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la lettera rubata

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La lettera rubata
Edgar Allan Poe (*)

A Parigi, una tempestosa sera autunnale del 18**, poco dopo il tramonto stavo assaporando le delizie della meditazione e insieme quelle di una pipa di schiuma in compagnia del mio amico Auguste C. Dupin, nella sua piccola biblioteca, o studio, al terzo piano di rue Dunot 33, Faubourg St. Germain. Da un’ora almeno eravamo immersi nel più profondo silenzio; se qualcuno per caso ci avesse visti, avrebbe pensato che l’unica nostra occupazione consisteva nel contemplare le volute di fumo che riempivano l’aria della stanza. Per conto mio, invece, stavo riflettendo su alcuni punti che poco prima, durante la serata, avevo discusso con Dupin: mi riferisco ai delitti della rue Morgue e al mistero che circondava l’assassinio di Marie Rogêt. Mi sembrò quindi una strana coincidenza che proprio in quel momento la porta si aprisse, per far entrare una nostra vecchia conoscenza: era monsieur G***, il prefetto della polizia parigina.
Lo accogliemmo calorosamente, perché il suo carattere, disprezzabile da un certo punto di vista, era però controbilanciato da molti lati positivi, e inoltre non lo vedevamo da parecchi anni. Poiché eravamo seduti al buio, Dupin si alzò per accendere una lampada. Ma si risedette immediatamente, quando G*** disse che era venuto a consultarci (o piuttosto ad ascoltare l’opinione del mio amico) su una questione professionale che gli aveva procurato un mucchio di grattacapi.

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Incontro con il prefetto “G”


“Se bisogna riflettere sulla faccenda,” osservò Dupin, rinunciando ad accendere la lampada, “lo faremo meglio al buio.”
“Questa è un’altra delle sue idee strane,” rispose il prefetto, che aveva l’abitudine di considerare “strane” tutte le cose al di là della sua comprensione; di conseguenza, viveva in mezzo a una caterva di “stranezze”.
“Verissimo,” rispose Dupin, mentre offriva al visitatore una pipa e gli avvicinava una comoda poltrona.
“Qual è il problema?” domandai. “Non avrà a che fare con un altro delitto, spero.
“No, niente del genere. Il caso è piuttosto semplice, e sono sicuro che potremmo cavarcela da soli. Ma ho pensato che a Dupin sarebbe piaciuto conoscere i particolari di questo caso, davvero molto bizzarro.”
“Semplice e bizzarro,” disse Dupin.
“Lo è. E non lo è al tempo stesso. Per la verità, siamo stati a lungo in dubbio proprio perché il caso è così semplice, e nonostante ciò ci sfugge.”
“Forse a mettervi fuori strada è proprio l’estrema semplicità del caso,” disse il mio amico.
“Ma che sciocchezze sono queste!” rispose il prefetto, ridendo di cuore.
“Forse il mistero è un po’ troppo chiaro,” disse Dupin.
“Santo cielo, ma si è mai sentita una cosa simile?”
“Un po’ troppo evidente, magari.
“Ah! Ah! Ah!” L’ospite scoppiò a ridere, sinceramente divertito. “Dupin, lei mi farà morire…”
“Di che cosa si tratta, esattamente?” domandai.
“Bene, ve lo dirò subito” rispose il prefetto, mentre tirava una lunga, intensa, meditativa boccata di fumo e si accomodava in poltrona. “Ve lo dirò in poche parole. Ma prima di cominciare devo avvertirvi che si tratta di una questione assolutamente riservata: probabilmente perderei il mio incarico, se si sapesse che ne ho fatto parola con qualcuno.”
“Vada avanti,” dissi.
“Oppure no…” disse Dupin.
“E va bene: ho saputo – l’informazione mi è giunta senza intermediari da una persona di alto rango – che negli appartamenti reali è stato rubato un documento della massima importanza. Sappiamo chi lo ha sottratto, senza possibilità di errore, perché è stato visto mentre lo faceva. E sappiamo anche che il documento è ancora in mano sua.
“Come lo sa?” chiese Dupin.
“Lo abbiamo dedotto dalla natura del documento,” rispose il prefetto. “Dal fatto che finora non si sono visti gli effetti che il documento immediatamente produrrebbe se uscisse dalle mani del ladro. Vale a dire, se fosse adoperato per raggiungere lo scopo che il ladro si proponeva portandolo via.”
“Si spieghi meglio,” dissi.
“Bene, posso dire qualcosa di più: il documento dà a chi lo possiede un certo potere, in un ambiente dove questo potere vale moltissimo.” Il prefetto adorava il gergo della diplomazia.
“Continuo a non capire,” disse Dupin.
“No? E va bene: se l’esistenza di questo documento fosse rivelata a una terza persona, che non nomino, metterebbe a repentaglio la reputazione di un personaggio di altissimo rango. Di conseguenza, chi possiede il documento ha in suo potere questo illustre personaggio, che vede così minacciati il proprio onore e la propria tranquillità.”
“Ma un tale potere,” mi intromisi, “dipende dal fatto che il ladro sa che il derubato conosce l’identità del ladro. E chi oserebbe…”
“Il ladro,” disse G***, “è il ministro D***, che è capace di ogni cosa, non importa se degna o indegna di un uomo. Il metodo con cui ha commesso il furto è tanto ingegnoso quanto audace. La dama derubata ha ricevuto il documento in questione – una lettera, per essere espliciti – allorché si trovava nel boudoir reale. Mentre la stava leggendo, fu interrotta proprio dall’arrivo di quell’illustre personaggio al quale, più che a ogni altro, voleva tenerla nascosta. Dopo un inutile tentativo di ficcarla, in tutta fretta, dentro un cassetto, fu costretta a posarla, aperta com’era, sul tavolo. La facciata visibile era comunque quella con l’indirizzo; così nascosto, il contenuto della lettera non attirava l’attenzione. A questo punto entra il ministro D***. Con occhi di lince scorge immediatamente la lettera, riconosce la calligrafia che ha scritto l’indirizzo, osserva la confusione del personaggio a cui la lettera è indirizzata, e scopre il segreto. Dopo una conversazione d’affari, condotta in tutta fretta come è sua abitudine, il ministro tira fuori una lettera molto somigliante alla lettera in questione, la apre, finge di leggerla, e poi la appoggia

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immediatamente la lettera, riconosce la calligrafia…

