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il contorno dell’occhio – un racconto inedito di R. Bolaño

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finalmente e’ stato tradotto El contorno del ojo ( http://www.archiviobolano.it/bolano_testi_ojo.html ), un racconto inedito di Bolaño del 1981, pubblicato in versione originale nel  2009 in Messico (le circostanze della pubblicazione si possono leggere nell’Archivio Bolano ).

La traduzione e’ opera del blog  La puttana assassina cuyi va il nostro ringraziamento. L’autore del blog cura anche la rivista Colla, una rivista letteraria in crisi

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IL CONTORNO DELL’OCCHIO di Roberto Bolaño.

Diario dell’ufficiale cinese Chen Huo Deng, 1980.

Giovedì. Una strana creatura simile a una mucca gigante, ma con un becco da anatra. Le parole del giornale mi si sono impresse nella mente, come un indovinello. Mi sono alzato alle cinque di mattina. Dopo essermi lavato ho tirato su la tenda: in lontananza, tra le scarpate, molto lontano dal villaggio, alcuni fuochi mi hanno ricordato gli accampamenti militari della mia adolescenza. Erano i carbonai. Più in là, verso ovest, tra boschi e campi coltivati, la linea ferroviaria e un treno illuminato a metà che si perdeva nella notte.

Martedì. Il commissario politico del villaggio è venuto a farmi visita. Erano le sette di mattina e la porta era aperta. Deve aver pensato che fossi sveglio, così è entrato. È rimasto sorpreso di trovarmi seduto per terra, faccia al muro, senza vestiti addosso. Appena mi sono voltato verso di lui ha iniziato a sbattere le palpebre e ha mormorato che era molto dispiaciuto. Gli ho detto che non importava. Il mio volto rasato di fresco contrastava con la sua faccia assonnata. Poi lui ha detto: buongiorno compagno Chen, e se n’è andato. Sono rimasto per qualche istante ad ascoltare il rumore dei suoi passi frettolosi sulla strada.

Giovedì. Ho trascorso la mattinata col medico. Mi ha chiesto come mi sentivo. Gli ho detto che stavo scrivendo un diario. Ha detto che anni prima aveva letto i miei diari giovanili. Gli ho detto che il diario che stavo scrivendo ora non era destinato alla pubblicazione. Ho scritto molti diari, gli ho detto, la maggior parte frutto della noia, spunti per la mia opera letteraria. Ha detto che sapeva che noi poeti scriviamo mille parole per salvarne una sola. Gli ho risposto che nel mio ultimo diario se ne salvava qualcuna in più e lui ha riso senza capire.

Venerdì. Oggi c’è stato movimento nel villaggio. Di pomeriggio un gruppo di uomini e di donne si è diretto verso il bosco che confina con la Fattoria; il resto della popolazione si è riunito in biblioteca ed è partito più tardi in direzione delle scarpate. Ho avuto paura di essere l’unico abitante rimasto nel villaggio. Ho visto me stesso, solo in casa, e poi ho visto la casa confusa tra le altre case vuote. Nella mia visione c’era qualcosa che non quadrava. Sono uscito in giardino a fumarmi una sigaretta e a pensare; nella casa di fronte si è aperta una finestra e un’anziana che non avevo mai visto prima mi ha sorriso. Sono rimasto lì per un bel po’; ho notato che le piante crescevano con straordinario vigore; in fondo alla strada un cane giocava da solo. Scesa la notte, gli abitanti del villaggio hanno cominciato a tornare. Quasi nessuno parlava, a eccezione dei bambini che sembravano allegri ed eccitati.

Giovedì. Per la strada principale del villaggio ho visto arrivare il commissario politico accompagnato da tre bambini. I bambini parlavano tra di loro e di quando in quando si rivolgevano al commissario. Ho pensato che andassero alla Fattoria. Compagno Chen, ha sorriso il commissario raggiungendo la casa, ma senza entrare, questi studenti devono scrivere un tema sui tuoi libri, ha spiegato: sii gentile con loro.

Compagno, ha detto uno dei bambini, il nostro compito di letteratura di questo mese sarà su di te. Gli ho detto che mi lusingavano, preoccupandomi di chiedergli se era stata un’idea loro o della maestra. Sembravano dei bambini molto seri. Il commissario se ne è andato subito. Mentre i miei ospiti si accomodavano nella stanza mi sono avvicinato alla finestra e l’ho visto allontanarsi lungo la strada della risaia, la testa china come se un grande problema gravasse sulle sue spalle. Il grigio del cielo sembrava malaticcio, venato di bianco, con tenui fosforescenze lungo la linea dell’orizzonte.

Martedì. Una strana creatura simile a una mucca gigante, ma con un becco da anatra è stata vista diverse volte dal mese di agosto in un lago vulcanico vicino alla frontiera con la Corea. Alcuni braccianti l’hanno potuta osservare a 40 metri di distanza, tuttavia non si sa ancora se si tratti di una specie acquatica o anfibia, non si sa come viva né perché questo singolare essere non sia stato notato prima del mese sopraccitato. È venuta a farmi visita la maestra. È una ragazza di una ventina d’anni. Sembra fragile, ma i suoi occhi sono forti e guarda in maniera decisa. Parliamo poco. I bambini, la scuola, la biblioteca. Ha detto che era un onore per loro che io vivessi qui per qualche tempo. Le ho detto che vivevo nel villaggio per prescrizione medica e poi ho aggiunto che avevo avuto un brutto crollo nervoso, che ero stato internato per un mese nell’ospedale militare di Nanning e che alla fine i medici e i miei superiori erano arrivati alla conclusione che la cosa migliore per la mia salute fosse passare un paio di messi in campagna, senza fare niente. Ha detto che già lo sapeva e che sperava che mi sarei ripreso presto. Poi ha proposto di fare una passeggiata. Mentre ci alzavamo ho avuto la sensazione impercettibile ma chiara che fosse angosciata. Abbiamo camminato fino a una collina da cui si scorgeva la Fattoria. All’improvviso ho sentito il desiderio di andarmene, di stare solo. Le ho detto che preferivo tornare, che ero stanco. È normale, ha detto lei. Una volta a casa sono rimasto sveglio fino a tardi ritagliando articoli da diversi giornali.

Giovedì. Wan. Un ragazzino di undici anni può vedere con i suoi occhi, come se fossero raggi X, il cuore, i polmoni e qualsiasi organo interno degli esseri umani. Il suo nome è Shie Zo Hue, vive nella città di Wan, nella provincia di Guizho, e il suo caso è stato esaminato dall’Accademia di Medicina della provincia di Hubel. Il ragazzino può vedere, per esempio, in che posizione si trova il feto di una madre incinta e in un’occasione ha detto di aver visto dei gemelli nel ventre di una donna e il risultato si è potuto verificare poco dopo. Un gruppo di ricercatori si è servito del ragazzo per fare delle radiografie che con altri metodi sarebbero state difficili o pericolose. Shie Zo ha già esaminato 105 pazienti negli ultimi mesi.

Martedì. La maestra mi ha invitato a cena. Arrivato a casa sua ho incontrato cinque persone tra cui conoscevo solo il commissario politico e il ragazzo che scende in città tre volte alla settimana con la corriera. Sono stato accolto con calore, con allegria. Durante la cena hanno parlato di questioni agricole. Una delle commensali, una contadina della Fattoria, ha detto diverse volte “si inonda la valle”. Non ho capito, nonostante l’attenzione che ho prestato alla conversazione, a cosa si riferisse. Dopo la cena la maestra mi ha preso in disparte; siamo usciti in giardino e mi ha chiesto cosa pensassi della guerra. Sono rimasto in silenzio, a studiarla: i suoi occhi erano pieni di lacrime. Dietro di lei le colline erano una macchia nera sotto la luna crescente, però allo stesso tempo erano una macchia mobile, instabile. All’improvviso ho sentito che non eravamo soli: gli altri si erano affacciati alla finestra e da lì ci guardavano con sorrisi trattenuti che si avvicinavano troppo alla pietà.

Martedì. Mi sono svegliato alle quattro di mattina, sudato e con la febbre. Sono uscito a camminare, il villaggio dormiva e si sentiva solo il latrato di un cane proveniente dalla strada per la Fattoria. Mi sono diretto alla biblioteca; aveva la porta chiusa ma non a chiave, come di consueto. Ho acceso una piccola lampada, ho cercato carta e penna e mi sono messo a scrivere. Nel giro di un’ora mi è venuto sonno, ma mi sono fermato ancora un po’ per terminare la prima stesura del mio rapporto. Poi ho spento la luce, ho lasciato tutto come l’avevo trovato e sono tornato a casa. Ho dormito fino alle nove di mattina. Mi ha svegliato il ragazzo che tornava dalla città per consegnarmi i giornali.

Domenica. Pechino. Tre persone sono morte calpestate dalla folla e altre dieci sono state ferite durante un festival di musica moderna, celebrato a Pechino due giorni fa, in occasione della “Festa della Luna”. Oggi si è scoperto che l’impresa responsabile del parco di Beihai, dove si è svolto il festival, ha commesso gravi irregolarità che hanno causato l’incidente. Il recinto era stato preparato per accogliere 25.000 persone, ma l’amministrazione del parco ha venduto esattamente 50.240 biglietti e ha invitato altre persone, fino a raggiungere la cifra di 60.000.

Domenica. Oggi mi sono incontrato con la maestra. Era mezzogiorno e io stavo leggendo fin dalla mattina presto in una radura, nel bosco, quando lei è apparsa preceduta da una quarantina di bambini. Si è seduta con me – nella radura ci sono delle panchine di legno costruite dagli abitanti del villaggio – intanto che i suoi alunni si dedicavano a raccogliere erba e muschio. Sembrava stanca. Mi ha chiesto cosa leggevo. Le ho risposto; dopo siamo rimasti in silenzio, lei evitava di guardarmi. All’improvviso, senza alzare lo sguardo, mi ha chiesto com’era la guerra. È molto dura, le ho detto. La gente muore. Quando mi ha guardato ho compreso che aveva gradito quello che avevo detto. Siamo tornati insieme, tra il baccano dei bambini, io senza capirci niente. Arrivati alla porta di casa mia ci siamo salutati. Sorrideva, alcuni capelli le erano rimasti appiccicati alla fronte. Sono rimasto immobile fino a quando non l’ho vista scomparire, prima le gambe, poi i fianchi, le spalle, la testa.

Sabato. È notte. Dalla mia finestra vedo i fuochi tra le scarpate. Mi chiedo chi siano i carbonai, da quale villaggio provengano, e come risposta mi immagino una pianura bianca. La maestra ha avuto un comportamento strano stasera. Io facevo un giro in bicicletta e lei passeggiava con un gruppo di persone lungo la strada per le risaie. Quando li ho raggiunti alcuni contadini mi hanno consigliato di non proseguire, perché era pericoloso percorrere quella strada in bicicletta. Gli ho chiesto da dove venissero. Hanno risposto che venivano dalle piantagioni di granturco che ci sono vicino alle risaie. Gli ho chiesto se fosse possibile, coltivare il mais vicino alle risaie, e hanno risposto di sì. Mentre parlavamo la maestra ha evitato il mio sguardo e quando ho deciso di tornare indietro con loro si è allontanata intenzionalmente dal gruppo insieme ad altre due donne. Dopo aver camminato un po’ mi sono voltato e ho visto solo due sagome. Stavo chiedendo agli altri dove fosse la maestra quando ho notato che uno dei contadini portava i guanti. Questa scoperta mi ha scosso a tal punto da impedirmi di dire altro durante il resto del tragitto. Ora è notte e forse un giorno di questi mi deciderò a visitare le scarpate. I fuochi sono minuscoli. A volte, tuttavia, la loro luminosità è accecante.

Lunedì. Nella Fattoria tutti stavano lavorando tranne il ragazzo della corriera. Mi sono seduto vicino a lui nel capannone e gli ho offerto una sigaretta. Finito di fumare ha detto che questo pomeriggio sarebbe andato in città, nel caso avessi qualche incarico da affidargli oltre a fargli ritirare i giornali che mi mandano da Nanning. Gli ho detto che non avevo bisogno di nulla. D’accordo, ha detto, un vero rivoluzionario è chi può rifornirsi nella cooperativa del suo villaggio. Lo ha detto sorridendo, scherzando. Gli ho risposto che questo non è il mio villaggio. In tal caso ha ancora più valore, ha detto. Mi sarebbe piaciuto sorridere, però non l’ho fatto. Dopo un po’ mi ha chiesto se sapessi quali sono gli alberi che crescono vicino alla recinzione. Gli ho detto che sono mandorli. Mi ha guardato con un sorriso raggiante e poi mi ha detto che sì, in effetti sono mandorli. Per un istante sono rimasto sconcertato, poi ho sostenuto con calma il suo sguardo fino a quando ha sviato gli occhi. Qualcuno ha fatto risuonare un vaso di ottone e io ho sentito una voce dentro di me che diceva sono le dieci di mattina.

Giovedì. Alcuni scienziati si sono insediati nella zona attratti dal fenomeno e un contadino chiamato Lai Jui Hua lo ha descritto così: “Ha la bocca come quella di un’anatra e la testa come quella di una mucca, ma molto più grande. Anche il corpo è enorme e si muove nell’acqua provocando onde simili a quelle delle barche”. Mi sono svegliato con la febbre. Per un bel po’ sono restato seduto sul letto, gli occhi fissi su un punto della parete, cercando di non pensare a nulla. Rivoli di sudore mi correvano lungo il torace e sentivo i capezzoli freddi come se ci avessero messo del ghiaccio.

Martedì. Ho la febbre, ma cerco di non darle importanza. Mentre scrivevo, il commissario è venuto a invitarmi a una riunione di carattere politico che si terrà dopo un pranzo in campagna. Gli ho domandato, un po’ irritato per essere stato interrotto, se in questo villaggio è consuetudine tenere le riunioni dopo aver mangiato in campagna. Ha tentennato e poi mi ha detto di sì. Una strana abitudine, ho mormorato, e lui mi ha confessato che funzionava così fin da prima della Rivoluzione Culturale. Non mi ha incuriosito per niente e quando il commissario se n’è andato ho ripreso a scrivere.

Giovedì. Sono venuti a salutarmi due comandi militari della città. Erano giovani ed erano nervosi. Li ho pregati di sedersi e mi sono scusato perché non avevo nulla da offrir loro. Hanno tirato fuori una bottiglia di vino e una di acquavite che mi avevano portato in regalo. Abbiamo aperto la bottiglia di acquavite; mi hanno trattato con riguardo e hanno dimostrato di aver letto le mie poesie. Anche uno di loro scriveva e dai versi che ha recitato sembrava avere talento. All’improvviso mi sono reso conto di aver dimenticato di togliere i ritagli di giornale dal tavolo e inevitabilmente questi hanno attratto la loro attenzione. Cosa vogliono dire?, hanno chiesto sorridendo. Non lo so, ho detto, sono notizie che ritaglio. Non hanno insistito e poco dopo abbiamo parlato di altro.

Giovedì. Di notte, prima di addormentarmi, tiro fuori per qualche momento i ritagli e li allineo sul tavolo. Poi mi ci siedo davanti e li contemplo. Sento appena il veicolo dei militari che tornano da Nanning. “Il Youjiang è cresciuto quest’anno”, ha detto uno di loro andandosene. Cosa vuol dire, in realtà? Il mostro ha un becco da anatra, leggo. Questo non può stupirmi né meravigliarmi tuttavia intuisco che dietro queste parole c’è qualcosa che può provocarmi un’emozione più intensa. In alcuni momenti ho la certezza di seguire la pista giusta, in altri credo solo di essere malato.

Martedì. Wu Yunquing, 142 anni, residente a Quinghuabain, provincia di Shaanxi, passeggia in bicicletta per le strade della sua città natale. Per Wu, il segreto della sua longevità risiede nel suo ottimismo, nell’esercizio fisico e in uno stile di vita equilibrato. Secondo lui, questo equilibrio include quattro o cinque ore di sonno al giorno, possibilmente da seduto. Ritaglio anche la foto: si vede un anziano dalla barba bianca, su una bicicletta, che guarda in direzione della macchina fotografica.

Mercoledì. Ho partecipato al pranzo in campagna e poi alla riunione. Il pranzo è stato abbondante, il vino e i brindisi non sono mancati. Dopo ci sono stati due oratori, il commissario politico e una contadina che lavora nella Fattoria. Il discorso di quest’ultima è stato strano, ce l’aveva scritto e il titolo era: “Che fare quando la pioggia ci sorprende per strada?” A metà del discorso, pieno di luoghi comuni, di reiterazioni e di descrizioni minuziose di ferri e utensili da lavoro, mi sono addormentato appoggiato al tronco di un albero abbattuto. A un certo punto, nel sonno, sento la sua voce che dice che la persona che viene sorpresa dalla pioggia deve scavare una buca, mettercisi dentro e poi coprirsi di terra. Mi sono svegliato di soprassalto. Non se n’era accorto nessuno, a eccezione del commissario politico; la sua espressione era una strana mescolanza di ironia e paura. Quando la contadina ha terminato il discorso il commissario ha aspettato che io applaudissi prima di farlo anche lui.

Giovedì. Sugli incidenti del parco Beihai: il capo della sicurezza aveva avvertito i responsabili del parco che vendere più ingressi di quelli concordati avrebbe potuto causare disordini… Alcune canzoni all’ultima moda, cantate in inglese, hanno provocato una forte eccitazione tra il pubblico giovanile… Gli spettatori sono usciti dal recinto disordinatamente, spingendo e sgomitando, e circa sessanta persone sono state calpestate. Tra i dieci feriti, quattro sono gravi.

Giovedì. Il militare più giovane, il poeta, ha detto che la realtà è la cultura. Io guardavo dalla finestra il movimento appena percettibile del villaggio. Per la strada principale due bambini si allontanavano portando qualcosa tra le braccia; dalla parte opposta venivano due donne che spingevano un carretto; parlavano a voce alta, se la ridevano. L’altro ufficiale ha detto qualcosa a proposito delle arme batteriologiche. Non gli ho prestato attenzione, ricordo solo di aver annuito mentre un leggero spostamento in lontananza, tra le scarpate, catturava il mio interesse. Era come se il paesaggio venisse spinto di lato e sostituito da un altro perfettamente uguale, ma nuovo. La sera sono stato a casa del commissario. Vive con sua moglie e con cinque figli, che hanno tutti meno di dieci anni. Gli ho chiesto che razza di assemblea fosse stata quella di ieri. Sua moglie mi ha guardato come se lo avessi minacciato di morte. Il commissario ha detto che non era stata un’assemblea ma una festa. Quando gli ho ricordato che il pomeriggio tutti avevano lavorato, ha aggiunto che si era trattato di una festa minore. La tradizione, ha detto, è quella di celebrarla per metà giornata, con un pranzo collettivo. A mezzanotte, mentre finivo di leggere un libro di divulgazione scientifica e mi preparavo a riesaminare i miei ritagli di giornale, hanno bussato alla porta. Sono rimasto seduto, fermo, non ho voluto rispondere. Hanno continuato a bussare, debolmente, come se non volessero disturbare. Ricordo di aver chiuso gli occhi e di aver desiderato che chiunque fosse credesse che non ero in casa, anche se la luce accesa mi tradiva. Poi la porta, aprendosi, ha fatto un suono stridulo e dei passi leggeri sono scivolati sul pavimento fino a fermarsi a pochi metri da dove mi trovavo. Ho aperto gli occhi: la maestra ha spento la luce e mi ha spogliato senza dire una parola. A tentoni, ho messo via i ritagli, ho lasciato la cartella sul tavolo, ho chiuso la tenda, mi sono diretto con cautela verso il letto. I suoi seni erano piccoli e larghi e ha singhiozzato mentre la penetravo. Poi siamo rimasti abbracciati nell’oscurità parlando di cose semplici, i problemi della scuola, la biblioteca – ha insistito per sapere cosa ne pensassi -, i bambini, la Fattoria, i carbonai che lavorano di notte. A questo punto le ho chiesto perché lavorassero di notte e non ha saputo rispondermi.

