archivio Bolaño

dedicato a Roberto Bolaño

Archive for the ‘1’ Category

ossa nel deserto

with one comment

Sergio González Rodríguez e Ciudad Juarez

“Dietro il muro le vite perdute delle donne vittime dei narcos”

Ciudad Juarez corrisponde a Santa Teresa, la città messicana nel deserto del Sonora ai confini con gli USA, di cui si parla in “2666” « il ‘buco nero’ intorno a cui ruota il romanzo, poi impietosamente sviluppato nella quarta parte, ‘La parte dei crimini’» l’emblema dell’inferno, come dice Bolaño, « la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri » . Sergio Gonzalez Rodriguez (che sulla mattanza di Ciudad Juarez ha scritto un libro “le ossa nel deserto” ) era amico di Bolaño e in 2666 e’ il personaggio che porta avanti la propria inchiesta, scoprendo depistaggi, corruzione della polizia messicana, insabbiamenti e inettitudine degli inquirenti.
* * *
Sergio González Rodríguez racconta di aver conosciuto Bolaño nel 2002 poi, prosegue ” quando andai a Barcellona nel 2002 lo conobbi di persona, e in quell’occasione m ifece sapere che io apparivo come protagonista del suo libro con il mio stesso nome . ” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia”

In luglio non ci fu nessuna vittima. E nemmeno in agosto.
In quei giorni « La Razon », un giornale della capitale, inviò Sergio Gonzalez a fare un reportage sul Penitente: Sergio Gonzalez aveva trentacinque anni, aveva appena divorziato e doveva guadagnare soldi a ogni costo. Normalmente non avrebbe accettato l’incarico, perchè non era un giornalista di cronaca nera ma delle pagine culturali. Recensiva libri di filosofia, che peraltro nessuno leggeva, nè i libri nè le recensioni, e di tanto in tanto scriveva di musica e mostre di pittura….Gli era giunta così la proposta di recarsi a Santa Teresa, scrivere la cronaca del Penitente e rientrare….Così nel luglio 1993 Sergio Gonzales prese un aereo fino a Hermosillo e di là una corriera fino a Santa Teresa…..conversò a lungo con i giornalisti che seguivano il caso del Penitente…..Sergio Gonzalez venne a sapere che a Santa Teresa, oltre al famoso Penitente, veniva assassinato un gran numero di donne, e la maggior parte degli omicidi restava impunita….
Roberto Bolaño – 2666 ,vol.2 “la parte dei delitti” pag. 42-46

ossa nel deserto
Il suo nome è Sergio Gonzàlez Rodriguez. È nato a Città del Messico. Ed è uno scrittore e giornalista (dal 1993 columnist del quotidiano messicano Reforma da sempre in trincea. Per il suo giornalismo d’inchiesta, per aver sfidato le gang del narcotraffico, per aver denunciato la complicità della polizia messicana e le connivenze del potere politico. In Italia, Sergio Gonzàlez Rodriguez è noto per il suo libro «Ossa nel deserto» (Adelphi 2008), romanzo sul narcotraffico, la violenza e gli omicidi seriali alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Nel libro, Gonzàlez Rodriguez ricostruisce e denuncia, con grande forza e spietata precisione, il fenomeno del femminicidio a Ciudad Jurez (nord del Messico-confine con gli Stati Uniti). Lì dal 1993 ad oggi più di mille donne giovani e giovanissime, alcune addirittura bambine, sono sparite e più di 400 sono state ritrovate cadavere, spesso orrendamente mutilate e seviziate, nel deserto che circonda la città o nelle povere bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez, ai confini con El Paso (Texas), nota per il grande potere dei cartelli del narcotraffico e per le presenza invasiva dell’industria maquiladora, fabbriche straniere di assemblaggio che sfruttano il basso costo della manodopera messicana, soprattutto femminile. L’Unità ha incontrato Sergio Gonzàlez Rodriguez a Ferrara, nell’ambito del festival di Internazionale.

La frontiera è il filo conduttore del suo lavoro di giornalista e scrittore. Come descrivere la frontiera tra Messico e Usa?
ossa nel deserto

«È la frontiera maledetta. La frontiera del dolore, della sopraffazione, dei traffici di esseri umani e del contrabbando di armi. La frontiera del meticciato, dove è ancora forte l’influenza della cultura preispanica. Dove c’è povertà e diseguaglianza, dove è fortissima la religione cattolica. Questa realtà si trova di fronte ad una società, quella americana, iper sviluppata, e alla super potenza mondiale. La zona intermedia tra i due Paesi è segnata, insanguinata, dai conflitti. Una conflittualità alimentata e moltiplicata dal narcotraffico; che a sua volta vive e si alimenta col traffico di esseri umani, col riciclaggio del denaro sporco… In questa area frontaliera si scontrano la civiltà e la barbarie. Dall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti considerano la frontiera con il Messico un’area ad altissimo rischio per la propria sicurezza…».

Con quali conseguenze?

«Ha marcato ancor più nettamente l’asimmetria, economica, culturale, sociale, di vita, tra le due realtà di qua e di là della frontiera. Quella tra gli Usa e Messico è una frontiera flessibile, “porosa’, dove impera il traffico di droga e il contrabbando di armi. A cui si aggiunge il traffico di persone che cercano lavoro negli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre è diventata ancor di più la frontiera del dolore, della sopraffazione del più forte sul più debole. La frontiera dell’ingiustizia e della connivenza…».

Perché gli Usa considerano la frontiera col Messico solo in termini di sicurezza e non anche come frontiera di dialogo con l’altra America?

«Penso che dipenda dal fatto che hanno assegnato al Messico il ruolo di fornire manodopera, di consumare prodotti statunitensi, di immenso mercato delle armi. La frontiera Usa-Messico ha dodicimila punti di vendita di armi di grosso calibro. Secondo stime internazionali, in Messico circolano tra 15-18 milioni di armi in mano alle organizzazioni criminali. Le armi catturate dalla polizia messicana non superano le 18mila… L’industria delle armi, un potere planetario, ha qui un enorme mercato. Inoltre, il Messico è passato dall’essere Paese di transito della droga a Paese tra i principali consumatori di droghe pesanti».

Lei ha raccontato il coraggio dei giornalisti messicani che hanno pagato con la vita le loro denunce. Cosa significa essere giornalista libero nella frontiera della morte?

