intenzione di instaurare dei predomini analitici che saranno continuamente superati dall’intransigenza rivoluzionaria dei testi.

Detto questo, può essere facilmente comprensibile che io proponga l’ipotesi che 2666, l’ultimo romanzo postumo di Roberto Bolaño, instauri l’obbligo di rivedere il territorio interpretativo rispetto al resto della sua opera, sopprimendo qualunque idea di sviluppo lineare o cronologico. 2666 è costituita da cinque parti: “La parte dei critici”, “La parte di Amalfitano”, “La parte di Fate”, “La parte dei crimini” e “La parte di Arcimboldi”. Cinque parti, non cinque capitoli, che possono essere letti in maniera autonoma, frammentaria o interconnessa – non necessariamente in maniera lineare – come parte di un insieme. Ognuna delle parti rimanda a Santa Teresa link interno, città messicana di frontiera nella quale si commettono numerosi omicidi di donne, ma ognuna di esse rimanda anche al tema principale dello scrittore scomparso, al viaggio ed al male.

2. Le cinque parti di 2666

E’ in 2666 che Bolaño mette in scena la sua grande teoria a proposito del male che, secondo Baudrillard, “non scompare tanto a causa della sua fine o nel momento della sua morte, quanto per effetto della sua proliferazione, contaminazione, saturazione e trasparenza…(è) un’azione letale di dispersione” [1991: 12-13].

2666 opera a partire dalla logica della dispersione, che stabilisce come il bene non si definisca sulla verticale del male in quanto sia il male che il bene si sono liberati della loro essenza, riproducendosi all’infinito. In modo che le cose, per usare le parole di Baudrillard, “continuino funzionando nonostante la loro essenza sia già da molto tempo scomparsa […] E’ possibile che l’intero sistema, ogni individuo contenga la pulsione segreta de liberarsi della sua propria idea, della sua essenza stessa, per potersi sviluppare in tutti i sensi, estrapolarsi in ogni direzione?” [id.ant.].

Così, tanto Arcimboldi come l’idea del romanzo che costituisce 2666, o i molteplici viaggi che realizza ogni personaggio (i cinque critici, Amalfitano, Fate, Arcimboldi e Klauss Haas ) si svilppano come una rete auto-proliferante, dove ogni elemento è capace di contaminare l’altro e dove il male si è finalmente liberato generando infiniti corpi morti

In questa rete appare la figura del narratore. Per quale motivo l’uso della terza persona risulta così sinistramente onnisciente? Perché la sua presenza si relaziona con l’orrore ed il male: storicamente, il narratore ci assicurava che, nonostante tutte le iniquità e disavventure narrate,il lettore potesse ancora aver fiducia nella sua presenza come fondamento ultimo che limitava la generale contaminazione provocata dalla follia e dalla decadenza. Adesso però siamo davanti ad un folle narratore onnisciente, convertito nient’altro che in un feticcio di sé stesso, che non ci traghetterà in alcun porto sicuro, che non ci svelerà alcuna verità. Dobbiamo dunque concludere che non è altro che il fantasma del narratore onnisciente, fantasma che ancora detiene il potere di un monumento in rovina, un totem fatidico che adorna l’altare dei sacrifici.

I primi sacrificati saranno i critici accademici. In 2666, la “Parte dei critici ” funziona come una metafora della dotta cultura europea. E’ il piccolo mondo di cinque critici letterari appartenenti alla millenaria Accademia europea. Bolaño si prende il tempo necessario per mostrarli nella loro tremenda vacuità, nella loro grandi e miserabili abitudini quotidiane. Cinque critici ossessionati da uno scrittore europeo chiamato Benno Von Arcimboldi, una sorta di Salinger, di cui si conosce poco o nulla avendo vissuto in incognito tutta la vita. I critici imperterriti collezionano le sue opere, trovando nuove chiavi di lettura per vincere battaglie interpretative in congressi accademici, richiedono addirittura la sua candidatura per il Nobel, e seguono le sue tracce fino oltre l’Atlantico. Quando i critici seguono le orme di Arcimboldi fino in Messico, il razionalismo europeo comincia ad essere visto in maniera brutalmente ironica. La perfida ironia di Bolaño ci porta a provare vergogna per quegli esseri umani così oscuri e solitari, ansiosi di afferrare qualcosa del mito, di nutrirsi e dare un po’ di spessore alla propria vita. I critici falliscono nel Nuovo Mondo e rimane loro solamente la possibilità del ritorno ai propri bastioni universitari per terminare il loro cammino verso l’inferno.

La Parte di Amalfitano“, d’altro canto, ci presenta un professore universitario cileno che vive con la figlia a Santa Teresa. Amalfitano sente voci che gli impartiscono ordini ed è inoltre autore di una strana performance. Appende un libro sulla corda del bucato nel patio, riproducendo un esperimento cominciato molto tempo prima da Duchamp. Il libro che preoccupa Amalfitano è Il Testamento geometrico di Rafael Dieste, diviso in tre parti, del quale segnala: “erano in realtà tre libri con una propria unità, ma correlati in modo funzionale dalla destinazione dell’insieme” [p 235]. Questa frase si potrebbe ben adattare allo stesso 2666, formato da cinque parti, che in realtà sono cinque libri, con una propria unità, funzionalmente correlati dalla destinazione dell’insieme. Bolaño ribadisce il contrappunto tra il razionalismo e un’altra logica (il trans-razionalismo) per affermare che esiste una modo diverso di affrontare e comprendere il reale. Tutti i personaggi di 2666 si vedono in qualche momento costretti a modificare bruscamente il corso della loro vita; c’e’ sempre un momento che li porta ad entrare in un territorio differente da quello abitato nella loro quotidianità.

In altre parole, ogni personaggio si trova a doversi confrontare con un punto di fuga che lo de-territorializza, che lo rende un’altra persona, senza dargli la possibilità di raggiungere un nuovo territorio.

Bolaño, citando l’opera di Calvin Tomkin, biografo di Duchamp, segnala che nel 1919 inviò per posta da Buenos Aires le istruzioni necessarie affinchè sua sorella Suzanne costruisse il suo stesso regalo di matrimonio. Così nacque il ready-made Malheureux, nota che consisteva in un libro di geometria appeso sul balcone, e che Amalfitano appende al filo della biancheria nel proprio patio, esposto alla pioggia, al sole ed al vento, e che nel ruotare creava uno spazio tridimensionale producendo un suono particolare:

ready made

Adesso la pioggia, il sole, la notte e le sue diverse lune potranno giocare con la geometria. E mentre il vento legge, il libro rimane vivo. Le pagine, assorbendo umidità, calore e tempo modificano i loro grafici e quello che era piano ora non lo è più. E, esattamente come gli altri Ready-made, si espandono nelle tre dimensioni. In questa maniera, questo semplice artefatto si trasforma in un generatore di simboli e speculazioni, anche se alcuni personaggi non potranno che vederci null’altro che un libro appeso o un orinatoio

(Duchamp en Tomkins; Calvin Tomkins, Duchamp: a biography. New York: H. Holt, 1996). nota

l’unica foto del “ready made”

Bolaño vuole decostruire il concetto di opera e di lettore, aprire le possibilità di ricezione e di interpretazione. Quando Rosa domanda al padre Amalfitano “Che esperimento è?” [p 247], lui risponde “Non è un esperimento, nel senso stretto del termine… è un’idea di Duchamp, lasciare un libro di geometria appeso alle intemperie, per vedere se impara quattro cose della vita reale” [p 247] La relazione di Amalfitano con il libro è la stessa che Bolaño ha con la letteratura. La geometria, o la razionalità, che impara dalla vita, o dalla finzione necessariamente correlata con l’esperienza vitale, a rischio anche della morte. Infatti segnala:

non aveva intenzione di fermarsi ancora a lungo a Santa Teresa. Bisogna tornare subito, si diceva, ma dove? E poi si chiedeva: cosa mi ha spinto a venire qui? Perché ho portato mia figlia in questa città maledetta? …Perché quello che voglio, in fondo, è morire? E poi guardava il libro di Dieste, il Testamento geometrico, appeso impavido alla corda, fissato con le mollette, e gli veniva voglia di staccarlo e di pulire la polvere ocra che lo copriva qua e là, ma non osava. [p 248]

Amalfitano fa riferimento al viaggio continuo e senza ritorno che ci porta a Rimbaud, citato spesso tra le righe, da Bolaño, riferimento particolarmente nitido nel segmento finale di Amuleto. Un viaggio che non ha origine ne destinazione, solo il transito marcato dal possibile segreto celato nel libro appeso alla corda, specularmente vincolato alla figura di Amalfitano, nel suo intento di imparare dalla vita. Questa tesi fu esposta dallo stesso Bolaño nel “Manifesto Infrarealista link interno” dove propone una poesia anti-borghese nota, un giro intorno al concetto di arte-vita senza alcuna possibilità di “normalizzare” le relazioni tra l’artista e la società. Si tratterebbe di abbattere il muro dell’istituzione, la distanza tra l’arte e la vita: “Cortine di acqua, cemento o latta, separano meccanismi culturali, alle quali fa lo stesso essere coscienza o culo della classe dominante”[ v.testo link interno]. La logica dominante si incentrebbe , dunque, su concezioni dogmatiche del bello artistico, negandosi a qualunque irruzione destabilizzante. Un ordine che sembra irrimediabilmente condurci al cesso o alla rivoluzione [Bolaño 1977: 6].