Venerdì. Il ragazzo della corriera arriva alle otto di sera da Wuming. Mi avvicino a lui per farmi consegnare i giornali. Il suo viso è pallido e smunto. Con un sorriso mi dice di essere malato. Gli chiedo se è stato dal medico e dice di sì. Ha la diarrea e la febbre. Gli dico che non dovrebbe guidare in questo stato. Risponde che andrà a letto, appena avrà finito di parlare con me. Di sera lavoro in biblioteca, fino all’una. Quando esco ho la sensazione che il villaggio sia vuoto. A metà strada la sensazione si fa più intensa, così come il desiderio di entrare in qualche casa per accertarmene. Comunque, sono in grado di controllarmi, di arrivare fino a casa mia, di spogliarmi, di pensare.

Sabato. Durante la mattinata ho riguardato i ritagli. Il bambino di Wan, il mostro del lago, l’anziano che va in bicicletta, gli incidenti del parco di Beihai. Cos’hanno in comune queste notizie? Ne ho ritagliate altre, però quelle ricorrenti, quelle che mi ritornano alla memoria come spie rosse, sono solo queste quattro.

Giovedì. L’ufficiale ha parlato di armi batteriologiche. Gli ho chiesto a che tipo di armi si riferisse. Quando mi ha guardato i suoi lineamenti hanno iniziato a dissolversi come se una nebbia azzurra lo stesse avvolgendo. Ho pensato: compagno, stai scomparendo.

Venerdì. Di mattina è venuto a visitarmi il medico. Se n’è andato proprio mentre arrivava la maestra. Ho ascoltato come si salutavano sulla porta e poi un lungo silenzio al quale i loro volti, inespressivi, fragili, si adattavano perfettamente. Entrando in casa la maestra mi ha detto che mi trovava bene. Le ho domandato perché lo credesse. Ha risposto che il medico le aveva detto che la mia salute era buona; inoltre, sapeva che scrivevo ogni giorno, un sintomo eccellente.

Sabato. Nel pomeriggio un primo gruppo di persone si è incamminato lungo la strada per la Fattoria. Poco dopo un altro gruppo si è diretto verso le scarpate e il villaggio è rimasto praticamente vuoto. Questa volta volevo sapere dov’erano diretti e così ho deciso di seguire il secondo gruppo: ho preso una bicicletta che qualcuno aveva lasciato vicino alla cooperativa e ho pedalato in direzione delle scarpate. Arrivato alla prima svolta ho capito che non li avrei raggiunti: a un certo momento avevano lasciato la strada e adesso, per raggiungerli, sarei dovuto tornare indietro e avrei dovuto trovare il punto in cui avevano deviato. Mi è sembrato inutile e sono rientrato al villaggio. Mentre passavo davanti casa mia, l’anziana che abita di fronte ha aperto la finestra e ha sporto la testa come se cercasse di acchiappare qualcosa con la bocca. Mi sono accorto, proprio allora, che era cieca. Ho lasciato la bicicletta dove l’avevo presa e sono tornato a piedi.

Lunedì. Il vulcano eruttò tre volte tra il 1597 e il 1702 e le piogge frequenti e la neve trasformarono il cratere in un lago di 10 chilometri quadrati e 373 metri di profondità. Stando a quello che hanno detto i lavoratori che conoscono la zona, l’abbondanza dei microrganismi nel lago potrebbe benissimo essere la causa della presenza di animali acquatici. Le piante del giardino danno l’impressione di un’immobilità perfetta. Ho pensato alla bicicletta di Wu Yunquing, alla sua barba bianca, quasi finta. Nato nel 1838. La giornata è piena di nubi minacciose, fa caldo. Per un momento ho creduto che i ritagli si proiettassero sulle scarpate. Ho chiuso gli occhi; l’immagine ha tardato a svanire. Alcune persone affermano che Shie Zo vede normalmente tutte le persone nude a causa del potere dei suoi occhi. All’improvviso comincia a piovere e allora so di essere l’unico che presta attenzione a quello che sta succedendo. Questa può essere la fine, penso. In quel momento la pioggia cessa.

Lunedì. Non potrò mai stabilire una relazione tra i ritagli; in che modo si collega la strana creatura del lago con i disordini del parco Beihai? In che misura il miracoloso potere di Wan ha la stessa natura della longevità di Wu Yunquing? So solo che succedono cose molto insolite (straordinarie). Mentre il militare più giovane recitava qualcosa di Mao Dun, ho osservato che la vita nel villaggio è sempre uguale a sé stessa. La maestra usciva dalla scuola circondata dai bambini e guardava in direzione di casa mia, senza vedermi. La corriera rimaneva parcheggiata vicino alla cooperativa. Più in là giocavano due cuccioli di cane, e un bambino, con una palla in mano, li osservava. Il colore del cielo era di nuovo grigio e lungo il fianco delle scarpate mostrava delle frange fosforescenti, ripugnanti, come se quella parte del cielo avesse la lebbra. Ho provato una profonda, indefinita, pietà. Senza perdere il sangue freddo ho corso verso il patio sul retro e ho vomitato. Gli ufficiali sono usciti a cercarmi e hanno tentato di portarmi al bagno, ma non gliel’ho permesso. Mi è bastato guardarli, con le labbra ancora sporche di bile, perché non avanzassero di un altro passo. Poi ho mentito: non sono più abituato a bere, ho detto.

Lunedì. Non sono malato. Il mio nome è noto in tutte le province del Paese. Ho 45 anni e da 15 presto servizio nell’esercito. Ho ricevuto molteplici decorazioni. A 25 anni ho pubblicato il mio primo libro e da allora la mia produzione letteraria è stata ininterrotta. Sono sano e forte, ho dimostrato a me stesso che posso resistere alla fame e al dolore. Per sei anni ho vissuto in Vietnam dove sono stato consigliere dell’esercito popolare nella lotta contro gli imperialisti e i loro lacchè. Ho vissuto a Hoa Binh e Phat Diem; nel 1971 sono stato ferito in un villaggio vicino a Phu Dien Chau e sono tornato nel mio Paese. Nel 1979, durante il conflitto bellico cino-vietnamita, ho combattuto contro i miei vecchi alleati. La mia divisione era stanziata a Jinxi e io facevo parte dello Stato maggiore. Finita la guerra sono stato assegnato A Nigming, vicino alla frontiera, e in poco tempo mi sono ammalato. Stavo nell’ospedale militare di Nanning dove il mio recupero è stato rapido; dopo, per volere dei medici e col beneplacito dei miei superiori, sono stato mandato in questo villaggio per riposare.

Venerdì. Dalle cinque di mattina fino alle dodici sono rimasto seduto a terra, nudo, cercando di pensare. È difficile; a volte il corpo sembra un buco e tutto il resto, le idee, le parole, le scoperte, sono come gioielli, belli ma superflui. Se avessi tempo, ho pensato, mi piacerebbe trasferirmi a Pechino e indagare a fondo sugli incidenti del parco Beihai. Una sola domanda: chi ha autorizzato la vendita degli ingressi? E perché? A questa seconda domanda, certo, potrei rispondere se riuscissi a interpretare correttamente i ritagli.

Sabato. Sono uscito di mattina. Mi sono procurato una bicicletta nell’officina della Fattoria e sono partito subito. Il ragazzo della corriera mi ha visto abbandonare il villaggio e ha gridato qualcosa di incomprensibile. Mi sono voltato a guardarlo, non mi sono fermato. Mi è corso dietro per un tratto ma dopo qualche minuto ha desistito; dallo specchietto retrovisore sono riuscito a vedere che mi diceva addio con le braccia. Ho pedalato per tre ore in direzione delle scarpate e poi mi sono fermato a riposare. Ero zuppo di sudore però mi sentivo bene. La bicicletta era vecchia e aveva il telaio arrugginito, però reggeva; era pesante e resistente, una di quelle che si costruivano una volta. A mezzogiorno sono arrivato a una collina povera di vegetazione da dove ho intravisto un villaggio. Ho preso il binocolo e ho messo a fuoco le vie per un po’. Neanche una persona, nemmeno un movimento. Un chilometro più avanti la strada si biforcava. Un sentiero, quasi nascosto dal bosco, portava al villaggio; l’altro proseguiva verso le scarpate. Ho notato l’assenza di suoni, la quiete che sembrava pendere dai rami più alti degli alberi. Ho pensato testualmente: la quiete pende da un ramo, e ho avuto un giramento di testa. Mi sono mantenuto in piedi, perplesso, come se mi trovassi in un bosco di enigmi e dovessi cercare di non perdere il senno. Alla fine sono rimontato sulla bicicletta e mi sono allontanato in direzione delle scarpate.

Martedì. La maestra è venuta a mezzogiorno. Portava i temi che i suoi alunni avevano scritto sulle mie opere. Me li ha dati, sorridendo, e ha aspettato che li leggessi. Che te ne pare? Compagna, le ho detto, mi fanno venire voglia di piangere. Allora piangi, ha detto lei. Ci siamo spogliati e abbiamo fatto l’amore. Poi lei ha detto, ridendo, che non l’aveva mai fatto a quell’ora. Attraverso la cornice della finestra ho visto un cielo grigio, di una lucentezza opaca, e ho pensato che era strano che non mi turbasse.

Martedì. Al calare della notte la maestra è tornata a casa mia. Abbiamo mangiato insieme, abbiamo lavato i piatti, ci siamo seduti a lavorare allo stesso tavolo; lei preparava le sue lezioni e io scrivevo gli ultimi paragrafi del mio rapporto. Nel silenzio della mezzanotte ho sentito passi di persone che si dirigevano alla casa vicina. Le ho chiesto cosa succedeva. Ha detto che la vecchia cieca era malata. In pochi minuti era tornato il silenzio. Era il medico? Ho chiesto. No, ha detto lei, il medico vive a Wuming, era gente del villaggio. Mi sono messo a letto pensando alla vecchia. Attraverso il buco della tenda vedevo la maestra curva sul tavolo. Ho chiuso gli occhi e ho sorriso, i bambini avevano scritto “ottimismo e fiducia nel futuro”. Ho provato a ricordare, non so per quale ragione, la faccia del giovane ufficiale e poeta, e al suo posto sono apparse le figure dei bambini che circondavano il commissario politico alla fine della strada. Tremavo, mi ha raccontato lei il giorno seguente. Mi sentivo felice.

Venerdì. Mi sono svegliato alle sei di mattina. Ho detto alla maestra che non doveva essere stato facile per gli abitanti del villaggio sopportare la mia presenza. Mi ha guardato sorpresa. No, ha detto, i contadini sono generosi. Temevano soltanto che non ti sentissi bene. Mi sento bene, le ho detto. Prima di andarsene mi ha accarezzato una mano. Non mi sono mosso dalla porta fino a quando non l’ho vista sparire per una via laterale. Dappertutto si vedeva gente che lavorava. Sono uscito nel patio sul retro e mi sono lavato con secchi d’acqua fredda. Ho sentito il desiderio di cantare. Naturalmente, non l’ho fatto.

Sabato. Alle sei del pomeriggio ho avvistato un altro villaggio. Stavo osservando il villaggio da un albero, con gli stessi risultati della volta precedente. Era strano, alla mia destra diventava sempre più forte il rumore di un fiume, come se il Youjiang avesse straripato, sebbene io sapessi che il Youjiang si trovava almeno a 25 chilometri alla mia sinistra. Il caldo era insopportabile e minacciava di venir giù un acquazzone. Questa volta era inevitabile passare per il villaggio, a meno che non ci girassi attorno, ma in questo caso avrei dovuto lasciare la bicicletta. Sono entrato lentamente, a passo d’uomo, col timore di turbare il silenzio che regnava. Quando ho superato la prima casa ha iniziato a piovere. Quasi all’istante l’acqua ha formato una cortina così densa che impediva qualsiasi tipo di visibilità. Ho lasciato la bicicletta appoggiata vicino a un abbeveratoio e sono entrato correndo nell’abitazione più vicina. Non c’è stato bisogno di bussare, la porta era aperta e mi è bastata una sola occhiata per capire che lì non viveva nessuno. Quando la pioggia è diminuita sono entrato nelle altre case: erano tutte disabitate da molto tempo. Mi sono seduto a terra, sotto la gronda di una capanna, e ho aspettato. Quando ho deciso di proseguire era buio. Mentre cercavo la bicicletta ho notato che tra le scarpate c’erano già i primi fuochi dei carbonai. Carbonai nella provincia di Kuangsi? nonostante la pioggia? Ho preso il binocolo e ho messo a fuoco fino in cima. I fuochi balenavano appena. Mi sentivo febbricitante, tuttavia ho proseguito.

Sabato. Due chilometri più avanti la strada terminava vicino a un pozzo. Intorno al pozzo avevano creato una specie di spiazzo e su entrambi i lati c’erano panchine di legno, ammuffite, con le spalliere decorate con motivi floreali. Mi sono seduto su quella di sinistra. Sapevo che alle mie spalle i fuochi crepitavano sebbene non potessi sentirli. Il rumore sordo del fiume si imponeva su qualsiasi altro suono.

Domenica. La tonalità del cielo è la stessa di ieri e dei giorni passati. Di mattina stavo seduto in giardino, con un libro sulle ginocchia, mentre i contadini andavano a lavorare alla Fattoria o alla risaia e diverse ore dopo tornavano dalla Fattoria e dalla risaia e incrociandosi si salutavano o si fermavano a parlare. Alle cinque di pomeriggio il ragazzo della corriera è venuto puntualmente a consegnarmi il pacco dei giornali. Quando stava già per andarsene gli ho chiesto se si fosse rimesso; mi ha guardato sorridendo, senza capire. Stai bene, ora?, gli ho gridato. Si!, ha detto, e la corriera si è allontanata per la strada.

Domenica. Non ho aperto il pacco dei giornali. So che troverei notizie da ritagliare e ormai non importa. Qualcuno si occuperà di bruciare i ritagli che ho conservato e il mio diario. Forse qualcuno si farà avanti e non permetterà che questo succeda. Sospetto che le due possibilità abbiano più di qualcosa in comune.

Lunedì. Mi preparavo a fare una passeggiata quando è arrivato il commissario. Gli ho detto che volevo camminare, che se non gli dispiaceva potevamo fare una passeggiata insieme. Ha accettato con piacere. Abbiamo preso la strada della Fattoria fino ad arrivare al bosco. Mi dica, gli ho chiesto, come si chiama questo bosco. Il commissario ha sorriso con timidezza. Non ha nome, ha detto. Ci siamo seduti a parlare nella radura. La conversazione è stata misurata. Il commissario guardava beatamente i rametti sparsi per terra mentre io cercavo i rami più alti, gli squarci incerti di cielo. Quasi un segno, ho pensato. All’imbrunire siamo tornati a passo lento al villaggio.

Lunedì. Mi sono avvicinato alla finestra della casa vicina. Non era completamente buio e ho potuto vedere l’anziana seduta su una sedia mentre un bambino controllava la padella sopra un fornello a legna. Buonanotte, ho detto, mi fa piacere vederla ristabilita. Chi è? Ha detto l’anziana. Il bambino ha guardato sorridendo e poi è tornato a controllare quello che stava cucinando. Il mio nome è Chen Huo Deng, ho detto. Ah, il soldato, ha sospirato lei. Sono una vecchia asmatica però non posso ancora morire. Mi sembra giusto, ho detto.

Lunedì. Sopra il tavolo ho lasciato in ordine tutto quello che ho scritto in questi giorni. Qui c’è il mio rapporto posticipato e cinque poesie. Sul tavolo rimarrà anche questo diario. Non nascondo nulla. (Per di più, sarebbe inutile.) Vicino ai miei scritti ho lasciato una breve nota segnalando che devono essere consegnati allo Stato maggiore dell’esercito, a Nanning. La casa, che tanto gentilmente mi è stata prestata dal comitato del partito di questo villaggio, la restituisco nelle stesse condizioni in cui mi è stata ceduta. Per il resto, tutto quello che possiedo è dell’esercito. Ora andrò a camminare – è già passata la mezzanotte – fino ad arrivare al bosco. Spero di avere la pazienza di cercare un ramo alto e resistente, nascosto dal fogliame, e impiccarmi.

Written by azulines

9 aprile 2010 at 10:41 am

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falsificare Bolaño

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Bolaño falsificato

‘come nasce e prolifera una falsa notizia basata sul nulla’

9 febbraio 2009

La pubblicazione nell’Archivio Bolaño (immodestamnte questo sito link interno ) dell’ottimo saggio di Jonathan Lethem, The departed link interno tradotto da Paolo Castronovo link interno, è un’occasione per riflettere sulla facilità con cui una falsa notizia, una notizia palesemente falsa, talmente falsa che potrebbe essere smentita senza alcuna difficoltà mediante l’utilizzo delle più elementari regole di giornalismo (ma in questo caso si potrebbe dire del semplice buon senso), non solo non viene smascherata e smentita ma anzi si diffonde ancor più velocemente in tutto il mondo.

Una falsa notizia puo’ essere frutto di un equivoco, dell’ignoranza o della male fede, ma si diffonde perché sono sempre meno i giornalisti che si preoccupano di verificare le fonti e la veridicità dei fatti, limitando il loro lavoro ad un esercizio di copia e incolla, dai comunicati delle agenzie, se non dalle notizie che trovano su internet e perfino in questo caso, senza nemmeno fare delle ricerche incrociate e dei confronti. Ancor piu’ triste e’ dover constatare che perfino i critici, autorevoli intellettuali e scrittori diventino strumento e volano sia pure involontario (ma se non c’e’ dolo certo c’e’ colpa) di questa spaventosa macchina di falsificazione e mistificazione della realtà che sono diventati i media.

Ma veniamo al dunque cercando di ricotruire i fatti e il loro incredibile sviluppo. La notizia di cui si parla e’ la presunta e clamorosa scoperta da parte del giornalismo anglosassone (il che farebbe presumere che i critici e gli scrittori latinoamericani siano siano stati beffardemente ingannati per anni):

Bolaño era tossicodipendente. Bolaño cioè era schiavo dell’eroina. Corollario di questa clamorosa notizia, sorta all’improvviso nel 2007 e diffusasi rapidamente tra i media anglossassoni, e’ che l’insufficienza epatica di Bolaño e quindi la sua morte fosse dovuta alla sua tossicodipendenza.