«È drammatico dover testimoniare che il Messico è tra i Paesi più pericolosi per chi fa il giornalista. Soprattutto il giornalismo d’inchiesta contro il crimine organizzato. Negli ultimi anni, abbiamo più di 50 giornalisti assassinati o fatti scomparire, “desaparecidos’. Il crimine organizzato incrementa le sue minacce…».

E il governo messicano?

«Il governo, ma più in generale il potere politico, chiede ai media di autocensurarsi. Come se non bastasse, i mezzi di comunicazione sono sottoposti alle pressioni coercitive del potere economico, delle grandi imprese. Quando vengono pubblicate notizie che non aggradano, scatta la minaccia di ritirare la pubblicità… In questo il Messico sta facendo lezione anche a voi in Italia…».


Come si resiste a tutto questo?

«Il Messico non ha futuro nella condizione attuale. Noi messicani avremo un futuro solo se saremo capaci di ribellarci allo sfruttamento e all´illegalità».

L’ultima domanda ci riporta al suo libro-inchiesta “Ossa nel deserto’. Per questa sua indagine lei è sfuggito a più di un attentato. Nel libro svela un ignobile legame…

«Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, cos´ tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

pubblicato da l’Unita il 5/10/09

Questa pagina nell’Archivo Bolano: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_rodrigues.html

torna su

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 7:08 pm

Pubblicato su 1, 2666

Tagged with , ,

2 6 6 6 – Ciudad Juarez

leave a comment »

2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |
Bolaño Venne a conoscenza, in discussioni con amici comuni, come Jorge Herralde e Juan Villoro, che stavo elaboranto un libro sul femminicidio juarense, e si mise in contatto con me per posta elettronica. Voleva conoscere dettagli molto specifici della vita delinquenziale a Ciudad Juarez. Era molto ben informato sugli assassinii seriali, consoceva il tema in profondità, però voleva che lo informassi di cose come le armi, i calibri, le auto che usavano i narcotrafficanti, o mi sollecitava che gli trascrivessi atti giudiziali dove venivan odescritti gli omicidi. Inoltre ci scambiavamo punti di vista sugl iassassini o iprobabili assassini e circa le opinioni dei criminologi e criminalisti. Era veramente ossessionato dal tema, un detective selvaggio. E il risultato delle sue conoscenze è toccante
Nell’autunno del 2002 potei visitarlo a casa sua A Blanes, gia’ aveva letto Ossa nel deserto e in quell’ocacsione mi comunicò che sarei apparso come eprsonaggio nel suo romanzo, con il mi ostesso nome.
” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia…Fu molto generoso a recensire il mio libro e non ebbi mai l’impressione che la sua vida stava per giungere alla fine. Mesi dopo lessi 2666 e mi impressionò la trama amgistrale, la minuziosa ricostruzione dell’inferno juarense, che per ragioni letterarie situa in un posto chiamato Santa Teresa. Scrivere quelal paret deve essere stato un esercizio estremo. La vasta trascendenza di questo romanzo sarà riconosciuta nel futuro

[Sergio González Rodríguez]

Alcuni anni fa, i miei amici che vivono in Messico si stancarono che gli chiedessi informazioni, sempre più dettagliate, sugli assassinii delle donne di Juárez, e decisero, sembrerebbe di comune accordo, di dare l’incarico a Sergio González Rodríguez, che è narratore, saggista e giornalista e uno molto bene informato, e che, secondo i miei amici, era la persona che più di ogni altro sapeva su questo caso, un caso unico negli annali del crimine latinoamericano: più di trecento donne violentate e assassinate in un periodo di tempo estremamente breve, dal 1993 al 2002, in una città nella fronteira con gli Stati Uniti, di appena un milione di abitanti

Non ricordo in che anno cominciai a scrivermi con Sergio González Rodríguez. So solo che la mia simpatia e ammirazione per lui non ha fatto che crescere con il tempo. Il suo aiuto, diciamo tecnico, per la scrittura del mio romanzo, che ancora non ho terminato e che non so se mai terminero’ giorno, è stato importante. Ora e’ appena uscito il suo libro, “Ossa nel deserto” (Anagrama), un libro che indaga direttamente nell’orrore e che Sergio ha presentato in questi giorni a Barcellona. Il libro sarà distribuito prossimamente in tutta l’America Latina. E sicuramente tradotto in altre lingue. Ma prima sono successe tante cose. Tra queste, un tentativo di assassinio dal quale Sergio si è salvato per un pelo. E vari pedinamenti. E minaccie e intercettazioni telefoniche. Cose che avrebbero spaventato chiunque altro, ma che Sergio con un calma schiacciante, ha vissuto solamente come chi osserva la pioggia. E’ certo che, piu’ che una pioggia, ciò che Sergio ha osservato e poi in qualche modo vissuto. è un uragano

[Roberto Bolaño , “Sergio González Rodríguez bajo el huracán” dicembre 2002 in “Entre parentisis ]

( © traduzione di Carmelo P. )link interno


NOTE:



torna su

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 5:00 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

Tagged with , ,

2 6 6 6 – Santa Teresa

leave a comment »

2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Santa Teresa è forse l’emblema della “razionalità” fredda del profitto libero da ogni vincolo “democratico”, al di fuori e al di sopra dell’etica e della legalità. Allora se le ragioni, o forse le aspirazioni se non le utopie illuministiche del primo mondo sono enumerate, definite e raprresentate come costi, i luoghi del profitto vengono delocalizzati
oltre la frontiera, nelle “zone franche” tra il primo mondo e il nulla, laddove finalmente si dispiega in tutta la sua potenza la creazione di “ricchezze” mostruose, concentrate nelle mani di potenti che godono della massima impunità, al prezzo della distruzione dell’ambiente e delle relazioni umane, della memoria, della riduzione del lavoro allo stato di schivitù. Il profitto, nella sua massima astrazione non considera rilevanti i modi e le forme attraverso cui viene prodotto: sfruttamento del lavoro e dei minori, traffico di droga, traffico di clandestini, riciclaggio del denaro sporco e criminale…quei poveri corpi sono stati ridotti a segni privi di significato, carne da macello, “ossa del deserto”, esibiti, ostentati e manipolati come un codice per comunicare e minacciare il proprio potere e la propria impunità….
Santa Teresa, quindi, forse non è Ciudad Juarez, un incidente della storia, o una bizzarra anomalia di un bizzarro popolo del terzo mondo, Santa Teresa è forse il destino ineluttabile, inesplicabile, delle “moderne società industriali”, così come l’orrore delle dittature latinoamericane prima, e della indicibile miseria ora, è l’altra faccia, lo specchio nascosto in cui il primo mondo evita di specchiarsi e che invece Bolaño osserva e ci costringe a guardare.