Bolaño stabilisce un allontanamento da ciò che definisce come “logica e buon senso”, atteggiamento nel quale si può avvertire un certa relazione con la proposta di liberarsi dalla ragione enunciata dai surrealisti e dai dadà, eliminando però qualunque promessa di accedere alla realtà assoluta e approfondendo la continua azione sovversiva: non c’è detenzione possibile, messi in cammino non resta che muoversi, malgrado la minaccia della pazzia. L’azione di Amalfitano è un atto di resistenza nellimite, che segna i confini dell’arte e della vita

Forse la parte apparentemente più convenzionale delle cinque che compongono 2666 è “la Parte di Fate”. Quince Williams, o Oscar Fate, è un giornalista culturale, afroamericano, ideologicamente vicino alle Pantere Nere, che dopo la morte di sua madre deve andare a Santa Teresa per scrivere un articolo per il suo giornale su un combattimento di boxe. E’ un tipo duro, che sembra lasciarsi trasportare dalla vita, che però non smette di immischiarsi in essa. Non guarda le cose da fuori, si intromette nell’oscurità di Santa Teresa, ed anche il male lo circonda. Il viaggio, il crimine, il porno, gli snuff, Rosa. Fate ci ricorda Bartleby di Melville, ma anche Mersault in Lo Straniero, nella sua foga di sopravvivere per perdersi nell’oscurità, in una piccolezza scomoda ed indomita. Fate sembra custodire un segreto, sembra custodire sentimenti, emozioni, timori; Tuttavia ogni affettività è contenuta, il suo agire nel mondo è estremamente controllato. Le parole della madre defunta “sii uomo e porta la tua croce” [p 294] ci spingono ad interrogarci su cio’ che grava su fate, su ciò che lo turba fino al punto di provocarne il vomito innumerevoli volte durante il racconto. Il suo corpo espone in maniera reattiva il suo disagio mediante il rigurgito, reso ambivalente in termini di realtà:

E il giorno dopo si alzò alle due del pomeriggio. La prima cosa che ricordò fu che andando a letto si era sentito male e aveva vomitato. Guardò ai lati del letto e poi in bagno ma non vide nemmeno una traccia di vomito. Eppure, mentre dormiva, si era svegliato due volte, e tutte due le volte aveva sentito odore di vomito: un odore di marcio che proveniva da tutti gli angoli della stanza. [p 376]

Fate, che vive in una corporalità vicina alla privazione, alla carenza, segnala: “Vedo il sacro da qualche parte? Percepisco solo le esperienze pratiche […] un buco che bisogna riempire, una fame che devo placare, gente che devo far parlare per poter finire il mio articolo e riscuotere” [p 393]. Il suo territorio vitale è quello della coscienza che prende come condizione fondamentale le cose pratiche, la vita come “un buco che bisogna riempire”, slegato da cio’ che definisce come sacro in quanto assenza o mancanza. Qualcosa di cui il testo viene incaricato di nascondere, o lasciare nello spazio dell’indeterminato.

All’interno della “parte di Fate” un momento di trascendentale importanza è il racconto del film girato da Robert Rodrìguez. Un film che non dura più di mezz’ora, nel quale inizialmente compare una anziana, che il narratore paragona ad una “puttana agonizzante” [p 398], e dopo una giovane donna e tre ragazzi che “prima le parlavano all’orecchio e poi se la scopavano”. [p 398] Al momento dell’orgasmo, la donna guarda la telecamera e il narratore ci riferisce:

Per un istante tutto in lei parve brillare, le splendevano le tempie, il mento seminascosto dalla spalla di uno dei tipi, i denti acquistarono un biancore soprannaturale. Poi la carne parve staccarsi dalle ossa e cadere sul pavimento di quel bordello anonimo o svanire in aria, lasciando uno scheletro bello ripulito , senza occhi, senza labbra, un teschio che all’improvviso iniziò a ridere di tutto. [p 399]

L’autore ci presenta qui non solo una citazione degli snuff movie o del cinema di serie B, ma ci mette di fronte – attraverso la figura della prostituta e dello stupro – all’emergenza del sacro. L’orgasmo rende possibile la trasfigurazione della donna, la trasfigurazione della materialità del suo corpo. L’eliminazione dell’epifania spirituale è sostituita dall’epifania della carne illuminata. La realtà soprannaturale che dura solo un istante, dà luogo alla morte, alla presenza del cadavere grottesco, la risata sguaiata che Bachtin, alludendo al carnevale, identificò a partire dall’ambivalenza. Il riso che contiene dolore e insieme alegria. In seguito, il racconto del film si sposta all’esterno, in città, nelle strade di Città del Messico, con la pioggia, le automobili, le cortine metalliche, le persone di fretta, l’acqua:

Un mare di pioggia. L’acqua che lava la carrozzeria [..] I rami di un albero malato che cercano invano di allungarsi verso il nulla. Il volto della vecchia puttana che ora sorride alla cinepresa. Come dicendo, andata bene?, sono stata brava?, ci sono lamentele? […] La stessa pioggia ma filmata dall’interno di una stanza. Un tavolo di plastica con i bordi pieni di tacche. Bicchieri e un barattolo di Nescafè. Una padella con resti di uova strapazzate. Un corridoio. Il corpo di una donna seminuda, buttato per terra. Una porta. Una stanza in assoluto disordine. Due tipi che dormono nello stesso letto. Uno specchio. La cinepresa si avvicina allo specchio. Si interrompe la la pellicola. [p 399]

Questa volta la prospettiva si focalizza negli interni e nuovamente sugli oggetti, descritti in una maniera quasi nouveau roman, e i personaggi ci riportano alla condizione di finzione e realtà. La vecchia donna ha compiuto il suo compito, è un personaggio della finzione di Robert Rodriguez, e tuttavia la finzione si impone di nuovo con l’immagine della donna sdraiata a terra e i due tipi che dormono. La realtà si scontra con la finzione, la trasfigurazione è scomparsa e rimane soltanto la materialità confrontata con la finzione. Una materialità, in ogni caso, dove sempre trova posto il segreto.

Verso la fine della parte di Fate, il narratore riferisce : “Fate ricordò le parole di Guadalupe Roncal. Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo”. [p 431] I crimini, o il male, sembrano essere ignorati. Il male circonda la materia, convive con essa in maniera quasi naturale. Fate, in ogni caso, ha la certezza che nel male si “nasconda il segreto del mondo”. Un segreto che nessuno cerca di scoprire, un segreto che opera mediante la dispersione e dove l’origine, o la causa ed i suoi effetti si perdono nell’indifferenza. Bolaño in 2666 realizza una cartografia del male, fa comprendere e rende visibile le sue tracce, i suoi spostamenti. Nel male si celerebbe il segreto del mondo, un segreto che in questa epoca, che potremmo definire tardo-moderna, nessuno vuole scoprire o svelare. “Ci siamo abituati alla morte” [p 332] dice il professor Kessler, un criminologo che si sta recando a Santa Teresa, ad un giovane poliziotto, in una conversazione che Fate ascolta casualmente in un ristorante in mezzo alla strada. E dopo Kessler aggiunge:

Nell’Ottocento, alla metà o alla fine dell’Ottocento, disse il tipo con i capelli bianchi [Kessler], la società era solita filtrare la morte attraverso le parole[…] Tutto veniva filtrato dalle parole, convenientemente adeguato alla nostra paura. Cosa fa un bambino quando ha paura ? Chiude gli occhi. Cosa fa un bambino che sta per essere violentato e ucciso ? Chiude gli occhi. E grida anche, ma prima chiude gli occhi. Le parole servivano a questo scopo […] E nonostante tutto le parole praticavano più l’arte di nascondere che l’arte di svelare. O forse svelavano qualcosa. Che cosa?, le confesso che non lo so. [p 332-334]

D’accordo con Kessler, le parole servivono a filtrare il male adattandolo alla paura. Le parole in quanto mediazione, il cui contenuto era il male, operavano come un testo orientato a un destinatario terrorizzato, che bisognava alimentare con dosi di male calibrate rispetto alla sua paura. Le parole nascondevano, conenevano segreti, tuvvia nello stesso tempo svelavano. Bolaño conferma in questa sezione che la rivelazione è pertanto impossibile, perchè l’arte di svelare si infinitizza negli infiniti occultamenti che impediscono la costruzione della figura dello svelamento, del sesnos ultimo. Kessler posto di fronte a Santa Teresa dice così: “Kessler guardò di nuovo il paesaggio frammentato o in corso di continua frammentazione, come un puzzle che si componeva e si disfaceva ogni secondo” [la parte dei delitti, p 322]. La verità, lo svelamento del segreto, qualunque origine possibile, così come Santa Teresa, è un territorio frammentato o un processo di frammentazione costante, dove le possibiltà di ricomposizione e scomposizione operano all’unisono. Rivelazione e segreto, in tal modo saranno dunque, parte dello stesso movimento

“La parte dei delitti” è, senza dubbio, una delle parti del libro più legate alla follia. Ci sono pagine e pagine dove si descrivono, con report da medicina legale, infiniti crimini di donne, operaie delle “maquilladoras” nella maggior parte dei casi, occorsi tra il 1993 ed il il 1997. Bolaño, facendo bella mostra dell’estetica neobarocca, ci satura con l’oscenità della descrizione dei cadaveri. Nascono piste investigative, possibili mandanti, moventi, profili di criminali. Tuttavia, tutto sembra condurre al nulla. E’ il delirio dell’informazione, l’accumulazione, la saturazione imparentata intimamente con l’impossibilità di un ordine, un fine ultimo. I fuochi fatui della burocrazia e dei sistemi legali, il disprezzo radicale per le donne morte: i cadaveri si accumulano nell’orgia dell’informazione. I cadaveri mettono la narrazione a lato, lo stile letterario è sostituito dal documento legale o, per meglio dire, la narrazione si espande verso il documento, annunciando la propria rovina e fallimento di fronte ai corpi che si accumulano nella discarica Cile, nella discarica America, nella discarica Mondo. E’ l’orrore dei corpi, l’orrore davanti al segreto, l’orrore della letteratura che è quasi obbligata a cedere.