Jonathan Lethem, nell’articolo citato link interno, pubblicato dal The New York times il 12 novembre 2008, introducendo la figura di Bolaño afferma che mori “a causa di affezione epatica riconducibile all’uso di eroina degli anni precedenti”
. Poco più avanti riassume la sua esistenza con tre aggettivi: “esule, ribelle e tossicodipendente”

The Chilean exile poet Roberto Bolaño, born in 1953, lived in Mexico, France and Spain before his death in 2003, at 50, from liver disease traceable to heroin use years before

The New York Times link esterno

la notizia circolava già da qualche anno nel mondo anglosassone, ma non trovava riscontro nelle riviste e nei blog ispanoamericane. Il che mi lasciava perplesso e curioso.
Nel marzo 2007, Daniel Zalewski in una recensione de I detective selvaggi per The New Yorker fa un’allusione inequivocabile e fa risalire la tossicodipendenza di Bolaño algi ’70 durante la sua residenza in Messico:

“Around this time, he printed up a visiting card identifying himself as “Roberto Bolaño, Poet and Vagabond.” His wanderings punished his body; he later joked that he left behind a trail of teeth, ‘like Hansel and Gretel’s bread crumbs.’ It didn’t help that he was becoming addicted to heroin”.

The New Yorker link esterno

Questo ineguagliabile giornalista a dimostrazione di quanto afferma cita un passo del saggio Letteratura + malattia = malattia (compreso nel libro Il gaucho insostenibile, pag. 148 Sellerio ed) laddove Bolaño parlando dei viaggi afferma che “viaggiare fa ammalare […] quelli che viaggivano impazzivano o, peggio ancora contraevano nuove malattie […] Io per esempio ho viaggiato moltissimo […] Risultato: molteplici malattie. Quand’ero bambino, dei mal di testa […] Da adolescente. insonnia e problemi di indole sessuale. Da giovane perdita di dei denti, che lasciai disseminati, come le bricciole di pane di Hansel e gretel, in diversi paesi.”.nota
Bolaño, dice che viaggiare fa ammalare e oltre alla gastrite e ai problemi sessuali magari fa anche perdere i denti e il sig. Daniel Zalewski grazie ad un encomiabile e singolare lavoro di ermeneutica ne deduce che Bolaño ironizza sul fatto di aver perso i denti a causa della sua tossicodipendenza. Sarebbe il caso di dare un titolo a questa originale deduzione: viaggiare + perdita dei denti = tossicodipendenza

Il 23 giugno 2007, Ben Richards in un articolo pubblicato da The Guardian allude alla “tossicodipendenza di Bolaño”:

“Bolaño left Chile when young to live in Mexico, returning briefly to his home country just before the Pinochet coup; he was briefly detained but then reverted to a nomadic, bohemian, heroin-fuelled existence as a vagabond poet before settling in Spain”.

Ben Richards, The Guardian link esterno

The Guardian (alla faccia del mito della stampa anglosassone) insisterà ancora con queste notizie e anzi il 20 luglio 2008 rincara la dose e in un articolo di Helen Zaltzman si afferma che Bolaño oltre che drogato era anche una spia (?!?) e perfino Trotskyista.

A former Surrealist poet, Trotskyist, spy for the Chilean resistance and heroin addict, Bolaño packed a lot into his 50 years and though he only began writing fiction a few years before his death from liver failure in 2003,

The Guardian link esterno

Nell’agosto 2007 Roberto Ontiveros disegna, in un articolo per il Texas Observer l’idenkit del perfetto delinquente:

“Bolaño grew up in a series of Chilean backwater towns. His father was a truck driver and amateur boxer; his mother taught math. Bolaño was a dyslexic kid, an adolescent with chronic anxiety. He was a dropout, a book thief, and a heroin addict before settling into happy family life”

Texas Observer link esterno

Nello stesso mese Chad Walsh in un articolo per Boise Weekly conferma :

“Bolaño was an intellectual, a Trotskyist, an exile, a global vagabond and, finally, a heroin addict”.

Boise Weekly

Si badi bene, in questa comica, triste e nauseante rassegna stiamo parlando di recensioni critiche, non di articoli di gossip stile Novella 4000. Bolaño dunque viene presentato ai lettori anglosassoni come un vagabondo, ladro, spia, Trotskyista e tossicodipendente. Ma proseguiamo la via crucis per arrivare al prestigioso The Mlllions uno dei blogs letterari più importanti del mondo anglosassone che, il 27 agosto 2007,pubblica un articolo di Garth Risk Hallberg dove di nuovo si da risalto alla storia dell’eroina:

“Broke, addicted, and unknown as of the late ’80s, the former poet kicked heroin and took up fiction writing to support his growing family – a quixotic pursuit if ever there was one. Bolaño would enter his short stories in Spain’s many regional writing contests, often winning multiple prizes with the same piece (camouflaged under a variety of
titles)”.

Bolaño matters – The millions link esterno

Nell’aprile 2008, Scott Esposito noto critico letterario e d’arte ( di cui abbiamo pubblicato due interssanti interviste a Natasha Wimmer, traduttrice de I detective selvaggi link interno e di 2666 link interno) scrive un articolo dedicato a Bolaño per la rivista Hermano Cerdo dove allude di nuovo alla tossicodipendenza dello scrittore collegando in modo surrettizio l’uso della droga all’affermazione dello stesso Bolaño di aver perso i denti “disseminati come bricciole di pane” a causa di tanto viaggiare, per poter dimostrare a tutti noi di aver letto almeno uno dei saggi inclusi nel libro Il gaucho insostenibile

“la adicción a la heroína de Bolaño debió de ser un asunto bastante feo y vagabundear por México no es que sea demasiado glamoroso. En una ocasión, Bolaño comentó que fue dejando un rastro de dientes a modo de migas de pan” Hermano cerdo link esterno

A questo punto qualsiasi lettore avveduto non potra porsi la domanda spontanea di chi sia l’autore di questa senzazionale scoperta e come abbia fatto, visto che tutti i critici e gli scrittori e i giornalisti spagnoli e latinoamericani ne sono all’oscuro ( a meno che non siano tutti quanti complici omertosi). Mistero! Sara’ stata un’intercettazione telefonica (resa possibile grazie ai potenti mezzi teconlogici di cui dispongono gli angloamericani) che registra la voce di Bolaño mentre supplica il suo pusher di fornigli a credito la dose quotidiana? o sarà stato un agente dell’agenzia antidroga americana (notoriamente efficiente nell’immischiarsi negli affari interni latinoamericani per colpire i trafficanti di droga che invece proliferano e ingrassano grazie alla crescente domanda proveniente dal generoso popolo dei consumatori USA) che ha colto in fragrante con l’aiuto del satellite il povero Bolaño che tenta di rubare dei libri per scambiarli con una dose? Mistero, la notizia si diffonde fino al punto che non è piu’ una notizia, ma un fatto conclamato, un elemento acquisito della biografia di Bolaño, ma anche della sua poetica. Mistero! volenti o nolenti dobbiamo ingurgitare il fatto che grazie all’acume e alla serietà della critica anglosassone, ora sappiamo che Bolaño, oltre ad essere un vagabondo, ladro spia e militante rivoluzionario era anche un tossicodipendente.

Arriviamo così all’articolo del citato Lethem, scrittore di valore e di prestigio, i cui libri sono pubblicati anche in Italia, che stabilisce senza battere ciglio la causa della morte di Bolaño riconducibile all’uso di eroina “negli anni precedenti”. Al lettore l’intelligenza di capire se quest’uso risale, al 2001 oppure al 1985, o forse al 1976 magari in seguito alla frustrazione di Arturo Belano il personaggio de I detective selvaggi che, dopo aver finalmente trovato Cesarea Tinajero, ne causa involontariamente la morte.

Per finire in bellezza, la prestigiosa rivista Time nell’articolo a firma di Lev Grossman del novembre 2008, che designava 2666 quale libro dell’anno, ribadisce la storia del poeta maledetto ed eroinomane, ma in questo caso la tossicodipendenza viene collocata negli anni ’80, in Europa:

“In 1977 Bolaño moved to Europe and misspent an entire decade there as an itinerant laborer, living the life of a poète maudit and striking up an acquaintance with heroin. But in 1990, finding himself a husband and father, Bolaño decided to kick the smack and take up writing fiction in the hope of supporting his family”.

Time link esterno

A svelare finalmente il mistero di questa senzazionale scoperta ci prova Gustavo Faverón Patriau , critico e professore universitario nel Bowdoin College (già professore alla Stanford University e Middlebury College). In un articolo illuminante ( e di cui questo e’ completamente debitore ), che i giornalisti e i critici dovrebbero “leggere in ginocchio” (come diceva Bolaño), pubblicato nel suo blog link esterno , avanza l’ipotesi che la fonte su cui si basa questa mostruosa mistificazione si può desumere da un articolo di Marcela Valdes ( di cui un saggio link interno è presente in questo archivio) per il settimanale liberale The Nation intitolato “Windows into the Night”, dove per la prima volta viene citata la fonte che certifica la verità della notizia:

“In several of his essays he refers to the fact that he can’t drink alcohol anymore, that just one drink could kill him, a change he must have felt keenly since, reading between the lines, it appears that heavy drinking and a heroin addiction may be what demolished his liver in the first place. Bolaño kicked dope in 1988, an experience he describes in “Beach”–a five-page essay composed of a single, harrowing sentence. A fragment of it reads: “thoughtlessly, I would get an urge to cry, and I’d get into the water and swim, and when I had already gotten myself pretty far from shore I’d look up at the sun and it would seem strange to me that it was there, so big and so different from us…” In this way he almost drowned himself twice”.

the nation link esterno

In questo articolo, ohibo’ ragazzi, viene svelata la fonte certa e inappellabile del fatto che Bolaño era un tossico (si badi bene un tossico, cioe’ un tipo che se non gli dai la dose ammazza la madre, o meglio ancora alle due al mattino telefona all’amico Sergio Gonzales rodriguez – l’autore di Ossa nel deserto -, profondo conoscitore del narcotraffico messicano, di mandargli per DHL una partita di droga, altrimenti lo eslude come personaggio di 2666 o magari lo fa morire), la fonte e’ Bolaño stesso: Bolaño secondo questa acutissima giornalista (e come tutti gli altri  critici rima di lei) confessa lui stesso di essere tossicodipendente in un testo pubblicato sul quotidiano spagnolo “El mundo”, che la volgare critica latinoamericana considera un racconto ma che lei grazie a un superiore lavoro di ermeneutica considera “saggio”, per non dire confessione autobiografica.

Insomma aiutatemi voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, perché io a questo punto devo capire se mettermi a piangere o a sghignazzare.

Bolaño scrive nel 2000 un racconto per El Mundo, intitolato “Spiaggia” nota ( incluso nel libro Tra parentesi ) dove il protagonista e io narrante e’ un tossicomane. Stiamo parlando di un genere letterario, quello del racconto appunto dove regna la finzione. Devono passare 7 anni perchè la critica anglosassone, scopra che questo racconto e’ in realtà una confessione pubblica di Bolaño che dichiara al mondo di essere un tossicodipendente. Con lo stesso criterio io sono autorizzato a proclamare che Bolaño e’ morto e resuscitato e la prova e’ il fatto che Belano, dopo essere morto in Africa ne “I detective selvaggi” e’ ricomparso nei racconti successivi.

Questa “cazzata” (come si potrebbe definire altrimenti!) insomma, diventa il verbo e il fondamento della vita e della poetica di Bolaño. Questa “rivelazione” è l’assioma, l’incipit imprescindibile di qualsivoglia saggio o recensione di intellettuali, critici e persino scrittori del calibro di Lethem.
Il fondamento e la genesi della poetica e dello stile di Bolaño, l’origine del genio creativo dello scrittore è la sua tossicodipendenza, una vita da vagabondo sdentato, ladro, spia (oltre che bugiardo, perche’ di lui si arriva a dire che ha mentito circa la prigionia nelle carceri di Pinochet), e militante rivoluzionario troskista per di piu’. Un moderno frankenstein costruito con pezzi di kerouak, Jim Morrison, Rimbaud, Che Guevara, Miss O Hara.

Cazzo! E tutti gli scrittori e critici e intellettuali latinoamericani, che hanno dedicato saggi e interi libri all’opera (badate bene all’opera di Bolaño) ? Rodrigo fresan Vila-Matas, Javier Cercas, Alan Pauls, Jorge Volpi, Carlos franz, Juan villoro, Patricia Espinosa ….? tutti rincoglioniti? Reticenti? Complici omertosi?

Per finire c’e’ un’altra spiegazione dello stesso Faveron che sottolinea la differenza nel rapporto tra lo scrittore e il pubblico che c’e’ nei paesi anglossassoni rispetto ai paesi latini:

I libri sulla vita dei grandi autori, o, nel cinema, i film biografici di poeti e romanzieri, sono un costume consolidato e proliferante negli USA e in Inghilterra, un costume tanto antico e remoto come l’opera di Boswell su Johnson

Lo scrittore, in spagna e ancor di più in America Latina, interessa in quanto figura nella società, nella sua relazione con la sfera pubblica, come partecipe della comunità e attore nell’Agorà.

Questa immagine dell’autore è quasi inesistente nell’universo anglosassone, dove lo scrittore è attrattivo come individuo, nella sua intimità – più attrattivo quanto più segreto: Salinger, , Pynchon, McCarthy – ed è investigato e scopèerto in questo arco della circonferenza della sua vita; non in ciò che lo include nella sfera pubblica, ma in quello che lo iscrive nel circuito della sua sfera privata

vogliamo finire questa storia allucinante citando un semplice blogger cileno che per primo ha intuito l’origine della mistificazione: dopo aver letto il saggio di Lethem si chiede:

Non so se lethem avrà letto il racconto [Spiaggia], la peggiore estate della mia vita e chissà se avrà pensato che era autobiografico

Antonio Diaz Oliva – 2666 + Lethem = ¿Bolaño herionónamo? link esterno

e lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas che scrive disgustato

Lascio una new York euforica per il trionfo di Obama, una città già con tempeste autunnali e dove comincia ad essere fatto a pezzi il grande  gigante 2666, il romanzo di Bolamo che The New York Times accoglie con grande entusiasmo e con una assurda errata biografia che avrebbe potuto essere evitata: aggiudicano a Bolaño un passato di eroinomane, dicendo che morì in Spagna nel 2003 “di una malattia di fegato riconducibile al suol’uso di eroina in anni precedenti

Enrique Vila-matas – El Pais 16/11/2008 link esterno


NOTE



Vale la pena citare il passo per intero:

Viaggiare fa ammalare. Una volta i medici raccomandavano ai lori pazienti, soprattutto a quelli che soffrivano di malattie nervose, di viaggiare. I pazienti, che in genere erano ben provvisti di denaro, obbedivano e s’imbarcavano in lunghi viaggi che duravano mesi e talvolta anni. Quelli che soffrivano di malattie nervose ed erano poveri non viaggiavano. Alcuni, come si puo’ immaginare, impazzivano. Ma anche quelli che viaggiavano impazzivano o, peggio ancora, contraevano nuove malattie via via che cambiavano città, clima, abitudini alimentari. In realtà è più sano non viaggiare, è più sano non muoversi, non uscire di casa, stare ben coperti d’inverno e togliersi la sciarpa solo d’estate, è più sano non aprire bocca e non battere ciglio, è più sano non respirare. Ma la verità è che uno poi respira e viaggia. Io, tanto per fare un esempio, ho cominciato a viaggiare da giovanissimo, fra i sette e gli otto anni, all’incirca. Prima sul camion di mio padre, per strade cilene solitarie che sembravano strade postnucleari e che mi facevano venire i capelli dritti, poi in treno e in autobus, finchè a quindici anni presi il mio primo aereo e andai avivere in Messico. Da quel momento in poi i viaggi furono continui. risultato:molteplici malattie. Quand’ero bambino, dei mal di testa così forti che imiei genitori si domandavano se non avessi una malattia nervosa e se non fosse opportuno che intraprendessi, al più presto possibile, un lungo viaggio riparatore. Da adolescente, insonnia e problemi di indole sessuale. Da giovane, perdita dei denti, che lasciai disseminati, come le briciole di pane di Hansel e Gretel, in diversi paesi; cattiva alimentazione che mi faceva venire l’acidità di stomaco e poi la gastrite; abuso della lettura che m icostrinse a portare gli occhiali; calli ai piedi provocati da lunghe camminate senza scopo; un’infinità di influenze e raffreddori mal curati. ero povero, dormivo all’addiaccio e m iritenevo già fortunato se, in fin dei conti, non mi ero mai ammalato gravemente. Abusai del sesso ma non contrassi mai nessuna malattia venerea. Abusai della lettura ma non volli mai essere un autore di successo. Perfino la perdita dei denti era per me una specie di omaggio a Gary Snyder, che una vita di vagabondo zen aveva portato a trascurare la dentatura. Ma tutto prima o poi arriva. Arrivano i figli. Arrivano i libri. Arriva la malattia. Arriva la fine del viaggio.

[Il gaucho insostenibile, pag 147-149] torna su


ecco come inizia il racconto

Smisi con l’eroina e tornai al mio paese e cominciai la terapia di metadone che mi somministravano all’ambulatorio e non avevo molto altro da fare se non alzarmi tutte le mattine e guardare la televisione e cercare di dormire la notte, ma non ci riuscivo, qualcosa mi impediva di chiudere gli occhi e riposare, e questa era la mia routine finchè un giorno non ce la feci più e mi ocmprai un costume da bagno nero in un negozio del centro e me ne andai in spiaggia, con il costume indosso e un asciugamano e una rivista, e stesi l’asciugamano non troppo vicino all’acqua e mi sdraiai per un po’ pensando se fare il bagno o non farlo, mi venivano in mente molte molte ragioni per farlo ma anche alcune ragioni per non farlo (i bambini che facevano il bagno ariva, per esempio), e così alla fine il tempo era passato e tornai a casa, e il mattinoi dopo mi comprai una crema solare e scesi di nuovo in spiaggia …..

[tra parentesi pag 254 ] torna su

Written by azulines

12 febbraio 2010 at 3:43 pm

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La ribellione come metafora del conflitto di Manuela Bernardi

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La ribellione come metafora del conflitto: il caso di Ernst Jünger

di Manuela Bernardi

(fonte: Metabasis;    link del sito che ospita questo articolo )

Ernst Jünger nel 1951 – quindi pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale – scrive un’opera destinata a grande successo, soprattutto tra i giovani, intitolata: Der Waldgang, che in italiano sarà tradotto con il titolo, impreciso ma significativo, di Trattato del Ribelle (1).

Lo scritto si contestualizza in un’Europa drammaticamente divisa tra opposti estremismi ideologici e tragicamente distrutta da una tempesta bellica senza pari. In tale tempesta erano naufragate le speranze – di cui Jünger era stato, a qualche titolo, partecipe – di poter inaugurare, a partire dalla Germania, un modello nuovo di civiltà, in grado di contemperare le istanze della società di massa e le non meno imprescindibili esigenze individuali. L’ideologia del Volk e del “socialismo prussiano” che – come proposta di una terza via tr a capitalismo e socialismo – era stato il collante dei sogni generazionali dei giovani combattenti e di molti cittadini della repubblica weimariana si erano così infranti nel totalitarismo nazionalsocialista, mentre la cupa figura del Forestaro (il protagonista del racconto jüngeriano Sulle scogliere di marmo, che rimanda a Hitler o a qualche altro gerarca nazionalsocialista) sembra prendere il sopravvento sull’ideale del mondo e dell’uomo nuovo che si voleva prefigurare. La violenza, la crudeltà e l’insensatezza sembrano dominare in un mondo – quello nazionalsocialista – che voleva porsi come alternativo al vecchio ed invece si rivela come il regressivo ritorno ad un passato da lungo tempo dimenticato: un passato ancestrale che appare in tutto il suo retaggio di dolore e di sangue (2).