Per descrivere questo libro molti critici hanno usato l’immagine del buco nero: Con la stessa giustizia si potrebbe parlare di un cono aperto verso l’alto, come quelli che costruiscono le cosiddette formiche leone, che si appostano nel fondo aspettando che altre formiche scivolino verso di loro per divorarle. La formica leone è Santa Teresa: Verso di essa sbandano le anime sensibili o già debilitate, quelli che sono stati feriti nell’intelletto come i critici, o nello spirito come Amalfitano, o nel cuore come Fate, o altri il cui destino stesso si presenta come ferita, come nel caso di Arcimboldi. Si potrebbe anche pensare a dei sommozzatori stanchi che si dirigono verso l’elica della nave che li farà a pezzi. Ma qui sta cio’ che e’ veramente notevole: il punto di vista del libro è quello dell’elica: il quarto libro, quello dei delitti, è il punto di incontro di tutti gli altri; alla luce di questa mattanza dobbiamo intendere il destino dei personaggi.
Il tema, dunque, è la morte. o meglio: il tema è il vasto tempo, le inenarrabili storie personali, viste dalla soglia della morte

Che posto avrà questo romanzo nella narrativa ispanoamericana ? Il critico Alvaro Bisama contrappone Macondo, mito dell’origine a Santa Teresa, mito della fine. Senza contraddirlo, io arrischierei una lettura un po’ meno apocalittica; invero, il mondo di Bolaño, anche se marcia verso la distruzione, è incomparabilmente più ricco di quello di García Márquez. Macondo non è solo il mito dell’origine ma anche della totalità. Il suo autore prende il povero popolo latinoamericano e, da semplice attimo delal storia, lo converte in senso, in morfologia storica: di fango e canne fummo all’inizio, di fango e canne siamo quando l’ultimo Buendia se lo mangiano le formiche; la nostra verità e’ essa stessa di fango e canne… Bolaño rifiuta questa totalità. Santa Teresa non è una forma del destino; è una fine che si rende intellegibile a una pluralità infinita di destini, e il suo campo d’azione comprende tutto il pianeta. Se I detective selvaggi link interno aveva un principio ma non un finale, 2666 ha un finale ma non un principio.
Gonzalo Garcés – El mito del final link esterno ]

Ma se l’immagine mitica del sogno latinoamericano proposta da Garcia Márquez si è fissata sulla nostra retina di lettori sovrapponendosi spesso alla visione e alla percezione della realtà di quel continente, la lettura di 2666 di Roberto Bolaño equivale a un intervento di rimozione della cataratta.
[ Raul schenardi link interno]

2666 vol 1

García Márquez, nelle numerose storie che compongono il suo grande romanzo [ cent’anni di solitudine link esterno ], una specie di mito della realtà latinoamericana: la conseguenza e’ stata di vedere le città latinoamericane come popolate dalla magia, come se ci fosse qualcosa di Macondo in ognuna di esse. Il realismo magico, si è convertito, soprattutto agli occhi dei paesi del “primo mondo” nel modo di essere dei paesi latinoamericani, nella loro realtà. Al contrario credo che Bolaño si allontana completamente da qualsiasi interpretazione mitica della realtà: ad un certo punto del romanzo leggiamo ” la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono tra loro in mostruositàla “ [p.553 parte 5] . Sebbene la violenza è uno dei motori generatori della sua storia, , come nel caso di García Márquez, in 2666 essa è profondamente connessa con la realtà. la violenza di 2666 è, purtroppo violenza reale. E Bolaño si fa carico, soprattutto ne “La parte dei delitti”, affinchè questo fatto non passi inosservato. Non è possibile creare una finzione, costruire un’interpretazione mitica di un fatto tanto orribile come quello delle povere ragazza assassinate di Ciudad Juarezlink interno. Se Macondo è il mito dell’origine di Latinoamerica, Santa Teresa è l’illustrazione di come qualsiasi interpretazione mitica (del principio o della fine), risulta risibile, inutile, assurda: nei termini di Bolaño mostruosa

Si può dire dunque, che i due assi attorno cui gira vertiginosamente questo “buco nero” sono la letteratura (incarnata nella vita e nell’opera dello scrittore tedesco benno Von Arcimboldi) e la violenza (presente non solo nelel vignette che descrivono i crimin idella città, ma anche nella visione apocalittica della Germania dopo la seconda guerra mondiale). Così Bolaño costruisce una storia della violenza e della distruzione, connettendo ambo i lati dell’atlantico. In 2666 si presenta nello stesso tempo una visione critica rigaurdo alla civilizzazione europea in decadenza e una riflessione sull’irrazionalità e isatituzionalizzazione della violenza

Santa teresa è una città limite. Una città que sta nella frontiera tra messico (e, per estensione, Latinoamerica) e stati Uniti. Una città al limite tra la realktà e la finzione. Tra la letteratura e la vita. E’ la città di Cesárea Tinajero (poeta messicana degl ianni trenta, intorno alla quale girano le storie e i personaggi de “I detective Selvaggi”) e il rifugio di Benno von Arcimboldi…E’ lo spazio della cospirazione: dell’impunità, delle classi al potere , della corruzione e dell’impero del denaro.
[Ángeles Donoso violencia y literatura en las fronteras de la realidad latinoamericana link esterno ]