esattamente sopra quell’altra. Riprende allora a parlare di questioni politiche, per circa un quarto d’ora. Alla fine, mentre se ne va, prende dal tavolo la lettera non sua. La legittima proprietaria se ne accorge, anche se naturalmente – in presenza del terzo personaggio che le sta vicinissimo – non osa attirare l’attenzione su quel gesto. Il ministro se ne va in fretta, lasciando sul tavolola sua lettera, una lettera peraltro di nessun interesse.”
“Questa,” disse Dupin rivolto a me, “è esattamente la condizione di cui lei parlava: il ladro sa che il derubato è a conoscenza della sua identità.”
“Sì,” rispose il prefetto, “e ormai da qualche mese il ladro sta usando il potere ottenuto con questo stratagemma per conseguire i suoi obiettivi politici. Ormai siamo arrivati a un punto veramente pericoloso; ogni giorno che passa, la dama derubata è più che mai convinta della necessità di riavere la sua lettera ma naturalmente non è possibile farlo alla luce del sole. Alla fine, sull’orlo della disperazione, ha affidato l’incarico a me.
“Non si potrebbe desiderare, o immaginare, un agente più sagace,” disse Dupin da dietro una nuvola di fumo.
“Lei mi lusinga,” rispose il prefetto. “Ma può darsi che la derubata abbia effettivamente pensato qualcosa del genere. “
“È evidente,” dissi, “e lei stesso lo ha osservato, che la lettera si trova ancora nelle mani del ministro. Il potere infatti deriva dal possesso della lettera, non dall’uso. Se il ministro decidesse di utilizzarla, ne annullerebbe il potere.”
“Vero,” disse G***, “e io sono partito proprio da questo presupposto. Per prima cosa, mi sono preso la briga di far perquisire accuratamente il palazzo del ministro; la difficoltà principale era farlo a sua insaputa. Tra l’altro, ero stato avvertito del rischio che correvo se gli avessi dato motivo di sospettare delle mie intenzioni.”
“In questo genere di ricerche lei è uno specialista,” dissi. “La polizia di Parigi ha spesso condotto simili perquisizioni.
“Sì, certo. Ed è per questa ragione che avevo buone speranze di riuscirci. Inoltre, le abitudini del ministro mi facilitavano il compito: spesso trascorre la notte fuori casa; i domestici, poco numerosi, dormono a una certa distanza dall’appartamento padronale e, poiché sono napoletani, è facile farli ubriacare. Lei lo sa, ho delle chiavi con cui riesco ad aprire tutte le stanze e gli scrigni di Parigi. Per tre mesi di seguito, ho trascorso gran parte delle mie notti a perquisire personalmente il palazzo del ministro. C’è in gioco il mio onore e, detto tra noi, la ricompensa è enorme. Ho interrotto le mie ricerche solo quando mi sono convinto che il ladro è più astuto di me. Credo però di aver frugato, in quell’appartamento, tutte le nicchie e tutti gli angoli in cui si poteva nascondere una lettera.”
“Ma non è possibile,” suggerii, “che la lettera, anche se in possesso del ministro, come è senza dubbio, sia nascosta altrove?”
“È poco probabile,” disse Dupin. “La particolare situazione in cui si trova attualmente la corte, specialmente per quanto riguarda gli intrighi che notoriamente coinvolgono D***, fa sì che l’immediata disponibilità del documento – la possibilità di esibirlo nel giro di pochi minuti – sia di estrema importanza, quasi quanto l’esserne in possesso.
“La possibilità di esibirlo?” dissi.
“Vale a dire, la possibilità di annullarne il potere,” precisò Dupin.
“Vero,” osservai. “La lettera si trova dunque nell’abitazione. Mi sembra da escludere che il ministro la porti con sé.
“Questo è certo,” disse il prefetto. “L’ho fatto aggredire due volte, da finti rapinatori che lo hanno derubato sotto la mia sorveglianza.”
“Poteva risparmiarsi il fastidio,” disse Dupin. “Mi sembra che D*** non sia completamente stupido, e dato che non lo è, certo si aspettava queste imboscate.”
“Non è completamente stupido,” disse G***. “Ma è un poeta. E questo, secondo me, è appena a un passo dalla stupidità.”
“Vero,” disse Dupin, aspirando pensieroso una lunga boccata dalla pipa di schiuma. “Anche se pure io ho qualche brutto verso sulla coscienza.”
“Ci dia dei dettagli sulle perquisizioni,” dissi.
“Per dire le cose come stanno, ci siamo presi il tempo necessario e abbiamo frugato dappertutto. In queste faccende, non mi manca certo l’esperienza: ho esaminato a una a una tutte le stanze dell’edificio (in ciascuna stanza abbiamo lavorato per una settimana filata, ogni notte). Prima di tutto, ci siamo dedicati ai mobili di ciascun appartamento. Abbiamo aperto tutti i cassetti possibili; e lei sa – io credo – che per un agente di polizia ben addestrato non esistono cassetti segreti. In una perquisizione come questa, chi si lascia sfuggire un cassetto ‘segreto’ è un imbecille. È semplicissimo: bisogna dar conto per intero del volume di ogni mobile, dello spazio che occupa. Abbiamo procedure molto precise. Non ci può sfuggire neanche mezzo millimetro. Dopo i cassetti, è stata la volta delle sedie: le imbottiture sono state sondate con quegli aghi lunghi e sottili che mi ha visto adoperare. E abbiamo tolto tutti i piani dei tavoli.”
“E perché mai?”
“Spesso una persona, quando vuole nascondere qualcosa, rimuove il piano di un tavolo, o di un altro mobile simile; poi, dopo aver scavato con il trapano un buco in una delle gambe, colloca l’oggetto nella cavità e rimette a posto il piano. Anche le colonne del letto possono servire allo stesso scopo.“
“Ma le cavità non si possono scoprire altrettanto bene perché suonano a vuoto?” domandai.
“Assolutamente no, se prima di collocare l’oggetto nel nascondiglio si ha cura di avvolgerlo in uno spesso involucro di ovatta. E poi, nel nostro caso, non potevamo fare il minimo rumore.
“Ma non avrete di certo smontato – non li avrete fatti a pezzi – tutti i mobili in cui era possibile nascondere un oggetto con il procedimento che lei ha descritto. Una lettera può essere ridotta a un rotolo sottile, simile per forma e dimensione a un grosso ferro da calza, e la si può infilare, per esempio, nella gamba di una sedia. Non avrà mica ridotto in pezzi tutte le sedie?”
“Certo che no. Abbiamo fatto di meglio, esaminando le gambe di ogni sedia del palazzo, come pure le giunte di ogni mobile, con l’aiuto di un potentissimo microscopio. Se ci fosse stato qualche segno recente di manomissione, lo avremmo scoperto all’istante. La minima traccia di segatura lasciata da un trapano, per esempio, sarebbe apparsa grande come una mela. Qualsiasi alterazione nella colla, qualsiasi fessura nelle giunture, sarebbe bastata per rivelare il nascondiglio.”
“Suppongo che abbiate controllato gli specchi, fra il cristallo e il supporto, e che abbiate guardato nei letti, fra le coperte, nelle tende e nei tappeti.”
“Naturalmente. Dopo che abbiamo passato in rivista tutti i mobili, è stato il turno dell’edificio. Abbiamo diviso l’intera superficie in settori e li abbiamo numerati, così da non dimenticarne alcuno. Poi abbiamo esaminato ogni centimetro quadrato del palazzo, e dei due edifici adiacenti, con il microscopio, come ho spiegato prima.”
“I due edifici adiacenti!” esclamai. “Deve essere stato un lavoro faticoso.”
“Sì, ma la ricompensa offerta è straordinaria”.
“Quando dice ‘edifici’, intende anche i terreni intorno?”
“Sono terreni pavimentati a mattoni: ci hanno creato pochi problemi. Abbiamo esaminato il muschio tra i mattoni, ed era intatto.”
“Avete guardato tra le carte del ministro, e tra i libri della biblioteca?”
“Certamente. Abbiamo disfatto ogni pacco e ogni involto. Non soltanto abbiamo aperto tutti i volumi, ma li abbiamo sfogliati pagina per pagina, non accontentandoci di scuoterli solamente, come fa qualcuno dei nostri agenti. Con strumenti precisissimi abbiamo anche misurato lo spessore di ogni copertina, e ognuna è stata passata al vaglio del più scrupoloso esame microscopico. Se una di queste copertine fosse stata manomessa di recente, il fatto non sarebbe sfuggito alla nostra osservazione. Cinque o sei volumi, appena usciti dalle mani del rilegatore, sono stati saggiati accuratamente, in tutta la loro lunghezza, con l’aiuto degli aghi.”
“Avete ispezionato i pavimenti, sotto i tappeti?”
“Sicuro. Abbiamo tolto tutti i tappeti ed esaminato le assi al microscopio.”
“E la carta da parati?”
“Anche.”
“Avete guardato in cantina?”
“Ma certo.”
“Allora,” dissi “ha sbagliato i suoi calcoli: la lettera non si trova nell’edificio.”
“Temo che lei abbia ragione su questo punto,” disse il prefetto. “E ora, Dupin, cosa mi consiglia di fare?”
“Ispezioni di nuovo tutto l’edificio.”
“Ma è assolutamente inutile,” rispose G***. “Come è vero che respiro, in quella casa non c’è traccia della lettera.”
“Non ho un consiglio migliore da darle,” disse Dupin. “Lei ha una descrizione precisa della lettera, vero?”
“Certo che sì.” E il prefetto, tirato fuori un taccuino, lesse ad alta voce una descrizione particolareggiata del documento scomparso, di come appariva ticolareggiata del documento scomparso, di come appariva all’interno e soprattutto all’esterno. Appena finì di leggere questo resoconto il brav’uomo se ne andò, avvilito e demoralizzato come non l’avevo mai visto.
Circa un mese dopo, quando venne a trovarci di nuovo, eravamo immersi nelle stesse occupazioni. Prese una pipa, una poltrona, e cominciò a chiacchierare del più e del meno. Alla fine dissi:
“E allora, G***, che ne è della lettera rubata? Si è convinto, immagino, che il ministro è un avversario difficile da battere.”
“Al diavolo il ministro! Ho rifatto da capo la perquisizione, come mi aveva suggerito Dupin, ma è stata tutta fatica sprecata, l’avevo previsto.”
“Quanto ha detto che è la ricompensa?” chiese Dupin.
“Be’, è piuttosto alta, una ricompensa davvero molto generosa. Preferirei non rivelare la cifra precisa; posso dire però una cosa: darei volentieri di tasca mia cinquantamila franchi a chi fosse in grado di farmi avere quella lettera. La faccenda sta diventando di giorno in giorno più scottante, e la ricompensa è stata di recente raddoppiata. Ma anche se fosse triplicata, non potrei fare più di quel che ho fatto.”
“Ma… veramente,” borbottò Dupin, tra una boccata di fumo e l’altra, “veramente penso che lei non si sia impegnato a fondo. Potrebbe fare qualcosa di più, non crede?”
“E come? In che modo?”
“Ecco…” disse Dupin, tra uno sbuffo e l’altro di fumo “potrebbe magari chiedere un consiglio… Ricorda la storia di Abernethy?”
“No. Al diavolo Abernethy!”
“Ma certo, al diavolo anche lui con tutti gli altri! Dunque: c’era un volta un ricco avaro, che si era messo in testa di scroccare ad Abernethy un consiglio medico. Così, durante una normale conversazione tra amici, sottopose al medico il suo caso, parlandone come se fosse un caso di fantasia.
“ ‘Supponiamo,’ disse l’avaro, ‘che uno avesse questo e quest’altro sintomo. Secondo lei, dottore, cosa dovrebbe prendere?’
“ ‘Cosa dovrebbe prendere?’ disse Abernethy. ‘Dovrebbe prendere subito appuntamento con un medico.’ “
“Veramente…” disse il prefetto, un po’ imbarazzato, “io sono dispostissimo a chiedere un consiglio, e anche a pagarlo. Darei sul serio cinquantamila franchi a chiunque fosse in grado di cavarmi da questo impiccio.”
“Se è così,” rispose Dupin, aprendo un cassetto da cui estrasse un libretto di assegni, “può senz’altro firmarmi un assegno per quella cifra. Quando lo avrà firmato, le darò la lettera.”
Io ero sbalordito. Il prefetto pareva fulminato. Per qualche minuto rimase immobile, senza dire una parola, e guardava il mio amico con aria incredula, la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite. Poi si riprese un pochino, o almeno così sembrava; allora afferrò una penna e dopo molte esitazioni, con gli occhi persi nel vuoto, firmò un assegno di cinquantamila franchi e lo tese a Dupin, che stava dall’altra parte del tavolo. Dupin esaminò attentamente l’assegno e lo ripose nel portafogli. Poi aprì un cassetto della scrivania, ne tirò fuori una lettera e la diede al prefetto, che se ne impossessò in uno spasimo di gioia, aprendola con le mani che gli tremavano. Una rapida occhiata al contenuto, e il prefetto, gettandosi a precipizio verso la porta, uscì dalla stanza e corse in strada senza nemmeno salutare. Da quando Dupin gli aveva chiesto di firmare l’assegno non aveva detto una sola parola.
Uscito il prefetto, il mio amico raccontò come erano andate le cose.
“La polizia di Parigi,” disse, “è molto abile, a modo suo. I suoi agenti sono tenaci, ingegnosi, furbi, e conoscono perfettamente tutte le tecniche del mestiere. Per questo, quando G*** ci raccontò per filo e per segno la perquisizione nel palazzo del ministro, ero sicuro che avesse fatto un buon lavoro. Entro i limiti, naturalmente, delle sue competenze.”
“Entro i limiti delle sue competenze?”
“Sì,” disse Dupin. “Perché non soltanto ha adottato le tecniche migliori, ma le ha anche applicate nella maniera più perfetta possibile. Se la lettera fosse stata alla portata delle loro ricerche, quei ragazzi l’avrebbero trovata, non c’è dubbio.”
Io mi limitai a ridacchiare. Ma Dupin sembrava che parlasse molto seriamente.
“Le tecniche adottate,” continuò, “sono ottime, nel loro genere, e sono state messe in pratica con cura. Ma avevano un difetto: non erano applicabili né al caso, né all’uomo con cui abbiamo a che fare. Con le risorse di cui dispone, peraltro molto ingegnose, il prefetto si è costruito una specie di letto di Procuste, in cui costringe con la forza tutte le sue mosse. Ma sbaglia di continuo, o per troppo accanimento oppure per troppa superficialità rispetto al caso che ha tra le mani. Molti scolaretti ragionerebbero meglio di lui. Ne ho conosciuto uno di otto anni, ammirato da tutti per l’abilità con cui vinceva sempre a ‘pari e dispari’. È un gioco molto semplice, che si fa con le biglie. Uno dei giocatori tiene in mano un certo numero di biglie, e chiede all’altro se sono pari o dispari. Se la risposta è giusta, il giocatore che l’ha indovinata vince una biglia; se è sbagliata, ne cede una all’avversario. Il bambino di cui parlo ha vinto tutte le biglie della scuola. Naturalmente, aveva un suo sistema per indovinare. Un sistema semplicissimo: osservava l’avversario e ne calcolava il grado di astuzia. Facciamo un esempio: il suo avversario, uno stupido fatto e finito, gli chiede sollevando il pugno ‘pari o dispari?’. Il nostro scolaretto dice ‘dispari’ e perde. Ma al secondo tentativo certamente vincerà, perché ragiona così: ‘Questo stupido la prima volta ha preso un numero pari di biglie, e la sua astuzia basta appena a fargliene prendere ora un numero dispari. Allora dirò dispari’. Dice ‘dispari’ e vince. Ma con un avversario un po’ meno stupido, avrebbe ragionato così: ‘Il mio avversario sa che la prima volta ho detto dispari. Ora potrebbe seguire il suo primo impulso, cambiando semplicemente il numero delle biglie da pari a dispari, come ha fatto quell’altro imbecille. Ma se ci riflette un attimo, si accorge che questa variazione è troppo ovvia, e alla fine deciderà di prendere ancora un numero pari di biglie. E allora io dirò pari’. Dice ‘pari’ e vince. Ma in che cosa consiste, in ultima analisi, questo modo di ragionare, che gli amici del nostro scolaretto chiamano ‘fortuna’?”
“È semplice: nel fatto che la mente del nostro giocatore si identifica con quella dell’avversario.”
“Proprio così,” disse Dupin. “E quando interrogai il ragazzino sui mezzi che usava per riuscire a identificarsi così perfettamente con l’avversario, la risposta fu la seguente: ‘Quando voglio sapere fino a che punto uno è saggio, stupido, buono, o cattivo, oppure voglio conoscere esattamente cosa sta pensando in quel momento, faccio assumere al mio volto un’espressione il più possibile identica alla sua; poi aspetto di vedere quali sono i pensieri e i sentimenti che mi nascono nella mente e nel cuore, come se cercassero un accordo, o almeno una corrispondenza, con l’espressione del volto’. Questa risposta dello scolaretto è all’origine della presunta profondità attribuita a La Rochefoucauld, La Bruyère, Machiavelli e Campanella.”
“E l’identificazione dipende, se ho capito bene, dall’accuratezza con cui riusciamo a valutare l’intelligenza dell’avversario.”
“Sì, i risultati concreti che otteniamo dipendono proprio da questa precisione,” rispose Dupin. “Il prefetto e la sua squadra falliscono così spesso per due motivi. Primo, non si identificano; secondo, perché sbagliano nel valutare – anzi, non valutano affatto – l’intelligenza dell’avversario con cui hanno a che fare. Hanno una loro idea dell’ingegnosità e considerano solo quella. Quando cercano qualcosa di nascosto, pensano solo ai modi con cui loro l’avrebbero nascosta. In un certo senso, hanno perfettamente ragione: la loro ingegnosità è una fedele rappresentazione di quella posseduta dalla massa. Ma quando l’astuzia di un singolo furfante è di un tipo diverso rispetto alla loro, cadono immancabilmente in trappola. Questo accade sempre quando l’astuzia è superiore alla loro, e molto spesso anche quando è inferiore. Le loro indagini si basano sempre sugli stessi principi. Tuttalpiù, quando lo impone una situazione insolita – una ricompensa particolarmente generosa – perfezionano a oltranza i vecchi modi di agire, ma non cambiano i principi. Nel caso di D***, per esempio, è stato fatto forse qualcosa per modificare questi principi? Cos’è tutto questo bucare, e sondare, e auscultare, e osservare al microscopio, e dividere la superficie di un edificio in tasselli numerati grandi un paio di centimetri? Cos’è, se non l’applicazione a oltranza di un principio investigativo (o di un insieme di principi) basato sulle idee che il prefetto, nel corso di lunghi anni di servizio, si è fatto dell’ingegnosità umana? Se ne sarà accorto: il prefetto dà assolutamente per scontato che tutti, quando devono nascondere una lettera, la nascondono – se non proprio in un buco fatto col trapano nella gamba di una sedia – almeno in una cavità, o in un angolo fuori mano, trovati con un ragionamento analogo a quello che spinge un individuo a decidere di nascondere una lettera in un buco fatto col trapano nella gamba di una sedia. E non si è accorto che tutti questi nascondigli recherchés sono adatti soltanto alle occasioni di poco conto, e sarebbero scelti solo da intelligenze di poco conto? Infatti, quando abbiamo a che fare con un oggetto nascosto, il nascondiglio – il nascondiglio trovato in questo modo recherché – si può sempre immaginare, e di fatto lo si immagina, fin dall’inizio: scoprirlo non dipende affatto dall’acume, ma piuttosto dalla pazienza, dall’attenzione, dalla determinazione di chi cerca. Se il caso è di una certa importanza, o la ricompensa generosa (il che, agli occhi della polizia, è lo stesso), queste qualità non hanno mai fallito. Lei capirà adesso cosa intendevo quando ho detto che, se la lettera rubata era nascosta da qualche parte entro il raggio di indagine del prefetto – in altri termini, se il principio con cui era stata nascosta rientrava tra i principi del prefetto – la si sarebbe senz’altro ritrovata. Invece il nostro uomo è stato tratto in inganno; la causa remota della sua sconfitta sta nella supposizione che il ministro è uno stupido perché ha fama di poeta. Tutti gli stupidi sono poeti, questo pensa il prefetto. Ma quando ne deduce che tutti i poeti sono stupidi, sbaglia, e il suo errore è la non distributio medii.”
“Ma è veramente un poeta?” domandai. “Per quanto ne so, sono due fratelli, e tutti e due sono nomi conosciuti nel campo della cultura. Ma credo che il ministro abbia scritto un dotto volume sul calcolo differenziale. È un matematico, non un poeta.”
“Si sbaglia. Lo conosco bene: è un poeta e anche un matematico. Proprio per questo sa ragionare correttamente; se fosse stato solo un matematico non avrebbe saputo ragionare affatto e dunque sarebbe stato alla mercè del prefetto.”
“Queste sue opinioni, in netto contrasto con quel che si sostiene comunemente, mi sorprendono. Non penserà di distruggere un’idea accettata ormai da secoli. La razionalità della matematica è stata sempre considerata la razionalità par excellence.”
“Il y a à parier,” rispose Dupin citando Chamfort, “que toute idée publique, toute convention reçue est une sottise, car elle a convenu au plus grand nombre. I matematici, glielo garantisco, hanno fatto del loro meglio per diffondere l’errore popolare a cui lei allude, e che rimane un errore anche se viene spacciato per verità. Con un’abilità degna di miglior causa, per esempio, hanno introdotto il termine analisi applicato all’algebra. All’origine di questo fraintendimento ci sono i francesi. Ma se le parole contano qualcosa – se le parole derivano il loro significato da come vengono usate – allora ‘analisi’ ha a che fare con ‘algebra’ come il latino ambitus ha a che fare con ‘ambizione’, religio con ‘religione’, e homines honesti con uomini d’onore.
“Vedo che sta covando una polemica con la maggior parte degli algebristi parigini,” dissi “Ma continui.”
“Io contesto la validità, e di conseguenza l’importanza, di una ragione coltivata con qualsiasi mezzo diverso dalla logica astratta. Contesto, in particolare, la razionalità che proviene dallo studio della matematica. La matematica è la scienza che si occupa delle forme e delle quantità. Il ragionamento matematico non è altro che la logica applicata alle osservazioni sulle forme e le quantità. Il grande errore sta nel supporre che le verità dell’algebra pura siano verità astratte o generali. Questo errore è così marchiano che mi stupisco al vederlo accettato da tutti. Gli assiomi matematici non sono veri in assoluto. Quel che a buon diritto si può dire di una relazione – della forma e della quantità – è spesso grossolanamente sbagliato se viene riferito per esempio alla morale: qui, che la somma delle parti sia maggiore del tutto, è molto spesso falso. In chimica, l’assioma non è valido. Non è valido neanche se abbiamo a che fare con il movente di un’azione: quando esiste più di un movente, ognuno di un valore determinato, il loro valore complessivo non è necessariamente uguale alla somma delle parti. E molte altre verità matematiche sono tali soltanto entro i limiti delle relazioni. Argomentare sulla base di queste verità limitate scambiandole per verità assolute è tipico dei matematici; del resto la gente si è convinta che queste verità siano applicabili in qualunque ambito. Bryant, nella sua dottissima Mythology cita un’analoga fonte di errori, quando dice che ‘anche se non crediamo alle favole dei pagani, ce ne dimentichiamo continuamente, facendo riferimento a queste favole come a una realtà concreta’. Gli algebristi invece, pagani a pieno titolo, credono alle loro favole, a cui fanno riferimento non per un difetto di memoria, ma perché soffrono di un’inspiegabile confusione mentale. Per farla breve: non ho mai incontrato un matematico puro di cui ci si potesse fidare, se non per l’estrazione di una radice quadrata, e neppure uno che in cuor suo non tenga come articolo di fede che x + px è assolutamente e incondizionatamente uguale a q. Faccia una prova, se vuole: dica a uno di questi signori che secondo lei esistono dei casi in cui x + px non èuguale a q. Ma dopo aver spiegato loro cosa intende, se la dia a gambe più velocemente che può, perché senza dubbio cercheranno di accopparla.
“Voglio dire,” continuò Dupin mentre io ridevo a queste sue osservazioni, “che se il ministro fosse stato soltanto un matematico, il prefetto non sarebbe stato costretto a firmarmi l’assegno. Ma io sapevo che era un matematico e anche un poeta, e a questo ho adeguato il mio ragionamento, tenendo conto anche delle circostanze in cui il ministro si trovava. Sapevo anche che era un cortigiano, e uno sfacciato intrigante. Un uomo simile, mi dissi, non poteva non essere a conoscenza dei metodi solitamente adoperati dalla polizia. Non poteva non prevedere – e di fatto le aveva previste, come sappiamo – le trappole che gli venivano tese. Doveva aver previsto, pensai, la perquisizione segreta nei suoi appartamenti.
Le frequenti assenze notturne, salutate dal prefetto come un aiuto al successo dell’indagine, per me erano semplici ruses, messe in atto per consentire alla polizia una perquisizione accurata, in modo che arrivasse a concluderne, il più rapidamente possibile, che la lettera non si trovava nell’edificio. E in effetti, G*** a questa conclusione finalmente c’è arrivato. Sono anche convinto che il ragionamento riguardante i principi a cui i poliziotti fanno ricorso quando cercano un oggetto nascosto – insomma, la concatenazione di pensieri che un attimo fa, con qualche fatica, ho cercato di ricostruire per lei –, sono convinto, dicevo, che questo ragionamento il ministro lo abbia avuto bene in mente. Ed è questo ragionamento che lo ha senz’altro condotto a disdegnare i soliti nascondigli. Lui non poteva, mi dissi, essere così sciocco da non pensare che anche il nascondiglio più astruso e inaccessibile di casa sua, davanti agli occhi, alle sonde, ai trapani, ai microscopi del prefetto, sarebbe sembrato un armadio aperto. Capii, infine, che sarebbe stato costretto a scegliere la semplicità, se già non l’aveva scelta spontaneamente, seguendo le sue inclinazioni. Ricorderà, forse, lo scoppio di risa del prefetto, quando durante il nostro primo colloquio gli suggerii che il mistero era così impenetrabile proprio perché troppo semplice.”
“Sì,” dissi, “ricordo bene la sua ilarità. Ero convinto che gli sarebbe venuto un attacco.”
“Il mondo materiale,” continuò Dupin, “presenta molte analogie con il mondo immateriale. Su questa base, si è attribuita una parvenza di verità a quel principio della retorica secondo cui una metafora, o una similitudine, può rafforzare un ragionamento, oltre che abbellire una descrizione. Il principio della forza inerziale, per esempio, sembra valere allo stesso modo in fisica e in metafisica. Così, come è vero in fisica che un corpo di grandi dimensioni oppone più resistenza al movimento di uno piccolo, e che l’impulso (il momentum) necessario dipende da questa resistenza, è vero in metafisica che un intelletto molto dotato – pur essendo più impetuoso, più costante, più efficace nelle sue azioni di un intelletto meno dotato – si mette in moto con minore prontezza, e percorre lentamente i primi passi del suo cammino. E ancora: per strada, ha mai osservato le insegne dei negozi? Quali secondo lei attirano di più l’attenzione?”
“Non ci ho mai pensato,” dissi.
“C’è un gioco che si fa su una carta geografica. Uno dei giocatori chiede all’altro di trovare una certa parola – il nome di una città, di un fiume, di uno stato o di un impero – insomma, uno dei tanti che si trovano sulla variopinta e complicata superficie della mappa. I novellini cercano quasi sempre di mettere in imbarazzo l’avversario facendogli indovinare un nome scritto a caratteri piccolissimi. Ma gli esperti scelgono i nomi scritti in grande, sgranati da un capo all’altro della carta geografica. Questi nomi, proprio come le insegne e i manifesti scritti a caratteri cubitali, sfuggono all’attenziòne proprio perché sono troppo evidenti. Queste sviste materiali sono assolutamente analoghe alla disattenzione mentale con cui l’intelletto si lascia sfuggire senza osservarle le considerazioni troppo apertamente e clamorosamente evidenti. Ma questo punto – almeno così sembra – non è alla portata del prefetto: troppo sopra, o troppo sotto, rispetto alla sua capacità di comprensione. Il prefetto non ha pensato neppure per un attimo alla probabilità, o alla possibilità, che il ministro avesse collocato la lettera proprio sotto il naso di tutti, in modo da impedire a chiunque di vederla.
“Più riflettevo sull’ingegnosità di D** *, così audace, brillante e fuori dal comune, più riflettevo sul fatto che doveva tenere la lettera a portata di mano, se voleva servirsene al momento opportuno, più riflettevo sul fatto (ormai appurato dal prefetto) che il documento non si trovava nel raggio di una normale perquisizione di polizia, più mi convincevo che, per nascondere la lettera, il ministro si era servito dell’espediente più ovvio e astuto. Vale a dire, non aveva affatto tentato di nasconderla.
“Con questa idea in testa, mi procurai un paio di occhiali scuri e un bel mattino, come per caso, capitai al palazzo del ministro. Vi trovai D*** che sbadigliava, poltriva e perdeva tempo, come fa di solito, fingendo di essere sprofondato nell’ennui. (Il ministro è probabilmente uno degli uomini più attivi del mondo, ma solo quando nessuno lo vede.)
“Per non essere da meno, mi lamentai della mia vista debole, che mi costringeva a portare gli occhiali. Protetto dalle lenti, mentre sembravo intento a conversare con il mio ospite, passai minuziosamente in rassegna l’intera stanza.
“Dedicai particolare attenzione a un’ampia scrivania (il ministro sedeva a poca distanza) ingombra di lettere e altre carte, tra cui c’erano anche un paio di strumenti musicali e qualche libro. Ma qui, dopo una ricerca lunga e molto insistita, non trovai nulla che potesse far nascere qualche sospetto.
“Alla fine i miei occhi, facendo il giro della stanza, si posarono su un insignificante portadocumenti di cartone filigranato, che era appeso con un sudicio nastro blu a un chiodo di ottone, proprio al centro del caminetto. Nel portacarte, diviso in tre o quattro scomparti, c’erano cinque o sei biglietti da visita, e un’unica lettera, molto sporca e spiegazzata. La lettera era quasi strappata in due, proprio nel mezzo: sembrava che qualcuno, dopo aver avuto in un primo momento l’idea di farla a pezzi come cosa senza valore, poi si fosse fermato, oppure avesse cambiato idea. Recava un grande sigillo nero, dove erano impresse in bella evidenza le iniziali di D***; l’indirizzo, scritto in una minuta calligrafia femminile, era quello del ministro. Era stata infilata con negligenza – perfino con disprezzo, sembrava – in uno degli scomparti superiori del portacarte.
“Mi bastò un’occhiata per capire che quella era la lettera che stavo cercando. Certo, a vederla era completamente diversa dalla lettera di cui il prefetto ci aveva letto una descrizione così accurata. Qui il sigillo era grande e nero, con le iniziali di D***; là era piccolo e rosso, con lo stemma ducale della famiglia S***. Questa era indirizzata al ministro, da una calligrafia minuta e femminile. L’altra, indirizzata a un alto personaggio reale, era scritta da una calligrafia piuttosto marcata ed energica. Le due lettere avevano in comune soltanto la dimensione. Ma alla lunga, queste differenze perfino eccessive, come pure la sporcizia, il foglio sgualcito e strappato, così in contrasto con le abitudini metodiche di D***, e così palesemente tese a ingenerare nell’osservatore l’idea che il documento non valesse nulla; tutte queste cose, insieme alla sfacciata esibizione del documento, esposto alla vista di qualsiasi visitatore, e dunque in perfetto accordo con le conclusioni a cui ero giunto in precedenza, tutte queste cose, dico, confermavano decisamente i sospetti di chi, come me, era andato lì con l’intenzione di sospettare.
“Prolungai la mia visita il più a lungo possibile, e mentre sostenevo un’accesa discussione con il ministro, su un argomento che lo aveva sempre interessato, la mia attenzione era ferma sulla lettera. La esaminai ben bene, fissando nella memoria il suo aspetto esterno e il modo in cui era sistemata nel portacarte. E feci pure una scoperta che levava di mezzo anche il più piccolo dubbio residuo. Mentre osservavo i bordi della carta, vidi che erano più sgualciti del necessario. Avevano l’aspetto che ha un foglio di carta pesante quando lo si piega una volta, pressando poi il bordo, e poi lo si ripiega in senso contrario lungo la stessa piega. Questa scoperta era sufficiente. Per me era chiaro che la lettera era stata rivoltata come un guanto, e poi indirizzata e sigillata di nuovo. Salutai il ministro e subito me ne andai, lasciando una tabacchiera d’oro sul tavolo.
“Il mattino dopo tornai per cercare la tabacchiera, e ripresi con il ministro la vivace conversazione iniziata il giorno prima. Mentre eravamo immersi nella discussione, udimmo proprio sotto le finestre del palazzo una forte detonazione, come fosse un colpo di pistola, seguita dalle urla e dalle voci della folla terrorizzata. Il ministro si avvicinò a una finestra, la aprì e guardò fuori. Nel frattempo io mi avvicinai al portacarte, presi la lettera, me la infilai in tasca, e la sostituii con un facsimile (per quanto riguarda l’aspetto esterno) che avevo preparato a casa con molta cura, imitando facilmente le iniziali di D*** su un sigillo ricavato dalla mollica del pane.
“I rumori in strada erano stati causati dal folle comportamento di un uomo che, armato di fucile, aveva preso a sparare su un gruppo di donne e bambini. Si scoprì però che il fucile era caricato a salve e il tizio, un pazzo o un ubriaco, fu rimesso in libertà. Quando l’uomo se ne andò, il ministro si allontanò dalla finestra, dove lo avevo raggiunto subito dopo aver sostituito il documento. Un attimo dopo presi congedo da lui. Il presunto pazzo lo avevo pagato io.”
“Ma a che scopo,” chiesi, “ha sostituito la lettera con un facsimile? Non era meglio impadronirsene senza trucchi durante la prima visita, e poi andarsene?”
“D*** è un uomo pronto a tutto, oltre che dotato di molto sangue freddo. Ed è circondato da servitori che proteggono i suoi interessi. Se io avessi fatto l’incauto tentativo che lei suggerisce, c’era il rischio di non uscir vivo