Il regime nazionalsocialista ben presto trasformerà la Germania in quello che Jüng er definirà un moderno “scannatoio”, facendo di quell’eserci! to del l avoro di cui si era augurato l’avvento un “cupo” esercito di schiavi. La rivolta contro il mondo borghese, auspicata da Jünger e dall’intellettualità della Rivoluzione Conservatrice, si era convertita nel trionfo di una piccola borghesia rancorosa, desiderosa di sfogare le proprie frustrazioni e le proprie insicurezze. All’originaria disponibilità di Junger verso il Nazionalsocialismo era subentrato, quindi, un profondo e radicale disgusto.

Egli, comunque, cercò di rispondere a quanto si svolgeva sotto i suoi occhi, e che rappresentava un vero e proprio tradimento dello spirito e degli ideali post bellici (della prima Guerra Mondiale), con il racconto Sulle scogliere di marmo. In questo scritto – pubblicato nel 1939 – Jünger, nel denunciare con chiarezza visionaria, la tirannide, metteva in luce come il suo esito sarebbe stato l’immane orrore delle camere di tortura: la negazione più profonda di quell’eroico valore che aveva contraddis tinto il combattente e che avrebbe dovuto contraddistinguere l’Operaio. “Tali sono i sotterranei” scrive riferendosi a ciò che il protagonista scorge nel bosco “su cui si adergono gli orgogliosi castelli della tirannide e attorno ai quali aleggiano i profumi delle orge: caverne esalatrici di miasmi della più orrenda specie, ove una marmaglia, dannata per tutta l’eternità, atrocemente si diletta di profanare la umana dignità e la libertà umana” (3).

A fronte di queste immagini spaventose, l’eroe della prima Guerra Mondiale chiama a raccolta tutti i cuori nobili in nome di una resistenza che avrebbe dovuto essere una resistenza interiore, una resistenza dello spirito. “Solo i più nobili fra noi” scrive “penetrano sino nelle sedi dell’orrore. Essi sanno che queste orrende immagini hanno vita solo nei nostri cuori, e così procedono come attraverso illusori miraggi oltre di esse, verso la porta trionfale. L’animo nobile viene meravi! gliosame nte esaltato nella sua realtà concreta pur dalle larve” (4).

Fedele a questo modello, Jünger manterrà un costante, aristocratico distacco nei confronti del regime che lo accompagnerà per tutto il tempo che, da richiamato, trascorrerà sia sul teatro bellico che a Parigi, come attestano i suoi Diari.

Nei Diari, esprime, con pacata durezza, le sue riflessioni che sono particolarmente rivolte al presente e agli uomini che vede coinvolti in un destino esclusivamente “zoologico”: “L’uomo va estraendo un nuovo ordine zoologico; il vero e proprio pericolo è di restarvi coinvolti” (5).

Quest’ordine zoologico non è altro che la cifra del male che si diffonde nella società e che bisogna contrastare con l’unica forza possibile: quella dello spirito, l’unica via percorribile in un avamposto che si apre sul nulla: “Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia” (6).

Quello che Jünger, infatti, teme è che ciò cui assiste non sia solo l’esempio di un potere crudele e onnipervasivo, ma l’avamposto dello standard di una società di massa pronta a signoreggiare sugli uomini, imponendo loro leggi inumane e crudeli. È il senso della meditazione sulla tremenda guerra che vive e alla quale dedica quella profonda riflessione che è lo scritto La pace del 1941.

In esso, dopo un’acuta disanima delle distruzioni, delle violenze e della morte prospetta un futuro che, se sarà caratterizzato da strutture globali ed imperiali avrà, comunque, davanti a sé l’incognita e l’ipoteca del nichilismo: “Così già oggi al mondo ideale del nichilismo appar tengono i sogni di sterminio di interi paesi e intere popola! zioni” < A href=”http://www.metabasis.it/recensioni/recensioneBernardi.htm#7″>(7).

A tale affermazione fa da ideale contraltare l’osservazione del Diario in cui – sono gli ultimi mesi di guerra – afferma: “Spaventoso è questo sprofondarsi in spazi sempre più privi di luce, questo allontanarsi meteorico dalla sfera della salvezza. Ininterrottamente da queste voragini deve scaturire distruzioni, sprigionarsi fuoco” (8).

Al divenire che si prospetta non ci può essere altro rimedio (o altra speranza) che quella di uomini che, singolarmente, si ritrovino gli uni accanto agli altri, accomunati da un unico sentire e pronti ad un combattimento che non è destinato a spegnersi con i bagliori della guerra. È il forte richiamo ad un archetipo eroico: “In questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri” (9).

2. IL DOMINIO DELLA TECNICA.

In tale contesto un ruolo particolare è rivestito dalla tecnologia che già nella prima Guerra Mondiale era stata la protagonista incontrastata. Infatti, indipendentemente dall’enorme numero d’uomini implicato nel conflitto, le sorti belliche si erano decise, esclusivamente, in funzione della tecnologia utilizzata. Passata in secondo piano la figura del combattente – che pure aveva avuto un grande rilievo – centrale era stato l’utilizzo d’armi di distruzione sempre più sofisticate e moderne. Esse, in un certo qual modo, hanno tentato di sostituirsi all’uomo, iniziando un processo destinato a continuare, seppur trasposto nella vita civile, nell’immediato dopoguerra. La seconda Guerra Mondiale porta, insomma, alle estreme conseguenze la Mobilitazione Totale, facendone il presupposto stesso della società che avrebbe dovuto sorgere dalle ceneri del Nazionalsocialismo e dagli orrori della guerra. La tecnica, nella sua marcia trionfale, inaugura una socie tà globalizzata ed impersonale in cui l’uomo – apparentemente libero – è dominato e schiacciato dalle stesse istituzioni che lo rappresentano: anch’esse neutrali ed impersonali come la tecnica. La neutralità e l’impersonalità diventano la caratteristica di un uomo sempre più ridotto ad essere un semplice e anonimo esecutore. “Coniata nella forma delle tecnica e del lavoro” così commenta Luisa Bonesio le posizioni jüngeriane “L’umanità diventa una serialità indifferenziata, intercambiabile, sempre più assimilabile a quella materia del mondo che viene manipolata e depredata senza limitazioni. È qui che si aprono le porte alla caduta di ogni residua remora d’ordine spirituale o etico di fronte a quella che si mostra come l’onnipotenza conseguita dall’agire tecnico: nell’indiscutibilità della tecnica e del modello scientifico che la rende possibile, la volontà di potenza dell’homo democraticus decreta la fine di ogni libertà e di ogni bellezza” (10).

Jünger dà voce a questa convinzione con il Trattato del Ribelle che segna un passaggio epocale. Segna la fine della speranza che, nella figura archetipico-eroica dell’Operaio, si potesse plasmare un nuovo dominio. Ma segna anche la convinzione che il lavoro – nella sua espressione tecnologica – mostri, ancora una volta (11), nella guerra da poco conclusasi, il suo aspetto terrificante. Le immani capacità tecnologiche mobilitate dal “lavoro bellico” hanno rivelato la loro priorità sull’uomo e nel contempo la loro autoreferenzialità che, anzi, trovano nella pace un terreno di coltura altrettanto fertile di quello bellico. È la dimostrazione che la tecnica è la vera potenza vincitrice della guerra: la potenza che ha domato ed asservito tutti i belligeranti, indipendentemente dagli schieramenti e dai fronti.

Quello che Jünger osserva nel secondo dopoguerra è, dunque, un mondo che – indipendentemente dalle divisioni politiche e ideologiche – si è trasformato in un immenso cantiere dove quel titanismo, da lui identificato nelle forze del lavoro, è diventato il cieco“servo della lampada” che, in nome della scienza e del progresso, spiana ogni differenza, ogni specificità culturale, religiosa e sociale omologando tutto in base a standard tecnici prefissati.

Dall’osservatorio privilegiato della Germania, Jünger può osservare come la tecnica vittoriosa s’impadronisca di ogni settore dell’esistenza, estendendo la sua pertinenza persino alla natura che viene stravolta nel suo intimo, nella sue stesse configurazioni territoriali. “Lo Stato mondiale” afferma Jünger, rispondendo ad una domanda di un intervistatore “è il punto verso il quale tende l’organizzazione politica dell’umanità: Esso sancirà sul piano politico la globalizzazione già avviata dalla tecnica e dall’economia planetaria. Anche senza elimin are gli Stati nazionali, lo Stato mondiale ne assorbirà il p! otere pr incipale” (12).

Sulla spinta di questa forza straordinaria, sempre più universalistica e globalizzante, prende forma una cultura che spezza definitivamente l’antico rapporto che legava l’uomo, la terra ed il cosmo (13), sostituendovi l’astrazione, il calcolo, lo schematismo geometrico. È quella cultura pericolosamente “debole” (14) che, in nome della ragione, tende a separare l’uomo dalla sua vita interiore, abbandonandolo a se stesso senza alcun punto di riferimento cui ricorrere. “Non ci sono più déi ” scriverà un decennio più tardi Carl Gustav Jung ” cui si possa ricorrere per invocare aiuto. Le grandi religioni del mondo soffrono di una crescente anemia: le soccorrevoli divinità hanno pe r sempre abbandonato i boschi, i fiumi, le montagne, gli animali e gli uomini-dei sono scomparsi nel profondo dell’inconscio. Poi inganniamo noi stessi tentando di persuaderci che colà essi conducono un’esistenza ignominiosa fra le reliquie del nostro passato. La nostra vita presente è dominata dalla dea Ragione che costituisce la nostra maggiore e più tragica illusione. Con l’aiuto della ragione – così tentiamo di rassicurarci – abbiamo “conquistato” la natura” (15).

L’asservimento della terra e della natura, considerata un semplice “oggetto d’uso”, coincide pienamente con l’asservimento dell’uomo, anche se questi tende a dimenticarlo. L’uomo a cui Jünger si riferisce è sicuramente rappresentato dall’uomo-massa – l’erede del borghese, il portato storico della modernità – che vive una pericolosa scissione nella sua personalità. Per un aspetto, infatti, l’uomo-massa vive la dimensione del conscio, ossia della razionalità, che trov! a la sua più alta espressione proprio nella tecnica e nella vita sociale. Per un altro aspetto, vive una vita inconscia – fatta d’emotività, passionalità, istinto, unione con la natura vivente – che, però, è decisamente rifiutata, rimossa e considerata regressiva: sicuramente comunque sepolta nel regno subliminale del profondo (16).

Ne consegue una frattura difficilmente sanabile nella civiltà e nell’uomo occidentale che ha rifiutato – considerandolo primitivo – l’approccio simbolico all’esistere, mentre invece, come nota Neumann, tale approccio “rappresenta un ponte fra la coscienza, che lotta per emanciparsi e sistematizzarsi, e l’inconscio collettivo con i suoi contenuti traspersonali” (17). Il che, se produce una separazione dall’istinto, causa parallelamente un eccessivo sviluppo del le capacità intellettive che, slegate dall’immediatezza naturale, si pensano come l’unica realtà possibile e, nel nome di questa supposta realtà, vogliono asservire il mondo intero. Ma l’asservimento dell’uomo-massa – che rifiuta una parte fondamentale di se stesso e la forza vivente della natura – produce un processo di disumanizzazione che non è più controllabile da nessuno. “Tanto più si è sviluppata la conoscenza scientifica ” sono ancora parole di Jung “tanto più il mondo si è disumanizzato. L’uomo si sente isolato nel cosmo poiché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua “identità inconscia” emotiva con i fenomeni naturali. Questi a loro volta hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche” (18).

Come si può dedurre ciò che si dispiega è quel regno della tecnica – portato estremo della razionalità – in cui Jünger pensava di poter trovare, invece, il nuovo collante di una nuova, ampia e profonda unità tra uomo! e natur a. In realtà, proprio la tecnologia, con il suo dominio scientifico e le sue enormi capacità, è alla base di quella latente infelicità che consegna l’uomo occidentale all’ansia, alla crisi e alla depressione. Nota Jünger: “Ovunque l’Occidente penetri con i suoi metodi e strumenti, affluiscono sì energie, ma scompare la felicità. Gli uomini diventano più potenti e più ricchi, ma non più felici” (19).

Il tema del terrore e dell’angoscia che affliggono l’umanità è particolarmente presente in Jünger che lo denuncia nel Trattato del Ribelle come uno dei flagelli del futuro, in quanto l’uomo stritolato dal meccanismo tecnico-scientifico si sente una sorta di formica dominata e schiacciata, incapace persino di interrogarsi su ciò che vive, assodato che il progresso tecnologico è, come nota Jolanda Jacobi: “ampiamente superiore alla capacità psichica di comprension e” (20).

L’uomo-massa, infatti, oltre ad essere completamente estraniato dalla natura e dal senso della sacralità che da essa proviene, immagina ciecamente di servirsi della tecnica per riaffermare un suo dominio su tutto quanto il vivente, anche a costo della distruzione totale. “L’idea che la fine del mondo sia nelle mani dell’uomo e dipenda dalle sue decisioni è qualcosa di nuovo” (21). È ciò che Jünger considera il moderno titanismo che assedia da vicino l’essere umano con la sua capacità di fornire una spiegazione logica e completa del mondo che razionalizza ogni dimensione della vita e rende l’uomo sempre più dipendente dalle innovazioni della tecnologia.

3. IL SIMBOLO DEL TITANIC E IL NICHILISMO.

L’immagine simbolica – evocata da Junger nel Trattato del Ribelle – che esprime questo stato di cose è quella del transatlantico Titanic, gioiello della tecnica e del progresso, che trascina nella sua corsa verso il nulla i passeggeri ignari del loro destino sino a quando non sono, drammaticamente, costretti a prendere atto della realtà che incombe e della loro prossima morte. Il Titanic – ed è curiosa l’assonanza linguistica tra Titanic e titanismo – possiede una valenza simbolica di straordinaria rilevanza e come tale è stato considerato nell’inconscio collettivo della sua epoca. Esso rappresenta una delle massime conquiste della tecnica: una conquista, però, psicologicamente conturbante che riduce innavertitamente le capacità reattive individuali. Ma come il Leviatano – mostro marino che può offrire una simbolica parentela con il Titanic (22) – improvvisamente può rivelarsi per ciò che è: una moltiplica del caos nichilistico. L’immagine del transatlantico, infatti, mostra come l’uomo, le cui facoltà critiche sono ormai stravolte, non si renda conto che la parte più pericolosa dell’iceberg è proprio quella che egli non vede e che rappresenta le forze elementari soffocate dalla ragione. Sono quelle forze presenti ed operanti nel profondo che l’uomo, dopo essersi consegnato mani e piedi alla signoria della tecnica, oramai non è più in grado di controllare. “Le catastrofi” scrive Jünger “provano fino a quale profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario. È importante che almeno un fascio di radici attinga ancora direttamente a quel terreno – poiché è da questo che dipendono la salute e le prospettive di sopravvivenza anche oltre la civiltà e le sue rassicurazioni” (23). Se l’uom o non riesce ad avere il contatto con questa fonte primigeni! a è ovvi o che, al pari del Titanic, corre il rischio di incontrare gli ostacoli “titanici” e letali. Oppure, per riprendere una più antica metafora, si perde in quel deserto sempre crescente (24), in costante espansione, che è il nichilismo.

Come la metafora della nave, quella del deserto esprime l’incontro e lo scontro con un paesaggio estraneo che può rivelarsi pieno d’insidie e pericoli come il nichilismo, ma che può essere anche il luogo da cui iniziare un cammino di salvezza. Se l’acqua, simbolo del materno, (25) è il regno della rinascita lo è altrettanto il deserto che è l’immagine speculare e ctonia del mare. Il deserto è il luogo dove si può incontrare il demonio, ma anche Dio, come ben sanno i padri della Chiesa. Così Jünger ritiene che – a partire dal “deserto” nichilista – si possa lottare sia contro il nichilismo sia contro il regno della tecnica.. Una lotta condotta con l’ethos dell’antico cavaliere che affronta la sorte in nome del suo destino, espresso dal suo profondo e nativo rapporto con la libertà. In questa lotta egli è il ribelle che si contrappone all’automatismo e al fatalismo, che ne è la conseguenza etica. Il ribelle è, quindi, un archetipo eroico che, dalle profondità dell’inconscio, si attiva in momenti di particolare difficoltà. Il “passaggio al bosco” – metafora della ribellione- necessita, infatti, di qualcosa di diverso dalla legge del Padre che rischia di bloccarlo in un atteggiamento eroico, ma statico-conservativo. Ha bisogno di qualcosa che lo spinga “più in profondità, presso le Madri, al cui contatto si sprigiona l’energia primigenia che le semplici forze del tempo non sono in grado di arginare” (26). La prepotente forza uranica del maschile, d el Padre, deve morire nella discesa nel grembo della t! erra&nbs p; per risalire rigenerata dal contatto con la dimensione primigenia del femminile. Allora soltanto la forza maschile del Padre, congiunta alla forza ctonia della Madre, sarà in grado di dare al Ribelle la forza della complexio oppositorum: la forza che congiunge gli opposti e che è l’unica capace di vincere il nichilismo.

4. IL PASSAGGIO E LA RIBELLIONE.

Passare al bosco equivale a rompere, radicalmente, col presente e comporta la scelta di un nuovo modo di essere e di sapere in opposizione al nichilismo. “Anche solo in vista dell’autoconservazione, l’uomo libero è obbligato a riflettere sul comportamento da tenere in un mondo in cui il nichilismo non solo è dominante ma, quel che è peggio, è diventato la condizione normale” (27). Per altro, al nichilismo è insensato contrapporre le libertà ed i diritti formali, tipici del liberalismo borghese e della società di massa. La libertà esige, infatti, un concreto radicamento in territori che Jünger definisce “vergini” (28). ossia non sottoposti all’azione omologatrice del sistema. Sono quelli in cui l’uomo mette alla prova se stesso nella convinzione di poter lottare in vista di una vi ttoria: “Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone” (29).

In questa natura misteriosa e salvifica si delinea la linea dell’oltrepassamento, la linea della resistenza e dell’attacco. Si delinea soprattutto un avvenimento epocale: passando al bosco, infatti, l’uomo muore simbolicamente e nel contatto con la fonte primordiale dell’essere rinasce a una nuova vita, come il neofita che ritrova se stesso nella sua sostanza indivisibile e indistruttibile. In questo senso è importante sottolineare che il bosco si trova ovunque, sulla nave, nel deserto, come “nei sobborghi di una metropoli” (30).

Questo fa del bosco il rifugio interiore da cui prendere l’avvio per l a riscoperta di sé e per poter rispondere al nichilismo.