“Ancora una volta Bolaño è eccezionale: nessun altro scrittore latinoamericano (e forse solo Corman McCarthy tra i nordamericani ) ha compreso la densità simbolicadella frontiera come lui…
…Artaud credette che il Messico era il polmone mistico del pianeta, Bolaño crede che nella caverna del femminicidio messicano si nasconde lo spaventoso segreto del mondo. Appogiandosi nel precedente etico di “Ossa nel deserto” (2002) di Sergio González Rodríguez, Bolaño dedica “La parte dei delitti” a una monomaniaca decodificazione dei crimini di Santa Teresa. Io non credevo che fosse possibile fare letteratura da tanto orrore e, nel farlo, conservare nello stesso tempo l’onore delle vittime e l’onore della letteratura, affrontando uno dei problemi morali meno praticabili della creazione artistica.
…”la parte dei delitti” [è] qualcosa di più di un apocalittico romanzo giallo: un ritratto brutale del Messico, che smette di essere questo giardino perduto di Paul Valéry dove Bolaño osserva perduti gli scrittori chilangos, per convertirsi in Santa Teresa / Ciudad Juarezlink interno, nell’ultima frontiera d di molto mondi, come se in quel punto cieco giungessero a termine la società industriale, la religione dei cristiani, l’illuminismo e la sua aura, e un lungo e abusivo etcetera, che a malapena illustra la forza escatologica di Bolaño, scrittore a volte difficile da leggere, perchè non comune trovare in un solo libro, insieme, la letteratura e la verità come sognò Goethe……
Tutta la poesia in qualcuna delle sue multiple discipline, dice Bolaño in 2666, era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo
“Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, dice Bolaño in 2666, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”. [p.530 parte 5]
[Christopher Domínguez Michael – La literatura y el mal link esterno , 04/2005 ]

2666 vol 1

…E, certamente, è infernale il mondo che descrive ne “la parte dei delitti”, “la nausea e la rabbia” che sente Harry Magaña, lo sceriffo di Huntville che segue le orme di donne statunitensi scomparse, quando vede, in una casona oscura, che qualcuno alza un pacco dal letto, avvolto in un tel odi plastica. Nausea e rabbia davanti alla violenza, l’omicidio, l’impunità, la complicità di poliziotti e giudici, nausea e rabbia davanti al disegno di uccidere, “infame interpretación de la libertad y de nuestros deseos”. M non si tratta solamente di una denuncia morale, sociale o politica. E’ un passo in più – e tanto certo quanto apapssionante – nell’investigazione della violenza come la cifra inscritta nell’identità latinoamericana, dal Cile al messico, da El salvador fino all’Argentina, che in questo libro, raggiunge, per di più, risonanze universali… …tanta somma di orrori, uno dietro l’altro; tanti corpi violati, mutilati, torturati, assassinati, tanta angoscia, tanto dolore, questa senzazione terribiel che sperimenatrono la madre delle scomparse e le sue vicine, “cosa significa stare in purgatorio, una lunga attesa inerme, un’attesa la cui spina dorsale era l’abbandono, qualcosa di molto latinoamericano d’altro canto, una sensazione familiare, una cosa che se uno ci pensava bene sperimentava tutti i giorni, ma senza l’angoscia, senza l’ombra della morte che sorvolava il quartiere come uno stormo di avvoltoi rendendo tutto più denso, sconvolgendo ogni routine, mettendo ogni cosa a rovescio” [p.230 parte 4]
[Rodrigo Pinto – Bolaño revisitado link esterno ]

…nel suo ultimo romanzo, Bolaño decide di accompagnare i suoi personaggi per i cimiteri di 2666…
..dettaglia uno per uno le centinaia di omicidi di donne giovani di Ciudad Juárez perchè nel raccontare ciascun omicidio possiamo ricordarli tutti; non solo le violenze che quotidianamente subiscono le donne di tutto il mondo, anche i milioni di tedeschi, rumeni, russi e polacchi morti nel fronte orientale della seconda guerra mondiale, come anche quelli del fronte occidentale, e gli ebreiu polacchi e tedeschi e russi nei campi di styerminio; e i latinoamericani che non riuscirono a cheidere asilo e fuggire in esilio ad ogni colpo di stato; e i negri dei ghetti statunitensi tutti i giorni; e gli schizofrenici nei manicomi; e gli alberi dei boschi; e gli alberi delle città…
[Carlos Labbé – Un mal sin nombre es un numero link esterno ]

Con o senza carte in regola, espilicitamente o immaginariamente, le centinaia di personaggi di questo romanzo si dirigono all’inferno, un inferno che qui prende la forma di Santa Teresa – la Comalalink interno o lo Spoon River link esterno di Bolaño -, una città messicana nella frontiera con gli Stati Uniti dove non c’e’ riposo, ma in compesno, abbondano i cadaveri; cadaveri di donne giovani, violentate per i due condotti – anche se un esperto assicura che è possibile violentare una donna fino a sette condotti – e dopo abbandonate nella discarica “El chile” o in in qualcuno dei numerosi angoli incolti della città
[Alejandro Zambra – Bienvenidos al infierno link esterno , 11/2004 ]

( © traduzione di Carmelo P. )

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 3:55 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

Tagged with , ,

2 6 6 6 – il titolo

leave a comment »

2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Lavorando contro il tempo riuscì a terminare, soffrendo duramente, il suo ultimo e voluminoso romanzo, il cui titolo alludeva ( dubito che casualmente) un futuro irraggiungibile: 2666. [Andrés Neuman]

(…) In più di una intervista, Roberto Bolano ha detto che il titolo “2666” meritava una estenuante spiegazione, una spiegazione probabilmente così lunga, che alla fine non diede mai. Comunque, sembra che il titolo alluda a una data, o a un centro ovviamente impossibile da localizzare, o una essenza o un buco, che in ogni caso sono la stessa cosa. Nella nota editoriale che chiude il volume, Ignacio Echevarría osserva che in un altro romanzo di Bolano “Amuleto”, si menziona un cimitero del 2666,
[Alejandro Zambra – “2666”, la indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño link esterno ]

“E li seguii: li vidi camminare con passo leggero per Bucareli fino a Reforma e poi li vidi attraversare Reforma senza aspettare il semaforo verde, entrambi coi capelli lunghi e scompigliati perchè a quell’ora su Reforma tira tutto il vento notturno che è avanzato alla sera, l’ avenida Reforma si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città, e poi iniziammo a camminare per l’ avenida Guerrero, loro un po’ più lentamente di prima, io un po’ più in fretta di prima, la Guerrero a quell’ora somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”
[ Amuleto p.71 ]

Ma anche ne I detective selvaggi si fà un riferimento a quella data:

… E Cesarea disse qualcosa sui tempi che si avvicinavano, anche se la maestra supponeva che Cesarea si fosse preoccupata di disegnare quella piantina senza senso unicamente a causa della solitudine in cui viveva Pero’ Cesarea parlò dei tempi che sarebbero venuti e la maestra, per cambiare argomento, le chiese che tempi fossero quelli e quando. E Cesarea specificò una data:: verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..
[ I detective selvaggi ]

Non si può non omettere la relazione del titolo “2666” con i versi dell’Apocalisse

Qui sta la sapienza.
Chi ha intendimento conti il numero della bestia,
poiché è numero d’uomo;
e il suo numero è seicentosessantasei.
[ Apocalisse 13.18 ]

I personaggi poeti-scrittori (Cesarea Tinajero de I detective selvaggi o Benno Von Arcimbolsi di 2666) finiscono nel deserto del Sonora e lì svaniscono, inghiottiti dall’abisso, nella città dei morti, nella città cimitero, Santa Teresa, metafora del male inesplicabile, che si riproduce all’infinito, come i grani di un rosario senza fine, di fronte all’indifferenza dei potenti e all’impotenza di chi invano vi si oppone e invano cerca un “movente”. Il male che lì si manifesta con tutta la sua ferocia, resta un mistero e nessun logica, ne’ quella deduttiva degli intellettuali, ne quella indiziaria dei detective riesce a risolvere l’enigma restituendo “di senso la realtà brutale dei fatti, trasformando in indizi le cose, correlando le informazioni che isolate sono prive di valore, stabilendo serie e ordini di significato” nota. Il motore che governa Santa Teresa è la “razionalità extra-territoriale” del profitto, la “delocalizzazzione” delle “maquilladoras” che produce “zone franche” sottratte al controllo “democratico” dove vengono azzerati i diritti civili e le relazioni umane. E’ la stessa razionalità che avvelena la terra, l’aria e le acque e i corpi, massacrati dal lavoro a 50 centesimi di dollaro l’ora e dalla droga

Santa Teresa di cui Ciudad Juarez rappresenta l’anticipazione di uno scenario futuro, “citta che un tempo si chiamava Paso del norte – come se fosse il passo obbligato per il progresso e lo sviluppo – “ convertita “in un cimitero con il volto del carnevale… una terra che cancella il passaggio delle persone, che rifiuta la memoria” , una terra “misura di pre-brownies, pre-migranti, pre-clandestini, latin people potenziali, sempre proiettati verso “l’altra parte”. La geografia che li divora accetta, quale orizzonte ultimo, il senso di sradicamento e l’abbandono della memoria collettiva di una terra che li ha espulsi. Indicando un percorso in cerca di una nuova identità nomade che lascia indietro l’ambiente nativo, la famiglia, gli amici per sostituirli con un nuovo universo scintillante di tecnologia e produttivita’ di merci e cinismo urbano, prigioniero dello sfruttamento, della sopravvivenza e , qualche volte, della speranza.

2666 rappresenta il male e il suo enigma:

All’improvviso qualcuno, non so chi, si mise a parlare del male, del crimine che ci aveva coperti con la sua enorme ala nera….Allora gl idissi quel che m igirava e rigirava in testa. Belano, gli dissi, il nocciolo della questione è sapere se il male (o il delitto o il crimine o come lei vuole chiamarlo) è casuale o causale. Se è causale, possiamo combatterlo, è difficile sconfiggerlo ma c’e’ una possibilità, più o meno come tra pugili dello stesso peso. Se è casuale, al contrario, siamo fottuti. Che Dio, se esiste, ce la mandi buona. E in questo si riassume tutto.
[ I detective selvaggi p.529]

Sul mistero del titolo del romanzo, c’e’ un’altra ipotesi suggestiva. Dario Voltolini riferisce in una recente intervista link interno

ascolta intervista (Archivio Bolaño) di Voltolini su Roberto Bolaño

che, durante la presentazione del suo ultimo libro, Sergio González Rodríguez link interno
avrebbe affermato che Bolaño gli avrebbe confidato che fosse sua intenzione scrivere una “quinta parte” del romanzo, ambientata nel futuro cioè nel 2666. Non ci sono riscontri di tale affermazione che rischia di alimentare le leggende sorte dopo la morte dello scrittore; di certo contribuisce all’operazione di marketing di Andrew Wylie link interno
, “amministratore dei diritti dell’opera dello scrittore cileno, ha comunicato l’esistenza del “Terzo Reich”, romanzo occulto e inedito di Bolaño di cui il suo editore spagnolo, Jorge Herralde, non aveva mai avuto notizie.”

Come ricorda Zambra, Nella nota introduttiva all’edizione spagnola, “Echeverría si riferisce anche al presunto carattere incompiuto di “2666”; si presume che Bolano non riuscì a terminarla. ma è praticamente impossibile discernere con sicurezza quali aspetti del ramanzo restarono inconclusi. Ci sono, naturalmente, alcune storie che sarebbe stato possibile continuare (le cronache degli assassini, senza andare molto lontano, sono cento e rotti, pero potrebbero essere duecento o quattrocento), ma la verità è che secondo la logica interna della narrazione non c’e’ motivo perche’ debbano essere concluse. Echevarría avverte giustamente che se i “detective selvaggi” fosse stato pubblicato postumo, si sarebbe potuto leggere anche come inconcluso”
[Alejandro Zambra – “2666”, La indiscutible obra maestra de Roberto Bolaño link esterno ]

( © traduzione di Carmelo P. )


NOTE:


testo di jacques Lacan


Sergio Gonzalez Rodriguez – Ossa nel deserto



torna su

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 1:46 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

Tagged with ,

2 6 6 6 – il libro

leave a comment »

2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Le cinque grandi narrazioni (che a loro volta contengono altre narrazioni di personaggi micro e macrocosmi che all’improvviso scompaiono per poi a volte riaffiorare in altre “parti”) così vengono descritte dal critico Víctor Barrera Enderle: nota

La parte dei critici:

è la biografia di una misurata e moderna passione letteraria. Quattro critici letterari di fine secolo, uno francese (Jean Claude Pelletier), l’altro spagnolo
(Manuel Espinoza), l’altro ancora italiano (Piero Morini) e una crítica inglese ( Liz Norton), condividono un’ossessione: il misterioso scrittore tedesco Benno von Arcimboldi. Poco si sa di questo autore, salvo la sua nazionalità, la sua data di nascita (1920), e una certezza: la sua prosa è la più significativa della narrativa tedesca del dopoguerra (questo spazio fantasmatico, forgiato tra le macerie della follia nazista e una ferrea volontà di oblio). Il quartetto, cimentato, per di piu’ da un triangolo amoroso e dalla presenza misteriosa di Morini, è la evrsione metropolitana dei detective selvaggi del romanzo omonimo di Bolano, però senza il “selvaggio”: a differenza di Ulisses Lima e arturo Belano, che cercano visceralmente la loro scrittrice, Cesárea Tinajero (una Arcimboldi latinoamericana),
senza distinguere in modo razionale la differenza tra realtà e letteratura, i quattro critici europei si destreggiano all’interno della dinamica delle accademie del primo mondo: congressi specializzati, dipartimenti di letteratura tedesca, viaggi di investigazione e una ricerca senza esito: desiderano incontrare Arcimboldi e collocarlo nel piedistallo che merita. Una pista sospetta li porta a Santa Teresa, neld eserto del Sonora (luogo, dove muovono i loro passi “i detective selvaggi” alla ricerca di Tinajero), nel Nord del Messico: immaginaria città di frontiera e industriale, luogo di un’orrenda serie di assassinii di donne: Trasmutazione letteraria di Ciudad Juárez link interno, Chihuahua (in realtà Bolaño ha sopstato questa città di alcuni chilometri verso Ovest, interrandola ancor di pià nell deserto e la desolazione

La parte di Amalfitano

Ma, che ci fa uno scrittore come Arcimboldi – ormai anziano – in un luogo come quello? Le ricerche dei critici li mettono in contatto con amalfitano, un ex esiliato cileno, ora professore nell’università di Santa Teresa. Amalfitano aveva tradotto Arcimboldi durante il suo esislio in Argentina. Dei singolari percorsi della sua vita, della relazione con il mondo e con sua figlai Rosa tratta la seconda parte. Una grande parte del disincanto dell’intellettualità latinoamericana della seconda metà del secolo XX (quella che ha subito colpi di stato, tortura, esilio, annichilimento degli ideali e tant ialtri eventi dolorosi etc.) si riflette nell’inappetenza del professore cileno.

La parte di Fate

E’ un impressionante narrazione dei margini, delle disgrazie e miserie che uniscono e dividono la fronteira Messico-Nordamericana. E’ incentrato su Oscar fate, un giornalista nero di New York, specializzato in faccende politiche concerneti la comunità afroamericana, che, per cuase di forza maggiore, si trobva nelal necessità di dover coprire la cronaca di un incontro di boxe a Santa Teresa: tanto Fate coem i critici metropolitani e amalfitano si scontrano all’improvviso con la realtà: la catena di morti; le ragazze che muoiono instancabilmente di fronte all’indifferenza delle istituzioni e della gente. Il viaggio li cambia, li scuotee li disillusiona nel peggior significato che questa parola può avere: è il colpo di grazia all’epoca attuale, il suo segno ed emblema.

La parte dei delitti

E’ un insolita e sorprendente forma di esercizio letterario. La creazione rivela la sua fase occulta, la sua pulsione di morte. Già Bolaño aveva dato un incredibile anticipazione di questa prospettiva narrativa nel suo saggio breve “Letteratura + malattia = malattia” (“Literatura + enfermedad = enfermedad”). Qui un interminabile sfilata di donen anonime recupera la sua identità (vera o falsa, poco importa) e torna a morire, però questa volta in modo personale (coem avrebbero voluto Rilke y Villaurrutia, poeti nostalgici della relazione pre-moderna tra il mondo e gli uomini): la morte è la più straordinaria forza vitale e per ciò stesso, è insopportabile. Però è anche la sfilata del medesimo assassinio: la donna, esclusa dalla società, senza diritti lavorativi, senza identità sociale, è morta una e una volta ancora. Loro sono le morte della globalizzazione, quelle che segnano la liena di demarcazione tra il primo e il terzo mondo. Il colpevole? La corruzione ?, la disiguaglainza?. il maschilismo? l’emarginazione?, la xenofobia? Ciò che rimane: un immenso abisso, una forza sinistra che sembra muovere la storia dell’umanità. Dietro le morte di Santa Teresa sembrano nascondersi i misteri più oscuri del mondo: le infinite morti accadute ai margini della storia: i massacri delel conquiste, le mattanze di schiavi, gli olocausti. Davanti a quei morti la logica razionale si perde, si confonde e, nel frattempo, l’abisso continua a crescere.

La parte di Arcimboldi

La quinta parte si riferisce ad Arcimboldi e, per molti versi, è la storia che tanto affannosamente cercano di ricostruire i critici metropolitani. È il racconto della sua morte come tedesco tra le due guerre e della sua resurrezione come scrittore fantasma in un mondo in rovina. È anche la parte che finisce per ricongiungere (apertamente, sia chiaro) le altre parti tra loro. La biografia di un oscrittore che si incammina verso l’abisso.

( © traduzione di Carmelo P. )


NOTE:


Víctor Barrera Enderle “2666” o la escritura que continúa” link esterno torna su




torna all'inizio

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 12:16 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

Tagged with , ,

2 6 6 6 – la pubblicazione

leave a comment »

2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

2666 vol 1 2666 vol 2

2666 è un’opera tanto bestiale che può finire di rovinare la mia salute che già è di per se delicata. Finito di scrivere I detective selvaggi avevo giurato a me stesso di non scrivere mai più un romanzo: arrivai fino al punto di essere tentato di distruggerlo completamente, perchè lo vedevo come un mostro che mi divorava.

[Intervista con Antonio Lozano. Qué leer, gennaio-2001 ]

Che mi dice della sua idea di scrivere un classico di mille pagine?

Commetterò molti errori e imperfezioni. Evidentemente un libro voluminoso ha alcuni vantaggi. In un libro lungo uno scrittore deve dimostrare resistenza, una capacità di inventiva costante, deve avere un respiro largo e molta capacitò di affabulazione e, naturalmente, non è lo stesso concepire una casa o un grattacielo. molte volte è piu’ abitabile una casa, però per costruire un grattacielo devi essere molto bravo, visto che devi fare dei tracciati più complicati….