Finalmente, c’è “La parte di Arcimboldi”, segmento conclusivo dove la riflessione meta-letteraria occupa il posto centrale. Bolaño espone in questa parte come essere scrittore sia frutto di una esperienza trascendentale. Una passato intenso che, in un determinato momento, si cristallizza in scrittura. E’ quello che accade ad Hans Reiter, un prussiano di provincia, nato negli anni venti, figlio di una famiglia comune, che si vede costretto a partecipare alla Seconda Guerra Mondiale. Durante una delle sue spedizioni, ritrova il manoscritto di uno scrittore ebreo ucraino Boris Ansky, che gli cambierà la vita. La sua conversione letteraria coincide con la fine della guerra e la morte della sua amata. E’ il momento in cui decide di chiamarsi pubblicamente Benno Von Arcimboldi. Pubblica le sue opere, delle quali mai conosceremo il contenuto, ha successo e vive nell’anonimato. Arcimboldi ha successo, ma non diventa una figura di successo, esattamente come il protagonista del racconto “Sensini” [incluso in Chiamate telefoniche]nota, personaggio ispirato allo scrittore argentino Antonio di Benedetto, in esilio in Spagna, che inviava lo stesso racconto con titoli differenti a numerosi concorsi, a volte anche vincendo il primo premio. Un frammento fondamentale all’interno di questa parte di 2666 è costituito dall’allegoria del bosco. Arcimboldi si reca da un anziano (il quale gli venderà la sua macchina da scrivere) al quale esplica la sua teoria.

La letteratura sarebbe paragonabile ad un bosco, dove i grandi autori trovano posto ma dove anche lo trovano i minori. In tal modo la letteratura non sarebbe solo definita da capolavori e opere minori, in quanto le opere minori in realtà non esistono. Un’opera minore è infatti dettata all’autore da uno scrittore segreto di capolavori. Pertanto, in ogni opera minore ci sarebbero le tracce di un’opera maestra. In definitiva, secondo la teoria di Bolaño, ci sono unicamente opere maestre: in un caso totali, nell’altro frammentarie.

Quanto detto nega dunque il carattere minoritario di un testo. Ogni testo, nel momento in cui condivide frammenti di un capolavoro, si libera della sua condizione di inferiorità. Adesso la presenza di ciò che è passato dal capolavoro all’opera minore risulta essere come un segreto o una traccia che solo il lettore potrà smascherare o seguire. Con questa teoria, Bolaño sovverte la gerarchia tra l’opera minore e il capolavoro. Tuttavia definisce un canone: quello delle opere maggiori. Questo canone, di cui non viene definito un nome o caratteristiche, opera come un territorio segreto, ma costituito da quali opere? E da quali scrittori? . Questo canone, in quanto luogo segreto, si snatura, perde la sua funzione primaria di instaurare un registro di testi o autori che definiscano una matrice o un modello selettivo.

Un aspetto cruciale in 2666, ed ovviamente ne I Detective Selvaggi , è il segreto. In Detective Selvaggi il primo dei segreti è centrato su Cesàrea Tinajeros, la potessa che cercano Garcia Madero, Belano e Ulises. Il segreto permea la sua scrittura. Bolaño ha bisogno che si seguano gli indizi che il testo ci fornisce, all’infinito, alla ricerca di un origine; tuttavia, quest’origine, si rivela essere sempre una falsa origine. Lo scrittore gioca con la tradizione metafisica dell’inaccessibile, del segreto del testo, dell’aura inafferrabile. E soprattutto, gioca con la nostra ansia disperata di un punto di riferimento. Quando Amadeo Salvatierra dice a Belano e Lima che sono quarant’anni che prova a decifrare i poemi di Cesàrea, loro gli rispondono: “è uno scherzo Amadeo, il poema è uno scherzo che nasconde qualcosa di molto serio…Va bene, dissi loro, è qual è allora il mistero? Allora i ragazzi mi guardarono e mi dissero: non c’è alcun mistero, Amadeo” [p 377].
Cos’è dunque quello che nasconde il suo unico poema? Non c’è mistero, rispondono Lima e Belano.

3. Conclusioni

Bolaño ha bisogno di esporre in ogni suo testo la possibilità che ci sia un segreto, un mistero; predispone trappole per questo. Tuttavia, anche se un’opera finge di contenere un mistero, questo richiede di essere neutralizzato all’interno del testo stesso. Solamente attraverso la presenza e la neutralizzazione del mistero si ottiene il sovvertimento della tradizione metafisica del testo. In principio non c’era “un mistero”, ma moltissimi misteri, il che comporta una frammentazione, una proliferazione del segreto in quanto unità strutturante . Il segreto è necessariamente posizionato dentro il testo e marca la presenza dell’autore e la concezione dell’opera letteraria di natura metafisica.

E’ però un simulacro del segreto, un segreto che ha perso la sua essenza e che opera modulato in due forme: il segreto ludico, che incanta, che genera entusiasmo, ed il segreto che impone un fallimento, un disincanto. Ci sarebbe pertanto un segreto di tipo vitalista (I Detective Selvaggi ) ed un segreto abominevole (2666). In entrambi i testi il secreto simulacro non richiede di essere svelato; il segreto si mantiene sempre nell’indeterminazione. Perché, secondo Bolaño, l’indeterminazione è vita mentre la determinazione è la morte. Tutto quello che si territorializza, che si fissa, muore. Ad esempio, Cesàrea Tinajeros ne I Detective Sevaggi muore poco dopo essere stata trovata. Trovare è uguale a morire. Tutto che quello che viene trovato o svelato, muore o è già morto. Esattamente come i cadaveri rinvenuti a Santa Teresa.

Solo il viaggio/transito è vita. L’unica possibilità di continuare a vivere è convertirsi in un cercatore la cui ricerca sarà eterna; infatti se si arriva ad trovare ciò che si stava cercando, questo morirà. Per questo motivo i suoi testi ci obbligano ad operare in modo poliziesco: cercare senza trovare è il gioco che prefigura la narrazione. Non c’è più, come nei racconti di Borges, alcun ordine segreto nascosto in parole magiche come Aleph o Jahwé, o la ricerca dell’immortalità e della mortalità, del percorso nel labirinto. Adesso il labirinto non ha più un centro ne forma e la parola magica manca di significato.

Ormai non serve più cercare per trovare il significato, perché cercare non ha senso. Può aver senso solamente l’attraversamento, la fuga permanente. Per questo il detective istiga alla ricerca e alla fuga. Entrambi infatti si relazionano con il vitalismo. Belano, Lima, Amalfitano, Arcimboldi sono i grandi fuggitivi che la sua narrativa ci propone. Scappano, ma cercano anche incessantemente, il che rende indeterminato ciò che si sta cercando o da cui si sta fuggendo. Senza fuga non c’è ricerca e senza ricerca non c’è fuga: questi sono i grandi punti di fuga dei suoi testi. Bolaño, in conclusione, espone la sua propria fuga dal romanzo metafisico: a tal fine deve combattere contro la tradizione, metterla in scena attraverso il segreto, l’esca che ci porterà a supporre che la scrittura non è altro che un vestiario di una referenzialità che si nasconde incessantemente.