! Ma il bo sco è anche il simbolo dell’inconscio collettivo e di quelle energie elementari e trascendenti che il pensiero borghese e tecnologico hanno sempre negato. Coincide con l’accettazione di quella dimensione elementare che il borghese prima, e l’uomo-massa poi, temono perché incontrollabile dai meccanismi conscio-razionali. L’uomo-massa (che del borghese è l’erede diretto) teme, poi, più di ogni altra cosa tutto quanto sa di rischio e di pericolo. Nella forma avventurosa della vita scorge una minaccia alla sua apparente sicurezza, che gli viene dal sentirsi inglobato nella massa. Di tutt’altro avviso è Jünger secondo cui il rischio, la minaccia, il dolore, gli aspetti inquietanti della realtà, la violenza, la lotta, la morte rimandano alla natura stessa di cui sono lo strato primordiale

5. LA MORTE E LA FORZA DEL RIBELLE.

Con il passaggio al bosco, Jünger prende le distanze dall’ uomo-massa, sottomesso e gregario e egli contrappone l’uomo che, scegliendo la via della ribellione entra in contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo e per il cui tramite può ottenere la “consapevolezza del proprio divino potere” (31) e, con esso, la forma più elevata di libertà.

La libertà che il ribelle incontra nel bosco è, dunque, il problema centrale dell’umanità: quello che da sempre è presente nella tradizione mitica (32).

Nella mitologia, costante è, infatti, lo scontro titanico a cui l’uomo è chiamato ed il passaggio al bosco si situa all’interno di questa dialettica che Jünger considera eterna. Eterno è, pertanto, il conflitto tra i Titani e l’uomo, che deve eternamente vincerli pe r sopravvivere come uomo. Nel passaggio al bosco emerge, così, dalle profondità abissali dell’uomo la dimensione intemporale del mito, storia senza tempo che si ripete instancabilmente perché portatrice di valori universali. E seguire la via del bosco significa uscire dal tempo storico per entrare in quello mitico. “Proprio attraverso questo “regressus aduterum” egli si scopre Ur-Mensch, uomo originario, uomo primitivo e primordiale, pre-istorico, ma anche al tempo stesso, post-storico, essendosi spinto oltre il muro del tempo” (33).

La vera storia, in fondo, non è altro che mito e l’uomo, operando quel “salto ontologico” che è il passaggio al bosco afferma in tal modo se stesso e la propria libertà individuale. Non solo, ma può entrare in contatto con lo strato originario ed immobile del divenire storico. Partecipa quindi “alla resistenza contro il temp o, e non soltanto contro questo tempo, bensì contro ogni tem! po, il c ui potere fondamentale è la paura” (34).

Nel passaggio al bosco, vincendo la paura, l’uomo storico e contingente diventa “l’uomo intemporale che […] non è stato creato dal divenire storico né dall’evoluzione, poiché questi ne sono parti e spiegazioni, “illustrazioni” (35). Se il bosco appare – da sempre – come un recesso segreto e misterioso (36) e in grado di proteggere è pure qualcosa di “clandestino” e inquietante. Perciò, se il superamento del dubbio e del dolore – “i due grandi strumenti della riduzione nichilistica” (37) – sono due tappe fondamentali, nel passaggio al bosco l’uomo si confronta con se stesso per vincere la paura. Si tratta, in sostanza, della paura della morte, in quanto è la morte ciò che l’uomo teme prima di tutto ed ogni altro terrore deriva dalla paura dell’annientamento finale. E, infatti, la rimozione della morte – rimozione che connota l’Occidente – unita alla sua secolarizzazione, mostra come ciò che era carattere della vita (l’eterno mutamento) si è trasformato in un pericolo inquietante e inesprimibile. Ma proprio per questo ne è aumentato a dismisura il potere e la pervasività: i numerosi stermini e gli altrettanti numerosi massacri conosciuti dalla modernità (e che non hanno precedenti nella storia dell’uomo) ne sono una evidente testimonianza. Come scrive Claudio Risé: “la tarda modernità è un’epoca di necrofili terrorizzati dalla morte” (38).

A ciò si deve aggiungere il fatto che, nella civiltà tecnologica avanzata, la morte, da un lato, vi ene come un “incidente” e dall’altro diventa banale non esse! ndo più legata a scelte individuali, di gruppo o all’eterno divenire dell’essere. Questa “banalità nel morire” amplifica, naturalmente, l’angoscia del passaggio ontologico rappresentato dalla morte, segnando la lontananza con ciò che avveniva nel passato, come ampiamente testimoniano i miti (39).

Passare al bosco equivale, allora, ad andare verso la morte e, soprattutto, ad attraversarla rafforzando in tal modo la propria sostanza umana e rendendola in grado di combattere efficacemente le sottili seduzioni della tirannia del nulla che si serve della paura della morte per mantenere il proprio dominio. Nell’uomo trasformatosi in ribelle e che ha acquisito una nuova e più alta consapevolezza di sé “alberga una vita eterna […] che nessun potere temporale potrà mai strappargli” (40).

Questo sapere profondo è la chiave della libertà dell’uomo. Passando al bosco e recuperando così un corretto rapporto con la morte, l’uomo si avvicina al fondamento dell’essere, domando il tempo e il nulla.: “Il nulla vuole accertarsi che l’uomo sia in grado di reggere la prova, vuol sondare se in lui vivono elementi che il tempo non potrà distruggere. In questo senso nulla e tempo sono identici” (41). Il ribelle è in grado di farlo in quanto, riscoprendo il significato autentico e sacrale della morte, ha ritrovato in se stesso la propria essenza divina. Il passaggio al bosco non è, quindi, una via individualistica dall’esito narcisistico, ma un itinerario per giungere al Sé: al suo “nucleo inviolabile” (42), di natura trans personale e trans temporale da cui prende inizio la storia dell’uomo. In queste re gioni, dove parla la voce segreta dell’essere, “la morte non! fa più paura e può essere inserita con un senso nella totalità della vita” (43). L’uomo ridiventa, pertanto, ciò che da sempre è, recuperando la libertà che gli è propria e che è “quella antica, assoluta, che riappare nella veste del tempo” (44).

Si può, allora, concludere che il passaggio al bosco non si risolve nel ritiro in una sterile, astratta, snobistica interiorità individualistica ed estetizzante, avulsa dal mondo. La scelta della ribellione, infatti, conduce l’uomo moderno a risvegliare le immagini eterne che porta dentro di sé. Immagini archetipiche che, come insegna Jung, sono patrimonio comune dell’umanità, anche se cogliere il loro significato è una questione di scelta personale.

Note

1. Letteralmente il termine Der Waldgang significa “passaggio al bosco”. Il che nulla sembra avere a che fare con la versione italiana che lo traduce con “il ribelle”. Allo stesso modo, Waldgänger (ossia colui che passa al bosco) non è assolutamente da considerarsi come sinonimo di ribelle. Tuttavia, in Islanda – nei tempi antichi – colui che si dava alla macchia era solitamente ritenuto una persona che, a vario titolo, rifiutava le leggi e la società o aveva a che fare con la giustizia.

2. Sul ritorno di un passato ancestrale, che in realtà configura una sorta di possessione da parte dell’inconscio collettivo che avrebbe afferrato il popolo tedesco, cfr. C. G. Jung, Wotan, in Opere, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1998, vol. 10, tomo primo, pp. 277-291.

3. E. Jünger, Sulle scogliere di marmo, trad. it., Guanda, Parma, 2002, p. 68.

4. Op. cit., pp. 68-69. È indubbio che queste parole facciano appello ad una resistenza interiore, ad una forza d’animo che, sola, può piegare l’orrore. È il richiamo alla forza dello spirito contro il tentativo di rispondere con l’orrore all’orrore. Tale atteggiamento fu considerato da molti tipico di un intellettuale romantico, rinunciatario e – ancora una volta – dandy. Claudio Magris lo definisce, con rara insensibilità, uno scrittore di “parabole antinaziste così cifrate e così generiche, nella rappresentazione del vago Leviatano totalitario, da essere nobilmente sfuocato e inoffensivo”(C. Magris, Lo stile e la giustizia in Ernst Jünger un convegno internazionale, a cura di P. Chiarini, Shakspeare & Company, Napoli, 1987, p. 27) .

5. E. Jünger, Diario 1941-1945 (Parigi, 18 ottobre 1941), trad. it., Longanesi, Milano, 1983, p. 44.

6. E. Jünger, Diari 1941-1945, (9 luglio 1942), op. cit., p. 104.

7. E. Jünger, La pace, trad. it. , Guanda, Parma, 1983, p. 67.

8. E. Jünger, Diari 1941-1945, (1 gennaio 1945), op. cit., p. 489. Lo spunto di questa riflessione fu uno degli ultimi discorsi di Kniébolo, di Hitler.

9. E. Jünger, La pace, op. cit., p. 68 .

10. L. Bonesio, L’uniforme nel mondo. Tecnica, Natura e Singolo in Ernst Jünger in “Diorama”, 1999, n. 222- 223, pp. 61-62.

11. Si era già verificato, seppur in misura molto minore, nel primo conflitto bellico.

12. «Così la Nazione e la Guerra sono legate come l’Amore e la Morte» (D. de Rougemont, L’amore e l’Occidente, trad. it., BUR, Milano, 1977, p. 319). A. Gnoli – F. Volpi, I prossimi Titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, Milano, pp. 66-67. Sul tema della globalizzazione, cfr. anche H. Schwilk, Globalizzazione: lo Stato Mondiale in Ernst Jünger in Ernst Jünger e ilpensiero del nichilismo, a cura di L. Bonesio, Herrenhaus, Seregno, 2002, pp. 319-329.

13. Cfr. L. Bonesio, Geofilosofia , Mimesis, Milano, 1997, p. 14.

14. Il riferimento è – in senso negativo – al pensiero debole (cfr. in proposito C. Bonvecchio, La forza del pensiero in La maschera e l’uomo, Franco Angeli, Milano, 2001 pp. 127-139).

15. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, trad. it. , Longanesi, Milano, 1980, p.83.

16. Tutti questi aspetti trovano conferma nelle indagini e nelle analisi della psicologia del profondo e particolarmente nelle riflessioni junghiane. Cfr. in proposito, per un inquadramento generale della metodologia junghiana di ricerca, J. Jacobi, La psicologia di Carl Gustav Jung, trad. it. , Boringieri,Torino, 1973.

17. E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, trad. it., Ubaldini, Roma, p. 319.

18. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli , op. cit. , p. 77.

19. E. Jünger, Al muro del tempo, trad. it. , Volpe, Milano, 2000, p. 55.

20. J. Jacobi, La psicologia di Carl Gustav Jung, op. cit., p. 181.

21. E. Jünger, Al muro del tempo, op. cit., p. 155.

22. L’associazione tra il Titanic ed il Leviatano è di Jünger (Trattato del Ribelle, op. cit., p. 45). Vale la pena ricordare che il Leviatano è un mostro biblico marino che viene definito da Hobbes – che ne fa l’icona della Stato – come un “gigantesco meccanismo” (cfr. C. Schmitt, Scritti su ThomasHobbes, trad. it., Giuffré, Milano, 1986, p. 83).

23. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., pp. 40-41.

24. “Il deserto cresce: è questo lo spettacolo offerto dalla civiltà e dai suoi rapporti svuotati di senso” (op. cit., p. 82).

25. Sul valore simbolico dell’acqua, cfr. Acqua in J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, trad. it. , BUR, Milano, 1989, vol. I, pp. 4-10.

26. E. Junger, Trattato del ribelle, op. cit., p. 55.

27. E. Jünger, Oltre la linea, in E. Jünger-M. Heidegger, Oltre la linea, trad. it., Adelphi, Milano, 1995, p. 83.

28. Op, cit., p. 78.

29. Op. cit., p. 96.Commenta Caterina Resta: “colui che prende la via del bosco non solo non sceglie una via di fuga, ma neppure ha l’ingenuità di considerare la propria strategia come la richiesta di una assoluta, anarchica liberazione da ogni vincolo” (L. Bonesio –C. Resta, Passaggi al bosco, Mimesis, Milano, 2000, p. 36).

30. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 82.

31. Op. cit., p. 54.

32. Sull’importanza del mito nella personalità umana, nella sua formazione e nel suo sviluppo, cfr. C. G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, in Opere, vol. 9, tomo primo, Torino, 1988, p. 5 ss. e anche Campbell che scrive “i miti sono le tracce che ci guidano verso verso le potenzialità spirituali della vita umana” (J. Campbell, Il potere del mito, trad. it., TEA, Milano, 2000, p. 26).

33. L. Bonesio – C. Resta, Passaggi al bosco, op. cit., p. 41.

34. Op. cit., p. 79.

35. E. Jünger, Il nodo di Gordio, in E. Junger- C. Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su oriente e occidente nella storia del mondo, trad. it. , Il Mulino, Bologna, 1987, p. 41.

36. “In tedesco le parole Heim (casa), Heimat (patria), e heimlich (segreto), hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge” (A. Gnoli-A. Volpi, I prossimi titani, op. cit. , p. 107.

37. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 83.

38. C, Risé, Movimenti nell’Ombra, in C. Bonvecchio-C. Risè, L’ombra del potere, RED, Como, 1998, p.111.

39. Lo esemplifica Jünger rifacendosi al mito cantato da Orazio, in cui Filemone e Bauci desiderano, diventati vecchi e, una volta morti insieme, poter essere trasformati l’uno in una quercia, l’altro in un tiglio.

40. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 129.

41. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 84.

42. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 114. È interessante notare le convergenze tra l’assunto jüngeriano e quello junghiano in cui pervenire al Sé, ossia alla totalità (cfr in proposito C. G. Jung, Aion in Opere, vol. 9, tomo secondo, trad. it., Torino, 1991), significa compiere il percorso tipico del “processo di individuazione”. In esso l’uomo, lontano da “ogni individualismo estremo” – che Jung considera patologico e contrario alla vita – si confronta con la sua Ombra, ossia quella parte della sua psiche che non conosce. La meta del processo e del superamento-integrazione dell’Ombra è appunto il Sé, l’immagine archetipica che unisce la coscienza all’inconscio e che rappresenta la totalità dell’individuo. Il Sé junghiano come il Ribelle di Jünger è una istanza supra personale che tuttavia rende l’uomo in grado di vivere pienamente la propria personalità.

43. J. Jacobi, La psicologia di C. G. Jung, op. cit., p. 182.

44. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 120.

[29/08/2006]

Manuela Bernardi

(fonte: Metabasis;    link del sito che ospita questo articolo )

Written by azulines

12 gennaio 2010 at 6:19 pm

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Eduardo Lago – sete del male iv/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iv/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

IL TRIONFO DELLA MORTE

2666 è il culmine della ferma traiettoria di Bolaño. Con questo romanzo, i senso della sua opera si proietta a un livello più elevato. 2666 e’ la sua migliore riuscita e si esprime in modo speciale sul piano del linguaggio. Non dimentichiamo che Bolaño era poeta. Questo tratto lo porta qui a forgiare un linguaggio felice, spensierato, allucinato, capace di stabilire le più insolite corrispondenze. La critica e’ stata praticamente unanime nel valorizzare 2666. Siamo di fronte a un romanzo eccezionale. Il suo carattere inconcluso lascia alcune cose irrisolte, però nello stesso tempo aggiunge mistero e profondità all’opera. Ci sono delle falle, naturalmente. E’ giustificata l’estensione? Funzionano tutte, le sue ramificazioni? Ci sono passaggi gratuiti, pagine di troppo, parti ancora non ripulite? 2666 è una creatura mostruosa? Ci sono momenti in cui il romanzo decade, pero al momento di fare un bilancio, le falle che ci sono poco importano. Di Bolaño si puo dire ciò che disse Cortázar di Lezama Lima, quando Paradiso
era un capolavoro sconosciuto: che non importava se non faceva caso a cio’ che si suppone siano i precetti elementari di scrittura. Alla fine tutto funziona. O ciò che disse lo stesso Bolaño di Philip K. Dick: “E’ buono anche quando è pessimo”. Con 2666 è più conveniente lasciare in sospeso le idee che si possono avere riguardo a ciò che è la letteratura, e semplicemente lasciarsi trasportare. La lettura di 2666 è un’esperienza totale, una festa continua che ci riserva sorprese quasi a ogni passo. Non importa che quest’opera abbia 1.119 pagine. Non pesano. Quando ce ne vogliamo rendere conto, ne abbiamo lette seicento ed è come se ne avessimo letto sessanta. 2666 restituisce al lettore l’allegria elementare, la passione della lettura. In Monsieur Pain, la trama (che lo stesso Bolaño definì indecifrabile) gira attorno a un moribondo, niente di meno che César Vallejo. In Notturno cileno, l’imminenza della morte del protagonista è una percezione illusoria. Ne I detective selvaggi assistiamo ad una evocazione spaventosa dei giorni finali di Reinaldo Arenas (che non viene nominato). Ammalato di AIDS, a New York, lo scrittore cubano detta a un amico il testo lacerato di Antes que anochezca. Riesce a terminarlo dopo di che si suicida. Letta retrospettivamente, sembra che Bolaño descriva anzitempo la cronaca della sua stessa corsa contro la morte, mentre è dedito alla scrittura di 2666. “Non ho molto tempo, sto morendo”, dice uno degli scrittori apocrifi verso il finale del romanzo; ed il lettore sente che un sudore freddo gli corre sulla schiena. Di fronte a un paesaggio dominato dalla morte, comprendiamo col fiato in gola che ora sì, e in diretta, stiamo assistendo alla corsa sfrenata dell’autore contro il tempo. Come una delle ombre che aleggiano sulle pagine del romanzo (Musil, anch’egli impossibilitato a concludere la sua opera maestra), Bolaño non fece a tempo, però c’e’ molta grandezza nella sua sconfitta.

Una delle ragioni per cui, a questo livello, poco importano i difetti, è che, l’intelligenza, l’umanità, la travolgente simpatia che trasmette la personalità di Bolaño, ormai ci ha sedotto ed è semplicemente impossibile non stare dalla sua parte. Uno ha l’impressione che la morte in persona, confusa tra i lettori, lo conforti. Dopo la lettura restiamo con un sentimento di profonda nostalgia per un “universo” perduto, difficilmente descrivibile, e per aver fatto una lunga camminata nella solitudine e nel caos. Sotto la superfice di queste pagine pulsa una profonda umanità, una visione compassionevole dell’esistenza. Una nota ancora sulla lingua. Anche se la sua opera rientra in pieno nella tradizione letteraria dell’America Latina, il linguaggio di Bolaño trascende le identità regionali, mostrando un registro di segno chiaramente transatlantico, panispanico. Dotato di un udito eccezionale, che capta e registra con grazia irripetibile le più insignificanti sfumature della lingua colloquiale, Bolaño coltiva una prosa polimorfa e perversa, capace di mimettizarsi in spagnola, cilena, messicana, uruguaiana o argentina e, se capita, in tutte nello stesso tempo. Non si sa bene come quest’uomo sia potuto andare tanto lontano. Ha aperto un cammino perché passino tutti gli altri. Questo è ciò che i giovani scrittori specie dell’America Latina, hanno visto in lui. Questa è la sua grandezza e la sua autenticità. Roberto Bolaño è il meglio che sia successo alla prosa in lingua casigliana da decenni. La forza travolgente del suo stile ha qualcosa di mostruoso, nel senso che al termine davano i classici del secolo d’oro. Bolaño segna una pietra miliare nella storia della letteratura ispanica. Con lui il romanzo in lingua spagnola entra in un nuovo paradigma.

traduzione di Carmelo P. ©

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10 gennaio 2010 at 3:28 pm

Eduardo Lago – sete del male ii/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male –ii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

I   FUOCHI   DELL’ELLISSE

Scrivere è avvicinarsi all’abisso. Per Bolaño “l’alta letteratura, quella che scrivono i veri poeti, è quella che osa addentrarsi nell’oscurità con gli occhi aperti, succeda quello che deve succedere” Scrivere: addentrarsi nell’inferno; la letteratura è “un lavoro pericoloso” Pericoloso perche’ decifrare l’enigma dell’esistenza implica scontrarsi in termini assoluti con il Male e la Morte. Scrivere: esercizio di intelligenza; equilibrio instabile che si regge su una spaventosa lucidità. Ingredienti? “humor e curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza” Ritratto robot dello scrittore:

A) curiosità: qualcuno con una “disposizione intellettuale che in ogni svolta del destino vede un problema di scacchi o una trama poliziesca da spiegare” .