https://i0.wp.com/public.blu.livefilestore.com/y1pfSLOKNgrY4oWKbXjFHQXInDzx0sO1JuuKnhwwEGqTVEfoG7j88ZKJYXErGYgRdK1voplSFtj74ds_DUZzEzj4w/poelet3.JPGIl ministro si avvicinò a una finestra, la aprì e guardò fuori. Nel frattempo io
mi avvicinai al portacarte, presi la lettera, me la infilai in tasca, e lo sostituii
con un facsimile

da quella casa. I bravi parigini non avrebbero più sentito parlare di me. A parte queste considerazioni, però, avevo anche un mio scopo. Lei conosce le mie simpatie politiche. In questa faccenda, mi sono comportato come un paladino della dama in questione. Sono ormai diciotto mesi che il ministro la tiene in suo potere. Ma adesso è lei a tenerlo in pugno; infatti, poiché il ministro non sa che la lettera non è più in suo possesso, continuerà il suo ricatto come se nulla fosse accaduto. Ma in questo modo segnerà con le sue stesse mani la propria immediata rovina politica. E la caduta sarà precipitosa quanto ridicola. Parliamo pure del facilis descensus Averni; ma ogni tipo di scala (come dice la Catalani a proposito del canto) è molto più facile da salire che da scendere. In questo caso non ho alcuna simpatia – e neppure pietà – per chi scende: un monstruum horrendum, come può esserlo un uomo di genio senza principi morali. Ma lo confesso: mi piacerebbe essere nella testa del ministro quando, sfidato dalla dama che il prefetto si ostina a chiamare ‘un certo personaggio’, sarà costretto ad aprire la lettera che gli ho lasciato nel portacarte.”
“Ma come? C’è scritto qualcosa?”
“Be’, non mi pareva bello lasciare l’interno in bianco: poteva sembrare un insulto. Una volta, a Vienna, D*** mi giocò un brutto tiro e io gli dissi scherzando che non me ne sarei dimenticato. Così, poiché ero certo che avrebbe avuto qualche curiosità sulla persona che lo aveva messo nel sacco, era un peccato – pensai – non lasciargli un indizio. Il ministro conosce bene la mia calligrafia; di conseguenza, mi sono limitato a riportare nel bel mezzo del foglio bianco queste parole, prese dall’Atrée di Crébillon:

Un dessein si funeste,
S’il n’est digne d’Atrée, est digne de Thieste.”

Note:
(*) Tratto da Racconti di Edgar Allan Poe, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2003 (traduzione dall’inglese a cura di Mariarosa Mancuso). Titolo originale The Purloined Letter.
Le illustrazioni del racconto sono lavori originali di Francesco Moscatelli, che ne ha gentilmente concesso la pubblicazione.

 

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Written by azulines

28 novembre 2009 at 4:39 pm

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I delitti della Rue Morgue

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Era il 20 aprile 1841 quando il Graham’s Magazine, a Filadelfia, pubblicò “The Murders in the Rue Morgue” (I delitti della Rue Morgue) di Edgar Allan Poe, considerato la prima storia poliziesca della letteratura. (un ottimo articolo dedicato a questo racconto  in queto sito https://i1.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif)

I delitti della Rue Morgue     di      Edgar allan Poe

“Quale canzone cantassero le sirene, o quale nome assumesse Achille quando si nascose tra le donne per quanto problemi sconcertanti, non sono al di là di ogni congettura”.

Sir Thomas Browne

Le facoltà mentali che definiamo analitiche, sono, di per sé, poco suscettibili di analisi. Le apprezziamo unicamente nei loro effetti. Sappiamo fra l’altro che, per chi le possiede in misura straordinaria, costituiscono sempre una fonte di vivissimo godimento. Come l’uomo forte esulta delle sue doti fisiche, dilettandosi di quegli esercizi che chiamano in causa i suoi muscoli, così l’analista si compiace di quell’attività mentale che DISTRICA. Egli trae piacere da qualsiasi occupazione, anche la più banale, purché metta in azione il suo talento. E’ appassionato di enigmi, di rebus, di geroglifici, nel risolvere i quali da prova di ACUMEN che può apparire soprannaturale a un’intelligenza comune. I risultati che egli consegue applicando l’essenza, l’anima stessa del metodo, hanno in realtà tutta l’aria dell’intuizione.La facoltà di risoluzione è forse molto rinforzata dallo studio della matematica, e in particolar modo dal ramo più nobile di essa che, ingiustamente, e solo a causa del processo a ritroso delle sue operazioni, è stata definita ANALISI, come se lo fosse PER ECCELLENZA. Eppure calcolare non è di per sé analizzare. Un giocatore di scacchi, per esempio, esegue il primo procedimento senza ricorrere al secondo. Ne segue un’interpretazione completamente errata degli effetti che il gioco degli scacchi ha sulla struttura mentale dell’individuo. Non intendo qui scrivere un trattato, ma semplicemente introdurre, con delle osservazioni, fatte molto a casaccio, un racconto un po’ strano; colgo quindi l’occasione per sostenere che le facoltà più elevate dell’intelligenza riflessiva sono messe alla prova più a fondo e con maggiore utilità dal gioco più modesto della dama piuttosto che dall’elaborata frivolezza degli scacchi. In quest’ultimo gioco, dove i pezzi si muovono con mosse diverse e BIZZARRE, secondo dei valori vari e variabili, ciò che è soltanto complesso viene scambiato (errore piuttosto comune) per ciò che è profondo.Si richiede qui la massima capacità d’attenzione. Distrarsi per un attimo significa commettere una svista da cui deriverà un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono soltanto molteplici, ma anche complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci vince la partita non il giocatore più acuto, ma quello che sa maggiormente concentrarsi.

 

Nel gioco della dama, invece, dove il movimento è UNICO e consente poche variazioni, le probabilità di distrazioni sono minori, e dal momento che la semplice attenzione viene impegnata solo relativamente, i risultati ottenuti da entrambi gli avversari sono attribuibili soltanto a una maggiore dose di ACUMEN. Per toglierci dall’astratto: immaginiamo una partita a dama dove i pezzi siano ridotti a solo quattro dame, e dove naturalmente non ci sia da aspettarsi alcuna svista. E’ chiaro che qui la vittoria sarà decisa (dal momento che i giocatori si trovano su un piano di parità) da una mossa ‘ recherchée ‘, risultato di un eccezionale sforzo mentale. Non potendo valersi dei consueti stratagemmi, l’analista s’insinua nello spirito dell’avversario, si identifica con esso, e non di rado vede così, a colpo d’occhio, l’unica mossa (a volte assurdamente semplice) mediante la quale può indurlo a commettere un errore o affrettare un calcolo sbagliato.

Da molto tempo si è notata l’influenza che lo ‘ whist ‘ esercita su ciò che viene definita capacità di calcolo; e si sa che uomini dotati di eccezionale intelligenza, mentre disdegnavano come frivoli gli scacchi, ricavano da questo gioco un piacere apparentemente inspiegabile. Senza dubbio non c’è nulla del genere che riesca ad impegnare altrettanto profondamente la facoltà dell’analisi. Il miglior giocatore di scacchi della cristianità non sarà nulla di più del miglior giocatore di scacchi; ma il grado di eccellenza nello whist implica una probabilità di successo in tutte quelle imprese tanto più importanti in cui una mente umana si trova a fronteggiarne un’altra. Per grado di eccellenza intendo quella perfezione che presuppone la conoscenza di TUTTI gli espedienti del gioco da cui si possono trarre vantaggi legittimi. Questi non sono soltanto molteplici, ma multiformi, e si celano sovente in abissi di pensiero del tutto impenetrabili all’intelligenza ordinaria. Osservare con attenzione significa ricordare distintamente; e sotto questo aspetto il giocatore di scacchi riuscirà molto bene nello whist perché sa concentrarsi; d’altra parte le regole di Hoyle (basate sul puro e semplice meccanismo del gioco) sono in genere sufficientemente chiare a tutti. Così, avere una memoria incisiva e attenersi al regolamento di gioco sono due requisiti che sembrano definire il buon giocatore per eccellenza. Ma è oltre i limiti delle regole che l’abilità dell’analista si manifesta. In silenzio egli fa tutte le sue osservazioni e deduzioni; altrettanto forse fanno i suoi avversari; ma la differenza nella portata delle indicazioni così ottenute non consiste tanto nella validità della deduzione quanto nella qualità dell’osservazione. Quel che è necessario sapere è che cosa si deve osservare. Il nostro giocatore non si pone limiti, né, per il fatto che il gioco è l’oggetto primo della sua concentrazione, egli manca di trarre deduzioni da fattori estranei alla partita. Scruta l’espressione del suo compagno, confrontandola attentamente con quella di tutti i suoi avversari.

Osserva il modo in cui ciascuno ordina le proprie carte, contando sovente un atout dopo l’altro e un punto dopo l’altro dalle occhiate che via via vi lanciano quelli che ne sono in possesso.

Nel corso del gioco non si lascia sfuggire le minime alterazioni dei volti, traendo le sue prime considerazioni in base al loro atteggiarsi ad espressioni di sicurezza, di sorpresa, di trionfo o di dispetto. Dal modo di raccogliere un’alzata giudica se la persona che la prende ha o no la possibilità di combinarne un’altra. Riconosce la carta che viene giocata per ingannare dal modo con cui essa viene gettata sul tavolo. Una parola buttata là per caso o pronunciata inavvertitamente; una carta caduta o scoperta accidentalmente che venga quindi nascosta con nervosismo o con indifferenza; il conteggio delle alzate, l’ordine in cui si succedono; imbarazzo, esitazione, prontezza o ansia – tutto serve alla sua percezione apparentemente intuitiva per trarre indicazioni sullo stato effettivo delle cose. Dopo che sono state giocate le prime due o tre mani, egli conosce alla perfezione le carte di cui ciascuno dispone, e da quel momento può buttar giù le sue seguendo un piano così preciso come se il resto della compagnia giocasse a carte scoperte. Il potere di analisi non dovrebbe essere confuso con la semplice ingegnosità; poiché mentre l’analista è necessariamente ingegnoso, l’uomo ingegnoso è sovente notevolmente incapace di analisi. La capacità di ricostruzione o di combinazione, attraverso cui si manifesta comunemente la ingegnosità, e alla quale i frenologi hanno assegnato (a torto, direi) un organo separato, considerandola una facoltà primordiale, è stata riscontrata tante volte in persone il cui livello intellettivo sfiorava – per il resto – l’idiozia, da attirare l’attenzione di tutti gli scrittori di psicologia. Tra le ingegnosità e l’abilità analitica esiste in effetti una differenza ancor più notevole di quella che corre fra la fantasia e l’immaginazione, benché di un genere strettamente analogo. Si constaterà difatti che l’uomo ingegnoso è sempre pieno di fantasia, mentre l’uomo veramente ricco di immaginazione non è mai altro che analitico.

Il racconto che segue costituirà per il lettore una specie di commento a quanto si è andato fin qui dicendo.

Fu a Parigi, dove mi trattenni per tutta la primavera e parte dell’estate del 18.., che feci la conoscenza di un certo Monsieur C. Auguste Dupin. Questo giovane apparteneva a un’ottima, anzi ad un’illustre famiglia, ma una serie di disgrazie l’aveva ridotto in uno stato tale di povertà da spegnere in lui ogni energia, tanto che aveva smesso di lottare per una posizione in società e di preoccuparsi di ricostituire il nostro patrimonio. Grazie alla clemenza dei suoi creditori aveva potuto trattenere per sé una piccolissima parte dei suoi beni; e, con la rendita che questi gli fruttavano, riusciva, per mezzo di una inflessibile economia, a procurarsi il necessario per vivere, senza darsi pensiero del superfluo. La sua unica debolezza erano i libri, cosa tutt’altro che difficile da procurarsi a Parigi.

Ci incontrammo la prima volta in un’oscura libreria di Rue Montmartre, dove il fatto di essere entrambi, per caso, alla ricerca dello stesso libro di considerevole rarità e interesse, ci rese subito amici. Ci rivedemmo di sovente da allora. Mi interessò estremamente la breve storia della sua famiglia che egli mi raccontò fin nei minimi dettagli con tutto quel candore di cui è capace un francese quando si tratta di parlare di sé. Rimasi anche meravigliato nel constatare quanto fosse vasto il campo delle sue letture; e soprattutto sentii il mio spirito infiammarsi a contatto con la forza travolgente e la vivida freschezza della sua immaginazione. Dato quel che mi interessava scoprire allora in Parigi, ebbi la sensazione che la compagnia di un uomo simile mi sarebbe stata preziosa oltre ogni dire, e francamente glielo confidai. Combinammo alla fine di abitare insieme per tutta la durata del mio soggiorno in città; e poiché la mia situazione finanziaria non era così disperata come la sua, potei addossarmi le spese dell’affitto e dell’arredamento in uno stile che armonizzasse con la malinconia un po’ estrosa , caratteristica del nostro temperamento, di una casa grottesca, rosa dal tempo, rimasta a lungo disabitata a causa di certe superstizioni che trascurammo di indagare, e che sorgeva, semidiroccata ormai, in una zona solitaria e squallida del Faubourg St.-Germain.

Se la gente fosse venuta a conoscenza delle nostre abitudini in quella casa, certo ci avrebbe considerato dei pazzi, anche se, forse, pazzi innocui. Il nostro isolamento era assoluto. Non ricevevamo visite. Mi ero anzi preoccupato di tenere segreto alle mie amicizie di vecchia data il luogo del nostro ritiro; e in quanto a Dupin, erano ormai molti anni che non conosceva e non era più conosciuto da nessuno a Parigi. Esistevamo soltanto per noi stessi.

Una delle stranezze del mio amico (come diversamente potrei definirle?) consisteva nell’amare la Notte per se stessa; ed io mi lasciai andare a questa sua ‘ bizarrerie ‘, come a tutte le altre, piegandomi ai suoi capricci fantastici con assoluto ‘ abandon ‘.

La tenebrosa dea non era sempre con noi, ma noi potevamo ricrearla artificialmente. Al primo accenno d’alba accostavamo tutte le pesanti imposte della vecchia casa, accendendo un paio di candele, fortemente profumate, che spandevano soltanto una pallida luce spettrale. Con il loro aiuto, schiudevamo l’anima nostra ai sogni, leggendo, scrivendo o conversando, finché l’orologio ci annunziava l’ora della vera Oscurità. Allora uscivamo per le strade, sottobraccio, riprendendo gli argomenti discussi in giornata, o gironzolando di qua e di là fino a tarda notte, perseguendo, tra le luci accecanti e le ombre della città popolosa, quello stato mentale di esasperato eccitamento che solo ci può venire da un’osservazione tranquilla.

In quelle occasioni non potei fare a meno di notare e ammirare in Dupin “anche se a questo mi aveva preparato la sua eccezionale capacità intellettiva) una sviluppatissima abilità analitica.

Sembrava anche che dall’esercizio di questa facoltà, se non proprio dall’ostentazione di essa, egli traesse grande piacere, come d’altronde egli stesso non esitava a confidarmi. Con una piccola risatina sommessa si vantava con me del fatto che la maggior parte degli uomini gli si presentava con delle finestre spalancate sul petto, ed era pronto a convalidare tali spiegazioni con delle prove dirette e sbalorditive della conoscenza profonda che aveva di me. In quei momenti i suoi modi erano freddi e distanti; gli occhi inespressivi, mentre la voce, di solito caldamente vellutata, si inaspriva in un tono acuto che sarebbe parso petulante se non fosse stato per la determinazione e l’assoluta chiarezza della pronuncia. Osservandolo in questi particolari stati d’animo, mi sorprendevo sovente a meditare sull’antica filosofia dell’anima bipartita, divertendomi all’idea di un duplice Dupin: uno creativo e l’altro analizzatore.

Non si deve pensare, da quanto ho detto, che io stia rivelando un mistero o costruendo un romanzo. Quello che ho descritto in questo francese era soltanto il risultato, l’effetto di un’intelligenza eccitata e forse ammalata. Ma un esempio varrà meglio di ogni altra cosa ad illustrarvi la natura delle sue osservazioni nei momenti ai quali ho accennato.

Passeggiavamo una notte per una lunga strada sudicia nelle vicinanze del Palais Royal. Immersi entrambi nei nostri pensieri, non avevamo profferito sillaba da almeno un quarto d’ora.

All’improvviso Dupin ruppe il silenzio con queste parole:

“E’ davvero molto piccolo, e sarebbe più adatto per il Théâtre des Variétés”.

“Non c’è dubbio,” risposi meccanicamente, non rendendomi conto al primo momento (tanto ero preso dalle mie riflessioni) della straordinaria esattezza con cui il mio interlocutore si era riagganciato al filo delle mie meditazioni. Me ne sovvenni un istante dopo, e il mio sbalordimento fu profondo.

“Dupin,” dissi, gravemente, “questo è più di quanto riesca a capire. Devo ammettere che mi avete sbalordito, e sono quasi tentato di non credere ai miei sensi. Come avete potuto indovinare che stavo pensando a…?” E qui m’interruppi, per accertarmi definitivamente se sapesse davvero a chi stavo pensando.