La scrittura di Bolaño, tanto in prosa come nella poesia, diventa precursora della narrativa cilena degli ultimi trent’anni e, perché non ammetterlo, della narrativa latinoamericana post boom. La sua opera scavalca qualunque categorizzazione generazionale; in questo modo, credo che la sua irruzione in America Latina si sia posizionata come la soglia di un’epoca, una sorta di portico a partire dal quale nulla sarà più identico. Bolaño è uno “scrivente”, un essere allucinato capace di riconoscere gli altri che come lui condividono una situazione di fallimento. L’estetica della sconfitta è uno dei grandi punti di inflessione della sua scrittura, una delle zone in cui Bolaño non claudica. Questo possiamo avvertirlo già nel 1977 nella sua poetica infrarealista dove recupera la figura del poeta di stampo rimbaudiano: “Rimbaud torna a
casa” afferma in alcune parti del “Manifesto infrarealista” link interno, quasi come una supplica, e “Rimbaud vuelve a casa press” fu il nome della casa editrice creata insieme al poeta Bruno Montané per pubblicare la rivista Berthe Trépat in Spagna nel 1983. In questo modo genera strutture testuali che divorano sé stesse, rompendo qualunque possibile separazione tra lettore e destinatario in una sorta di proclama revival beatnik, dove conclude affermando: link interno “Abbandonate tutto di nuovo/ lanciatevi nel cammino” .

| introduzione | • |le cinque parti | • |la p. dei critici | • |la p. di Amalfitano | • |la p. di Fate | • |la p. dei delitti | • |la p. di Arcimboldi | • |conclusioni |

Opere citate

Baudrillard, Jean. 1991. La estética del mal. Barcelona: Anagrama.

Bolaño, Roberto. 1977a. “Déjenlo todo, nuevamente. Primer manifiesto del movimiento infrarrealista”. Revista Correspondencia INFRA Nº 1. México DF: Impresora técnica moderna.

–. 1998. Los detectives salvajes. Barcelona: Anagrama.

–. 1997b. Llamadas telefónicas. Barcelona: Anagrama.

–. 2004. 2666. Barcelona: Anagrama.

( © traduzione di Mario Cataldi )


NOTE:


Patricia Espinosa H. e’ uno dei critici letterari più importanti del Cile. Insegna all?univiersità cattolica del Cile. Ha curato una raccolta di saggi dedicati all’opera di Bolaño, pubblicata nel 2003:
” Territorios en fuga. estudios críticos sobre la obra de Roberto Bolaño torna su


I ready made sono, come noto, oggetti qualsiasi, comuni utensili prelevati dal loro contesto, inseriti in uno spazio artistico – un museo, un’esposizione – e considerati a quel punto come autentiche opere d’arte. Secondo la definizione di Andrè Breton il ready made è “un oggetto usuale promosso alla dignita’ di oggetto artistico dalla semplice scelta dell’artista” . I più celebri tra questi oggetti sono la ruota di bicicletta fissata su uno sgabello, lo scolabottiglie e l’orinatoio capovolto e posato su un piedistallo.
In un’intervista Duchamp affermò che

….i ready made possono essere interpretati come una sorta di ironia o un tentativo di mostrare la futilità di cercare una definizione dell’arte, perchè eccola qua la cosa che io definisco come arte…quindi è una forma di rifiuto della possibilità di dare una definizione all’artetorna su


ready

In una intervista del 1966, Duchamp diede la seguente spiegazione di questo Readymade:

Era un libro di geometria, che doveva essere legato con delle corde sul balcone del suo appartamento [ della sorella in procinto di sposarsi ]; il vento soffiando attraverso il libro avrebbe scelto da solo i problemi, avrebbe voltato le pagine e le avrebbe stracciato piano piano.

Suzanne fece ne fece un piccolo dipinto ‘Marcel’s Unhappy Readymade.’. Questo e’ ciò che e’ rimasto, da quando il vento lo distrusse definitivamente. Mi divertiva di introdurre l’idea della felicità e dell’infelicita nei ready made, e poi c’era la pioggia, il vento, le pagine che volavano, era un’idea divertente”

Negli ultimi anni, Duchamp confessò a un intervistatore che si era divertito discreditando “la serietà di un libro pieno di principi” e insinuò perfino ad un altro giornalista che, esponendolo alle inclemenze del tempo “il trattato aveva captato perfino quattro cose della vita”.torna su


In un articolo dell’ottobre 2005 apparso sulla rivista Rocinante N°84, intitolato “Bolaño y el manifiesto infrarrealista”, P.espinosa afferma tra l’altro:

Il termine ‘infrarealismo’ allude a un territorio nuovo, ma al contrario, dove impera l’inversione delle regole del nostro “mondo reale”. Il calore o l’energia nel territorio infra, viene dal di dentro, dalle stesse viscere. Così come il realvisceralismo de “I detective selvaggi”. Bolaño dice: “Scrittori sovietici di fanta scienza; il volto a mezzanotte”. Incontriamo qui non solo la sua ricorrente complicità con l oscrittore disperato, ma anche con i cosiddetti generi di serie B, generi bastardi, che sia cinema porno, science fiction, peplum o racconto poliziesco. Scritture, in qualche caso, di individui che si sfregiano il volto. Come Mario Santiago Papasquiaro, Sensini, Ulises, Belano, Amalfitano o lo stesso Archimboldi. Bolaño vede la disperiazione in quegli scrittori sovietici della guerra fredda, che tentano generare un discorso che operi come un’increspatura rispetto al sistema di controllo. la ricerca dell’infra funziona come metafora della sovversione del soggetto, unico mito possibile, unica utopia possibile da sostenere. “Sogniamo l’utopia e ci svegliamo gridando”.Bolaño propone una poesía antiborghese, un ritorno all’arte-vita senza possibilità alcuna di “normalizzare” le relazioni tra l’arte e la società. Si tratterrebbe di distuggere il muro dell’istituzione, la distanza tra l’arte e la vita(…) La logica dominante s’incentrerebbe, dunque, in concezioni dogmatiche del bello artistico, negamndosi a qualsisi irruzione destabilizante. Un rodine che sembra portarci irrimediabilmente “al cesso o alla rivoluzione”. Bolaño propone un aalontanamento da cio’ che definisce “logica e buon senso” (…) Ormai non più possibile il segreto ci dice Bolaño: “tutto e’ stato svelato”. Tuttavia, il segreto sembra circondare sempre la sua scrittura. Che cosa nasconde l’unica poesia di Cesárea; che c’e’ dietro la finestra; che nasconde il libro appesso al filo della biancheria di Amalfitano, che nasconde Arcimboldi, che cosa induce Klaus Haas a commettere la serie di delitti o chi sono coloro che commettono i delitii di Santa Teresa e perchè. Bolaño ha bisogno che seguiamo le piste che il testo ci offre, infinitizzate, alla ricerca di un origine; tuttavia, questa origine risulta essere una falsa origine, Gioca con la tradizione metafisica dell’inafferrabile, del segreto del testo, dell’aura irraggiungibile. Gioca con la nostra ansia disperata del referente che possa risolverci il problema……. torna su


Il racconto “Sensini” di Bolaño contenuto in Chiamate telefoniche è ispirato allo scrittore argentino Antonio Di Benedetto. Al riguardo dice Roland Spiller:

“Sensini, che nel finale si suicida, è un fallito per due motivi. Scrittore esiliato in Spagna, tenta di sopravvivere economicamente e di ritorno in Argentina cerca a suo figli scomparso. In questo testo. l’ironia tragica è data dal fatto che non fallisce come scrittore per la sua incapacità di scrivere, ma al contrario dal fatto che è un buon autore che manca del un riconoscimento che si meritirebbe”
[Roland Spiller, Fracasar con exito, 2009]
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il passo + contenuto a pag.542-543 de “la parte di Arcimboldi:”

Lei mi dirà che la letteratura non è fatta unicamente di capolavori ma è piena di opere cosiddette minori. Anch’io lo credevo. La letteratura è un grande bosco e i capolavori sono i laghi, gli alberi immensi o stranissimi, gli splendidi fiori eloquenti o le grotte nascoste, ma un bosco è fatto anche di alberi normalissimi, di ciuffi d’erba, di pozze d’acqua, di piante parassite, di funghi e fiorellini selvatici. Ebbene, sbagliavo. Le opere minori, in realtà non esistono. voglio dire: l’autore di un’opera minore si chiama Tizio o Caio. Tizio o Caio esistono, non c’è dubbio, e soffrono e lavorano e pubblicano su giornali e riviste e di tanto in tanto pubblicano addirittura un libro che non spreca la carta su cui è stampato, ma quei libri e quegli articoli, se lei fa bene attebzione, non sono scritti da loro.
“ogni opera minore ha un autore segreto e ogni autore segreto è, per definizione, uno scrittore di capolavori. Chi ha scritto quell’opera minore? Apparentemente uno scrittore minore. La moglie del povero scrittore lo può testimoniare, l’ha visto seduto, chino sulle pagine in bianco che si contorceva passando la penna sulla carta. sembra una testimonianza inespugnabile. Ma quello che ha visto è solo l’esterno. Il guscio della letteratura. Un’apparenza” disse il vecchio ex scrittore ad Arcimboldi e Arcimboldi ripensò ad Ansky. “In realtà a scrivere quell’opera minore è uno scrittore segreto che accetta soltanto i dettami di un capolavoro”.
“il nostro buon artigiano scrive. E’ assorto in quello che va plasmando bene o male sulla carta. La moglie, senza che lui lo sappia, lo osserva. In effetti, è lui che scrive. Se però la moglie avesse una vista a raggi x si renderebbe conto che non assiste propriamente a un esercizio di creazione letteraria ma piuttosto a una seduta di ipnotismo. Dentro l’uomo seduto a scrivere non cìè nulla. Nulla che sia lui, voglio dire.
[p.542 – 543]

i due versi finali del “manifesto infrarealista”, DÉJENLO TODO, NUEVAMENTE / LÁNCENSE A LOS CAMINOS ( abbndonate tutto di nuovo/ lanciatevi nel cammino – ma si potrebbe tradurre con “lanciatevi per le strade) sono un chiaro riferimento a una poesia di Andrè Breton che pubblico nel 1922 sulla rivista “Letteratura” per sancire la rottura con il movimento Dada:

Abbandonate tutto.abbandonate Dada.
Abbandonate la vostra sposa, abbandonate la vostra amante.
Abbandonate le vostre speranze e i vostri timori.
Seminate i figli ai margini di un bosco.
Abbandonate il certo per l’incerto.
Abbandonate una vita confortevole,
ciò che vi viene spacciato per avvenire pieno di possibilità.
Partite sulle strade.