[ intervista Melanie Jösch, dicembre 2000 link esterno ]

Che cosa ci può dire di questo lavoro mastodontico, che ha annunciato in gran fanfara, dove torna al Messico de I detective selvaggi a raccontare gli omicidi di diverse donne di Ciudad Juarez? Quando pensa di terminarlo?

A maggio dell’anno 2002 sarà finito e sarà pubblicato, se va tutto bene, a settembre o ottobre dello stesso anno. Ma non lo posso dire. Tra le altre ragioni perché sarebbe troppo lungo parlare del romanzo e troppo confuso. Il romanzo è già tutto scritto nella mia testa, e in questa fase, tutto sembra funzionare bene, il romanzo sembra molto migliore di quello che realmente sarà, e probabilmente direi un sacco di sciocchezze finendo col pentirmene. La verità è che uno finisce sempre col pentirsi di tutto. Di tutte le cose che poteva fare e non ha fatto e di tutte le cosa che ha fatto e che poteva fare meglio.

[ intervista luis garcìa link interno, aprile 2001]

Qual è il romanzo che sogna di scrivere?

Un romanzo che si chiamera’ “2666”

[Caracas – tertulia link esterno ]

Il romanzo che sta terminando, intitolato “2666, di circa mille pagine, che cos’è?

E’ una scommessa. Dato il numero delle pagine del romanzo, sarà necessariamente una forte scommessa. Anche se in realtà, qualsiasi opera letteraria dovrebbe avere questa prospettiva: un lavoro di artigianato, umiltà e pazienza, ma anche una scommessa selvaggia. l’istante in cui lo scrittore si mette in gioco e scommette su tutto o niente. Questo e’ uno dei mali, d’altra parte, della letteratura attuale. Sono molto pochi gli scrittori che si giocano il tutto per tutto. Quasi tutti preferiscono assumere una posizione media, accontentare un’illusione quella che chiamano il pubblico lettore, e assicurarsi i loro gaudagni. Che in fin dei conti non sono altro che miserabili guadagni.

[ intervista di javier Campos , agosto 2002 link interno ]

Che cosa ci può anticipare del suo prossimo romanzo, “2666” ?

Niente. Che forse sarà un pessimo romanzo. O forse no.

[ intervista di Daniel Swinburn, marzo 2003 link esterno ]

In quale deserto andranno gli scrittori che se ne vanno lasciando un romanzo inconcluso? Quanto gli mancava a Bolaño per completare ‘2666’? un giorno, per telefono, mi parlò di un romanzone di mille pagine che da tempo stava scrivendo. Un romanzo, spiegò angosciato, ” tanto lungo come ‘le mille e una notte'”. Gli suggerii che lo chiudesse a 1001 pagine, cosa che ovviamente non fece. In un momento della conversazione, Bolaño disse che forse avrebbe abbandonato quel romanzo. Disconoscendo il suo stato di salute, gli chiesi perchè. La sua risposta esatta fu: “Perchè non sono Tolstói”

[ Andrés Neuman link interno ]

Nella nota introduttiva alla prima edizione spagnola (2004) si legge:

Di fronte alla possibilità di una morte prossima, Roberto lasciò istruzioni affinchè il suo romanzo, 2666, si pubblicasse diviso in 5 libri che corrispondono alle cinque parti del romanzo, specificando l’ordine la periodicità delle pubblicazioni (una per anno) ed incluso il prezzo da negoziare con l’editore. Con questa decisione, comunicata giorni prima delal sua morte dallo stesso Roberto a Jorge Herralde, pensava di sostenere il futuro economico dei suoi figli.

In seguito alla sua morte e dopo la lettura e lo studio dell’opera e del materiale di lavoro,lasciato da Roberto, condotto da Ignacio Echevarría (amico da lui indicato come persona di fiducia per le questioni letterarie), sorge un’altra considerazione di ordine meno pratico: il rispetto e il valore letttrario dell’opera che fa si che congiuntamente con Jorge Herralde cambiassimo la decisione di Roberto e 2666 si pubblicasse in un solo volume, così come lui avrebbe fatto se non si fosse realizzata la peggiore delle possibilità che il processo della sua malattia offriva.

In Italia il romanzo viene pubblicato in due volumi nel   2007 (La parte dei critici, La parte di Amalfitano e La parte di Fate) e nel 2008 (La parte dei delitti, La parte di Arcimboldi).   Secondo la maggior parte della critica, la pubblicazione in un unico volume viene considerata la più corretta. le cinque parti di 2666 più che unite per situazioni, personaggi e strategie narrative, sono connesse per lo stesso abisso,  questa immensa senzazione di vuoto che i personaggi e le voci di Bolaño  creano con somma  maestria e il romanzo si riassume in uno spazio letterario, ma sovraccarico di realtà: Santa Teresa. nota

( © traduzione di Carmelo P. )

link di questa pagina: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_2666_intro.html

NOTE:

Víctor Barrera Enderle “2666” o la escritura que continúa” link esterno torna su



torna all'inizio

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 11:25 am

Pubblicato su 1, 2666, generale

Tagged with ,

Borges, Bolaño ed il ritorno dell’Epica

leave a comment »

Borges, Bolaño ed il ritorno dell’Epica

( Aura Estrada – traduzione della versione inglese di Gianni Errera nota)

I
Jorge Luis Borges e Roberto Bolaño per tutta la vita hanno combattuto la vanità ed ogni forma di compiacimento, banalità, ed indulgenza. Il loro è un caso non comune nel mondo letterario, dello stesso tipo di quelli che l’industria letteraria stessa sembra voler mettere ai margini. Non avevano un grande successo di vendite. Durante un periodo consistente delle loro vite hanno vissuto o nell’ombra del rifiuto, o nella clandestinità della violazione estetica. Il rapporto che ebbero con la loro epoca e con gli scrittori a loro contemporanei è stato complesso e non privo di attriti. Certo, quello che entrambi intendevano come letteratura aveva poco a che vedere con il desiderio di essere conciliante con qualunque estetica (che fosse sociale, etica, politica o filosofica) diversa dalla propria. Il loro rapporto con la letteratura era quasi sacrale. Credevano in poche altre cose, ed erano consacrati soltanto ad essa, quasi che la letteratura fosse (e forse lo è veramente) una questione di vita o di morte.