“… a Chantilly,” finì Dupin, “ma perché v’interrompete? Stavate rilevando fra di voi che la sua bassa statura lo rende inadatto a recitare tragedie”.

E questo era stato per l’appunto l’oggetto delle mie riflessioni.

Chantilly era un ex-ciabattino della Rue St.-Denis, il quale, pazzo per il teatro, si era cimentato nel ‘ rôle ‘ di Serse, nell’omonima tragedia di Crébillon, e i suoi sforzi erano stati oggetto di scherno generale.

“Ditemi, per amor del cielo,” esclamai, “quale metodo – se pure metodo c’è – vi ha permesso di scandagliare il mio pensiero su questo argomento”.

Effettivamente ero anche più sorpreso di quanto fossi disposto ad ammettere.

“E’ stato il fruttivendolo,” rispose il mio amico, “a portarvi alla conclusione che quel rappezza-suole non aveva statura sufficiente per Serse et id genus omne”.

“Il fruttivendolo!… Mi stupite… Non conosco nessun fruttivendolo”.

“L’uomo che vi ha urtato quando abbiamo imboccato questa strada…

sarà circa un quarto d’ora fa”.

Mi ricordai infatti che un fruttivendolo, che reggeva sul capo un enorme cesto di mele, mi aveva quasi buttato per terra, per sbaglio, mentre passavamo dalla Rue C… nella via dove adesso ci trovavamo; ma che cosa avesse a che vedere questo con Chantilly proprio non mi riusciva di capire. Non c’era un briciolo di ‘ charlatanerie ‘ in Dupin.

“Ora vi spiegherò,” mi disse, “e perché possiate capire ogni cosa con chiarezza, cominceremo col riesaminare l’ordine di successione dei vostri pensieri dal momento in cui vi ho parlato fino a quello della ‘ rencontre ‘ col fruttivendolo in questione. Gli anelli principali di questa catena si saldano in questa successione:

Chantilly, Orion, Dottor Nichols, Epicuro, la stereotomia, il selciato, il fruttivendolo”.

Sono poche le persone che non si siano divertite, in qualche periodo della loro vita, a ripercorrere i passi compiuti dalla loro mente per arrivare a certe determinate conclusioni. E’ un’occupazione che ha in sé molti motivi di interesse; e colui che l’esperimenta per la prima volta si stupisce dell’incoerenza e della distanza, apparentemente incolmabile, che corre tra il punto di partenza e quello d’arrivo. Quale non fu dunque la mia meraviglia quando mi sentii dire dal francese quel che vi ho riportato e quando fui costretto a riconoscere che le sue parole corrispondevano a verità. Dupin continuò:

“Avevamo parlato di cavalli, se ben ricordo, prima di lasciare la Rue C… Fu questo il nostro ultimo argomento. Mentre attraversavamo la strada per imboccare questa via, un fruttivendolo con una grande cesta in bilico sul capo, superandoci di gran fretta, vi spinse sopra un mucchio di pietre da pavimentazione accatastate in un punto in cui il marciapiede è in riparazione. Siete inciampato in una delle pietre sparse all’intorno, siete scivolato storcendovi leggermente la caviglia, avete assunto un’aria seccata o perlomeno rannuvolata, avete borbottato qualche parola, vi siete voltato indietro a guardare il mucchio di sassi e poi avete ripreso a camminare in silenzio. Non prestavo soverchia attenzione a quanto facevate; ma ultimamente l’osservazione è diventata per me una specie di mania.

“Avete tenuto abbassati gli occhi per terra, lanciando sguardi indispettiti alle buche e ai solchi del marciapiede (per cui conclusi che stavate ancora pensando alle pietre), finché giungemmo al vicoletto Lamartine, che è stato lastricato in via sperimentale con dei blocchi saldati e sovrapposti. Qui notai che il vostro viso si rasserenava e da un movimento delle vostre labbra mi convinsi che stavate mormorando la parola ‘stereotomia’ termine che si applica con una certa affettazione a questo tipo di lastricato. Sapevo che non avreste potuto pronunciare tra voi il vocabolo ‘stereotomia’ senza essere portato a pensare agli atomi e di conseguenza alla teoria di Epicuro; e poiché quando discutemmo questo argomento non molto tempo fa vi accennai al fatto davvero singolare, anche se praticamente ignorato, che le vaghe ipotesi di questo illustre greco fossero state confermate dalla più recente cosmogonia nebulare, mi parve che non avreste potuto fare a meno di alzare gli occhi verso la grande nebulosa d’Orione e mi apprestai con una certa sicurezza a vedervelo fare. Voi guardaste in alto; e fui allora certo di aver seguito esattamente il corso del vostro pensiero. Ma in quella spietata ‘ tirade ‘ contro Chantilly, pubblicata ieri sul ‘ Musée ‘ l’articolista, alludendo ironico e malevolo al cambiamento di nome del calzolaio all’atto di calzare il coturno, citò un verso latino sul quale abbiamo sovente discusso. Mi riferisco a quel verso che dice:

Perdidit antiquum litera prima sonum.

“Vi avevo spiegato che questo si riferiva a Orione, che in passato si scriveva Urione; e per certe particolarità pungenti connesse alla spiegazione ero certo che non l’avreste dimenticato. Era evidente perciò che non avreste mancato di riaccostare le due idee di Orione e Chantilly. E che effettivamente le associaste lo capii dalla natura del sorriso che vi aleggiò sulle labbra. Pensavate al sacrificio del povero ciabattino. Fino allora avevate camminato tutto ricurvo ma ora notai che vi erigevate in tutta la vostra statura. Fui certo a questo punto che stavate riflettendo sull’altezza di Chantilly. Fu allora che interruppi il corso dei vostri pensieri per osservare che era proprio un omino, quel Chantilly, e che avrebbe figurato meglio al Théâtre des Variétés”.

Poco tempo dopo, scorrendo l’edizione della sera della ‘ Gazette des Tribunaux ‘, la nostra attenzione fu attratta da questo articolo di cronaca.

SENSAZIONALE DELITTO. – Verso le tre di questa mattina, gli abitanti del quartiere St.-Roch furono destati da un susseguirsi di urla terrorizzanti provenienti apparentemente dal quarto piano di una casa situata in Rue Morgue, notoriamente abitata soltanto da Madame L’Espanaye e da sua figlia, Mademoiselle Camîlle L’Espanaye. Dopo qualche minuto, perso nel vano tentativo di entrare nel caseggiato per via normale, il portone veniva forzato con una sbarra, e un gruppetto di vicini, una decina circa, vi fecero irruzione insieme a due gendarmi. Nel frattempo le grida erano cessate; ma, mentre gli accorsi salivano precipitosamente la prima rampa di scale, si udirono due o più voci aspre impegnate in un violento alterco che parevano provenire dal piano superiore della casa. Ma nel momento in cui fu raggiunto il secondo pianerottolo anche questi rumori cessarono e tutto ripiombò nel più profondo silenzio. Il gruppo si divise irrompendo nelle diverse stanze. Arrivati a una vasta stanza sul retro del quarto piano (la cui porta, chiusa dall’interno, dovette essere forzata), agli occhi dei presenti si offrì uno spettacolo tale da agghiacciarli d’orrore oltre che di sbalordimento.

L’appartamento era tutto sottosopra, i mobili rotti e scaraventati in ogni direzione. C’era un unico letto, e da questo era stato divelto il pagliericcio e gettato nel mezzo del pavimento. Su una sedia era posato un rasoio, macchiato di sangue. Nel caminetto c’erano due o tre lunghe e folte ciocche di capelli grigi, anch’esse intrise di sangue, che parevano essere strappate dalle radici. Sul pavimento furono rinvenuti quattro napoleoni, un orecchino di topazio, tre grandi cucchiai d’argento, tre più piccoli di métal d’Alger, e due borse, contenenti quasi quattromila franchi in oro. I cassetti di un bureau, posto d’angolo, erano aperti ed erano stati evidentemente saccheggiati, nonostante contenessero ancora svariati oggetti. Una piccola cassaforte in ferro venne trovata sotto il pagliericcio (non sotto il letto). Era aperta, con la chiave ancora nella serratura. Non conteneva che lettere di vecchia data e altre scartoffie di trascurabile importanza.

Non veniva scoperta traccia alcuna di Madame L’Espanaye; ma essendo stata notata una quantità insolita di fuliggine nel camino, si procedeva a un esame della cappa, e (orribile a dirsi!) ne veniva tratto, a testa all’ingiù, il cadavere della figlia, che era stato forzato in quella posizione per un buon tratto su per la angusta apertura. Il corpo era ancora caldo. Osservandolo si riscontrarono molte escoriazioni provocate senza dubbio dalla violenza con cui era stato spinto su per il camino e successivamente liberato. Il viso presentava numerose e profonde graffiature, e la gola lividi violacei e marcate impronte di unghie, come se la disgraziata vittima fosse stata strangolata.

Dopo una minuziosa perlustrazione condotta per ogni angolo della casa che non portò però a nessuna ulteriore scoperta, il gruppo di persone si diresse a un piccolo cortile lastricato sul retro della casa, dove giaceva il cadavere della vecchia signora, con la gola tagliata tanto selvaggiamente che, nel tentativo fatto per sollevare la salma, la testa si staccò nettamente dal busto. Sia il corpo che la testa erano orribilmente mutilati, il primo specialmente era così sfigurato da non serbare quasi più traccia di parvenza umana.

A quanto ci risulta non è ancora stato scoperto il minimo indizio che possa gettare luce su questo orrendo mistero.

All’indomani il giornale portava in aggiunta questi particolari.

LA TRAGEDIA DELLA RUE MORGUE. – Molte persone sono state interrogate in relazione a questo incredibile e mostruoso affare (la parola ‘ affaire ‘ non ha ancora assunto per i francesi quel significato di trascurabile importanza che ha da noi), ma nulla è trapelato che potesse servire a svelarne il mistero. Riportiamo qui sotto tutte le informazioni ricavate nel corso delle deposizioni.

Pauline Dubourg, lavandaia, depone di conoscere entrambe le vittime da tre anni per aver prestato loro i suoi servizi durante tutto quel periodo. La vecchia signora e sua figlia parevano vivere in ottimi rapporti, molto affezionate l’una all’altra.

Pagavano puntualmente. Non saprebbe dire come e con quali mezzi di sussistenza vivessero. Credeva che Madame L. si guadagnasse da vivere predicendo la buona ventura. Si mormorava che avesse da parte qualche risparmio. Dichiara di non aver mai incontrato nessuno in casa quando vi andava per consegnare o ritirare la biancheria. Era sicura che non tenessero persone di servizio.

Pareva che, fatta eccezione per il quarto piano, non vi fossero mobili in nessun’altra parte della casa.

Pierre Moreau, tabaccaio, depone d’aver venduto abitualmente per quasi quattro anni piccole quantità di tabacco e di polvere da annusare a Madame L’Espanaye. E’ nato nel quartiere e vi ha sempre abitato. La defunta e sua figlia occupavano da più di sei anni la casa dove sono stati rinvenuti i loro cadaveri. Precedentemente vi aveva abitato un gioielliere che subaffittava il piano superiore a varie persone. La casa era di proprietà di Madame L. Scontenta dell’abuso che il suo inquilino faceva dei locali, vi si era trasferita lei stessa, rifiutandosi di affittare gli altri piani.

La vecchia signora era un po’ ritardata mentalmente. Il testimone aveva visto la figlia cinque o sei volte in tutto, in circa sei anni. Le due donne facevano vita estremamente ritirata, e si diceva che avessero denaro. Aveva sentito dire dai vicini che Madame faceva la chiromante, ma non ci credeva. Non aveva mai visto nessuno varcare il loro portone, tranne la vecchia signora e sua figlia, un fattorino un paio di volte, e un medico forse una decina di volte.

Molte altre persone del quartiere hanno deposto in questo senso.

Di nessuno è stato detto che frequentasse la casa. Non si sapeva se Madame L. e sua figlia avessero ancora qualche parente in vita.

Le imposte delle finestre sulla facciata venivano aperte di rado.

Quelle che davano sul retro rimanevano sempre chiuse tutte, tranne quelle della grande stanza del quarto piano. La casa era un bell’edificio, non molto antico.

Isidore Musèt, gendarme, depone di essere stato chiamato a quell’indirizzo verso le tre del mattino, e di aver trovato davanti al portone un gruppo di circa venti o trenta persone che cercavano di entrare. Infine si era riusciti a forzarlo con una baionetta, non con una spranga. Non era stato difficile aprirlo trattandosi di una porta a due battenti, priva di spranga, sia in alto che in basso. Le urla si ripeterono finché il portone venne sfondato, poi cessarono di colpo. Parevano emesse da qualcuno (o da più persone) che stesse soffrendo pene atroci, erano forti e prolungate, non brevi e rapide. Fu il testimone a far strada verso i piani superiori. Raggiunto il primo pianerottolo, sentì levarsi due voci in un’aspra e violenta lite, una era una voce rauca, l’altra molto più acuta, di un tenore davvero strano. Poté percepire alcune parole pronunziate dalla prima, che indubbiamente apparteneva a un francese. Era certo che si non si trattasse di una voce di donna. Riuscì a distinguere le parole ‘ sacré ‘ e ‘ diable ‘. La voce stridula era quella di uno straniero ma non saprebbe dire se si trattasse di una voce di uomo o di donna. Non era riuscito ad afferrare quel che veniva detto, ma gli pareva che la lingua parlata fosse lo spagnolo. Lo stato della camera e dei cadaveri venne descritto come noi l’abbiamo riferito ieri. Henri Duval, un vicino di professione orefice, depone di essersi trovato fra quelli che per primi entrarono nella casa. Conferma (in linea di massima) la deposizione di Musèt. Appena ebbero forzato il portone lo richiusero per impedire l’accesso alla folla che, nonostante l’ora tarda, si era andata rapidamente assembrando. La voce stridula, secondo l’affermazione di questo teste, apparteneva a un italiano. Certamente non a un francese. Non poteva affermare che si trattasse di una voce maschile; avrebbe potuto essere di donna. Non conosceva l’italiano. Non era riuscito a distinguere le parole, ma dall’intonazione era certo che chi parlava doveva essere un italiano. Conosceva Madame L. e sua figlia. Aveva parlato sovente con entrambe. Era convinto che la voce stridula non appartenesse né all’una né all’altra vittima.

… Odenheimer, restaurateur. Si è presentato spontaneamente a testimoniare. Non sapendo parlare francese è stato interrogato a mezzo di un interprete. E’ nato ad Amsterdam. Passava davanti alla casa nel momento in cui riecheggiarono quelle grida. Erano urla prolungate e alte, paurose e strazianti. Fu uno di quelli che entrarono nella casa. Confermava le deposizioni precedenti su tutti i punti meno uno. Era certo che la voce stridula fosse quella di un uomo, di un francese. Non riuscì tuttavia a distinguere le parole pronunciate. Erano forti e rapide, sconnesse, come se fossero state proferite in un accesso di paura oltre che di collera. La voce era aspra, non tanto stridula quanto aspra. Non l’avrebbe proprio definita stridula. La voce roca ripeté più volte “sacré”, “diable” e una volta “mon Dieu”.

Jules Mignaud, banchiere, della ditta Mignaud e Figli, Rue Deloraine. E’ il maggiore dei Mignaud. Madame L’Espanaye aveva una piccola fortuna. Aveva aperto un conto nella sua banca nella primavera dell’anno… (otto anni prima). Effettuava sovente dei depositi di piccole somme. Non aveva mai prelevato nulla fino a tre giorni prima della sua morte quando era venuta a ritirare personalmente una somma di quattromila franchi. L’ammontare era stato pagato in oro e mandato a casa a mezzo d’un fattorino.

Adolphe Le Bon, fattorino di Mignaud e Figli, depone di aver accompagnato il giorno suddetto, verso mezzogiorno, Madame L’Espanaye fino alla sua abitazione con i quattromila franchi riposti in due borse. All’aprirsi della porta gli si parò innanzi Mademoiselle che gli tolse dalle mani una delle borse mentre la vecchia signora prendeva in consegna l’altra. Dopo un inchino di saluto si congedò. Non scorse nessuno per strada a quell’ora. E’ un vicolo laterale, pochissimo frequentato.

William Bird, sarto, depone di essere stato fra le persone che penetrarono all’interno della casa. E’ inglese. Vive a Parigi da due anni. Fu uno dei primi a lanciarsi per le scale. Udì le voci alzarsi nell’alterco. La voce roca apparteneva a un francese. Poté distinguere qualcuna delle parole pronunciate, ma al momento non se le ricorda tutte. Udì distintamente “sacré” e “mon Dieu”. In quel momento c’era un rumore come di più persone impegnate in una lotta – un rumore di zuffa e di scalpiccii. La voce stridula era forte, molto più forte di quella roca, e certo non era quella di un inglese. Sembrava quella di un tedesco. Avrebbe potuto essere una voce di donna. Non conosce il tedesco.

Quattro dei sopra citati testi, riconvocati, hanno deposto che la porta della camera in cui fu rinvenuto il cadavere di Mademoiselle L. era chiusa dall’interno quando arrivò il gruppo di persone. Il silenzio era assoluto, non un gemito, non un rumore di nessun genere. Forzata la porta, non si vide nessuno nella stanza. Le finestre, sia quella della stanza che dà sul retro della casa quanto quella che si apre sulla facciata, erano chiuse e saldamente assicurate dall’interno. Una porta di comunicazione tra le due camere era chiusa, ma non a chiave. La porta che mette in comunicazione la stanza che dà sulla facciata con il corridoio era chiusa a chiave, con la chiave all’interno. Uno stanzino prospiciente la casa, al quarto piano, all’estremità del corridoio, era aperto, con l’uscio accostato. Questa stanza rigurgitava di vecchi letti, di scatole, e così via. Tutti questi oggetti vennero scrupolosamente rimossi e esaminati. Non c’è un centimetro di angolo di casa che non sia stato minuziosamente perquisito. Si spazzarono anche i camini con delle scope. La casa consisteva di quattro piani più le soffitte (mansardes). Un lucernario sul tetto era inchiodato molto saldamente e lasciava supporre di non essere stato aperto da anni. Il tempo trascorso tra il momento in cui si udirono le voci alzarsi nella lite e quello in cui fu forzata la porta, varia secondo le deposizioni dei vari testi. Alcuni lo calcolano in tre minuti, altri lo prolungano fino a cinque. La porta fu aperta con difficoltà.

Alfonzo Garcio, impresario di pompe funebri, dichiara di abitare in Rue Morgue. E’ spagnolo. Fu tra quelli che irruppero nella casa. Non salì ai piani superiori. E’ impressionabile, e temeva le conseguenze di un forte turbamento. Sentì le voci nell’alterco. La voce roca era quella di un francese. Non poté capire cosa dicesse.

La voce acuta apparteneva a un inglese, ma giudica dall’intonazione.

Alberto Montani, pasticcere, depone di essere stato uno dei primi a salire le scale. Sentì le voci in questione. La voce roca era quella di un francese. Distinse diverse parole. Colui che parlava sembrava rimproverare qualcuno. Non riuscì a comprendere quel che diceva la voce stridula. Parlava velocemente e a scatti. Pensa che fosse la voce di un russo. Conferma le altre testimonianze in linea generale. E’ un italiano. Non ha mai conversato con un russo.