Andrè breton torna su


Written by azulines

9 gennaio 2010 at 1:00 am

ossa nel deserto

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Sergio González Rodríguez e Ciudad Juarez

“Dietro il muro le vite perdute delle donne vittime dei narcos”

Ciudad Juarez corrisponde a Santa Teresa, la città messicana nel deserto del Sonora ai confini con gli USA, di cui si parla in “2666” « il ‘buco nero’ intorno a cui ruota il romanzo, poi impietosamente sviluppato nella quarta parte, ‘La parte dei crimini’» l’emblema dell’inferno, come dice Bolaño, « la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri » . Sergio Gonzalez Rodriguez (che sulla mattanza di Ciudad Juarez ha scritto un libro “le ossa nel deserto” ) era amico di Bolaño e in 2666 e’ il personaggio che porta avanti la propria inchiesta, scoprendo depistaggi, corruzione della polizia messicana, insabbiamenti e inettitudine degli inquirenti.
* * *
Sergio González Rodríguez racconta di aver conosciuto Bolaño nel 2002 poi, prosegue ” quando andai a Barcellona nel 2002 lo conobbi di persona, e in quell’occasione m ifece sapere che io apparivo come protagonista del suo libro con il mio stesso nome . ” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia”

In luglio non ci fu nessuna vittima. E nemmeno in agosto.
In quei giorni « La Razon », un giornale della capitale, inviò Sergio Gonzalez a fare un reportage sul Penitente: Sergio Gonzalez aveva trentacinque anni, aveva appena divorziato e doveva guadagnare soldi a ogni costo. Normalmente non avrebbe accettato l’incarico, perchè non era un giornalista di cronaca nera ma delle pagine culturali. Recensiva libri di filosofia, che peraltro nessuno leggeva, nè i libri nè le recensioni, e di tanto in tanto scriveva di musica e mostre di pittura….Gli era giunta così la proposta di recarsi a Santa Teresa, scrivere la cronaca del Penitente e rientrare….Così nel luglio 1993 Sergio Gonzales prese un aereo fino a Hermosillo e di là una corriera fino a Santa Teresa…..conversò a lungo con i giornalisti che seguivano il caso del Penitente…..Sergio Gonzalez venne a sapere che a Santa Teresa, oltre al famoso Penitente, veniva assassinato un gran numero di donne, e la maggior parte degli omicidi restava impunita….
Roberto Bolaño – 2666 ,vol.2 “la parte dei delitti” pag. 42-46

ossa nel deserto
Il suo nome è Sergio Gonzàlez Rodriguez. È nato a Città del Messico. Ed è uno scrittore e giornalista (dal 1993 columnist del quotidiano messicano Reforma da sempre in trincea. Per il suo giornalismo d’inchiesta, per aver sfidato le gang del narcotraffico, per aver denunciato la complicità della polizia messicana e le connivenze del potere politico. In Italia, Sergio Gonzàlez Rodriguez è noto per il suo libro «Ossa nel deserto» (Adelphi 2008), romanzo sul narcotraffico, la violenza e gli omicidi seriali alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Nel libro, Gonzàlez Rodriguez ricostruisce e denuncia, con grande forza e spietata precisione, il fenomeno del femminicidio a Ciudad Jurez (nord del Messico-confine con gli Stati Uniti). Lì dal 1993 ad oggi più di mille donne giovani e giovanissime, alcune addirittura bambine, sono sparite e più di 400 sono state ritrovate cadavere, spesso orrendamente mutilate e seviziate, nel deserto che circonda la città o nelle povere bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez, ai confini con El Paso (Texas), nota per il grande potere dei cartelli del narcotraffico e per le presenza invasiva dell’industria maquiladora, fabbriche straniere di assemblaggio che sfruttano il basso costo della manodopera messicana, soprattutto femminile. L’Unità ha incontrato Sergio Gonzàlez Rodriguez a Ferrara, nell’ambito del festival di Internazionale.

La frontiera è il filo conduttore del suo lavoro di giornalista e scrittore. Come descrivere la frontiera tra Messico e Usa?
ossa nel deserto

«È la frontiera maledetta. La frontiera del dolore, della sopraffazione, dei traffici di esseri umani e del contrabbando di armi. La frontiera del meticciato, dove è ancora forte l’influenza della cultura preispanica. Dove c’è povertà e diseguaglianza, dove è fortissima la religione cattolica. Questa realtà si trova di fronte ad una società, quella americana, iper sviluppata, e alla super potenza mondiale. La zona intermedia tra i due Paesi è segnata, insanguinata, dai conflitti. Una conflittualità alimentata e moltiplicata dal narcotraffico; che a sua volta vive e si alimenta col traffico di esseri umani, col riciclaggio del denaro sporco… In questa area frontaliera si scontrano la civiltà e la barbarie. Dall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti considerano la frontiera con il Messico un’area ad altissimo rischio per la propria sicurezza…».

Con quali conseguenze?

«Ha marcato ancor più nettamente l’asimmetria, economica, culturale, sociale, di vita, tra le due realtà di qua e di là della frontiera. Quella tra gli Usa e Messico è una frontiera flessibile, “porosa’, dove impera il traffico di droga e il contrabbando di armi. A cui si aggiunge il traffico di persone che cercano lavoro negli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre è diventata ancor di più la frontiera del dolore, della sopraffazione del più forte sul più debole. La frontiera dell’ingiustizia e della connivenza…».

Perché gli Usa considerano la frontiera col Messico solo in termini di sicurezza e non anche come frontiera di dialogo con l’altra America?

«Penso che dipenda dal fatto che hanno assegnato al Messico il ruolo di fornire manodopera, di consumare prodotti statunitensi, di immenso mercato delle armi. La frontiera Usa-Messico ha dodicimila punti di vendita di armi di grosso calibro. Secondo stime internazionali, in Messico circolano tra 15-18 milioni di armi in mano alle organizzazioni criminali. Le armi catturate dalla polizia messicana non superano le 18mila… L’industria delle armi, un potere planetario, ha qui un enorme mercato. Inoltre, il Messico è passato dall’essere Paese di transito della droga a Paese tra i principali consumatori di droghe pesanti».

Lei ha raccontato il coraggio dei giornalisti messicani che hanno pagato con la vita le loro denunce. Cosa significa essere giornalista libero nella frontiera della morte?

«È drammatico dover testimoniare che il Messico è tra i Paesi più pericolosi per chi fa il giornalista. Soprattutto il giornalismo d’inchiesta contro il crimine organizzato. Negli ultimi anni, abbiamo più di 50 giornalisti assassinati o fatti scomparire, “desaparecidos’. Il crimine organizzato incrementa le sue minacce…».

E il governo messicano?

«Il governo, ma più in generale il potere politico, chiede ai media di autocensurarsi. Come se non bastasse, i mezzi di comunicazione sono sottoposti alle pressioni coercitive del potere economico, delle grandi imprese. Quando vengono pubblicate notizie che non aggradano, scatta la minaccia di ritirare la pubblicità… In questo il Messico sta facendo lezione anche a voi in Italia…».


Come si resiste a tutto questo?

«Il Messico non ha futuro nella condizione attuale. Noi messicani avremo un futuro solo se saremo capaci di ribellarci allo sfruttamento e all´illegalità».