B): Humor. Qui una pioggia di sinonimi:
“amore per il riso e lo scherzo e la battuta e lo scherno la burla e il ludibrio la canzonatura e la facezia e la beffa e lo sfottò e la parolaccia e la caricatura, l’ingegnosità e la burla e la derisione, il dileggio”. alcune delle guide che mostrarono il cammino: Jonathan Swift: “Mi ha restituito l’allegria come solo possono farlo i capolavori delle letteratura che sono nello stesso tempo capolavori dell’Humor nero”

Franz kafka: ” La sua letteratura e’ la più chiarificatrice e terribile (e anche la più umile) del XX secolo”, Poe: “La verità è che con Edgar Allan Poe siamo tutti d’avanzo. Pensate e riflettete. Ancora siete in tempo. Se possibile in in ginocchio”, Borges, Marcel Schwob, Chejov, Alfonso Reyes. Melville “nostra guida nelle gole impervie” cartografo sublime dei “territori del male, lì dove l’uomo si dibatte con se stesso e finisce generalmente sconfitto” dall’altra parte della gola, Huckleberry Finn: ” Twain era sempre preparato a morire. Solo così si comprende il suo Humor”

Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont (seguito dai surrealisti). James Joyce (che appare portando per mano a Jim Morrison nel titolo di uno dei suoi primi libri). Lezama Lima ( che insieme a Joyce ha dato il suo nome a Ulises Lima). Sor Juana ed Ercilia nell’alba transatlantica della lingua comune. Dashiell Hammett, seduto allo stesso tavolo con con Chester Himes, Graham Greene ed altri quattro sospettosi. Malcolm Lowry, oscuro e geniale, leggendo ubriaco gli aforismi di Lichtenberg.

Leopoldo María Panero che appende nello stenditoio del manicomio di Mondragón il testamento geometrico di rafael dieste. Nicanor Parra e Alejandra Pizarnik. César Vallejo, indigente y moribondo, ipnotizado da Monsieur Pain, un discepolo di Mesmer, che cerca di starppare il poeta dall’abbraccio della morte. Lezione dei grandi da non dimenticare mai: Letteratura = onestà radicale. In vita, Bolaño denunciò l’impostura dei nomi consacrati, denunciò le falsità della fama, la mendacità del mercato, le insidie del potere (“Al potere non interessa la letteratura, al potere interessa solo interessa il potere link interno), la truffa dei premi, gli espedienti del marketing. E’ uno scrittore autentico solo chi si imemrge nell’abisso, dove non ci sono possibilità di vendere. “Vendere è vendersi”, fece dire Max Aub a Jusep Torres Campalans. Ribadisce Bolaño: “La rottura non vende. Una letteratura que si sommerge con gli occhi aperti non vende”. Inoltre: “La letteratura non ha niente a che vedere con i premi bensì con una strana pioggia di sangue, sudore, sperma e lacrime”. E’ cosi’, scrivere è “qualcosa di razionale e visionario, un esercizio di intelligenza, di avventura e di tolleranza. se la letteratura non e’ questo piacere, che demonio è?”. Scrivere: addentrarsi nell osconsociuto; Bolaño è parte di un contingente di narratori della Spagna e America Latina che son ocoscienti di essere sbarcati ” in un territorio da esplorare dove si trovano le ossa di Cervantes e Valle-Inclán”.


PUNTI DI FUGA


L’opera narrativa di Roberto Bolaño costituisce un’unità dai limiti nitidamente demarcati. A suo agio nei romanzi brevi e i quelli lunghi, il cileno scrisse una decina di libri tra raccolte di racconti e romanzi corti, così come un paio di opere narrative di grande estensione. In realtà non c’e’ una gran differenza tra le une e le altre. Le opere maggiori si possono considerare aggregati di di unità di minore. Sono molte le linee di forza che danno coesione al territorio generale della finzione. Bolaño ha progressivamente delegato funzioni ad Arturo Belano, il suo doppio immaginario, specchio refrattario delle sue ossessioni. Con frequenza, l’autore si appoggia a lui per aprire vie di comunicazione tra i distinti segmenti di un universo narrativo qual è la sua opera. Stella distante completa un tema appena schizzato ne La letteratura nazista in America. Pubblicate entrambi nel 1996, il primo narra la sinistra peripezia di un pilota militare pinochettista, la cui storia e’ stata raccontata a Bolaño dal suo alter ego immaginario. Tre anni dopo, in Amuleto, troviamo Belano in compagnia di Auxilio Lacouture, poetessa uruguayana emigrata in México. Belano e Lacouture vengono da I detective selvaggi, e Amuleto avrebbe potuto essere integrato in quel romanzo. Le ramificazioni che uniscono i distinti testi di Bolaño si aprono indistintamente al passato e al futuro. “foto” uno dei racconti di Puttane assassine (2001), e’ un ramo che tagliò successivamente a I detective selvaggi. Al contrario “Prefigurazione di Lalo Cura, racconto incluso nella stessa raccolta, apre lo spazio narrativo a uno dei personaggi di 2666
. Sono molti i motivi dispersi nella opera di Bolaño che prefigurano temi trattati con maggiore profondità nel romanzo postumo. Così, in Stella distante, il protagonista organizza un’esposizione di foto dove possono vedersi in dettaglio i volti di donne torturate o assassinate durante il regime di Pinochet. Il tema dell’assassinio di donne innocenti è l’asse intorno al quale si articolano i cinque segmenti di 2666. anche se il suo nome non si menziona in nessun momento, Arturo Belano, secondo quanto ha chiarito lo stesso autore, e’ il narratore del romanzo.

Nella raccolta di articoli intitolata Entre paréntesis (eccellentemente editata da Ignacio Echevarría, esecutore del testamento letterario dell’autore, su cui e’ caduta la responsabilità di definire il testo di 2666), Bolaño si attarda in una intrigante affermazione di William Burroughs, secondo la quale il linguaggio è un virus arrivato dallo spazio esterno. Il commento appare in un passaggio dedicato a Philip K. Dick, autore di racconti di fantascienza, verso il quale Bolaño prova una viva ammirazione e che taccia da paranoico e schizofrenico, “una specie di kafka passato per l’acido lisergico e la rabbia”. Sono varie le cose che del nordamericano gli interessano, tra cui l’idea che la realtà (e pertanto la storia) sono alterabili. Dick, puntualizza, è stato “se non il primo, il migliore a parlare sulla percezione della velocità, l’entropia, l’universo”, Si occupò anche con lucidità “dei paradossi dello spazio e del tempo” Ci sono zone nei testi di Bolaño dove la realtà si apre ad altre dimensioni che rimandano a lettori e personaggi e spazi intermedi, fisici o mentali. Basta l’inizio della terza parte de I detective selvaggi, l’aspirante poeta che dava lezioni di retorica a bordo dell’Impala (auto), annota nel suo diario: “Quel che scrivo oggi in realtà lo scrivo domani, che per me sarà oggi e ieri, e anche in qualche modo domani:un giorno invisibile” [p.741]. Queste dislocazioni segnano una svolta al tema della ricerca dello scrittore, correlando l’investigazione sull’essenza del male con il mistero della creazione letteraria con l’idea della morte. In Stella distante si cerca un critico e poeta che è anche pilota e torturatore. In questo romanzo c’e’ un’immagine indelebile: l’aviatore scrive poesie in un cielo immacolato con la scia che sprigiona il suo reattore. Ne I detective selvaggi, l’oggetto della ricerca è la poetessa Cesárea Tinajero, sparita sulla scia della rivoluzione messicana. Mentre sono sulle sue tracce Belano e lima vengono condotti nell’abitazione dove molti anni prima era vissuta la scrittrice. Aprendo la porta vedono “come se la realtà, ll’interno di quella stanza sperduta, fosse distorta, o peggio ancora, come se qualcuno, Cesarea, chi se no? Avesse deformato impercettibilmente la realtà con il lento passare dei giorni” [p.791].

Nell’ultimo testo di Bolaño, l’autore assente è un ex soldato reclutato a forza nell’esercito di Hitler. Il processo di alterazione della realtà che si trama intorno alla sua ricerca, si cristallizza in immagini di complessità crescente: “Da quel momento in poi la realtà, per Pelletier ed Espinoza, sembrò lacerarsi come una scenografia di carta, mostrando quanto c’era dietro:un paesaggio fumante, come se qualcuno, forse un angelo, stesse facendo centinaia di barbecue per una miriade di esseri invisibili.”[p.176 v.1]. Alcuni elementi appena percettibili nel testo de I detective selvaggi, acquistano un senso pieno nel testo del pianeta analogo, 2666. Durante la scrittura del primo dei due romanzi, Bolaño intravide , in un angolo della sua immaginazione l’embrione di un autore nei cui scritti e’ possibile che si codifichi l’enigma del male, anche se allora non sospettava l’importanza che avrebbe avuto piu’ avanti. Nello stato larvale, non si tratta di un autore tedesco, ma francese, e non si chiama Benno von Arcimboldi, ma JM.G. Arcimboldi, anche se aveva gia’ pubblicato un romanzo con lo stesso titolo di quello che scriverà il suo futuro avatar: La rosa illimitata. Un pugno di dati isolati permette di lanciare, una tenue luce sul numero enigmatico che da il titolo al romanzo postumo di Bolaño. Belano e Lima scoprono che prima di perdersi nel deserto, Cesárea Tinajero era solita parlare con insistenza di certi fatti che sarebbero accaduti “verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..”. Nel successivo romanzo, in Amuleto, Belano e la protagonista scorgono una via che “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero nato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”. Non è privo di significato che sia proprio Auxilio Lacouture chi sente ne I detective selvaggi “como si el tiempo se fracturara y corriera en varias direcciones a la vez, un tiempo puro, ni verbal ni compuesto de gestos o acciones”.

In bolaño la letteratura è un viaggio incessante verso la morte ma non scorre in linea retta

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10 gennaio 2010 at 3:25 pm

Eduardo Lago – sete del male i/iv

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2 6 6 6    –    la critica  su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – i/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |
“Per un po’ la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio puà essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono uno per uno e l’Opera va avanti da sola, sebbene un’altra Critica e altri Lettori a poco a poco comincino ad accompagnarla sulla sua rotta. Poi la Critica muore di nuovo e i Lettori muoiono di nuovo e su questa pista di ossa L’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a essa, navigare nella sua scia è segno inequivocabile di morte certa, ma un’altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’immensità. E un giorno l’Opera muore, coem muoiono tutte le cose, come si estingueranno il sole e la Terra, e il Sistema Solare e la Galassia e la più recondita memoria degli uomini.”
I detective selvaggi, p. 645

In questa meditazione di tono sublime e maiuscole allegorie riguardo il destino dell’opera letteraria manca l’autore, però soprattutto si sente la mancanza del coro di personaggi che, insieme ai critici, lettori e scrittori, popolano abitualmente l’universo di Bolaño, una corte dei miracoli, composta da puttane, gobbi, ruffiani, assassini, zoppi, storti, stupratori, ladri, detective, alcolizzati, torturatori, malati, suicidi, sognatori, pazzi, drogati, carcerati, politici corrotti, narcotrafficanti….Nella versione bolañesca della biblioteca di Babele, il mondo della malavita è inseparabile da quello delle lettere, e negli interstizi tra l’uno e l’altro si consumano relazioni dove c’e’ posto anche – però meno – per il più comune dei mortali. Indipendentemente dal loro segno e inclinazione, questa caterva di personaggi si vede travolta da passioni torrenziali che alla fine li catapultano nei più profondi abissi del male, della solitudine e della pazzia.

Il paragrafo contiene un’altra riga che recita: “Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia” Il contesto indica che l’intenzione è parodistica, però il fatto che Bolaño sia morto a cinquanta anni, nella piena esplosione del suo genio creativo, lasciando inconcluso un romanzo di più di mille e cento pagine, conferisce un’aria malauguratamente profetica alla sua meditazione semi-giocosa sul destino della letteratura. Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia

In più di un’occasione Bolaño affermò che avrebbe preferito essere un investigatore di omicidi ancor prima che scrittore. Disse anche che non c’era niente di più vicino alla prostituzione del mestiere della letteratura. Questi tre mestieri (l’investigazione poliziesca, la prostituzione e la scrittura) sono quelli che con maggior frequenza disimpegnano i suoi personaggi: Messico, Distretto Federale, 31 di dicembre 1975. Un poeta adolescente, una puttana e due scrittori (i detective selvaggi) fuggono a bordo di una Impala a gran velocità, inseguiti da una Camaro, con dentro due scagnozzi, un poliziotto corrotto e il magnaccia della prostituta. Parla il poeta in erba:

“-L’asclepiadeo maggiore è un verso di sedici sillabe costituito dall’inserimento fra i due cola eolici di una dipodia dattilica catalettica in syllabam…

– Cos’è un’epanalessi?

– No ne ho idea – sentii che dicevano i miei amici.

La macchina passò per strade buie, quartieri senza luci…”

[I detective selvaggi, p. 745]

Il quartetto si dirige verso lo stato del Sonora, alla ricerca di una poetessa di mitica memoria, scomparsa nel deserto intorno agli anni venti. Il tema della ricerca che ha per protagonisti professionisti della letteratura (critici e scrittori) che cercano di capire, seguendo le piste di uno scrittore perduto, in cosa consiste l’enigma del mondo e dell’esistenza, appare con variazioni in Stella distantelink interno(1996), Notturno cileno (2000) e, in modo sconcertante, ne I detective selvaggi (1998) e 2666 (2004), assi portanti della produzione narrativa di Roberto Bolaño

Il FATTORE BORGES

Nato in Cile da cui dovette esiliarsi e dove tornò fugacemente in un paio di occasioni, la maggior parte della vita adulta di Bolaño è trascorsa tra Messico e Spagna. I tre paesi hanno svolto un ruolo un ruolo determinante nella sua formazione di scrittore, anche se quando, in prossimità della fine della sua vita, gli domandarono se si sentiva cileno, messicano o spagnolo, si dichiarò inequivocabilmente latinoamericano. Politicamente e intellettualmente Bolaño apparteneva a una generazione che si formò negli ideali della “liberta e rivoluzione”. Fedele tutta la vita al sogno bolivariano di una Latinoamerica non spezzata , nella sua opera c’e’ profonda coscienza della dolorosa e conflittuale storia che colpì in modo tragico il suo paese e tutto il sub continente

Bolaño si sentiva erede del “grande teatro di Lezama, Bioy, Rulfo, Cortázar, García Márquez, Vargas Llosa, Sábato, [Benet,] Puig, Arenas” e, anche se non lo cita qui, soprattutto di Borges “che non devi mai smettere di leggere” . Essendo cio’ la verità, la sua opera si colloca alle soglie di un nuovo paradigma, dove lui non sta solo, ma senza dubbio è colui che si distanzia di più. <

E’ stato un catalano, Enrique Vila-Matas che ha affermato che certamente I detective selvaggi Bolaño rappresentano un’archiviazione storica e geniale di Rayuela. Sicuramente c’e’ stato di più: Bolano (inteso come punta di un iceberg di un nutrito gruppo di narratori un po’ o molto più giovani di lui che comprende nomi come Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Fernando Iwasaki, Leonardo Valencia, Jorge Volpi, Andrés Neuman, Jaime Bayly, Rodrigo Rey Rosa, Juan Villoro, Ignacio Padilla, Alberto Fuguet, Pedro Lemebel) è la punta di lancia dell’alto modernismo latinoamericano. Ryuela è una delle “bibbie” che sono cadute. Bolaño rispetta Doloso, ma ha poco a che vedere con lui, ammira devotamente Rulfo, pero la dismisura della sua prosa è agli antipodi del contenimento del messicano , vicina al silenzio. Il suo debito con Borges è incalcolabile, però è difficile immaginare qualcosa di piu’ lontano dalle lambiccate finzioni intellettuali dell’argentino

Bolaño è metà farsa insanguinata e metà agonia esistenziale: nelle pagine dei suoi libri ci sono schizzi di sangue, pus, vomiti e sperma. I detective che popolano le sue narrazioni assomigliano poco a quelli di Honorio Bustos Domecq. I crimini che investigano sono di una brutalità molto lontana dall’asepsi geometrica descritta ne “la morte e la bussola” . Bolaño rappresenta la punta di lancia di una nuova estetica, che si allontana a marce forzate da voci magistrali che con l’andare del tempo hanno finito per stancare.

Non è consigliabile prenderlo troppo sul serio: Bolaño se la ride perfino della sua ombra. E tuttavia quando si spegne l’eco delle risate, si fa sentire un gelido palpito che ci fa drizzare i peli. Quando in Stella distante, si scopre che il protagonista, un critico letterario di riconosciuto prestigio, era responsabile della tortura e scomparsa di numerosi scrittori, un personaggio dice: “Nessuno merita di morire per scrivere male” , sfoggio di humor nero di stile bolañesco, che indusse un recensore a domandarsi se l’autore non stesse giocando con l’idea di una critica letteraria portata alle estreme conseguenze. O è il contrario? Forse il meglio che si puo’ fare con la critica letteraria e’ di prenderla in giro. Bolaño colloca il paragrafo sul destino della letteratura con cui e’ stato aperto questo saggio, nella bocca di un critico letterario di Barcellona conosciuto e temuto per la sua ferocia e istinto sanguinario, un tal Iñaki Echavarne<(p>

Quando Arturo Belano, copia dell’autore nella pagina scritta, ha notizia che hanno incaricato a Echavarne di scrivere la critica del suo ultimo romanzo, s’impossessa di lui un terrore incontrollabile. La questione viene risolta con Belano ed Echavarne uno di fronte all’altro, sulla spiaggia del mediterranea, decisi a risolvere i loro contrasti in duello, con la spada. Tutto questo succede nel capitolo 23 de I detective selvaggi, con la fiera di Madrid come scenario di sottofondo. Dandogli, come nel caso di Echavarne, nomi che appena nascondono la loro identità reale, Bolaño fa parlare importanti membri della comunità letteraria. Alla fine di ogni intervento, c’e’ una coda riguardo al punto possibile di arrivo di ciò che inizia spinto dalla vis comica. Se mettiamo insieme le otto code viene fuori un poema-riassunto che lancia una luce sulle strategie testuali dell’autore:

Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragicommedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce indefettibilemente in commedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in esercicio crittografico.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in film dell’orrore

Quel che inizia come commedia finisce in marcia trionfale, no?