Diversi testi, qui riconvocati, hanno deposto che tutti i camini delle stanze del quarto piano erano troppo stretti per permettere il passaggio di un essere umano. Per ‘ scope ‘ intendevano quelle spazzole cilindriche che vengono usate dagli spazzacamini. Quelle spazzole vennero fatte passare attraverso tutte le tubature della casa. Non ci sono passaggi sul retro che potessero offrire a qualcuno una via di scampo mentre il gruppo di accorsi saliva ai piani superiori. Il corpo di Mademoiselle L’Espanaye era così saldamente incastrato nel camino che ci vollero gli sforzi combinati di quattro o cinque persone per estrarvelo.

Paul Dumas, medico, depone di essere stato chiamato ad esaminare i cadaveri verso l’alba. Al suo arrivo erano entrambi composti sul pagliericcio del letto nella camera dove era stata rinvenuta Mademoiselle L. Il cadavere della ragazza presentava molte ecchimosi ed escoriazioni. Il fatto che fosse stato forzato su per il camino giustificava sufficientemente le sue condizioni. Appena sotto il mento si riscontravano diversi graffi profondi, oltre a una serie di lividure che erano evidentemente impronte di dita. Il viso era spaventosamente livido, e gli occhi sporgevano all’infuori. La lingua era stata parzialmente morsicata. Una larga ecchimosi fu scoperta alla bocca dello stomaco, causata, all’apparenza, dalla pressione di un ginocchio. Secondo il signor Dumas, Mademoiselle L’Espanaye era stata strangolata da una o più persone ignote. Il cadavere della madre era orrendamente sfigurato. Tutte le ossa della gamba e del braccio destro erano più o meno fratturate. La tibia sinistra, come pure le costole del fianco sinistro, si presentavano scheggiate in più punti. Il corpo, spaventosamente illividito, era tutto ricoperto di contusioni. Non era possibile stabilire come fossero stati vibrati i colpi. Una pesante mazza di legno, o una grossa sbarra di ferro, una sedia, qualsiasi tipo di arma, grande, pesante e contundente, avrebbe potuto conseguire risultati simili se manovrata da un uomo di forza eccezionale. Nessuna donna avrebbe potuto inferire colpi simili con nessun’arma. La testa della vittima, quando il teste la vide, era completamente staccata dal busto, e a sua volta sfracellata. La gola era stata evidentemente recisa con qualcosa di molto tagliente: con tutta probabilità un rasoio.

Alexandre Etienne, chirurgo, fu chiamato con M. Dumas ad esaminare i cadaveri. Conferma la deposizione e il parere medico di M.

Dumas.

Nient’altro di importante è emerso, nonostante siano state interrogate diverse altre persone. Un assassinio così misterioso e tanto intricato nei particolari non era mai stato finora commesso a Parigi, se pur si tratta di assassinio. La polizia si dibatte nelle tenebre più fitte, fatto davvero insolito in situazioni di questo genere. Non è stata comunque scoperta sinora nemmeno l’ombra di una traccia.

L’edizione serale del giornale pubblicava che nel quartiere St.- Roch si viveva tuttora in uno stato di grande agitazione, che i locali in questione erano stati minuziosamente ispezionati una seconda volta, e che altri testi erano stati chiamati a deporre, ma tutto senza alcun risultato. Un’aggiunta comunicava però che Adolphe Le Bon era stato arrestato e tradotto in carcere, anche se nessuna prova era emersa contro di lui, all’infuori dei fatti già riportati.

Dupin appariva vivamente interessato allo svolgimento di questo caso, perlomeno così dedussi dal suo atteggiamento perché egli si astenne da qualsiasi commento. Fu soltanto dopo aver appreso che Le Bon era stato arrestato, che mi chiese la mia opinione sul delitto.

Non potei che limitarmi a convenire con tutta Parigi che la faccenda costituiva un mistero insolubile. Non vedevo nessun mezzo mediante il quale poter risalire fino all’assassino.

“Non dobbiamo giudicare dei mezzi,” disse Dupin, “da questa parvenza d’indagine. La polizia parigina, tanto celebrata per il suo ACUMEN, è scaltra, ma nulla di più. Non adotta nessun metodo d’investigazione che non sia quello suggerito dal momento. Ostenta un vasto spiegamento di misure, ma, non di rado, queste sono così poco adatte agli scopi che si prefigge da farci rammentare di Monsieur Jourdain che ordinava la sua Robe-de-chambre, pour mieux entendre la musique. I risultati così conseguiti sono spesso sorprendenti, ma, per la maggior parte imputabili semplicemente alla diligenza e all’attività dei suoi funzionari. Venendo a mancare queste qualità, tutti i suoi piani falliscono. Vidocq, per esempio, aveva buona intuizione e grande perseveranza, ma, mancando di una disciplina mentale, veniva sviato continuamente dall’intensità stessa delle sue investigazioni. La sua visione si sfocava per vicinanza eccessiva dell’oggetto. Era magari in grado di scorgere con una chiarezza non comune due o tre punti, ma così facendo, perdeva la visione del problema nel suo insieme. Anche l’eccessiva profondità può essere dunque un difetto. Non sempre la verità è in fondo a un pozzo. In effetti, per quel che riguarda le questioni più importanti, sono convinto che essa sia invariabilmente superficiale. Profonde sono le valli dove noi l’andiamo a cercare, ma è sulle vette delle montagne che la si può trovare. Gli aspetti e le origini di questo tipo di errore si trovano caratteristicamente rappresentati nella contemplazione dei corpi celesti. Guardare una stella con un’occhiata, e guardarla di lato, volgendo verso di essa le pareti esterne della rétina (che, più delle interne, sono sensibili alle deboli impressioni della luce), significa contemplarla distintamente, significa poter apprezzare al massimo grado la sua luminosità, luminosità che si affievolisce a misura che volgiamo su di essa tutta la nostra vista. Un maggior numero di raggi investe effettivamente l’occhio in questo secondo caso, ma è il primo modo di visione che ci consente una percezione più raffinata. Una profondità non necessaria turba e indebolisce il pensiero; e un esame troppo prolungato, troppo concentrato o diretto potrebbe far svanire dal firmamento la stessa Venere.

“In quanto a questo delitto, conduciamo un’inchiesta per conto nostro, prima di formulare un qualsiasi parere in merito. Una piccola indagine ci procurerà un po’ di svago,” (pensai che non fosse il termine più appropriato al caso, ma non feci commenti), “e poi una volta Le Bon mi ha reso un servizio di cui gli sono ancor oggi grato. Andiamo a vedere l’appartamento coi nostri occhi. Conosco G…, il prefetto di polizia, e non mi sarà difficile ottenere il permesso necessario”.

Il permesso fu ottenuto e senza indugi ci recammo in Rue Morgue.

E’ questa una delle miserabili strade che corrono fra Rue Richelieu e Rue St.-Roch. Ci arrivammo che era tardo pomeriggio, poiché questo quartiere dista di parecchio da quello in cui noi abitavamo. Trovammo facilmente la casa, perché c’erano ancora molte persone che dal marciapiede opposto guardavano in su verso le imposte chiuse, curiosando oziosamente. Era una delle tante case come se ne vedono a Parigi, con un portone, e su un lato di questi uno sgabuzzino a vetri con una finestra scorrevole, fungente da ‘ loge de concierge ‘. Prima di entrare, risalimmo la strada, imboccammo un vicolo, e quindi, svoltando di nuovo, uscimmo sul retro della casa; intanto Dupin esaminava non solo l’edificio, ma le immediate vicinanze con un’attenzione così minuziosa di cui non riuscivo a spiegarmi la ragione. Ritornando sui nostri passi ci portammo di nuovo sul davanti della casa, suonammo, e, dopo aver mostrato il nostro lasciapassare, fummo introdotti dagli agenti di servizio. Salimmo di sopra, nella camera dove era stato trovato il corpo di Mademoiselle L’Espanaye, e dove tuttora venivano tenuti i due cadaveri. Come d’uso la stanza era stata lasciata nel disordine in cui la si era rinvenuta. Non scorsi nulla oltre a quello che la ‘ Gazette des Tribunaux ‘ aveva descritto. Dupin esaminò attentamente ogni cosa, compresi i corpi delle vittime. Passammo quindi nelle altre stanze e nel cortiletto, sempre scortati da un gendarme. Questo esame ci tenne occupati fino a sera, quando ci congedammo. Prima di rincasare il mio amico si fermò un momento alla redazione di un quotidiano.

Ho detto che le manie del mio amico erano molteplici e che ‘ je le mènageais ‘; poiché questa espressione non ha equivalenti in inglese. Ecco che ora, per esempio, era in uno stato d’animo per cui preferì evitare qualsiasi discorso che avesse per oggetto il delitto, fino al mezzogiorno circa dell’indomani. Fu allora che mi chiese all’improvviso se avessi notato qualcosa di particolare sul luogo dove era stato commesso il delitto.

Il suo modo di enfatizzare la parola ‘ particolare ‘ mi fece rabbrividire senza che ne capissi il perché.

“No, nulla di speciale,” dissi, “perlomeno non più di quanto abbiamo visto entrambi pubblicato sui giornali”.

“Temo che la ‘ Gazette, ‘ rispose Dupin, “non abbia pienamente afferrato l’insolito orrore della faccenda. Ma non occupiamoci dei commenti oziosi della stampa. Pare a me che questo mistero sia considerato insolubile proprio per la ragione che lo dovrebbe far considerare di facile soluzione, vale a dire per l’elemento ‘ outré ‘ che gli è caratteristico. La polizia è messa in imbarazzo dall’apparente assenza di motivo, non dal delitto in se stesso, ma dalla sua atrocità. E’ anche disorientata dall’apparente impossibilità di conciliare le voci udite nell’alterco con il fatto che nessuno fu trovato di sopra ad eccezione di Mademoiselle L’Espanaye già cadavere e che non c’erano vie d’uscita che potessero sfuggire all’attenzione del gruppetto di accorsi in atto di salire le scale. Il terribile disordine della stanza; il cadavere issato, a testa in giù, su per il camino; la spaventosa mutilazione del corpo della vecchia signora; tutte queste considerazioni, insieme con quelle che ho appena menzionate ed altro che non occorre ricordare, sono bastate a paralizzare le forze dell’ordine, sviando completamente il tanto celebrato ACUMEN degli agenti. Essi hanno commesso l’errore grossolano ma comune di confondere l’insolito con l’astruso. Ma è attraverso queste deviazioni dal piano dell’ordinario, che la ragione si fa strada, se pur ci riesce, alla ricerca della verità. In indagini sul tipo di quelle che stiamo ora conducendo, non ci si dovrebbe tanto chiedere ‘che cosa è avvenuto’, quanto ‘che cosa è avvenuto che non sia mai accaduto prima’. Infatti la facilità con la quale arriverò o sono arrivato a districare questo mistero, è in rapporto diretto con quello che agli occhi della polizia appare come l’elemento insolubilità”.

Fissai il mio interlocutore con attonito sbalordimento.

“Ora sto aspettando,” continuò, guardando verso la porta del nostro appartamento, “ora sto aspettando una persona che, anche se probabilmente non è l’esecutore materiale di questa strage, deve esservi in qualche modo implicato. Della parte peggiore dell’assassinio commesso, è, con tutta probabilità, innocente.

Spero che la mia supposizione non sia errata; perché è su questa tesi che mi baso per risolvere l’intero enigma. Costui può arrivare qui, in questa stanza, da un momento all’altro. E’ vero che potrebbe anche non venire, ma è più probabile il contrario. Se viene bisognerà trattenerlo. Qui ci sono le pistole, ed entrambi sappiamo come usarle all’occasione”.

Presi le pistole, quasi senza rendermi conto di quel che facevo e stentando a credere a quel che udivo, mentre Dupin continuava, come in un soliloquio. Ho già parlato del fare distaccato che assumeva in momenti simili. Le sue parole erano rivolte a me, ma la sua voce, pur rimanendo bassa, aveva quell’intonazione che si prende di solito quando si debba parlare a qualcuno che ci è molto lontano. Gli occhi, privi d’espressione, fissavano soltanto la parete.

“Che le voci alzantesi in alterco,” disse, “udite dalle persone che salivano le scale, non fossero le voci delle due donne, è stato esaurientemente dimostrato attraverso le deposizioni. Questo ci toglie ogni dubbio circa la possibilità che la vecchia signora abbia prima ucciso la figlia e si sia quindi soppressa. Accenno a questo punto soltanto per amore di metodo; poiché la forza di Madame L’Espanaye sarebbe stata nettamente sproporzionata al compito di spingere il cadavere della figlia su per il camino nella posizione in cui è stato rinvenuto; e il genere di ferite riscontrate sulla sua persona escludono nel modo più assoluto la tesi del suicidio. Il delitto quindi è stato commesso da una terza persona, o da più persone e furono le voci di queste che il gruppetto di accorsi sentì levarsi nella lite. Passiamo adesso ad esaminare non il complesso delle testimonianze forniteci su queste voci, ma ciò che in esse vi è di singolare. Non avete notato niente di strano voi?” Risposi che mentre tutti i testi si erano trovati d’accordo nel ritenere che la voce roca apparteneva a un francese, si era invece riscontrata molta diversità di opinioni circa quella stridula, o, come qualcuno l’aveva definita, aspra.

“Questo è quel che venne testimoniato,” disse Dupin, “ma non riflette ancora la singolarità della deposizione. Voi non avete osservato nulla di particolare. Eppure c’era qualcosa da osservare. I testi, come avete notato, furono tutti concordi per quel che riguarda la voce roca; su questo particolare erano unanimi. Ma circa la voce stridula, lo strano consiste non tanto nel contraddirsi in questione, quanto nel fatto che, tentando di descriverla, un italiano, un inglese, uno spagnolo, un olandese e un francese, ne parlassero tutti come della voce di uno STRANIERO.

Ciascuno di loro è certo che non si tratti della voce di un suo connazionale. Ciascuno la confronta non alla voce di un individuo di una certa nazionalità la cui lingua gli sia conosciuta, ma esattamente al contrario. Il francese ritiene che la voce sia di uno spagnolo, e ‘avrebbe potuto distinguere qualche parola SE AVESSE CONOSCIUTO LO SPAGNOLO’. L’olandese afferma trattarsi della voce di un francese; ma troviamo dichiarato che ‘non comprendo il francese’, questo testimone è stato interrogato a mezzo di un interprete. L’inglese pensa che la voce appartenga a un tedesco, e ‘non conosce il tedesco’. Lo spagnolo ‘è sicuro’ che sia la voce di un inglese, ma ‘giudica unicamente dall’intonazione’ perché ‘non conosce l’inglese’. L’italiano ritiene che appartenga a un russo, ma ‘non ha mai conversato con un russo’. Un secondo francese smentisce addirittura il primo, e sostiene con fermezza trattarsi della voce di un italiano, ma, ‘non conoscendo quella lingua’, ne è, al pari dello spagnolo, ‘convinto dalla intonazione’. Ora, doveva pur essere stranamente insolita quella voce per dar luogo a deposizioni tanto discordanti, se, nel suo accento, cittadini di cinque grandi stati europei non riuscivano a distinguere nulla di familiare! Si potrebbe pensare alla voce di un asiatico o di un africano. Ora, né africani né asiatici abbondano a Parigi; ma senza rigettare questa ipotesi, mi limiterò a richiamare la vostra attenzione su tre punti. La voce è definita da uno dei testi ‘aspra più che stridula’. Da altri due è descritta ‘rapida e sconnessa’. Nessuna parola, nessun suono assomigliante a parola, venne afferrata da alcun testimone”.

“Non so,” continuò Dupin, “che impressione posso aver prodotto fin qui sulla vostra mente; ma non esito ad affermare che anche solo da questa parte della deposizione – quella relativa alle due voci, la roca e la stridula – si possono trarre delle deduzioni legittime, sufficienti di per sé a sollevare un dubbio che potrebbe dare un preciso indirizzo agli ulteriori sviluppi nell’indagine di questo mistero. Ho parlato di ‘ deduzioni legittime ‘, ma con questo non ho espresso chiaramente il mio pensiero. Volevo implicare che le deduzioni sono le sole esatte, e che il sospetto deriva inevitabilmente da esse come unico risultato possibile. Di quale sospetto si tratti però, non intendo dirlo per ora. Desidero soltanto che ricordiate che – per quanto mi concerne – è stato sufficientemente efficace per dare una forma definitiva, una esatta direzione alle mie investigazioni nella mia camera.

“Trasportiamoci ora con l’immaginazione in quella stanza. Che cosa vi cercheremo innanzi tutto? La via d’uscita seguita dagli assassini. E’ superfluo dire che né io né voi crediamo ad interventi soprannaturali. Madame e Mademoiselle L’Espanaye non sono state assassinate da spiriti. Gli esecutori del misfatto erano esseri in carne e ossa e sono fuggiti materialmente. E allora, in che modo? Per fortuna esiste un’unica possibilità di ragionamento su questo punto, ed è un modo questo che deve condurci ad una conclusione ben definita. Esaminiamo, una per una, le diverse vie d’uscita. E’ evidente che mentre gli accorsi salivano su per le scale, gli assassini si trovavano nella stanza dove fu rinvenuta Mademoiselle L’Espanaye, o almeno nella camera attigua. Sono quindi solo due stanze in cui dobbiamo cercare le possibili vie d’uscita. La polizia ha esaminato i pavimenti, i soffitti e il mattonato delle pareti in tutte le direzioni.

Nessuna uscita segreta avrebbe potuto sfuggire al loro esame. Ma non fidandomi dei loro occhi, ho voluto constatare di persona. Non vi era proprio nessuna uscita segreta. Entrambe le porte che si aprono dalle stanze sul corridoio erano chiuse ermeticamente, con le chiavi all’interno. Passiamo ai camini. Questi, sebbene presentino una certa larghezza lungo un tratto di una decina di piedi al di sopra del focolare, non permetterebbero il passaggio nemmeno a un grosso gatto per il rimanente della loro lunghezza.

“Provata l’assoluta impossibilità di fuggire attraverso queste vie, non ci rimangono che le finestre. Da quelle della stanza che dà sulla facciata nessuno avrebbe potuto fuggire senza essere veduto dalla folla raccoltasi nella strada. Gli assassini devono essere dunque passati da quelle della camera sul retro. Ora, giunto a questa conclusione in modo così inconfutabile, non è degno di noi, in quanto esseri dotati di raziocinio, respingerla sulla base di un’impossibilità apparente. Ci resta solo da provare che questa apparente ‘ impossibilità ‘ non è in realtà tale.

“Nella stanza ci sono due finestre. Una di esse non è ostruita da alcun mobile, ed è tutta visibile. L’estremità inferiore dell’altra è nascosta dalla testata del letto massiccio che vi è appoggiata contro. La prima è stata trovata chiusa saldamente dall’interno. Ha resistito ai ripetuti sforzi di coloro che hanno tentato di aprirla. Sull’intelaiatura, a sinistra, era stato praticato un grosso foro, in cui si trovò conficcato fino quasi alla capocchia un grosso chiodo. Esaminando l’altra finestra vi si trovò conficcato nello stesso modo un chiodo simile al primo; e anche qui fallì l’energico tentativo fatto per aprire quest’altro telaio. Così la polizia si confermò nella certezza che la fuga non poteva essere avvenuta in queste direzioni. E, di conseguenza, si pensò che fosse del tutto inutile estrarre i chiodi e aprire le finestre.