L’ultima domanda ci riporta al suo libro-inchiesta “Ossa nel deserto’. Per questa sua indagine lei è sfuggito a più di un attentato. Nel libro svela un ignobile legame…

«Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, cos´ tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

pubblicato da l’Unita il 5/10/09

Questa pagina nell’Archivo Bolano: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_rodrigues.html

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6 gennaio 2010 at 7:08 pm

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2 6 6 6 – Ciudad Juarez

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |
Bolaño Venne a conoscenza, in discussioni con amici comuni, come Jorge Herralde e Juan Villoro, che stavo elaboranto un libro sul femminicidio juarense, e si mise in contatto con me per posta elettronica. Voleva conoscere dettagli molto specifici della vita delinquenziale a Ciudad Juarez. Era molto ben informato sugli assassinii seriali, consoceva il tema in profondità, però voleva che lo informassi di cose come le armi, i calibri, le auto che usavano i narcotrafficanti, o mi sollecitava che gli trascrivessi atti giudiziali dove venivan odescritti gli omicidi. Inoltre ci scambiavamo punti di vista sugl iassassini o iprobabili assassini e circa le opinioni dei criminologi e criminalisti. Era veramente ossessionato dal tema, un detective selvaggio. E il risultato delle sue conoscenze è toccante
Nell’autunno del 2002 potei visitarlo a casa sua A Blanes, gia’ aveva letto Ossa nel deserto e in quell’ocacsione mi comunicò che sarei apparso come eprsonaggio nel suo romanzo, con il mi ostesso nome.
” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia…Fu molto generoso a recensire il mio libro e non ebbi mai l’impressione che la sua vida stava per giungere alla fine. Mesi dopo lessi 2666 e mi impressionò la trama amgistrale, la minuziosa ricostruzione dell’inferno juarense, che per ragioni letterarie situa in un posto chiamato Santa Teresa. Scrivere quelal paret deve essere stato un esercizio estremo. La vasta trascendenza di questo romanzo sarà riconosciuta nel futuro

[Sergio González Rodríguez]

Alcuni anni fa, i miei amici che vivono in Messico si stancarono che gli chiedessi informazioni, sempre più dettagliate, sugli assassinii delle donne di Juárez, e decisero, sembrerebbe di comune accordo, di dare l’incarico a Sergio González Rodríguez, che è narratore, saggista e giornalista e uno molto bene informato, e che, secondo i miei amici, era la persona che più di ogni altro sapeva su questo caso, un caso unico negli annali del crimine latinoamericano: più di trecento donne violentate e assassinate in un periodo di tempo estremamente breve, dal 1993 al 2002, in una città nella fronteira con gli Stati Uniti, di appena un milione di abitanti

Non ricordo in che anno cominciai a scrivermi con Sergio González Rodríguez. So solo che la mia simpatia e ammirazione per lui non ha fatto che crescere con il tempo. Il suo aiuto, diciamo tecnico, per la scrittura del mio romanzo, che ancora non ho terminato e che non so se mai terminero’ giorno, è stato importante. Ora e’ appena uscito il suo libro, “Ossa nel deserto” (Anagrama), un libro che indaga direttamente nell’orrore e che Sergio ha presentato in questi giorni a Barcellona. Il libro sarà distribuito prossimamente in tutta l’America Latina. E sicuramente tradotto in altre lingue. Ma prima sono successe tante cose. Tra queste, un tentativo di assassinio dal quale Sergio si è salvato per un pelo. E vari pedinamenti. E minaccie e intercettazioni telefoniche. Cose che avrebbero spaventato chiunque altro, ma che Sergio con un calma schiacciante, ha vissuto solamente come chi osserva la pioggia. E’ certo che, piu’ che una pioggia, ciò che Sergio ha osservato e poi in qualche modo vissuto. è un uragano

[Roberto Bolaño , “Sergio González Rodríguez bajo el huracán” dicembre 2002 in “Entre parentisis ]

( © traduzione di Carmelo P. )link interno


NOTE:



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6 gennaio 2010 at 5:00 pm

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2 6 6 6 – Santa Teresa

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Santa Teresa è forse l’emblema della “razionalità” fredda del profitto libero da ogni vincolo “democratico”, al di fuori e al di sopra dell’etica e della legalità. Allora se le ragioni, o forse le aspirazioni se non le utopie illuministiche del primo mondo sono enumerate, definite e raprresentate come costi, i luoghi del profitto vengono delocalizzati
oltre la frontiera, nelle “zone franche” tra il primo mondo e il nulla, laddove finalmente si dispiega in tutta la sua potenza la creazione di “ricchezze” mostruose, concentrate nelle mani di potenti che godono della massima impunità, al prezzo della distruzione dell’ambiente e delle relazioni umane, della memoria, della riduzione del lavoro allo stato di schivitù. Il profitto, nella sua massima astrazione non considera rilevanti i modi e le forme attraverso cui viene prodotto: sfruttamento del lavoro e dei minori, traffico di droga, traffico di clandestini, riciclaggio del denaro sporco e criminale…quei poveri corpi sono stati ridotti a segni privi di significato, carne da macello, “ossa del deserto”, esibiti, ostentati e manipolati come un codice per comunicare e minacciare il proprio potere e la propria impunità….
Santa Teresa, quindi, forse non è Ciudad Juarez, un incidente della storia, o una bizzarra anomalia di un bizzarro popolo del terzo mondo, Santa Teresa è forse il destino ineluttabile, inesplicabile, delle “moderne società industriali”, così come l’orrore delle dittature latinoamericane prima, e della indicibile miseria ora, è l’altra faccia, lo specchio nascosto in cui il primo mondo evita di specchiarsi e che invece Bolaño osserva e ci costringe a guardare.

Per descrivere questo libro molti critici hanno usato l’immagine del buco nero: Con la stessa giustizia si potrebbe parlare di un cono aperto verso l’alto, come quelli che costruiscono le cosiddette formiche leone, che si appostano nel fondo aspettando che altre formiche scivolino verso di loro per divorarle. La formica leone è Santa Teresa: Verso di essa sbandano le anime sensibili o già debilitate, quelli che sono stati feriti nell’intelletto come i critici, o nello spirito come Amalfitano, o nel cuore come Fate, o altri il cui destino stesso si presenta come ferita, come nel caso di Arcimboldi. Si potrebbe anche pensare a dei sommozzatori stanchi che si dirigono verso l’elica della nave che li farà a pezzi. Ma qui sta cio’ che e’ veramente notevole: il punto di vista del libro è quello dell’elica: il quarto libro, quello dei delitti, è il punto di incontro di tutti gli altri; alla luce di questa mattanza dobbiamo intendere il destino dei personaggi.
Il tema, dunque, è la morte. o meglio: il tema è il vasto tempo, le inenarrabili storie personali, viste dalla soglia della morte

Che posto avrà questo romanzo nella narrativa ispanoamericana ? Il critico Alvaro Bisama contrappone Macondo, mito dell’origine a Santa Teresa, mito della fine. Senza contraddirlo, io arrischierei una lettura un po’ meno apocalittica; invero, il mondo di Bolaño, anche se marcia verso la distruzione, è incomparabilmente più ricco di quello di García Márquez. Macondo non è solo il mito dell’origine ma anche della totalità. Il suo autore prende il povero popolo latinoamericano e, da semplice attimo delal storia, lo converte in senso, in morfologia storica: di fango e canne fummo all’inizio, di fango e canne siamo quando l’ultimo Buendia se lo mangiano le formiche; la nostra verità e’ essa stessa di fango e canne… Bolaño rifiuta questa totalità. Santa Teresa non è una forma del destino; è una fine che si rende intellegibile a una pluralità infinita di destini, e il suo campo d’azione comprende tutto il pianeta. Se I detective selvaggi link interno aveva un principio ma non un finale, 2666 ha un finale ma non un principio.
Gonzalo Garcés – El mito del final link esterno ]

Ma se l’immagine mitica del sogno latinoamericano proposta da Garcia Márquez si è fissata sulla nostra retina di lettori sovrapponendosi spesso alla visione e alla percezione della realtà di quel continente, la lettura di 2666 di Roberto Bolaño equivale a un intervento di rimozione della cataratta.
[ Raul schenardi link interno]

2666 vol 1

García Márquez, nelle numerose storie che compongono il suo grande romanzo [ cent’anni di solitudine link esterno ], una specie di mito della realtà latinoamericana: la conseguenza e’ stata di vedere le città latinoamericane come popolate dalla magia, come se ci fosse qualcosa di Macondo in ognuna di esse. Il realismo magico, si è convertito, soprattutto agli occhi dei paesi del “primo mondo” nel modo di essere dei paesi latinoamericani, nella loro realtà. Al contrario credo che Bolaño si allontana completamente da qualsiasi interpretazione mitica della realtà: ad un certo punto del romanzo leggiamo ” la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono tra loro in mostruositàla “ [p.553 parte 5] . Sebbene la violenza è uno dei motori generatori della sua storia, , come nel caso di García Márquez, in 2666 essa è profondamente connessa con la realtà. la violenza di 2666 è, purtroppo violenza reale. E Bolaño si fa carico, soprattutto ne “La parte dei delitti”, affinchè questo fatto non passi inosservato. Non è possibile creare una finzione, costruire un’interpretazione mitica di un fatto tanto orribile come quello delle povere ragazza assassinate di Ciudad Juarezlink interno. Se Macondo è il mito dell’origine di Latinoamerica, Santa Teresa è l’illustrazione di come qualsiasi interpretazione mitica (del principio o della fine), risulta risibile, inutile, assurda: nei termini di Bolaño mostruosa

Si può dire dunque, che i due assi attorno cui gira vertiginosamente questo “buco nero” sono la letteratura (incarnata nella vita e nell’opera dello scrittore tedesco benno Von Arcimboldi) e la violenza (presente non solo nelel vignette che descrivono i crimin idella città, ma anche nella visione apocalittica della Germania dopo la seconda guerra mondiale). Così Bolaño costruisce una storia della violenza e della distruzione, connettendo ambo i lati dell’atlantico. In 2666 si presenta nello stesso tempo una visione critica rigaurdo alla civilizzazione europea in decadenza e una riflessione sull’irrazionalità e isatituzionalizzazione della violenza