Tutto quel che inizia come commedia finisce in responso nel vuoto.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in monologo comico, ma ormai non ridiamo più.

I detective selvaggi, pp 645-665

traduzione di Carmelo P. ©


Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:24 pm

“Segreto e simulacro in 2666 di Roberto Bolaño ” – patricia Espinosa

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2 6 6 6    –    la critica  su Bolaño – recensioni e saggi

“Segreto e simulacro in 2666 di Roberto Bolaño “

( Patricia Espinosa nota, Estud. filol. n.41 Valdivia settembre 2006)

| introduzione | • |le cinque parti | • |la p. dei critici | • |la p. di Amalfitano | • |la p. di Fate | • |la p. dei delitti | • |la p. di Arcimboldi | • |conclusioni |


1. Introduzione

Se fossi obbligata a rispondere in maniera veloce sull’origine del piacere generato dall’opera di Bolaño, sarei tentata di dire che deriva da una moltiplicazione ad infimitum di una specie di iper-connettività; ovvero, una connettività portata al suo limite, estremizzata fino all’assurdo. Ogni punto, ogni elemento all’interno della sua narrativa sembrerebbe avere la potenzialità per esplodere in qualsiasi istante, rendendo estremamente incerta l’origine e l’effetto che solamente alcuni istanti prima sembravano così convincenti.

La narrativa di Roberto Bolaño (1953-2003) lotta costantemente contro l’immobilità. Proprio laddove un’idea riesce a prendere il controllo e diventare egemonica, sorge una ribellione anarchizzante, una pulsione verso la rivoluzione permanente. In questo modo, non possiamo che constatare il carattere parziale e transitorio delle nostre disquisizioni, che risultano essere come un’intenzione di instaurare dei predomini analitici che saranno continuamente superati dall’intransigenza rivoluzionaria dei testi.

Detto questo, può essere facilmente comprensibile che io proponga l’ipotesi che 2666, l’ultimo romanzo postumo di Roberto Bolaño, instauri l’obbligo di rivedere il territorio interpretativo rispetto al resto della sua opera, sopprimendo qualunque idea di sviluppo lineare o cronologico. 2666 è costituita da cinque parti: “La parte dei critici”, “La parte di Amalfitano”, “La parte di Fate”, “La parte dei crimini” e “La parte di Arcimboldi”. Cinque parti, non cinque capitoli, che possono essere letti in maniera autonoma, frammentaria o interconnessa – non necessariamente in maniera lineare – come parte di un insieme. Ognuna delle parti rimanda a Santa Teresa link interno, città messicana di frontiera nella quale si commettono numerosi omicidi di donne, ma ognuna di esse rimanda anche al tema principale dello scrittore scomparso, al viaggio ed al male.

2. Le cinque parti di 2666

E’ in 2666 che Bolaño mette in scena la sua grande teoria a proposito del male che, secondo Baudrillard, “non scompare tanto a causa della sua fine o nel momento della sua morte, quanto per effetto della sua proliferazione, contaminazione, saturazione e trasparenza…(è) un’azione letale di dispersione” [1991: 12-13].

2666 opera a partire dalla logica della dispersione, che stabilisce come il bene non si definisca sulla verticale del male in quanto sia il male che il bene si sono liberati della loro essenza, riproducendosi all’infinito. In modo che le cose, per usare le parole di Baudrillard, “continuino funzionando nonostante la loro essenza sia già da molto tempo scomparsa […] E’ possibile che l’intero sistema, ogni individuo contenga la pulsione segreta de liberarsi della sua propria idea, della sua essenza stessa, per potersi sviluppare in tutti i sensi, estrapolarsi in ogni direzione?” [id.ant.].

Così, tanto Arcimboldi come l’idea del romanzo che costituisce 2666, o i molteplici viaggi che realizza ogni personaggio (i cinque critici, Amalfitano, Fate, Arcimboldi e Klauss Haas ) si svilppano come una rete auto-proliferante, dove ogni elemento è capace di contaminare l’altro e dove il male si è finalmente liberato generando infiniti corpi morti

In questa rete appare la figura del narratore. Per quale motivo l’uso della terza persona risulta così sinistramente onnisciente? Perché la sua presenza si relaziona con l’orrore ed il male: storicamente, il narratore ci assicurava che, nonostante tutte le iniquità e disavventure narrate,il lettore potesse ancora aver fiducia nella sua presenza come fondamento ultimo che limitava la generale contaminazione provocata dalla follia e dalla decadenza. Adesso però siamo davanti ad un folle narratore onnisciente, convertito nient’altro che in un feticcio di sé stesso, che non ci traghetterà in alcun porto sicuro, che non ci svelerà alcuna verità. Dobbiamo dunque concludere che non è altro che il fantasma del narratore onnisciente, fantasma che ancora detiene il potere di un monumento in rovina, un totem fatidico che adorna l’altare dei sacrifici.

I primi sacrificati saranno i critici accademici. In 2666, la “Parte dei critici ” funziona come una metafora della dotta cultura europea. E’ il piccolo mondo di cinque critici letterari appartenenti alla millenaria Accademia europea. Bolaño si prende il tempo necessario per mostrarli nella loro tremenda vacuità, nella loro grandi e miserabili abitudini quotidiane. Cinque critici ossessionati da uno scrittore europeo chiamato Benno Von Arcimboldi, una sorta di Salinger, di cui si conosce poco o nulla avendo vissuto in incognito tutta la vita. I critici imperterriti collezionano le sue opere, trovando nuove chiavi di lettura per vincere battaglie interpretative in congressi accademici, richiedono addirittura la sua candidatura per il Nobel, e seguono le sue tracce fino oltre l’Atlantico. Quando i critici seguono le orme di Arcimboldi fino in Messico, il razionalismo europeo comincia ad essere visto in maniera brutalmente ironica. La perfida ironia di Bolaño ci porta a provare vergogna per quegli esseri umani così oscuri e solitari, ansiosi di afferrare qualcosa del mito, di nutrirsi e dare un po’ di spessore alla propria vita. I critici falliscono nel Nuovo Mondo e rimane loro solamente la possibilità del ritorno ai propri bastioni universitari per terminare il loro cammino verso l’inferno.

La Parte di Amalfitano“, d’altro canto, ci presenta un professore universitario cileno che vive con la figlia a Santa Teresa. Amalfitano sente voci che gli impartiscono ordini ed è inoltre autore di una strana performance. Appende un libro sulla corda del bucato nel patio, riproducendo un esperimento cominciato molto tempo prima da Duchamp. Il libro che preoccupa Amalfitano è Il Testamento geometrico di Rafael Dieste, diviso in tre parti, del quale segnala: “erano in realtà tre libri con una propria unità, ma correlati in modo funzionale dalla destinazione dell’insieme” [p 235]. Questa frase si potrebbe ben adattare allo stesso 2666, formato da cinque parti, che in realtà sono cinque libri, con una propria unità, funzionalmente correlati dalla destinazione dell’insieme. Bolaño ribadisce il contrappunto tra il razionalismo e un’altra logica (il trans-razionalismo) per affermare che esiste una modo diverso di affrontare e comprendere il reale. Tutti i personaggi di 2666 si vedono in qualche momento costretti a modificare bruscamente il corso della loro vita; c’e’ sempre un momento che li porta ad entrare in un territorio differente da quello abitato nella loro quotidianità.

In altre parole, ogni personaggio si trova a doversi confrontare con un punto di fuga che lo de-territorializza, che lo rende un’altra persona, senza dargli la possibilità di raggiungere un nuovo territorio.

Bolaño, citando l’opera di Calvin Tomkin, biografo di Duchamp, segnala che nel 1919 inviò per posta da Buenos Aires le istruzioni necessarie affinchè sua sorella Suzanne costruisse il suo stesso regalo di matrimonio. Così nacque il ready-made Malheureux, nota che consisteva in un libro di geometria appeso sul balcone, e che Amalfitano appende al filo della biancheria nel proprio patio, esposto alla pioggia, al sole ed al vento, e che nel ruotare creava uno spazio tridimensionale producendo un suono particolare:

ready made

Adesso la pioggia, il sole, la notte e le sue diverse lune potranno giocare con la geometria. E mentre il vento legge, il libro rimane vivo. Le pagine, assorbendo umidità, calore e tempo modificano i loro grafici e quello che era piano ora non lo è più. E, esattamente come gli altri Ready-made, si espandono nelle tre dimensioni. In questa maniera, questo semplice artefatto si trasforma in un generatore di simboli e speculazioni, anche se alcuni personaggi non potranno che vederci null’altro che un libro appeso o un orinatoio

(Duchamp en Tomkins; Calvin Tomkins, Duchamp: a biography. New York: H. Holt, 1996). nota

l’unica foto del “ready made”

Bolaño vuole decostruire il concetto di opera e di lettore, aprire le possibilità di ricezione e di interpretazione. Quando Rosa domanda al padre Amalfitano “Che esperimento è?” [p 247], lui risponde “Non è un esperimento, nel senso stretto del termine… è un’idea di Duchamp, lasciare un libro di geometria appeso alle intemperie, per vedere se impara quattro cose della vita reale” [p 247] La relazione di Amalfitano con il libro è la stessa che Bolaño ha con la letteratura. La geometria, o la razionalità, che impara dalla vita, o dalla finzione necessariamente correlata con l’esperienza vitale, a rischio anche della morte. Infatti segnala:

non aveva intenzione di fermarsi ancora a lungo a Santa Teresa. Bisogna tornare subito, si diceva, ma dove? E poi si chiedeva: cosa mi ha spinto a venire qui? Perché ho portato mia figlia in questa città maledetta? …Perché quello che voglio, in fondo, è morire? E poi guardava il libro di Dieste, il Testamento geometrico, appeso impavido alla corda, fissato con le mollette, e gli veniva voglia di staccarlo e di pulire la polvere ocra che lo copriva qua e là, ma non osava. [p 248]

Amalfitano fa riferimento al viaggio continuo e senza ritorno che ci porta a Rimbaud, citato spesso tra le righe, da Bolaño, riferimento particolarmente nitido nel segmento finale di Amuleto. Un viaggio che non ha origine ne destinazione, solo il transito marcato dal possibile segreto celato nel libro appeso alla corda, specularmente vincolato alla figura di Amalfitano, nel suo intento di imparare dalla vita. Questa tesi fu esposta dallo stesso Bolaño nel “Manifesto Infrarealista link interno” dove propone una poesia anti-borghese nota, un giro intorno al concetto di arte-vita senza alcuna possibilità di “normalizzare” le relazioni tra l’artista e la società. Si tratterebbe di abbattere il muro dell’istituzione, la distanza tra l’arte e la vita: “Cortine di acqua, cemento o latta, separano meccanismi culturali, alle quali fa lo stesso essere coscienza o culo della classe dominante”[ v.testo link interno]. La logica dominante si incentrebbe , dunque, su concezioni dogmatiche del bello artistico, negandosi a qualunque irruzione destabilizzante. Un ordine che sembra irrimediabilmente condurci al cesso o alla rivoluzione [Bolaño 1977: 6].

Bolaño stabilisce un allontanamento da ciò che definisce come “logica e buon senso”, atteggiamento nel quale si può avvertire un certa relazione con la proposta di liberarsi dalla ragione enunciata dai surrealisti e dai dadà, eliminando però qualunque promessa di accedere alla realtà assoluta e approfondendo la continua azione sovversiva: non c’è detenzione possibile, messi in cammino non resta che muoversi, malgrado la minaccia della pazzia. L’azione di Amalfitano è un atto di resistenza nellimite, che segna i confini dell’arte e della vita

Forse la parte apparentemente più convenzionale delle cinque che compongono 2666 è “la Parte di Fate”. Quince Williams, o Oscar Fate, è un giornalista culturale, afroamericano, ideologicamente vicino alle Pantere Nere, che dopo la morte di sua madre deve andare a Santa Teresa per scrivere un articolo per il suo giornale su un combattimento di boxe. E’ un tipo duro, che sembra lasciarsi trasportare dalla vita, che però non smette di immischiarsi in essa. Non guarda le cose da fuori, si intromette nell’oscurità di Santa Teresa, ed anche il male lo circonda. Il viaggio, il crimine, il porno, gli snuff, Rosa. Fate ci ricorda Bartleby di Melville, ma anche Mersault in Lo Straniero, nella sua foga di sopravvivere per perdersi nell’oscurità, in una piccolezza scomoda ed indomita. Fate sembra custodire un segreto, sembra custodire sentimenti, emozioni, timori; Tuttavia ogni affettività è contenuta, il suo agire nel mondo è estremamente controllato. Le parole della madre defunta “sii uomo e porta la tua croce” [p 294] ci spingono ad interrogarci su cio’ che grava su fate, su ciò che lo turba fino al punto di provocarne il vomito innumerevoli volte durante il racconto. Il suo corpo espone in maniera reattiva il suo disagio mediante il rigurgito, reso ambivalente in termini di realtà:

E il giorno dopo si alzò alle due del pomeriggio. La prima cosa che ricordò fu che andando a letto si era sentito male e aveva vomitato. Guardò ai lati del letto e poi in bagno ma non vide nemmeno una traccia di vomito. Eppure, mentre dormiva, si era svegliato due volte, e tutte due le volte aveva sentito odore di vomito: un odore di marcio che proveniva da tutti gli angoli della stanza. [p 376]

Fate, che vive in una corporalità vicina alla privazione, alla carenza, segnala: “Vedo il sacro da qualche parte? Percepisco solo le esperienze pratiche […] un buco che bisogna riempire, una fame che devo placare, gente che devo far parlare per poter finire il mio articolo e riscuotere” [p 393]. Il suo territorio vitale è quello della coscienza che prende come condizione fondamentale le cose pratiche, la vita come “un buco che bisogna riempire”, slegato da cio’ che definisce come sacro in quanto assenza o mancanza. Qualcosa di cui il testo viene incaricato di nascondere, o lasciare nello spazio dell’indeterminato.

All’interno della “parte di Fate” un momento di trascendentale importanza è il racconto del film girato da Robert Rodrìguez. Un film che non dura più di mezz’ora, nel quale inizialmente compare una anziana, che il narratore paragona ad una “puttana agonizzante” [p 398], e dopo una giovane donna e tre ragazzi che “prima le parlavano all’orecchio e poi se la scopavano”. [p 398] Al momento dell’orgasmo, la donna guarda la telecamera e il narratore ci riferisce:

Per un istante tutto in lei parve brillare, le splendevano le tempie, il mento seminascosto dalla spalla di uno dei tipi, i denti acquistarono un biancore soprannaturale. Poi la carne parve staccarsi dalle ossa e cadere sul pavimento di quel bordello anonimo o svanire in aria, lasciando uno scheletro bello ripulito , senza occhi, senza labbra, un teschio che all’improvviso iniziò a ridere di tutto. [p 399]

L’autore ci presenta qui non solo una citazione degli snuff movie o del cinema di serie B, ma ci mette di fronte – attraverso la figura della prostituta e dello stupro – all’emergenza del sacro. L’orgasmo rende possibile la trasfigurazione della donna, la trasfigurazione della materialità del suo corpo. L’eliminazione dell’epifania spirituale è sostituita dall’epifania della carne illuminata. La realtà soprannaturale che dura solo un istante, dà luogo alla morte, alla presenza del cadavere grottesco, la risata sguaiata che Bachtin, alludendo al carnevale, identificò a partire dall’ambivalenza. Il riso che contiene dolore e insieme alegria. In seguito, il racconto del film si sposta all’esterno, in città, nelle strade di Città del Messico, con la pioggia, le automobili, le cortine metalliche, le persone di fretta, l’acqua:

Un mare di pioggia. L’acqua che lava la carrozzeria [..] I rami di un albero malato che cercano invano di allungarsi verso il nulla. Il volto della vecchia puttana che ora sorride alla cinepresa. Come dicendo, andata bene?, sono stata brava?, ci sono lamentele? […] La stessa pioggia ma filmata dall’interno di una stanza. Un tavolo di plastica con i bordi pieni di tacche. Bicchieri e un barattolo di Nescafè. Una padella con resti di uova strapazzate. Un corridoio. Il corpo di una donna seminuda, buttato per terra. Una porta. Una stanza in assoluto disordine. Due tipi che dormono nello stesso letto. Uno specchio. La cinepresa si avvicina allo specchio. Si interrompe la la pellicola. [p 399]

Questa volta la prospettiva si focalizza negli interni e nuovamente sugli oggetti, descritti in una maniera quasi nouveau roman, e i personaggi ci riportano alla condizione di finzione e realtà. La vecchia donna ha compiuto il suo compito, è un personaggio della finzione di Robert Rodriguez, e tuttavia la finzione si impone di nuovo con l’immagine della donna sdraiata a terra e i due tipi che dormono. La realtà si scontra con la finzione, la trasfigurazione è scomparsa e rimane soltanto la materialità confrontata con la finzione. Una materialità, in ogni caso, dove sempre trova posto il segreto.

Verso la fine della parte di Fate, il narratore riferisce : “Fate ricordò le parole di Guadalupe Roncal. Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo”. [p 431] I crimini, o il male, sembrano essere ignorati. Il male circonda la materia, convive con essa in maniera quasi naturale. Fate, in ogni caso, ha la certezza che nel male si “nasconda il segreto del mondo”. Un segreto che nessuno cerca di scoprire, un segreto che opera mediante la dispersione e dove l’origine, o la causa ed i suoi effetti si perdono nell’indifferenza. Bolaño in 2666 realizza una cartografia del male, fa comprendere e rende visibile le sue tracce, i suoi spostamenti. Nel male si celerebbe il segreto del mondo, un segreto che in questa epoca, che potremmo definire tardo-moderna, nessuno vuole scoprire o svelare. “Ci siamo abituati alla morte” [p 332] dice il professor Kessler, un criminologo che si sta recando a Santa Teresa, ad un giovane poliziotto, in una conversazione che Fate ascolta casualmente in un ristorante in mezzo alla strada. E dopo Kessler aggiunge:

Nell’Ottocento, alla metà o alla fine dell’Ottocento, disse il tipo con i capelli bianchi [Kessler], la società era solita filtrare la morte attraverso le parole[…] Tutto veniva filtrato dalle parole, convenientemente adeguato alla nostra paura. Cosa fa un bambino quando ha paura ? Chiude gli occhi. Cosa fa un bambino che sta per essere violentato e ucciso ? Chiude gli occhi. E grida anche, ma prima chiude gli occhi. Le parole servivano a questo scopo […] E nonostante tutto le parole praticavano più l’arte di nascondere che l’arte di svelare. O forse svelavano qualcosa. Che cosa?, le confesso che non lo so. [p 332-334]

D’accordo con Kessler, le parole servivono a filtrare il male adattandolo alla paura. Le parole in quanto mediazione, il cui contenuto era il male, operavano come un testo orientato a un destinatario terrorizzato, che bisognava alimentare con dosi di male calibrate rispetto alla sua paura. Le parole nascondevano, conenevano segreti, tuvvia nello stesso tempo svelavano. Bolaño conferma in questa sezione che la rivelazione è pertanto impossibile, perchè l’arte di svelare si infinitizza negli infiniti occultamenti che impediscono la costruzione della figura dello svelamento, del sesnos ultimo. Kessler posto di fronte a Santa Teresa dice così: “Kessler guardò di nuovo il paesaggio frammentato o in corso di continua frammentazione, come un puzzle che si componeva e si disfaceva ogni secondo” [la parte dei delitti, p 322]. La verità, lo svelamento del segreto, qualunque origine possibile, così come Santa Teresa, è un territorio frammentato o un processo di frammentazione costante, dove le possibiltà di ricomposizione e scomposizione operano all’unisono. Rivelazione e segreto, in tal modo saranno dunque, parte dello stesso movimento

“La parte dei delitti” è, senza dubbio, una delle parti del libro più legate alla follia. Ci sono pagine e pagine dove si descrivono, con report da medicina legale, infiniti crimini di donne, operaie delle “maquilladoras” nella maggior parte dei casi, occorsi tra il 1993 ed il il 1997. Bolaño, facendo bella mostra dell’estetica neobarocca, ci satura con l’oscenità della descrizione dei cadaveri. Nascono piste investigative, possibili mandanti, moventi, profili di criminali. Tuttavia, tutto sembra condurre al nulla. E’ il delirio dell’informazione, l’accumulazione, la saturazione imparentata intimamente con l’impossibilità di un ordine, un fine ultimo. I fuochi fatui della burocrazia e dei sistemi legali, il disprezzo radicale per le donne morte: i cadaveri si accumulano nell’orgia dell’informazione. I cadaveri mettono la narrazione a lato, lo stile letterario è sostituito dal documento legale o, per meglio dire, la narrazione si espande verso il documento, annunciando la propria rovina e fallimento di fronte ai corpi che si accumulano nella discarica Cile, nella discarica America, nella discarica Mondo. E’ l’orrore dei corpi, l’orrore davanti al segreto, l’orrore della letteratura che è quasi obbligata a cedere.