“Il mio esatto esame fu un po’ più minuzioso, proprio per la ragione a cui ho accennato: perché era su questo punto, lo sapevo, che bisognava dimostrare che le impossibilità apparenti tali non erano in realtà.

“Procedetti con questo ragionamento ‘ a posteriori ‘. Gli assassini erano fuggiti attraverso una di queste finestre. In questo caso non avevano potuto rinchiudere le finestre dall’interno, come furono trovate; considerazione questa che, per la sua evidenza, fece bloccare ogni ulteriore esame della polizia in questa direzione. Eppure le finestre erano chiuse. Dunque dovevano avere la possibilità di chiudersi automaticamente. Era giocoforza arrivare a questa conclusione. Mi avvicinai alla finestra non ostruita dalla mobilia, con qualche difficoltà ne estirpai il chiodo e tentai di aprirla. Come avevo previsto, resistette a tutti i miei sforzi. Compresi soltanto che doveva esserci una molla nascosta; e questa conferma della mia idea mi convinse che, almeno, la mia ipotesi era esatta, anche se le circostanze relative ai chiodi continuavano a rimanere misteriose.

Una scrupolosa ricerca mi rivelò ben presto il congegno nascosto.

Premetti la molla, e, soddisfatto, rinunciai a sollevare il saliscendi.

“Rimisi il chiodo al suo posto e l’osservai attentamente. Una persona che fosse uscita dalla finestra avrebbe potuto rinchiuderla, e la molla sarebbe così scattata, ma non avrebbe potuto rimettere a posto il chiodo. La conclusione era evidente e ancora una volta veniva a restringere il campo delle mie ricerche.

Gli assassini dovevano esser fuggiti attraverso l’altra finestra.

Supponendo allora che le molle di entrambi i saliscendi fossero uguali, come del resto era probabile, doveva esserci una differenza nei chiodi, o perlomeno nel modo in cui erano stati incastrati. Salito sul pagliericcio del letto, ispezionai attentamente, al di sopra della testata, la seconda finestra.

Passando la mano dietro il letto, trovai facilmente la molla e la schiacciai. Anche questo congegno, come avevo supposto, era in tutto e per tutto identico all’altro. Passai quindi ad esaminare il chiodo. Era robusto come il primo, e apparentemente conficcato nel legno allo stesso modo, ribattuto fin quasi alla capocchia.

“Voi penserete che sia rimasto perplesso, ma così facendo dareste prova di avere frainteso la natura delle mie intenzioni. Per usare un’espressione cara agli sportivi, non sono uscito una sola volta ‘fuori pista’. Non avevo perso la mia traccia nemmeno per un attimo. Non mancava che un anello alla mia catena. Avevo sviscerato il segreto fino al suo ultimo stadio, rappresentato dal CHIODO. Questo, come vi ho detto, era sotto tutti gli aspetti uguale al suo compagno dell’altra finestra; ma tale fatto non significava nulla (nonostante potesse sembrare determinante) di fronte alla considerazione che qui, a questo punto, terminava la traccia. ‘Ci deve essere qualcosa che non va,’ mi dissi, ‘in quel chiodo’. Lo toccai e la capocchia, con circa un quarto di pollice del gambo, mi restò fra le mani. Il resto del chiodo era rimasto nel buco, dove era stato spezzato. La frattura sembrava di vecchia data (poiché i bordi erano incrostati di ruggine), e pareva essere stata provocata da un colpo di martello che aveva in parte conficcato la testa del chiodo nella parte alta del saliscendi inferiore. Rimisi quindi con cura la capocchia nella cavità da cui l’avevo tolta, e la rassomiglianza con un vero chiodo fu perfetta; la crepa era invisibile. Premendo la molla, alzai delicatamente la finestra di qualche pollice; la testa del chiodo si alzò con essa rimanendo ben salda nel suo incavo. Richiusi la finestra, e di nuovo la rassomiglianza con un chiodo fu assoluta.

“Fino a questo punto l’enigma era stato sciolto. L’assassino era fuggito dalla finestra che dava sul letto. Scendendo automaticamente dopo la sua uscita (o forse anche chiusa di proposito), essa era stata bloccata per mezzo della molla; ed era stata la tenuta della molla ad essere scambiata dalla polizia per l’azione del chiodo, il che aveva fatto loro ritenere superflue ulteriori ricerche.

“Il problema successivo riguarda la discesa. A questo riguardo avevo già condotto soddisfacenti indagini durante il giro fatto con voi intorno al caseggiato. A circa cinque piedi e mezzo dalla finestra in questione corre un cavo da parafulmine. Da questo cavo sarebbe impossibile a chiunque raggiungere la finestra, e tanto meno penetrarvi all’interno. Notai tuttavia che le imposte del quarto piano erano del tipo che i falegnami parigini chiamano ‘ferrades’ – sono scuri che ben raramente vengono usati oggigiorno, ma che sono frequenti nelle antiche case di Lione e Bordeaux. Hanno la forma di una comune porta (a battente unico), con la sola differenza che la parte superiore è a inferriata oppure lavorata a graticcio e offre pertanto un eccellente appiglio alle mani. Nel nostro caso sono larghe tre buoni piedi e mezzo. Quando le vedemmo dal retro della casa, erano entrambe semiaperte, formavano cioè un angolo retto con il muro. E’ probabile che anche la polizia, al pari di me, abbia esaminato il resto del caseggiato; ma, in questo caso, guardando le ferrades nel senso della larghezza (come devono aver fatto) deve essere loro sfuggita l’entità di questa ampiezza o, comunque, devono aver trascurato di tenerla nella debita considerazione. Infatti, una volta convintisi che nessuna uscita era possibile da questa parte, era naturale che vi svolgessero un’ispezione piuttosto superficiale. Però io capii subito che l’imposta della finestra situata dietro al letto, quando fosse stata spalancata completamente, si sarebbe trovata a circa due piedi dal cavo del parafulmine. Era anche evidente che, facendo uso di un eccezionale grado di agilità e di coraggio, si sarebbe potuto, dal cavo, entrare attraverso la finestra. A una distanza di due piedi e mezzo (sempre supponendo che l’imposta fosse completamente spalancata) un ladro avrebbe potuto aggrapparsi saldamente al traliccio dell’inferriata. Lasciando quindi andare la presa del cavo, puntando fermamente i piedi contro il muro, e compiendo un grande balzo, avrebbe potuto far oscillare l’imposta fino a chiuderla, e, se supponiamo che in quel momento la finestra si trovasse aperta, proiettarsi perfino dentro alla stanza.

“Vorrei che vi soffermaste particolarmente sul fatto che ho parlato di un grado eccezionalmente inconsueto di agilità come requisito indispensabile per riuscire in un’impresa così ardua e difficile. E’ mia intenzione dimostrarvi, in primo luogo, che era possibile compierla: ma in secondo luogo e SOPRATTUTTO, desidero attirare la vostra attenzione sul carattere straordinario, quasi soprannaturale di quella agilità che avrebbe potuto portare ad effetto l’impresa.

“Direte senza dubbio, ricorrendo al linguaggio legale, che ‘per provare le mie affermazioni’ dovrei sottovalutare l’agilità richiesta dal caso piuttosto che insistere a volerla mettere in piena evidenza. Questo sarebbe il processo seguito dalla legge, ma non proprio quello della mia ragione. Il mio fine ultimo è semplicemente la verità. Il mio scopo immediato è di condurvi a combinare questa agilità eccezionalmente insolita di cui ho parlato, con quella voce molto strana, stridula (o aspra) e sconnessa, sulla cui nazionalità non ci furono due persone che riuscissero a mettersi d’accordo, e nei cui suoni non si è riusciti a identificare nemmeno una sillaba”.

A queste parole un’idea vaga, informe di quel che Dupin intendeva dire mi balenò nella mente. Mi pareva di essere sull’orlo della comprensione, senza peraltro la capacità di capire, come gli uomini a volte si trovano sul punto di ricordare, senza poter per tanto riuscire a far riemergere il ricordo dall’oblìo.

Il mio amico proseguì.

“Avrete notato,” disse, “che ho spostato il problema dalla via d’uscita alla via d’entrata. Era mia intenzione suggerire l’idea che sia una che l’altra sono state effettuate alla stessa maniera nello stesso punto. Ritorniamo ora all’interno della stanza.

Esaminiamo lo stato in cui fu trovata. I cassetti del comò, si è detto, sono stati saccheggiati, anche se molti capi di vestiario vi si trovassero tuttora. Questa conclusione è assurda. E’ una semplice supposizione e nulla più, e per giunta molto sciocca.

Come possiamo sapere se gli articoli trovati nei cassetti non rappresentassero l’intero contenuto di questi ultimi? Madame L’Espanaye e sua figlia conducevano una vita molto ritirata… non vedevano nessuno… uscivano raramente… non avevano certo bisogno di cambiarsi sovente d’abito. Quelli trovati non erano per qualità inferiori a qualsiasi altro capo che le signore potessero possedere. Ora, se un ladro aveva rubato qualcosa, perché non si era preso il meglio… perché non aveva trafugato tutto? Insomma, perché avrebbe dovuto abbandonare quattromila franchi in oro per caricarsi un fagotto di biancheria? L’oro fu lasciato. Quasi tutta la somma a cui accennò Monsieur Mignaud, il banchiere, fu rinvenuta in borse sul pavimento. Vi prego pertanto di scacciare dalla mente l’idea avventata del ‘ movente ‘, spuntata nel cervello degli agenti di polizia in seguito a quelle deposizioni che accennano ad una consegna di denaro sulla porta di casa.

Coincidenze dieci volte più straordinarie di questa (consegna del denaro, e assassinio commesso entro tre giorni dall’avvenuto ricevimento), accadono a ciascuno di noi in ogni momento della nostra vita senza attirare neppure momentaneamente l’attenzione.

Di solito le coincidenze sono dei gravi inciampi sul cammino di quella classe di pensatori educati a ignorare la teoria delle probabilità, quella teoria alla quale gli oggetti più insigni dell’umana ricerca devono le più insigni illustrazioni. Nel nostro caso, se l’oro fosse scomparso, il fatto di essere stato consegnato tre giorni prima avrebbe dato adito a qualcosa di più di una semplice coincidenza. Avrebbe costituito una conferma a quest’ipotesi del movente. Ma, da come sono andate effettivamente le cose, se supponiamo che l’oro sia stato il motivo di questa carneficina, dobbiamo anche pensare che il suo esecutore fosse un idiota così titubante da rinunciare e all’oro e al movente insieme.

“Ora, tenendo bene a mente i punti su cui ho richiamato la vostra attenzione, – quella voce strana, l’insolita agilità e la stupefacente assenza di motivo di un assassinio come questo stranamente selvaggio – passiamo a esaminare la strage stessa.

Abbiamo una donna strangolata con le mani e introdotta per la cappa del camino a testa all’ingiù. Gli assassini comuni non uccidono in questo modo. E meno che mai si disfanno così della vittima. Nel modo con cui il cadavere è stato incastrato nel camino, converrete che c’è qualcosa di eccessivamente ‘ outré ‘:

qualcosa del tutto incompatibile con il concetto che di solito noi ci facciamo relativamente alle azioni umane, anche quando supponiamo che gli autori siano uomini fra i più depravati.

Pensate poi quanta forza ci deve essere voluta per spingere con tanta violenza il corpo su per il camino attraverso un’apertura da cui a malapena poterono disincagliarlo gli sforzi combinati di diverse persone!

“Occupiamoci ora degli altri indizi attestanti l’impiego di una forza così prodigiosa. Nel caminetto c’erano delle ciocche folte – molto folte – di capelli umani grigi. Sapete bene quanta forza occorra per strappare a questo modo dalla testa in una sola volta anche soltanto venti o trenta capelli. Avete visto le ciocche in questione, al pari di me. Le radici (vista atroce) erano raggrumate con dei frammenti di cuoio capelluto: segno inconfondibile della forza straordinaria esercitata a divellere forse mezzo milione di capelli in un sol colpo. Non soltanto la gola della vecchia signora era stata tagliata: la testa era letteralmente recisa dal busto: e l’arma era un semplice rasoio.

Voglio che vi soffermiate anche sulla BRUTALE ferocia di questi atti. Non parlerò delle ecchimosi riscontrate sul corpo di Madame L’Espanaye. Monsieur Dumas e il suo insigne collega Monsieur Etienne, hanno dichiarato che vennero inflitte da qualche oggetto contundente; e fin qui questi signori sono nel vero. Lo strumento ottuso era evidentemente il pavimento di pietra del cortiletto su cui la vittima è piombata cadendo dalla finestra dietro al letto.

Questa idea, per semplice che possa sembrare ora, non venne in mente alla polizia per la stessa ragione per cui sfuggì l’ampiezza delle imposte: perché la faccenda dei due chiodi aveva loro impedito, nel modo più assoluto, di prendere in considerazione l’eventualità che le finestre fossero mai state aperte.

“Se ora, in aggiunta a tutte queste considerazioni si riflette attentamente sullo strano disordine della camera, si arriva al punto di combinare l’idea di una sorprendente agilità, di una forza sovrumana, di una brutale ferocia, di una strage senza movente, di una ‘ grotesquerie ‘ d’orrore assolutamente incompatibile con la natura umana, e di una voce che risuona straniera alle orecchie di uomini di diversa nazionalità, e priva di qualsiasi sillabazione distinta o intelligente. Che conclusione se ne può dunque dedurre? Che impressione ho fatto sulla vostra mente?” Mi sentii percorrere da un brivido mentre Dupin mi rivolgeva la sua domanda.

“Deve essere stato un pazzo,” dissi, “a compiere questo delitto; qualche pazzo furioso fuggito da una Maison de Santé nelle vicinanze”.

“In un certo senso,” rispose, “la vostra idea ha un qualche fondamento. Ma le voci dei pazzi, anche se in preda alle crisi più furiose, non sono mai state paragonabili a quella voce singolare udita sulle scale. I pazzi sono pur di una data personalità, e il loro linguaggio, anche se si esprimono con parole sconnesse, conserva sempre una coerenza di sillabazione. Inoltre i capelli di un pazzo non sono come quelli che vedete ora in mano mia. Ho strappato questo ciuffetto di peli dalle dita rigidamente serrate di Madame L’Espanaye. Ditemi che cosa ne pensate”.

“Dupin,” esclamai completamente sconvolto, “ma questi capelli sono stranamente insoliti… non sono capelli UMANI”.

“Non ho detto che lo siano,” replicò, “ma prima di decidere su questo punto, vorrei che osservaste lo schizzo che ho tracciato su questo pezzo di carta. E’ un fac-simile di quanto è stato descritto in una deposizione come ‘ecchimosi violaceee e marcate impronte di unghie’, sulla gola di Mademoiselle L’Espanaye, e in un’altra (dei Signori Dumas e Etienne), una ‘serie di lividure, evidentemente dovute a impronte di dita’.

“Noterete,” continuò il mio amico, svolgendo il foglio sul tavolo che ci stava davanti, “che questo disegno dà l’idea di una presa forte e salda. Non appare nessun segno di allentamento. Ciascun dito ha tenuto, probabilmente fino alla morte della vittima, la spaventosa stretta in cui si era all’inizio affondato nelle carni.

Cercate ora di far coincidere le vostre impronte, tutte insieme, con quelle che qui vedete”.

Mi sforzai inutilmente di farlo.

“Probabilmente non stiamo facendo la prova come dovremmo,” disse.

“Il foglio di carta è spiegato su di una superficie piana, mentre la gola umana è cilindrica. Qui c’è un ceppetto di legno la cui circonferenza corrisponde più o meno a quella di un collo.

Avvolgetevi attorno il disegno e ritentate l’esperimento”.

Così feci, ma la difficoltà riuscì ancora più evidente di prima.

“Questa,” dissi, “non è un’impronta di mano umana”.

“Adesso leggete questo brano di Cuvier,” disse Dupin.

Era una relazione minuziosa sull’anatomia e le caratteristiche generali del grande orang-utang fulvo delle isole Indo-Orientali.

Sono abbastanza note a tutti la statura gigantesca, la selvaggia ferocia e le attitudini imitative di questi mammiferi. Di colpo afferrai tutto l’orrore del delitto.

“La descrizione delle dita,” dissi, quando ebbi finito di leggere, “concorda perfettamente con questo disegno. Nessun animale tranne un orang-utang, della specie qui descritta, avrebbe potuto lasciare delle impronte sul tipo di quelle che avete qui disegnato. Anche questa ciocca di peli fulvi presenta delle caratteristiche identiche a quelle attribuite all’animale di Cuvier. Ma quel che non riesco assolutamente a capire sono i particolari di questo orrendo mistero. Inoltre due erano le voci udite nell’alterco, e di queste una apparteneva indiscutibilmente a un francese”.

“E’ vero; e ricorderete un’espressione attribuita a questa voce da quasi tutti i testimoni, l’espressione: ‘mon Dieu!’. Queste due parole, date le circostanze sono state giustamente interpretate da uno dei testi (Montani, il pasticcere), come un’esclamazione di rimostranza o di supplica. Su di esse quindi ho riposto principalmente le mie speranze di risolvere l’intero enigma. Un francese era a conoscenza del delitto. E’ possibile, – anzi è più che probabile, – che sia innocente per quel che riguarda la partecipazione ai fatti di sangue che sono stati commessi. Può darsi che l’orang-utang gli sia sfuggito. Può darsi che lo abbia seguito fino a quella stanza, senza peraltro poterlo ricatturare a seguito delle spaventose circostanze che seguirono. L’animale è ancora libero. Non svilupperò ulteriormente queste ipotesi, – ché non ho il diritto di definirle altrimenti, – dal momento che la consistenza di ragionamento su cui sono basate è a malapena sufficiente per renderle percepibili alla mia mente, e dato che non potrei pretendere di tradurle in termini comprensibili all’intelletto di un altro. Chiamiamole dunque congetture, e parliamone come tali. Se il francese in questione è davvero, come suppongo, innocente di quell’atrocità, questo annuncio che tornando a casa ieri sera, ho lasciato alla redazione di ‘ Le Monde ‘ (un giornale che si occupa di questioni marittime e molto letto dai marinai), ce lo porterà qui a casa”.

Mi porse un giornale su cui lessi:

“CATTURATO nel Bois de Boulogne, all’alba del… corrente (la mattina del delitto), un grosso orang-utang fulvo della specie del Borneo. Il proprietario (che si sa essere un marinaio appartenente a una nave maltese), potrà rientrarne in possesso dopo che lo avrà identificato in modo soddisfacente e rimborsato le spese di cattura e mantenimento. Rivolgersi al n. . ., Faubourg St.-Germain . . . terzo piano”.