Santa teresa è una città limite. Una città que sta nella frontiera tra messico (e, per estensione, Latinoamerica) e stati Uniti. Una città al limite tra la realktà e la finzione. Tra la letteratura e la vita. E’ la città di Cesárea Tinajero (poeta messicana degl ianni trenta, intorno alla quale girano le storie e i personaggi de “I detective Selvaggi”) e il rifugio di Benno von Arcimboldi…E’ lo spazio della cospirazione: dell’impunità, delle classi al potere , della corruzione e dell’impero del denaro.
[Ángeles Donoso violencia y literatura en las fronteras de la realidad latinoamericana link esterno ]

“Ancora una volta Bolaño è eccezionale: nessun altro scrittore latinoamericano (e forse solo Corman McCarthy tra i nordamericani ) ha compreso la densità simbolicadella frontiera come lui…
…Artaud credette che il Messico era il polmone mistico del pianeta, Bolaño crede che nella caverna del femminicidio messicano si nasconde lo spaventoso segreto del mondo. Appogiandosi nel precedente etico di “Ossa nel deserto” (2002) di Sergio González Rodríguez, Bolaño dedica “La parte dei delitti” a una monomaniaca decodificazione dei crimini di Santa Teresa. Io non credevo che fosse possibile fare letteratura da tanto orrore e, nel farlo, conservare nello stesso tempo l’onore delle vittime e l’onore della letteratura, affrontando uno dei problemi morali meno praticabili della creazione artistica.
…”la parte dei delitti” [è] qualcosa di più di un apocalittico romanzo giallo: un ritratto brutale del Messico, che smette di essere questo giardino perduto di Paul Valéry dove Bolaño osserva perduti gli scrittori chilangos, per convertirsi in Santa Teresa / Ciudad Juarezlink interno, nell’ultima frontiera d di molto mondi, come se in quel punto cieco giungessero a termine la società industriale, la religione dei cristiani, l’illuminismo e la sua aura, e un lungo e abusivo etcetera, che a malapena illustra la forza escatologica di Bolaño, scrittore a volte difficile da leggere, perchè non comune trovare in un solo libro, insieme, la letteratura e la verità come sognò Goethe……
Tutta la poesia in qualcuna delle sue multiple discipline, dice Bolaño in 2666, era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo
“Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, dice Bolaño in 2666, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”. [p.530 parte 5]
[Christopher Domínguez Michael – La literatura y el mal link esterno , 04/2005 ]

2666 vol 1

…E, certamente, è infernale il mondo che descrive ne “la parte dei delitti”, “la nausea e la rabbia” che sente Harry Magaña, lo sceriffo di Huntville che segue le orme di donne statunitensi scomparse, quando vede, in una casona oscura, che qualcuno alza un pacco dal letto, avvolto in un tel odi plastica. Nausea e rabbia davanti alla violenza, l’omicidio, l’impunità, la complicità di poliziotti e giudici, nausea e rabbia davanti al disegno di uccidere, “infame interpretación de la libertad y de nuestros deseos”. M non si tratta solamente di una denuncia morale, sociale o politica. E’ un passo in più – e tanto certo quanto apapssionante – nell’investigazione della violenza come la cifra inscritta nell’identità latinoamericana, dal Cile al messico, da El salvador fino all’Argentina, che in questo libro, raggiunge, per di più, risonanze universali… …tanta somma di orrori, uno dietro l’altro; tanti corpi violati, mutilati, torturati, assassinati, tanta angoscia, tanto dolore, questa senzazione terribiel che sperimenatrono la madre delle scomparse e le sue vicine, “cosa significa stare in purgatorio, una lunga attesa inerme, un’attesa la cui spina dorsale era l’abbandono, qualcosa di molto latinoamericano d’altro canto, una sensazione familiare, una cosa che se uno ci pensava bene sperimentava tutti i giorni, ma senza l’angoscia, senza l’ombra della morte che sorvolava il quartiere come uno stormo di avvoltoi rendendo tutto più denso, sconvolgendo ogni routine, mettendo ogni cosa a rovescio” [p.230 parte 4]
[Rodrigo Pinto – Bolaño revisitado link esterno ]

…nel suo ultimo romanzo, Bolaño decide di accompagnare i suoi personaggi per i cimiteri di 2666…
..dettaglia uno per uno le centinaia di omicidi di donne giovani di Ciudad Juárez perchè nel raccontare ciascun omicidio possiamo ricordarli tutti; non solo le violenze che quotidianamente subiscono le donne di tutto il mondo, anche i milioni di tedeschi, rumeni, russi e polacchi morti nel fronte orientale della seconda guerra mondiale, come anche quelli del fronte occidentale, e gli ebreiu polacchi e tedeschi e russi nei campi di styerminio; e i latinoamericani che non riuscirono a cheidere asilo e fuggire in esilio ad ogni colpo di stato; e i negri dei ghetti statunitensi tutti i giorni; e gli schizofrenici nei manicomi; e gli alberi dei boschi; e gli alberi delle città…
[Carlos Labbé – Un mal sin nombre es un numero link esterno ]

Con o senza carte in regola, espilicitamente o immaginariamente, le centinaia di personaggi di questo romanzo si dirigono all’inferno, un inferno che qui prende la forma di Santa Teresa – la Comalalink interno o lo Spoon River link esterno di Bolaño -, una città messicana nella frontiera con gli Stati Uniti dove non c’e’ riposo, ma in compesno, abbondano i cadaveri; cadaveri di donne giovani, violentate per i due condotti – anche se un esperto assicura che è possibile violentare una donna fino a sette condotti – e dopo abbandonate nella discarica “El chile” o in in qualcuno dei numerosi angoli incolti della città
[Alejandro Zambra – Bienvenidos al infierno link esterno , 11/2004 ]

( © traduzione di Carmelo P. )

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6 gennaio 2010 at 3:55 pm

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2 6 6 6 – il titolo

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Lavorando contro il tempo riuscì a terminare, soffrendo duramente, il suo ultimo e voluminoso romanzo, il cui titolo alludeva ( dubito che casualmente) un futuro irraggiungibile: 2666. [Andrés Neuman]

(…) In più di una intervista, Roberto Bolano ha detto che il titolo “2666” meritava una estenuante spiegazione, una spiegazione probabilmente così lunga, che alla fine non diede mai. Comunque, sembra che il titolo alluda a una data, o a un centro ovviamente impossibile da localizzare, o una essenza o un buco, che in ogni caso sono la stessa cosa. Nella nota editoriale che chiude il volume, Ignacio Echevarría osserva che in un altro romanzo di Bolano “Amuleto”, si menziona un cimitero del 2666,
[Alejandro Zambra – “2666”, la indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño link esterno ]

“E li seguii: li vidi camminare con passo leggero per Bucareli fino a Reforma e poi li vidi attraversare Reforma senza aspettare il semaforo verde, entrambi coi capelli lunghi e scompigliati perchè a quell’ora su Reforma tira tutto il vento notturno che è avanzato alla sera, l’ avenida Reforma si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città, e poi iniziammo a camminare per l’ avenida Guerrero, loro un po’ più lentamente di prima, io un po’ più in fretta di prima, la Guerrero a quell’ora somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”
[ Amuleto p.71 ]

Ma anche ne I detective selvaggi si fà un riferimento a quella data:

… E Cesarea disse qualcosa sui tempi che si avvicinavano, anche se la maestra supponeva che Cesarea si fosse preoccupata di disegnare quella piantina senza senso unicamente a causa della solitudine in cui viveva Pero’ Cesarea parlò dei tempi che sarebbero venuti e la maestra, per cambiare argomento, le chiese che tempi fossero quelli e quando. E Cesarea specificò una data:: verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..
[ I detective selvaggi ]

Non si può non omettere la relazione del titolo “2666” con i versi dell’Apocalisse

Qui sta la sapienza.
Chi ha intendimento conti il numero della bestia,
poiché è numero d’uomo;
e il suo numero è seicentosessantasei.
[ Apocalisse 13.18 ]

I personaggi poeti-scrittori (Cesarea Tinajero de I detective selvaggi o Benno Von Arcimbolsi di 2666) finiscono nel deserto del Sonora e lì svaniscono, inghiottiti dall’abisso, nella città dei morti, nella città cimitero, Santa Teresa, metafora del male inesplicabile, che si riproduce all’infinito, come i grani di un rosario senza fine, di fronte all’indifferenza dei potenti e all’impotenza di chi invano vi si oppone e invano cerca un “movente”. Il male che lì si manifesta con tutta la sua ferocia, resta un mistero e nessun logica, ne’ quella deduttiva degli intellettuali, ne quella indiziaria dei detective riesce a risolvere l’enigma restituendo “di senso la realtà brutale dei fatti, trasformando in indizi le cose, correlando le informazioni che isolate sono prive di valore, stabilendo serie e ordini di significato” nota. Il motore che governa Santa Teresa è la “razionalità extra-territoriale” del profitto, la “delocalizzazzione” delle “maquilladoras” che produce “zone franche” sottratte al controllo “democratico” dove vengono azzerati i diritti civili e le relazioni umane. E’ la stessa razionalità che avvelena la terra, l’aria e le acque e i corpi, massacrati dal lavoro a 50 centesimi di dollaro l’ora e dalla droga

Santa Teresa di cui Ciudad Juarez rappresenta l’anticipazione di uno scenario futuro, “citta che un tempo si chiamava Paso del norte – come se fosse il passo obbligato per il progresso e lo sviluppo – “ convertita “in un cimitero con il volto del carnevale… una terra che cancella il passaggio delle persone, che rifiuta la memoria” , una terra “misura di pre-brownies, pre-migranti, pre-clandestini, latin people potenziali, sempre proiettati verso “l’altra parte”. La geografia che li divora accetta, quale orizzonte ultimo, il senso di sradicamento e l’abbandono della memoria collettiva di una terra che li ha espulsi. Indicando un percorso in cerca di una nuova identità nomade che lascia indietro l’ambiente nativo, la famiglia, gli amici per sostituirli con un nuovo universo scintillante di tecnologia e produttivita’ di merci e cinismo urbano, prigioniero dello sfruttamento, della sopravvivenza e , qualche volte, della speranza.