Finalmente, c’è “La parte di Arcimboldi”, segmento conclusivo dove la riflessione meta-letteraria occupa il posto centrale. Bolaño espone in questa parte come essere scrittore sia frutto di una esperienza trascendentale. Una passato intenso che, in un determinato momento, si cristallizza in scrittura. E’ quello che accade ad Hans Reiter, un prussiano di provincia, nato negli anni venti, figlio di una famiglia comune, che si vede costretto a partecipare alla Seconda Guerra Mondiale. Durante una delle sue spedizioni, ritrova il manoscritto di uno scrittore ebreo ucraino Boris Ansky, che gli cambierà la vita. La sua conversione letteraria coincide con la fine della guerra e la morte della sua amata. E’ il momento in cui decide di chiamarsi pubblicamente Benno Von Arcimboldi. Pubblica le sue opere, delle quali mai conosceremo il contenuto, ha successo e vive nell’anonimato. Arcimboldi ha successo, ma non diventa una figura di successo, esattamente come il protagonista del racconto “Sensini” [incluso in Chiamate telefoniche]nota, personaggio ispirato allo scrittore argentino Antonio di Benedetto, in esilio in Spagna, che inviava lo stesso racconto con titoli differenti a numerosi concorsi, a volte anche vincendo il primo premio. Un frammento fondamentale all’interno di questa parte di 2666 è costituito dall’allegoria del bosco. Arcimboldi si reca da un anziano (il quale gli venderà la sua macchina da scrivere) al quale esplica la sua teoria.

La letteratura sarebbe paragonabile ad un bosco, dove i grandi autori trovano posto ma dove anche lo trovano i minori. In tal modo la letteratura non sarebbe solo definita da capolavori e opere minori, in quanto le opere minori in realtà non esistono. Un’opera minore è infatti dettata all’autore da uno scrittore segreto di capolavori. Pertanto, in ogni opera minore ci sarebbero le tracce di un’opera maestra. In definitiva, secondo la teoria di Bolaño, ci sono unicamente opere maestre: in un caso totali, nell’altro frammentarie.

Quanto detto nega dunque il carattere minoritario di un testo. Ogni testo, nel momento in cui condivide frammenti di un capolavoro, si libera della sua condizione di inferiorità. Adesso la presenza di ciò che è passato dal capolavoro all’opera minore risulta essere come un segreto o una traccia che solo il lettore potrà smascherare o seguire. Con questa teoria, Bolaño sovverte la gerarchia tra l’opera minore e il capolavoro. Tuttavia definisce un canone: quello delle opere maggiori. Questo canone, di cui non viene definito un nome o caratteristiche, opera come un territorio segreto, ma costituito da quali opere? E da quali scrittori? . Questo canone, in quanto luogo segreto, si snatura, perde la sua funzione primaria di instaurare un registro di testi o autori che definiscano una matrice o un modello selettivo.

Un aspetto cruciale in 2666, ed ovviamente ne I Detective Selvaggi , è il segreto. In Detective Selvaggi il primo dei segreti è centrato su Cesàrea Tinajeros, la potessa che cercano Garcia Madero, Belano e Ulises. Il segreto permea la sua scrittura. Bolaño ha bisogno che si seguano gli indizi che il testo ci fornisce, all’infinito, alla ricerca di un origine; tuttavia, quest’origine, si rivela essere sempre una falsa origine. Lo scrittore gioca con la tradizione metafisica dell’inaccessibile, del segreto del testo, dell’aura inafferrabile. E soprattutto, gioca con la nostra ansia disperata di un punto di riferimento. Quando Amadeo Salvatierra dice a Belano e Lima che sono quarant’anni che prova a decifrare i poemi di Cesàrea, loro gli rispondono: “è uno scherzo Amadeo, il poema è uno scherzo che nasconde qualcosa di molto serio…Va bene, dissi loro, è qual è allora il mistero? Allora i ragazzi mi guardarono e mi dissero: non c’è alcun mistero, Amadeo” [p 377].
Cos’è dunque quello che nasconde il suo unico poema? Non c’è mistero, rispondono Lima e Belano.

3. Conclusioni

Bolaño ha bisogno di esporre in ogni suo testo la possibilità che ci sia un segreto, un mistero; predispone trappole per questo. Tuttavia, anche se un’opera finge di contenere un mistero, questo richiede di essere neutralizzato all’interno del testo stesso. Solamente attraverso la presenza e la neutralizzazione del mistero si ottiene il sovvertimento della tradizione metafisica del testo. In principio non c’era “un mistero”, ma moltissimi misteri, il che comporta una frammentazione, una proliferazione del segreto in quanto unità strutturante . Il segreto è necessariamente posizionato dentro il testo e marca la presenza dell’autore e la concezione dell’opera letteraria di natura metafisica.

E’ però un simulacro del segreto, un segreto che ha perso la sua essenza e che opera modulato in due forme: il segreto ludico, che incanta, che genera entusiasmo, ed il segreto che impone un fallimento, un disincanto. Ci sarebbe pertanto un segreto di tipo vitalista (I Detective Selvaggi ) ed un segreto abominevole (2666). In entrambi i testi il secreto simulacro non richiede di essere svelato; il segreto si mantiene sempre nell’indeterminazione. Perché, secondo Bolaño, l’indeterminazione è vita mentre la determinazione è la morte. Tutto quello che si territorializza, che si fissa, muore. Ad esempio, Cesàrea Tinajeros ne I Detective Sevaggi muore poco dopo essere stata trovata. Trovare è uguale a morire. Tutto che quello che viene trovato o svelato, muore o è già morto. Esattamente come i cadaveri rinvenuti a Santa Teresa.

Solo il viaggio/transito è vita. L’unica possibilità di continuare a vivere è convertirsi in un cercatore la cui ricerca sarà eterna; infatti se si arriva ad trovare ciò che si stava cercando, questo morirà. Per questo motivo i suoi testi ci obbligano ad operare in modo poliziesco: cercare senza trovare è il gioco che prefigura la narrazione. Non c’è più, come nei racconti di Borges, alcun ordine segreto nascosto in parole magiche come Aleph o Jahwé, o la ricerca dell’immortalità e della mortalità, del percorso nel labirinto. Adesso il labirinto non ha più un centro ne forma e la parola magica manca di significato.

Ormai non serve più cercare per trovare il significato, perché cercare non ha senso. Può aver senso solamente l’attraversamento, la fuga permanente. Per questo il detective istiga alla ricerca e alla fuga. Entrambi infatti si relazionano con il vitalismo. Belano, Lima, Amalfitano, Arcimboldi sono i grandi fuggitivi che la sua narrativa ci propone. Scappano, ma cercano anche incessantemente, il che rende indeterminato ciò che si sta cercando o da cui si sta fuggendo. Senza fuga non c’è ricerca e senza ricerca non c’è fuga: questi sono i grandi punti di fuga dei suoi testi. Bolaño, in conclusione, espone la sua propria fuga dal romanzo metafisico: a tal fine deve combattere contro la tradizione, metterla in scena attraverso il segreto, l’esca che ci porterà a supporre che la scrittura non è altro che un vestiario di una referenzialità che si nasconde incessantemente.

La scrittura di Bolaño, tanto in prosa come nella poesia, diventa precursora della narrativa cilena degli ultimi trent’anni e, perché non ammetterlo, della narrativa latinoamericana post boom. La sua opera scavalca qualunque categorizzazione generazionale; in questo modo, credo che la sua irruzione in America Latina si sia posizionata come la soglia di un’epoca, una sorta di portico a partire dal quale nulla sarà più identico. Bolaño è uno “scrivente”, un essere allucinato capace di riconoscere gli altri che come lui condividono una situazione di fallimento. L’estetica della sconfitta è uno dei grandi punti di inflessione della sua scrittura, una delle zone in cui Bolaño non claudica. Questo possiamo avvertirlo già nel 1977 nella sua poetica infrarealista dove recupera la figura del poeta di stampo rimbaudiano: “Rimbaud torna a
casa” afferma in alcune parti del “Manifesto infrarealista” link interno, quasi come una supplica, e “Rimbaud vuelve a casa press” fu il nome della casa editrice creata insieme al poeta Bruno Montané per pubblicare la rivista Berthe Trépat in Spagna nel 1983. In questo modo genera strutture testuali che divorano sé stesse, rompendo qualunque possibile separazione tra lettore e destinatario in una sorta di proclama revival beatnik, dove conclude affermando: link interno “Abbandonate tutto di nuovo/ lanciatevi nel cammino” .

| introduzione | • |le cinque parti | • |la p. dei critici | • |la p. di Amalfitano | • |la p. di Fate | • |la p. dei delitti | • |la p. di Arcimboldi | • |conclusioni |

Opere citate

Baudrillard, Jean. 1991. La estética del mal. Barcelona: Anagrama.

Bolaño, Roberto. 1977a. “Déjenlo todo, nuevamente. Primer manifiesto del movimiento infrarrealista”. Revista Correspondencia INFRA Nº 1. México DF: Impresora técnica moderna.

–. 1998. Los detectives salvajes. Barcelona: Anagrama.

–. 1997b. Llamadas telefónicas. Barcelona: Anagrama.

–. 2004. 2666. Barcelona: Anagrama.

( © traduzione di Mario Cataldi )


NOTE:


Patricia Espinosa H. e’ uno dei critici letterari più importanti del Cile. Insegna all?univiersità cattolica del Cile. Ha curato una raccolta di saggi dedicati all’opera di Bolaño, pubblicata nel 2003:
” Territorios en fuga. estudios críticos sobre la obra de Roberto Bolaño torna su


I ready made sono, come noto, oggetti qualsiasi, comuni utensili prelevati dal loro contesto, inseriti in uno spazio artistico – un museo, un’esposizione – e considerati a quel punto come autentiche opere d’arte. Secondo la definizione di Andrè Breton il ready made è “un oggetto usuale promosso alla dignita’ di oggetto artistico dalla semplice scelta dell’artista” . I più celebri tra questi oggetti sono la ruota di bicicletta fissata su uno sgabello, lo scolabottiglie e l’orinatoio capovolto e posato su un piedistallo.
In un’intervista Duchamp affermò che

….i ready made possono essere interpretati come una sorta di ironia o un tentativo di mostrare la futilità di cercare una definizione dell’arte, perchè eccola qua la cosa che io definisco come arte…quindi è una forma di rifiuto della possibilità di dare una definizione all’artetorna su


ready

In una intervista del 1966, Duchamp diede la seguente spiegazione di questo Readymade:

Era un libro di geometria, che doveva essere legato con delle corde sul balcone del suo appartamento [ della sorella in procinto di sposarsi ]; il vento soffiando attraverso il libro avrebbe scelto da solo i problemi, avrebbe voltato le pagine e le avrebbe stracciato piano piano.

Suzanne fece ne fece un piccolo dipinto ‘Marcel’s Unhappy Readymade.’. Questo e’ ciò che e’ rimasto, da quando il vento lo distrusse definitivamente. Mi divertiva di introdurre l’idea della felicità e dell’infelicita nei ready made, e poi c’era la pioggia, il vento, le pagine che volavano, era un’idea divertente”

Negli ultimi anni, Duchamp confessò a un intervistatore che si era divertito discreditando “la serietà di un libro pieno di principi” e insinuò perfino ad un altro giornalista che, esponendolo alle inclemenze del tempo “il trattato aveva captato perfino quattro cose della vita”.torna su


In un articolo dell’ottobre 2005 apparso sulla rivista Rocinante N°84, intitolato “Bolaño y el manifiesto infrarrealista”, P.espinosa afferma tra l’altro:

Il termine ‘infrarealismo’ allude a un territorio nuovo, ma al contrario, dove impera l’inversione delle regole del nostro “mondo reale”. Il calore o l’energia nel territorio infra, viene dal di dentro, dalle stesse viscere. Così come il realvisceralismo de “I detective selvaggi”. Bolaño dice: “Scrittori sovietici di fanta scienza; il volto a mezzanotte”. Incontriamo qui non solo la sua ricorrente complicità con l oscrittore disperato, ma anche con i cosiddetti generi di serie B, generi bastardi, che sia cinema porno, science fiction, peplum o racconto poliziesco. Scritture, in qualche caso, di individui che si sfregiano il volto. Come Mario Santiago Papasquiaro, Sensini, Ulises, Belano, Amalfitano o lo stesso Archimboldi. Bolaño vede la disperiazione in quegli scrittori sovietici della guerra fredda, che tentano generare un discorso che operi come un’increspatura rispetto al sistema di controllo. la ricerca dell’infra funziona come metafora della sovversione del soggetto, unico mito possibile, unica utopia possibile da sostenere. “Sogniamo l’utopia e ci svegliamo gridando”.Bolaño propone una poesía antiborghese, un ritorno all’arte-vita senza possibilità alcuna di “normalizzare” le relazioni tra l’arte e la società. Si tratterrebbe di distuggere il muro dell’istituzione, la distanza tra l’arte e la vita(…) La logica dominante s’incentrerebbe, dunque, in concezioni dogmatiche del bello artistico, negamndosi a qualsisi irruzione destabilizante. Un rodine che sembra portarci irrimediabilmente “al cesso o alla rivoluzione”. Bolaño propone un aalontanamento da cio’ che definisce “logica e buon senso” (…) Ormai non più possibile il segreto ci dice Bolaño: “tutto e’ stato svelato”. Tuttavia, il segreto sembra circondare sempre la sua scrittura. Che cosa nasconde l’unica poesia di Cesárea; che c’e’ dietro la finestra; che nasconde il libro appesso al filo della biancheria di Amalfitano, che nasconde Arcimboldi, che cosa induce Klaus Haas a commettere la serie di delitti o chi sono coloro che commettono i delitii di Santa Teresa e perchè. Bolaño ha bisogno che seguiamo le piste che il testo ci offre, infinitizzate, alla ricerca di un origine; tuttavia, questa origine risulta essere una falsa origine, Gioca con la tradizione metafisica dell’inafferrabile, del segreto del testo, dell’aura irraggiungibile. Gioca con la nostra ansia disperata del referente che possa risolverci il problema……. torna su


Il racconto “Sensini” di Bolaño contenuto in Chiamate telefoniche è ispirato allo scrittore argentino Antonio Di Benedetto. Al riguardo dice Roland Spiller:

“Sensini, che nel finale si suicida, è un fallito per due motivi. Scrittore esiliato in Spagna, tenta di sopravvivere economicamente e di ritorno in Argentina cerca a suo figli scomparso. In questo testo. l’ironia tragica è data dal fatto che non fallisce come scrittore per la sua incapacità di scrivere, ma al contrario dal fatto che è un buon autore che manca del un riconoscimento che si meritirebbe”
[Roland Spiller, Fracasar con exito, 2009]
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il passo + contenuto a pag.542-543 de “la parte di Arcimboldi:”

Lei mi dirà che la letteratura non è fatta unicamente di capolavori ma è piena di opere cosiddette minori. Anch’io lo credevo. La letteratura è un grande bosco e i capolavori sono i laghi, gli alberi immensi o stranissimi, gli splendidi fiori eloquenti o le grotte nascoste, ma un bosco è fatto anche di alberi normalissimi, di ciuffi d’erba, di pozze d’acqua, di piante parassite, di funghi e fiorellini selvatici. Ebbene, sbagliavo. Le opere minori, in realtà non esistono. voglio dire: l’autore di un’opera minore si chiama Tizio o Caio. Tizio o Caio esistono, non c’è dubbio, e soffrono e lavorano e pubblicano su giornali e riviste e di tanto in tanto pubblicano addirittura un libro che non spreca la carta su cui è stampato, ma quei libri e quegli articoli, se lei fa bene attebzione, non sono scritti da loro.
“ogni opera minore ha un autore segreto e ogni autore segreto è, per definizione, uno scrittore di capolavori. Chi ha scritto quell’opera minore? Apparentemente uno scrittore minore. La moglie del povero scrittore lo può testimoniare, l’ha visto seduto, chino sulle pagine in bianco che si contorceva passando la penna sulla carta. sembra una testimonianza inespugnabile. Ma quello che ha visto è solo l’esterno. Il guscio della letteratura. Un’apparenza” disse il vecchio ex scrittore ad Arcimboldi e Arcimboldi ripensò ad Ansky. “In realtà a scrivere quell’opera minore è uno scrittore segreto che accetta soltanto i dettami di un capolavoro”.
“il nostro buon artigiano scrive. E’ assorto in quello che va plasmando bene o male sulla carta. La moglie, senza che lui lo sappia, lo osserva. In effetti, è lui che scrive. Se però la moglie avesse una vista a raggi x si renderebbe conto che non assiste propriamente a un esercizio di creazione letteraria ma piuttosto a una seduta di ipnotismo. Dentro l’uomo seduto a scrivere non cìè nulla. Nulla che sia lui, voglio dire.
[p.542 – 543]

i due versi finali del “manifesto infrarealista”, DÉJENLO TODO, NUEVAMENTE / LÁNCENSE A LOS CAMINOS ( abbndonate tutto di nuovo/ lanciatevi nel cammino – ma si potrebbe tradurre con “lanciatevi per le strade) sono un chiaro riferimento a una poesia di Andrè Breton che pubblico nel 1922 sulla rivista “Letteratura” per sancire la rottura con il movimento Dada:

Abbandonate tutto.abbandonate Dada.
Abbandonate la vostra sposa, abbandonate la vostra amante.
Abbandonate le vostre speranze e i vostri timori.
Seminate i figli ai margini di un bosco.
Abbandonate il certo per l’incerto.
Abbandonate una vita confortevole,
ciò che vi viene spacciato per avvenire pieno di possibilità.
Partite sulle strade.

Andrè breton torna su


Written by azulines

9 gennaio 2010 at 1:00 am