“Come avete fatto,” chiesi, “a sapere che l’uomo è un marinaio e appartiene a una nave maltese?” “Non è che lo sappia,” rispose Dupin, “non ne sono CERTO. Qui però c’è un pezzettino di nastro che dalla forma e dall’unto che lo ricopre è servito evidentemente a legare i capelli in una di quelle lunghe ‘ queues ‘ di cui i marinai vanno pazzi. Per giunta pochi che non siano marinai riescono a fare questo nodo che è caratteristico dei maltesi. Ho raccolto il nastro ai piedi del cavo del parafulmine. Non poteva appartenere a nessuna delle vittime. Ma se, dopo tutto, mi fossi sbagliato nel concludere, deducendo, da questo nastro, che il francese è un marinaio appartenente a una nave maltese, non avrei provocato nessun danno dicendo quel che ho detto nell’annuncio. Se sono in errore, egli si limiterà a supporre che sono stato sviato da qualche circostanza su cui egli non si prenderà la briga di indagare. Ma se ho ragione allora guadagno un punto molto importante. Testimone oculare, anche se innocente del delitto, il francese sarà naturalmente in dubbio se rispondere all’annuncio; se richiedere l’orang-utang. Ragionerà così: ‘Sono innocente; sono povero; il mio orang-utang ha un gran valore – una vera fortuna per uno che si trovi nelle mie condizioni – perché dovrei perderlo per paura di un pericolo, paura che potrebbe essere infondata? Eccolo qui, a portata di mano. E’ stato ritrovato nel Bois de Boulogne – a grande distanza dal luogo della strage. Chi potrebbe mai sospettare che sia stata una bestia a commettere un tal delitto?

La polizia è disorientata, non è approdata alla benché minima traccia. Anche nella possibilità che risalissero fino all’animale, non potrebbero provare che sono a conoscenza del delitto, o imputarmene colpevole perché ne sono al corrente. Soprattutto SONO CONOSCIUTO. Colui che ha fatto pubblicare l’annuncio mi definisce come il possessore dell’animale. Non so con certezza fino a che punto egli sappia. Il non reclamare una proprietà di così grande valore, quando si sa che essa mi appartiene, attirerebbe come minimo i sospetti sull’animale. Sarei un ingenuo se facessi convergere l’attenzione della polizia o su di me o sulla scimmia.

Risponderò all’annuncio, mi riprenderò l’orang-utang, e lo terrò chiuso finché sia sbollito l’interesse per questa faccenda’”.

In quel momento udimmo un passo su per le scale.

“State pronto con le pistole,” mi disse Dupin, “ma non usatele e state attento a non mostrarle finché non vi farò un segnale”.

Il portone d’ingresso era stato lasciato aperto, e il visitatore era entrato senza suonare salendo qualche gradino delle scale. Ora però parve esitare. Dopo qualche istante lo sentimmo scendere.

Dupin fece per precipitarsi alla porta, ma ecco che quello riprese a salire. Questa volta non tornò più indietro, ma proseguì con decisione e bussò alla porta della nostra stanza.

“Avanti!”, gridò Dupin, in un tono allegro e affabile.

Entrò un uomo. Era indubbiamente un marinaio – alto, forte, muscoloso, con una cert’aria spavalda nell’aspetto, tutt’altro che antipatica. Il viso, molto abbronzato, era nascosto per più di una buona metà dai baffi e dal ‘ mustacchio ‘. Aveva con sé un grosso bastone di quercia, ma pareva questa l’unica sua arma. S’inchinò goffamente, e salutò con un “buona sera” in un francese che, nonostante risentisse dell’accento di Neuchâtel, indicava ancora sufficientemente l’origine parigina.

“Accomodatevi, amico,” disse Dupin, “immagino che siate venuto per l’orang-utang. Parola mia, quasi quasi ve lo invidio; un superbo esemplare, senza dubbio di grande pregio. Quanti anni credete che abbia?” Il marinaio trasse un lungo respiro, con l’aria di chi venga alleggerito di un peso insopportabile, e poi rispose, in un tono fattosi sicuro:

“Non saprei… ma non può avere più di quattro o cinque anni. Lo tenete qui?” “Oh no; non siamo attrezzati per tanto. Si trova in una scuderia di Rue Dubourg, qui vicino. Potrebbe rilevarlo domani mattina.

Immagino sarete in grado di comprovarne la legittima proprietà”.

“Certo, signore”.

“Mi dispiacerà separarmene,” disse Dupin.

“Non vi sarete preso tutto questo disturbo per niente, signore, ve lo assicuro,” disse l’uomo. “Chi ci ha mai pensato? Sono dispostissimo a pagare una ricompensa per la cattura dell’animale… qualcosa, beninteso, nei limiti del ragionevole”.

“Bene,” rispose il mio amico, “bene; questo è senza dubbio molto bello. Fatemi pensare! Che posso chiedervi? Oh, ecco, la mia ricompensa sarà questa. Mi darete tutte le informazioni di cui siete in possesso a proposito del delitto della Rue Morgue”.

Dupin pronunciò le ultime parole con voce molto bassa e con la massima calma. Sempre con altrettanta tranquillità, si avviò verso la porta, la chiuse e si mise la chiave in tasca. Si tolse quindi una pistola dalla tasca interna della giacca deponendola, senza il minimo cenno di agitazione, sulla tavola.

Il marinaio arrossì come se fosse sul punto di soffocare. Balzò in piedi e afferrò il suo bastone; ma dopo un attimo si lasciò cadere sulla sedia, tremando violentemente, con una espressione cadaverica sul volto. Non disse una parola. Lo commiserai dal più profondo del cuore.

“Amico mio,” disse Dupin gentilmente, “vi allarmate senza ragione, credetemi. Non vogliamo farvi del male. Vi assicuro sul mio onore di gentiluomo che non intendiamo arrecarvi alcun danno. So benissimo che non avete commesso le atrocità della Rue Morgue. Non potrete tuttavia negare di esservi in qualche modo implicato. Da quanto vi ho già detto, avrete capito che ho avuto delle informazioni su questa faccenda, da fonti che neanche vi immaginate. Ora le cose stanno così. Voi non avete fatto nulla che avreste potuto evitare, nulla di certo, che vi renda colpevole.

Non vi siete nemmeno reso imputabile di furto, quando invece avreste potuto rubare impunemente. Non avete nulla da nascondere né avete motivo per nascondere nulla. D’altra parte siete tenuto a confessare tutto quel che sapete per non venir meno a ogni principio d’onore. Un innocente è stato messo in prigione sotto l’accusa di aver commesso quel delitto di cui voi potete svelare l’autore”.

Il marinaio aveva frattanto ripreso gran parte della sua presenza di spirito mentre Dupin pronunciava queste parole; ma la sua baldanza iniziale era del tutto svanita.

“E allora che Dio mi aiuti,” disse, dopo una breve pausa. “Vi dirò quanto so di questa faccenda; ma non mi aspetto che crediate nemmeno la metà di quel che vi racconterò; sarei un vero pazzo se ci sperassi. Eppure SONO innocente, e mi toglierò questo peso dal cuore, anche se dovesse costarmi la vita”.

Questo è quanto, in definitiva, ci disse. Recentemente aveva fatto un viaggio nell’Arcipelago Indiano. Un gruppetto di uomini, di cui egli faceva parte, era sbarcato a Borneo, e si era inoltrato nell’interno in gita di piacere. Lui e un suo compagno avevano catturato l’orang-utang. Alla morte del camerata l’animale era divenuto di sua esclusiva proprietà. Dopo molti guai causati dalla ferocia intrattabile dell’animale durante il viaggio di ritorno, era riuscito alla fine a sistemarlo al sicuro nel suo alloggio di Parigi, dove, per non attirare su di sé l’imbarazzante curiosità dei vicini, lo teneva relegato con cura finché non fosse guarito da una ferita alla zampa procuratagli a bordo da un scheggia del ponte. Suo progetto ultimo era quello di venderlo.

Tornando a casa la notte del delitto, o per meglio dire all’alba di quel giorno, da una bisboccia di marinai, aveva trovato la belva nella sua camera da letto, in cui aveva fatto irruzione da un ripostiglio adiacente dove il marinaio l’aveva rinchiuso, ritenendolo al sicuro. Col rasoio in mano e completamente insaponato , era seduto davanti ad uno specchio e tentava di radersi, come probabilmente aveva visto fare al suo padrone spiandolo dal buco della serratura del ripostiglio. Terrorizzato alla vista di un’arma tanto pericolosa nelle mani di un animale così feroce e abilissimo nell’usarla, l’uomo era rimasto per qualche momento in dubbio sul da farsi. Si era però abituato a calmare l’animale, anche nei suoi accessi più furiosi, ricorrendo a una frusta, e a questa pensò di affidarsi ora. Ma alla vista di questa l’orang-utang spiccò un gran balzo verso la porta, si precipitò giù per le scale, e di qui, attraverso una finestra, disgraziatamente aperta, si lasciò cadere nella strada.

Il francese lo inseguì disperato; la scimmia, sempre col rasoio in mano, si fermava di tanto in tanto per guardare indietro e motteggiare il suo inseguitore finché questi non le era quasi vicino. Poi riprendeva a fuggire. In questo modo l’inseguimento si trascinò a lungo. Le strade erano immerse in un profondo silenzio, poiché erano quasi le tre del mattino. Nel passare da un vicolo sul retro della Rue Morgue, l’attenzione dell’animale fu attratta da una luce che brillava attraverso la finestra aperta della camera di Madame L’Espanaye, posta al quarto piano della casa.

Precipitandosi verso l’edificio, la scimmia notò il cavo del parafulmine, vi si inerpicò con un’agilità incredibile, afferrò l’imposta che aderiva al muro, completamente spalancata, e in questo modo si proiettò direttamente all’interno, sopra la testata del letto. L’intera faccenda non richiese più di un minuto.

L’imposta venne riaperta con un calcio dall’orang-utang nell’atto di entrare nella camera.

Il marinaio frattanto era contento e perplesso allo stesso tempo.

Nutriva ora buone speranze di catturare la belva, dal momento che non avrebbe potuto facilmente uscire dalla trappola in cui si era cacciata se non prendendo la via del cavo, dove egli avrebbe potuto facilmente intercettarla qualora fosse scesa. D’altra parte però, c’era di che preoccuparsi di quel che avrebbe potuto combinare in quella casa. Quest’ultimo pensiero indusse l’uomo a persistere nella sua caccia. Non è difficile arrampicarsi su un cavo da parafulmine , specialmente per un marinaio; ma giunto all’altezza della finestra, che si trovava, discosta, alla sua sinistra, non gli fu più possibile proseguire; tutto quello che gli riuscì di fare fu di sporgersi in modo da poter dare un’occhiata all’interno della stanza. La vista che gli si offrì per poco non gli fece abbandonare la presa dall’orrore. Fu allora che si levarono nella notte le urla spaventose che destarono bruscamente gli abitanti della Rue Morgue. Madame L’Espanaye e sua figlia, già preparate per la notte, erano evidentemente occupate a riordinare delle carte nella cassaforte a cui si è già accennato, che era stata trasportata in mezzo al pavimento. Era aperta e il suo contenuto era sparpagliato per terra. Le vittime dovevano essere sedute con le spalle rivolte alla finestra; e a giudicare dalla pausa di tempo trascorsa dall’entrata della belva al momento delle urla, sembra probabile che di essa non si accorgessero immediatamente. Lo sbattere delle imposte poteva essere stato attribuito al vento.

Quando il marinaio guardò all’interno, la bestia gigantesca aveva afferrata Madame L’Espanaye per i capelli (che erano sciolti perché se li stava pettinando) e le agitava il rasoio sul viso, imitando i gesti di un barbiere. La figlia giaceva per terra esanime; era svenuta. Le grida e il furioso dibattersi della vecchia signora (a cui nel frattempo venivano strappati i capelli dalla testa) ebbero come effetto di mutare in furore le intenzioni probabilmente pacifiche dell’orang-utang. Con una sola mossa decisa del suo braccio nerboruto l’animale quasi le staccò la testa dal busto. La vista del sangue infiammò la sua collera fino alla frenesia. Digrignando i denti, e con gli occhi fiammeggianti, si gettò sul corpo della ragazza, affondandole gli unghioni nel collo e tenendo la presa finché non la vide spirare. In quel momento il suo sguardo che vagava qua e là feroce, cadde sulla testata del letto dietro alla quale si sporgeva il viso del padrone, irrigidito dall’orrore. La furia della belva, che senza dubbio temeva ancora la frusta, si mutò istantaneamente in terrore. Consapevole di meritare una punizione, parve desideroso di cancellare le tracce della sua sanguinosa impresa, e si mise a saltare qua e là per la stanza in un parossismo di agitazione nervosa , abbattendo e fracassando i mobili sul suo cammino, e strappando il pagliericcio dal letto. Alla fine, afferrò dapprima il corpo della figlia e lo forzò su per la cappa, come venne poi ritrovato; poi quello della vecchia signora che gettò fuori subito a capofitto dalla finestra.

Quando la scimmia si appressò alla finestra con il suo sanguinoso fardello, il marinaio, atterrito, indietreggiò verso il cavo, e lasciandosi scivolare più che calandosi, fuggì a casa; spaventato dalle conseguenze che sarebbero derivate dalla strage, e ben felice di non doversi preoccupare, nel suo terrore, della sorte dell’orang-utang. Le parole udite dalle persone che salivano le scale erano le esclamazioni di orrore e paura del francese, mescolate ai selvaggi mugolii dell’animale.

Ho ben poco altro da aggiungere. L’orang-utang doveva essere fuggito dalla stanza, giù per il cavo, poco prima che la porta venisse abbattuta. Doveva aver chiuso la finestra nel momento stesso in cui la scavalcava. La belva fu poi catturata dal suo stesso proprietario, che ne ricavò una forte somma, al Jardin des Plantes. Le Bon venne rilasciato all’istante dopo la nostra esposizione dei fatti (con qualche commento di Dupin) al bureau del prefetto di polizia. Questo funzionario, sebbene fosse ben disposto verso il mio amico, non riuscì a nascondere il suo disappunto per la piega che la faccenda aveva preso, e si lasciò andare volentieri a qualche sarcasmo sulla opportunità che la gente badasse agli affari propri.

“Lasciatelo dire,” disse Dupin, che non aveva ritenuto necessario replicare. “Lasciatelo sfogare: lo aiuterà ad alleggerirsi la coscienza. Ne ho abbastanza di averlo sconfitto sul suo stesso terreno. Tuttavia il fatto che egli sia fallito nella risoluzione di questo mistero non è poi così sorprendente come ritiene; poiché, a dir la verità, il nostro amico prefetto è troppo astuto per essere profondo. La sua saggezza manca di STAMEN. E’ tutta testa e non ha corpo, come le figurazioni della dea Laverna, o, se volete, tutta testa e spalle, come in un merluzzo. Mi piace soprattutto per una certa magistrale definizione mercè la quale si è guadagnato la sua attuale reputazione di uomo scaltro. Alludo alla sua abilità ‘de nier ce qui est, et d’expliquer ce qui n’est pas'”.

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28 novembre 2009 at 4:02 pm

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delitti della camera chiusa

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articolo di  Sabina Marchesi tratto da Supereva

Once Upon A Time, C’era una volta La Camera Chiusa

C’era un periodo in cui il giallo era sentito anche e soprattutto come una vera e propria sfida intellettuale, dove l’enigma era come un puzzle che andava ricomposto, una partita di scacchi ad alto livello per la soluzione di un problema apparente insolubile. Fu in quel tempo che furoreggiarono fin quasi al parossismo e alla saturazione I Misteri della Camera Chiusa.
L’età d’oro del Mistery durante gli anni venti e gli anni trenta fu contraddistinta da una vera e propria competizone intellettuale tra autore e lettore che gareggiavano in arguzia tra di loro.  Spesso il lettore si arrendeva completamente disorientato dalle finezze intellettuali dello scrittore che escogitava ogni volta misteri sempre più insolubili e delitti avvenuti in condizioni apparentemente impossibili.

Simile a un cruciverba o a una partita a scacchi il Giallo ad Enigma si arricchiva di connotazioni sempre più improbabili nell’esecuzioni di delitti portati a compimento con un tale dispendio di intelletto e di energie che nessuno nella realtà vi si sarebbe mai cimentato per davvero, senza contare l’impiego di mezzi e attrezzature non facilmente disponibili.

Ma essendo diventato una specie di gioco di società alla fine non importava poi tanto se nessun assassino si sarebbe mai sottoposto a una simile tortura solo per il gusto di uccidere qualcuno, quello che contava era riuscire ad escogitare sempre nuovi trucchi e diaboloci giochi di prestigio.

Quello della Camera Gialla è un banco di prova cui ben pochi autori dell’epoca si sono potuti sottrarre, con alterni risultati ma con grande perseveranza ed impegno.

In realtà questa passione per le modalità operative di un delitto apparentemente impossibile spostava finalmente il centro del mistero dal classico “Chi è Stato?“ all’innovativo e sperimentale “Come ha Fatto?’”, che segnalava comunque un anelito di miglioramento, o quanto meno di cambiamento, del Giallo Classico.

Le motivazioni e la figura stessa dell’assassino finivano per essere totalmente oscurate dalle cervellotiche soluzioni escogitate per l’esecuzione materiale del delitto, in condizioni praticamente “stagne”. Un po’ come Houdini l’assassino si esibiva ogni volta in un numero nuovo, e francamente a nessuno sembrava più importare molto dell’identità della vittima o del movente che aveva contribuito a farla cancellare dalla faccia della terra.

Ancora una volta il prototipo classico della Camera Chiusa, tanto per non smentirsi, risale ad Edgar Allan Poe che nel primo racconto poliziesco della Storia lanciò al tempo stesso il primo investigatore che mai abbia calcato le scene della letteratura, e la prima scenografia che comprendesse un ambiente circoscritto e impenetrabile come luogo del delitto.

Anzi, l’abilità di Poe fu tale che il binomio di una scena del delitto inaccessibile unita alle condizioni di esecuzione del delitto inopinatamente cruente sortì come effetto una sorta di connotazione soprannaturale, o sovraumana, spiegazione che poi alla fine non era nemmeno tanto lontana dal vero.
Facendo credere al lettore che il delitto avesse dunque inquietanti attribuzioni demoniache, Poe scrisse uno dei migliori esempi della letteratura gialla in perfetto equilibrio di suspense e di mistero a tutt’oggi ineguagliato. Ed ecco come ci viene descritta la prima Camera Chiusa della storia del giallo. “Arrivati ad una vasta stanza […] la cui porta, chiusa dall’interno, dovette essere forzata, agli occhi dei presenti si offrì uno spettacolo tale da agghiacciarli d’orrore“.

Poi ulteriori particolari ci vengono forniti, la porta chiusa dall’interno, le finestre sbarrate e inaccessibili, nessuna traccia di passaggi segreti o di doppifondi alle pareti, nessun altra entrata non visibile o nascosta. Niente di niente tranne i corpi delle vittime orrendamente mutilate e un disordine indescrivibile.

A  partire da questo primo misterioso delitto, per la cui soluzione vi rimandiamo alla lettura del racconto se ancora non lo conoscete, svoltosi all’interno di una stanza sigillata con porte e finestre chiuse dall’interno, ci furono poi una ricchissima e varigata serie di evoluzioni più o meno acrobatiche su questo tema del Delitto Impossibile.