2666 rappresenta il male e il suo enigma:

All’improvviso qualcuno, non so chi, si mise a parlare del male, del crimine che ci aveva coperti con la sua enorme ala nera….Allora gl idissi quel che m igirava e rigirava in testa. Belano, gli dissi, il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come lei vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo combatterlo, è difficile sconfiggerlo ma c’e’ una possibilità, più o meno come tra pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fottuti. Che Dio, se esiste, ce la mandi buona. E in questo si riassume tutto.
[ I detective selvaggi p.529]

Sul mistero del titolo del romanzo, c’e’ un’altra ipotesi suggestiva. Dario Voltolini riferisce in una recente intervista link interno

ascolta intervista (Archivio Bolaño) di Voltolini su Roberto Bolaño

che, durante la presentazione del suo ultimo libro, Sergio González Rodríguez link interno
avrebbe affermato che Bolaño gli avrebbe confidato che fosse sua intenzione scrivere una “quinta parte” del romanzo, ambientata nel futuro cioè nel 2666. Non ci sono riscontri di tale affermazione che rischia di alimentare le leggende sorte dopo la morte dello scrittore; di certo contribuisce all’operazione di marketing di Andrew Wylie link interno
, “amministratore dei diritti dell’opera dello scrittore cileno, ha comunicato l’esistenza del “Terzo Reich”, romanzo occulto e inedito di Bolaño di cui il suo editore spagnolo, Jorge Herralde, non aveva mai avuto notizie.”

Come ricorda Zambra, Nella nota introduttiva all’edizione spagnola, “Echeverría si riferisce anche al presunto carattere incompiuto di “2666”; si presume che Bolano non riuscì a terminarla. ma è praticamente impossibile discernere con sicurezza quali aspetti del ramanzo restarono inconclusi. Ci sono, naturalmente, alcune storie che sarebbe stato possibile continuare (le cronache degli assassini, senza andare molto lontano, sono cento e rotti, pero potrebbero essere duecento o quattrocento), ma la verità è che secondo la logica interna della narrazione non c’e’ motivo perche’ debbano essere concluse. Echevarría avverte giustamente che se i “detective selvaggi” fosse stato pubblicato postumo, si sarebbe potuto leggere anche come inconcluso”
[Alejandro Zambra – “2666”, La indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño link esterno ]

( © traduzione di Carmelo P. )


NOTE:


testo di jacques Lacan


Sergio Gonzalez Rodriguez – Ossa nel deserto



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6 gennaio 2010 at 1:46 pm

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2 6 6 6 – il libro

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Le cinque grandi narrazioni (che a loro volta contengono altre narrazioni di personaggi micro e macrocosmi che all’improvviso scompaiono per poi a volte riaffiorare in altre “parti”) così vengono descritte dal critico Víctor Barrera Enderle: nota

La parte dei critici:

è la biografia di una misurata e moderna passione letteraria. Quattro critici letterari di fine secolo, uno francese (Jean Claude Pelletier), l’altro spagnolo
(Manuel Espinoza), l’altro ancora italiano (Piero Morini) e una crítica inglese ( Liz Norton), condividono un’ossessione: il misterioso scrittore tedesco Benno von Arcimboldi. Poco si sa di questo autore, salvo la sua nazionalità, la sua data di nascita (1920), e una certezza: la sua prosa è la più significativa della narrativa tedesca del dopoguerra (questo spazio fantasmatico, forgiato tra le macerie della follia nazista e una ferrea volontà di oblio). Il quartetto, cimentato, per di piu’ da un triangolo amoroso e dalla presenza misteriosa di Morini, è la evrsione metropolitana dei detective selvaggi del romanzo omonimo di Bolano, però senza il “selvaggio”: a differenza di Ulisses Lima e arturo Belano, che cercano visceralmente la loro scrittrice, Cesárea Tinajero (una Arcimboldi latinoamericana),
senza distinguere in modo razionale la differenza tra realtà e letteratura, i quattro critici europei si destreggiano all’interno della dinamica delle accademie del primo mondo: congressi specializzati, dipartimenti di letteratura tedesca, viaggi di investigazione e una ricerca senza esito: desiderano incontrare Arcimboldi e collocarlo nel piedistallo che merita. Una pista sospetta li porta a Santa Teresa, neld eserto del Sonora (luogo, dove muovono i loro passi “i detective selvaggi” alla ricerca di Tinajero), nel Nord del Messico: immaginaria città di frontiera e industriale, luogo di un’orrenda serie di assassinii di donne: Trasmutazione letteraria di Ciudad Juárez link interno, Chihuahua (in realtà Bolaño ha sopstato questa città di alcuni chilometri verso Ovest, interrandola ancor di pià nell deserto e la desolazione

La parte di Amalfitano

Ma, che ci fa uno scrittore come Arcimboldi – ormai anziano – in un luogo come quello? Le ricerche dei critici li mettono in contatto con amalfitano, un ex esiliato cileno, ora professore nell’università di Santa Teresa. Amalfitano aveva tradotto Arcimboldi durante il suo esislio in Argentina. Dei singolari percorsi della sua vita, della relazione con il mondo e con sua figlai Rosa tratta la seconda parte. Una grande parte del disincanto dell’intellettualità latinoamericana della seconda metà del secolo XX (quella che ha subito colpi di stato, tortura, esilio, annichilimento degli ideali e tant ialtri eventi dolorosi etc.) si riflette nell’inappetenza del professore cileno.

La parte di Fate

E’ un impressionante narrazione dei margini, delle disgrazie e miserie che uniscono e dividono la fronteira Messico-Nordamericana. E’ incentrato su Oscar fate, un giornalista nero di New York, specializzato in faccende politiche concerneti la comunità afroamericana, che, per cuase di forza maggiore, si trobva nelal necessità di dover coprire la cronaca di un incontro di boxe a Santa Teresa: tanto Fate coem i critici metropolitani e amalfitano si scontrano all’improvviso con la realtà: la catena di morti; le ragazze che muoiono instancabilmente di fronte all’indifferenza delle istituzioni e della gente. Il viaggio li cambia, li scuotee li disillusiona nel peggior significato che questa parola può avere: è il colpo di grazia all’epoca attuale, il suo segno ed emblema.

La parte dei delitti

E’ un insolita e sorprendente forma di esercizio letterario. La creazione rivela la sua fase occulta, la sua pulsione di morte. Già Bolaño aveva dato un incredibile anticipazione di questa prospettiva narrativa nel suo saggio breve “Letteratura + malattia = malattia” (“Literatura + enfermedad = enfermedad”). Qui un interminabile sfilata di donen anonime recupera la sua identità (vera o falsa, poco importa) e torna a morire, però questa volta in modo personale (coem avrebbero voluto Rilke y Villaurrutia, poeti nostalgici della relazione pre-moderna tra il mondo e gli uomini): la morte è la più straordinaria forza vitale e per ciò stesso, è insopportabile. Però è anche la sfilata del medesimo assassinio: la donna, esclusa dalla società, senza diritti lavorativi, senza identità sociale, è morta una e una volta ancora. Loro sono le morte della globalizzazione, quelle che segnano la liena di demarcazione tra il primo e il terzo mondo. Il colpevole? La corruzione ?, la disiguaglainza?. il maschilismo? l’emarginazione?, la xenofobia? Ciò che rimane: un immenso abisso, una forza sinistra che sembra muovere la storia dell’umanità. Dietro le morte di Santa Teresa sembrano nascondersi i misteri più oscuri del mondo: le infinite morti accadute ai margini della storia: i massacri delel conquiste, le mattanze di schiavi, gli olocausti. Davanti a quei morti la logica razionale si perde, si confonde e, nel frattempo, l’abisso continua a crescere.

La parte di Arcimboldi

La quinta parte si riferisce ad Arcimboldi e, per molti versi, è la storia che tanto affannosamente cercano di ricostruire i critici metropolitani. È il racconto della sua morte come tedesco tra le due guerre e della sua resurrezione come scrittore fantasma in un mondo in rovina. È anche la parte che finisce per ricongiungere (apertamente, sia chiaro) le altre parti tra loro. La biografia di un oscrittore che si incammina verso l’abisso.

( © traduzione di Carmelo P. )


NOTE:


Víctor Barrera Enderle “2666” o la escritura que continúa” link esterno torna su




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6 gennaio 2010 at 12:16 pm

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