Varianti sulla porta chiusa: La porta che apparentemente è chiusa dall’interno in realtà viene serrata dall’esterno con manovre acrobatiche, fili, candele, pinzette, ganci, spilli o altri marchingegni complicatissimi la cui sola descrizione portava via intere pagine e che all’uso pratico potevano forse riuscire una volta su un milione. Il fatto poi che il lettore non possa replicare o verificare di persona tali dispositivi cervellotici contribuì presto a rendere invisa questo tipo di soluzione perché non dimostrabile e spesso nemmeno comprensibile. Alla fine  questa variante si trova per lo più in storie d’epoca, piuttosto datate. Una versione moderna prevede invece che l’assassinio sia commesso prima e non dopo la chiusura della stanza, e che complicati automatismi occulti vengano messi in azione dall’esterno per simulare la presenza e la vitalità della vittima in un periodo di tempo posticipato rispetto alla morte reale. Un altro esempio interessante naturalmente è quello in cui la Camera Chiusa pur sembrando inaccessibile in realtà non lo è affatto. Escludendo i facili escamotage di passaggi segreti e doppi porte che sarebbero troppo sleali nei confronti del lettore, il trucco sta nella capacità dell’assassino di manipolare o influenzare i testimoni che assistendo all’apertura della stanza giureranno in seguito che era chiusa, naturalmente questo presuppone che l’assassino sia tra i primi ad intervenire e che a volte allontani i testimoni per mandarli a cercare un attrezzo per sfondare la porta. Anche qui l’esame dei meccanismi psicologici è interessante quanto e forse di più di un complicato meccanismo composto di candele, corde e spilloni.  Mentre almeno in caso l’assassinio era in realtà un autogol, cioè un suicidio commesso all’interno e travestito da omicidio per chi arrivasse dall’esterno.

Varianti sulla “chiusura”: naturalmente non è sempre necessario che il luogo del delitto sia necessariamente un locale sigillato e chiuso dall’interno, alcune interessanti e creative varianti, dove la scena del delitto può essere anche solo un luogo virtualmente inaccessibile. Ad esempio perché si possa parlare di Delitto della Camera Chiusa può bastare che l’unica via di accesso sia bloccata, o sorvegliata, che ad esempio tutto intorno alla scena del delitto vi sia una superficie dove le impronte risalterebbero chiaramente, sabbia, fango o neve fresca, aiuole non calpestate, impronte che si allontanano invece di avvicinarsi e altre varianti sul genere. Questo contribuisce a crerare una certà vivacità consentendo di ambientare la scena anche in un ambiente aperto non circoscritto, quindi scenari meno limitati, meno claustrofobici e meno riptetitivi. In alcuni casi il luogo risulta inaccessibile solo in virtù di testimonianze al di sopra di ogni sospetto che asseriscono di non aver visto nessuno avvicinarsi nemmeno minimamente alla scena del delitto nel momento cruciale. Casi brllanti  furono  le varie versioni  di un omicidio commesso davanti a centinaia di testimoni, in un luogo pubblico, tramite inserimento di un veleno nel bicchiere direttamente nelle  mani della vittima,  in maniera acrobatica degna del miglior prestigiatore. O anche quello dell’assassino che uscendo dalla stanza fa finta invece di entrare o di bussare e in questa maniera si pone al di sopra di ogni sospetto, ponendosi fuori dalla scena del delitto piuttosto che dentro. E infine il caso magistrale in cui i testimoni dissero di non aver visto nessuno, mentre invece qualcuno invisibile come il postino o il lattaio era stato visto e subito dimenticato, perché figura nota e abituale.

Varianti sul momento in cui il delitto è stato commesso: facendo credere che il delitto è stato commesso in un lasso di tempo diverso da quello reale, è possibile che il colpo mortale sia stato inferto prima o addirittura dopo che la fatidica camera chiusa fosse messa in condizione di impenetrabilità. Per cui al momento del delitto la camera chiusa era in realtà aperta, e veniva invece chiusa in momenti temporali sfalzati rispetto alla materiale esecuzione dello stesso. Anche qui il meccanismo psicologico ha la sua valenza, e il gioco riesce bene solo se ben strutturato. La variante più proposta è quella in cui il delitto avviene in realtà dopo l’apertura della Camera Chiusa, magari davanti a testimoni. Spesso in questo caso il colpevole è la persona che interviene per prima, che soccorre la vittima e che spesso allontana i testimoni per cercare un medico o un telefono. Ci sono poi i casi in cui la vittima è stata soppressa prima della chiusura della stanza, facendo pervenire segni di vita dalla camera chiusa tramite complicati meccanismi analoghi a quelli sopra descritti, registratori dalla complicata attivazione, rumori provocati artificialmente dall’esterno, musica o conversazioni riprodotte con artifici machiavellici, per far apparire la vittima ancora viva al momento cruciale Un caso molto curioso, che voi non ci crederete è stato utilizzato per davvero,  è quello in cui la vittima, accoltellata, torni a casa, si chiuda ermeticamente dentro la stanza e poi rimanga a morire con tutto comodo ignara della confusione che genererà poi il ritrovamento del suo cadavere, che se lo avesse saputo, avrebbe tenuto la porta aperta, risparmiando agli investigatori un brutto quarto d’ora. Una versione moderna di questa tipologia si trova in uno degli episodi del Tenente Colombo dove un uomo muore diverse ore dopo essere stato avvelenato,  trovandosi a perire in un ambiente se non proprio stagno quanto meno insospettabile, o sterile e rendendo assai difficile la ricostruzione del delitto.

Varianti sull’arma: ci sono poi le molteplici varianti di armi improprie che possono essere usate attraverso una porta, o un muro, come veleni, gas tossici, micro frecce scagliate attraverso la serrratura, congegni a tempo localizzati nella stanza, opportunamente occultati e tempestivamente rimossi, animaletti velenosi e via seguitando. Ovvio che le tracce lasciate dall’arma del delitto devono essere invisibili, o interpretabili, o facilmente scambiabili con qualcosa d’altro, punture di insetti, infarto, attacchi d’asma Tipologia interessante ma poco consigliabile come mezzo di esecuzione perché non garantita al cento per cento è quella della vittima che si affaccia alla finestra e viene colpita dall’esterno per poi ricadere all’interno, mentre l’assassino da fuori chiude le imposte con uno dei tanti sistemi acrobatici sopra descritti.

Dato il diffondersi incontrollato di questa “moda” tutte le possibili varianti furono doverosamente esplorate e dilatate oltre i limiti del possibile e  dell’impossibile fino a che verso la fine degli anni 30 l’interesse per l’enigma deduttivo cominciò  a sfumare vinto dalla comparsa dei nuovi detective armati di revolver, dall’occhio malinconico e il pugno vendicatore. Questa rampante genia di investigatori portò all’affermazione del nuovo genere Hard Boiled relegando al declino le vecchie aristocratiche soluzioni dei delitti nelle camere chiuse.

Nulla toglie che ai vecchi e irriducibili appassionati faccia sempre piacere calarsi in una storia che inizia con: Arrivati ad una vasta stanza […] la cui porta, chiusa dall’interno, dovette essere forzata, agli occhi dei presenti si offrì uno spettacolo tale da agghiacciarli d’orrore“.

Ed ecco di seguito un minimo di bibliografia storica sui principali gialli ad Enigma che usufruirono di questo espediente così affascinante e catalizzatore.

E. A. Poe, “Gli assassinii della Rue Morgue“: già citato come il primo esempio di Camera Chiusa, ed in realtà il primo esempio di racconto giallo in assoluto, è assolutamente d’obbligo. La soluzione è anche abbastanza istruttiva.
Arthur Conan Doyle, “La banda maculata” (da “Le avventure di Sherlock Holmes”): possiamo fare a meno di un racconto di Sherlock Holmes? Questo può legittimamente essere annoverato tra le Camere Chiuse D.O.C..
Gaston Leroux, “Il mistero della camera gialla“: un celebre esempio (1908) della prima ondata di Camere Chiuse, con tanto di piantina e tutto.
S. S. Van Dine, “La tragedia in casa Coe“: un classico esempio del genere, con una soluzione non del tutto ortodossa. Vale la pena leggerlo, almeno per curiosità.
S. S. Van Dine, “La canarina assassinata“: la migliore “Camera Chiusa” di Van Dine, con una soluzione molto brillante e molto imitata.
Ellery Queen, “Delitto alla Rovescia“: uno sconosciuto viene trovato morto in una stanza la cui unica porta aperta è sempre stata sorvegliata. Per rendere la faccenda più complicata, tutto nella stanza viene trovato rivoltato o capovolto, dai quadri alle pareti ai vestiti del malcapitato. Un esempio di soluzione arzigogolata fino all’inverosimile, una vera curiosità.
Ellery Queen, “La porta chiusa“: una variante piuttosto particolare del genere. La soluzione giunge inattesa, ed è molto inconsueta.
J. Dickson Carr, “Le tre bare“: un classico del genere, affidato alle capaci mani del dottor Fell. Carr è certamente uno dei più affezionati frequentatori delle Camere Chiuse.
Clayton Rawson, “Da un altro mondo“: un brillante racconto di un autore poco conosciuto.
Agatha Christie, “Sipario“: l’ultima avventura di Poirot merita una citazione più per il suo valore storico che per la significatività del Delitto della Camera Chiusa che contiene. D’altronde la Christie si adattava malvolentieri agli schemi prefissati, e amava far prevalere l’elemento narrativo e la manipolazione psicologica del lettore sul gioco rigoroso dell’enigma giallistico.

Sabina Marchesi

articolo tratto da Supereva

Sabina Marchesi è nata a Roma nel 1983. Fa parte della redazione di Progetto Babele, Sherlock Magazine, Thriller Magazine, Kult Underground e Il Rifugio degli Esordienti. Scrive per Inchiostro, Super Eva, Punto di Vista, Italia Donna, Donne In Viaggio, Brivido Giallo, La Tela del Ragno e Kult Virtual Press.

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28 novembre 2009 at 3:47 pm

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la commedia dell’innocenza

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Intervista a Guido Vitiello del 15/9/2009tratta da Booksbloghttps://i1.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif

Copertina de La commedia dell'innocenza

Allora Vitiello, possiamo dire che che la detective story è figlia del dramma greco?
Su questo punto è bene essere molto cauti, e ritirare l’analogia nel momento stesso in cui la si lancia.

Come una specie di yo-yo?
Esattamente. Sarebbe avventato, e in ultima analisi insensato, sostenere che ci siano filiazioni dirette tra il teatro greco e il giallo all’inglese, se non per quel tanto di cultura drammatica classica che ha raggiunto – anche per tramite del magistero shakespeareano – un buon numero di autori dell’epoca d’oro, Agatha Christie su tutti.

Ma allora di che parla il suo saggio?
Mi sono limitato a osservare una “somiglianza di famiglia”, meglio ancora una analogia morfologica, tra lo schema generale della tragedia (come discendente del rito sacrificale) e quello del giallo, senza indugiare troppo sulla natura esatta e le cause di questa analogia, e per far ciò mi sono fondato quasi esclusivamente su un esempio, quello dell’Edipo Re, spesso citato un po’ impropriamente come primo giallo della storia.

Niente di nuovo, dunque.
Be’, io ho capovolto l’accostamento consueto: se per lo più si è sostenuto che quella messa in scena da Sofocle è la prima indagine razionale su un delitto misterioso, io sostengo al contrario che il giallo classico è fondato, come la tragedia greca, sulla ricerca di un pharmakos, di un capro espiatorio a cui imputare tutti i mali della comunità. Nel caso di Edipo questo male è la peste, scatenata dall’assassinio invendicato di Laio, nel caso del giallo moderno il contagio da debellare è l’ombra del sospetto che si addensa su tutti i personaggi a seguito dell’effusione del sangue.

E come avverrebbe la catarsi nei gialli che, per definizione, parlano più alla mente che al cuore?
È molto difficile ricostruire, oggi, cosa fosse la catarsi tragica nell’Atene del sesto o quinto secolo avanti Cristo – sul tema esiste una letteratura sterminata, e spesso fantasiosa (nel senso migliore che in essa è all’opera una buona dose di immaginazione teorica) – ma è certo che in essa vi fosse anche un elemento di sollievo legato all’espulsione simulata di un capro espiatorio, e dunque alla liberazione della città da qualche flagello. E non sappiamo in quale misura il sollievo prodotto dal ristabilimento dell’ordine riguardasse il cuore o la mente. Ma è certo che un meccanismo simile funziona nel giallo all’inglese, la cui catarsi è senz’altro più “fredda” di quel che avviene nel thriller, nell’horror o nel melodramma, ma la cui struttura è infinitamente più simile a un rito rispetto a questi altri generi. Per questo, indagare sulla natura del giallo consente di gettare luce sull’elemento sacrificale presente, in forma al tempo stesso più sfacciata e più irriconoscibile, in altri generi popolari della letteratura e del cinema. La “freddezza” della catarsi poliziesca – che peraltro non sempre è tale, se pensiamo anche solo ad Agatha Christie – forse è legata anche alla composizione del pubblico di destinazione del giallo all’inglese, un pubblico fatto per lo più di persone colte e di intellettuali, poco inclini alla letteratura sensazionalista. E più in generale è legata all’autorappresentazione compiacente del giallo come mero “gioco intellettuale” – che, per usare un gergo desueto, secondo me è in buona parte una forma di “falsa coscienza”: il giallo è molto di più.

Sarà molto di più, ma ho l’impressione che il giallo cosiddetto whodunit (chi ha ammazzato l’ammazzato?) sia un genere sostanzialmente morto perché sostanzialmente noioso.
Non direi che il whodunit, in quanto tale, sia morto. Come mero espediente narrativo, gode ancora di discreta salute: la domanda “chi è stato?” è tuttora uno dei centri generatori della suspense in tanti gialli, thriller e più in generale racconti del mistero. E come i critici vanno osservando da anni, pare ormai che l’ingrediente giallo sia indispensabile a gran parte della narrativa contemporanea, per non parlare del cinema o delle serie televisive.

Quindi il whodunit gode di ottima salute?
No, senza dubbio è morto il whodunit classico, quello dell’epoca d’oro tra le due guerre mondiali, portato al massimo grado di perfezione da Agatha Christie, Ellery Queen e John Dickson Carr. E la prova “indiretta” di questa morte è che lo si rivisita sempre in maniera nostalgica, ironica, ammiccante – direbbe Schiller: “sentimentale” – a segno che quella stagione è chiusa per sempre e che la via del ritorno è sbarrata. Ma la morte prematura di “quel” whodunit era inscritta, credo, nelle sue stesse regole di composizione. In altre parole, un genere dalle norme così rigide, che si avvale metodicamente dello stratagemma della least likely person – secondo cui l’assassino dev’essere il personaggio più insospettabile – per forza di cose non può che esaurire le sue possibilità combinatorie, ed estinguersi. Una volta che il lettore è stato addestrato ad aspettarsi che l’assassino può essere letteralmente chiunque – il detective, la vittima, un bambino di tre anni, un uomo già morto, il narratore, l’intero cast dei personaggi – non c’è più modo di sorprenderlo. Per sopravvivere, il giallo ha dovuto contaminarsi con altri generi e sciogliersi come una pasticca effervescente nel bicchier d’acqua del romanzo, nel senso più largo del termine. Questo cammino s’avviò ai tempi del grande scisma dell’hard-boiled di Hammett e Chandler, del noir violento all’americana, ed è ancora in corso.

Il suo libro può considerarsi un contributo della ricerca all’arte narrativa? Secondo lei qualche giallista militante terrà conto delle sue ricerche?
Chissà. Senz’altro scrivendolo non ho pensato alle sue possibili ricadute “pratiche”. Ma ho l’impudenza di ritenere che l’idea centrale del mio libro – in larga parte, occorre dirlo, debitrice di intuizioni di Northrop Frye, di Brigid Brophy e di René Girard – apporti qualche lume nuovo alla conoscenza del giallo, almeno di una certa famiglia di gialli, sui quali c’è una letteratura tanto vasta e pregevole quanto ripetitiva.

Invece il suo lavoro in cosa si distingue?
In un certo senso, ho tentato di dimostrare che il vero baricentro del giallo non è laddove si è creduto per decenni – nel puzzle intellettuale – ma in una regione più vasta e profonda, e più ricca di significati antropologici: nel “gioco sacrificale” che culmina con l’espulsione di un pharmakos, la cui designazione è più arbitraria e casuale di quanto l’apparenza razionale dell’indagine non lasci sospettare.

E come si potranno più scrivere gialli senza tenere conto di questo elemento?
Ora che mi ci fa pensare, mi piace l’idea di un giallista che scelga di imperniare consapevolmente la sua opera su questo che a me pare il principio cardine del romanzo poliziesco. Solo Agatha Christie lo ha fatto, in alcuni dei suoi libri migliori come La domatrice o Le due verità.

Ma, quanto alla Christie, nel suo saggio lei si concentra soprattutto su Assassinio sull’Orient-Express.
Gli ho dedicato un capitolo intero. Anzi, sarebbe più corretto dire che il mio libro nasce proprio da lì, dal senso di rivelazione che mi ha assalito dopo aver letto il libro della Christie: quel romanzo è ben più che un capolavoro del genere, è al tempo stesso anche un capolavoro della riflessione critica sulla detective story, è il giallo che si distrugge dall’interno e che rivela in piena luce la sua natura, pur fingendo di restare parzialmente fedele alle sue regole.

Ma in definitiva chi è secondo lei il lettore ideale de La commedia dell’innocenza?https://i1.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif
Difficile a dirsi, e io stesso nell’atto dello scrivere ho in mente di volta in volta interlocutori diversi. I lettori possibili sono molti, non tanto (ahimè) come numero quanto come tipologia.

Cioè chi?
Molti, e nessuno. Il mio libro non è “interdisciplinare”, è semmai “diagonale”, in un senso simile a quello usato da uno dei miei autori preferiti, Roger Caillois. È come una freccia che attraversi diversi piani – antropologia, storia letteraria, narratologia, sociologia della letteratura – ma in un solo punto. Mi interessava dire una cosa, una sola, ma per giungere al cuore di quell’idea ho dovuto trapassare strati su strati, come un pugnale acuminato (passatemi la metafora giallistica).

Passata.
Va da sé, è un libro che può scontentare simultaneamente giallisti, narratologi, antropologi, teologi, studiosi del sacrificio, sociologi della letteratura, filologi, antichisti ecc. Tutti avranno qualcosa, o molto, da ridire. Al tempo stesso, per usare un’altra metafora, questo libretto è come uno strano poligono traslucido, una specie di cristallo o diamante (come conformazione, non certo come valore!) in cui ciascuno può guardare a partire dalla faccia che gli è più prossima, e da lì osservare i nessi e la struttura dell’insieme.

Ehm…
Facciamola più semplice: a conti fatti volevo esporre una congettura, senza curarmi troppo di trovare pezze d’appoggio per renderla inattaccabile. Far spuntare idee in modo esuberante e persino un po’ selvatico mi interessava più che coltivarle, raccoglierle e stiparle ordinatamente in qualche magazzino. Il mio lettore ideale è, molto banalmente, il lettore curioso.

intervista del 15/9/2008  pubblicato sul sito booksblog https://i1.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif

Written by azulines

28 novembre 2009 at 3:09 pm

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