Come per Flaubert o Kafka, la letteratura per loro non era un mezzo per guadagnarsi la rispettabilità, la fama o la realizzazione personale, e non era nemmeno una strada difficile e scomoda attraverso cui poter salire gradini nella piramide sociale od economica, ma piuttosto un martirio o un pellegrinaggio, oppure ancora un pellegrinaggio di sofferenza verso il completo annullamento: il nirvana letterario.”L’uomo non è niente, il lavoro è tutto!” aveva postulato Flaubert in una lettera piena di esaltazione alla sua amica scrittrice George Sand. Per fare un parallelismo, durante un discorso pubblico a Barcellona un anno prima della sua morte, Bolaño aveva detto: “La letteratura è come un carro armato.. Non gli importa niente degli scrittori. Alle volte nemmeno si rende conto che questi sono vivi” . Borges è rimasto fedele a questa visione in numerosi saggi, da “Tutto e niente” a “Da qualcuno a nessuno” , “La nullità della personalità” e “Gli scrittori argentini e la tradizione” , in cui parla della creazione artistica come “sogno volontario” a cui ci si debba abbandonare completamente.

Oltre a condividere una quasi religiosa devozione verso la letteratura, comunque, è difficile trovare punti di contatto tra l’opera di Borges e quella di Bolaño. Quando il critico spagnolo Ignacio Echeverria scrisse che quello di Bolaño era “il tipo di romanzo che Borges avrebbe voluto scrivere” fa un complimento allo scrittore cileno, ma che cosa hanno in comune gli eruditi giochi dei racconti brevi di Borges con quelle saghe di fortune e disgrazie che sono i voluminosi romanzi di Bolaño? Semplicemente Borges non è quell’anticipatore che viene spontaneamente in mente quando leggiamo Bolaño.

II
Borges è un caso anomalo all’interno del vasto panorama della letteratura latino-americana del ventesimo secolo. Tra le opere di scrittori del calibro di Carpentier, Lezama Lima, Asturias, Rulfo, Cortàzar, Garcia Marquez, Vargas Lllosa ed altri ancora, l’opera di Borges è un caso a parte: lui non scrisse mai un vero e proprio romanzo. Il suo racconto più lungo, “Il congresso “, è lungo appena quaranta pagine. La sua scrittura elimina l’aspetto biografico, quello psicologico, e quello localistico. Il risultato è che le sue storie assumono un tono filosofico che le trasfigura in meditazioni mistiche, saggi, o allegorie che si interrogano sulla natura della realtà. (L’elenco degli scrittori che hanno cercato di distruggere o correggere le strutture della storia del mondo per come lo conosciamo, è breve; Kafka e Joyce sarebbero all’inizio di questo breve elenco). Inoltre, Borges rifiutava la narrativa realista e psicologica mentre sosteneva i romanzi d’avventura. Questo rifiuto può essere interpretato come un intelligente allontanamento dalla tradizione letteraria a lui più vicina, la letteratura argentina e latino americana della prima metà del ventesimo secolo, e da tutti gli “ismi” degli anni ’20, ’30 e ’40. Nella sua visione, lo scrittore, poeta o romanziere che fosse, era un artefice, un rapsodo, un narratore di storie, e l’epica era la forma d’arte più nobile.

III
Una volte affermatosi come scrittore, Bolaño non ha perso occasione per dichiararsi un discepolo di Borges. “come tutti gli uomini, come ogni essere vivente” , scrisse nei “Diari di Girona”. In “Borges e i corvi” , scrisse della sua lugubre visita al cimitero di Ginevra dove Borges è sepolto. In “El bibliotecario valiente” , egli esalta i meriti del suo precursore:

“scrittura chiara, una lettura di Whitman(…) un dialogo e monologo al di fuori della storia, un approccio corretto al verso inglese. E ci dà delle lezioni di letteratura che nessuno ascolta. E lezioni di umorismo che tutti pensano di comprendere ma che nessuno capisce” .

“Borges e Paracelsio”, “Borges ed i corvi”, e “Il prode bibliotecario” [ link esterno ] Sono i soli tre articoli che Bolaño ha dedicato in maniera esplicita alla figura rappresentativa di Borges, ma la citazione del suo nome è comune denominatore nelle sue collaborazioni con varie riviste in Spagna ed America latina, ora raccolte in un volume intitolato “Entre paréntesis” (Tra parentesi), in cui si rivela l’enorme debito che Bolaño, come molti altri scrittori latino-americani della sua generazione, provava nei confronti di Borges.

In Il libro che sopravvive, “un esercizio della memoria che non esiste”, Bolaño ricorda con nostalgia il pomeriggio del 1977 a Madrid quando venne in possesso della raccolta di poesie di Jorge Luis Borges, che divorò in una sola notte. Qui trovò “intelligenza così come coraggio e disperazione, cioè le uniche cose che stimolano la riflessione e tengono in vita la poesia” . Le opere poetiche furono l’unico libro che Bolaño comprò in Europa (durante la sua permanenza in Messico non comprò mai libri, li rubò). In “Derivas de la Pesada” (Digressioni pesanti) Bolaño collocò la Raccolta delle poesie tra i classici della letteratura argentina (insieme con Boy Casares, Julio Cortazar, Roberto Arlt). Secondo Bolaño, la letteratura argentina perse la sua importanza subito dopo la morte del poeta cieco. Le calme acque di un sogno dolce si sono trasformate all’improvviso in una tempesta da incubo.

Mettere Borges al centro della letteratura classica argentina è, per Bolaño, un modo modesto per metterlo al centro di una specie di pantheon personale. Bernhradt en El Salvador”, gli ha causato minacce tanto da indurlo a fuggire di nuovo in esilio.

IV
Lo scrittore e critico spagnolo Eduardo Lago [ sed de mal link interno ] osserva in un saggio link interno illuminante sull’opera completa di Bolaño che “il suo debito nei confronti di Borges è immenso, ma è difficile immaginare qualcosa di più lontano dai racconti dell’argentino degli intrecci itineranti di Bolaño” .

Borges coltivò una prosa essenziale che era l’espressione di un pensiero succinto e preciso: quasi una equazione matematica. L’eliminazione dello psicologico “Io” accade in uno spazio atemporale e vorrebbe postulare sé stesso come eterno, se non per alcune variazioni. Queste variazioni, suggerisce in “L’uomo nell’angolo rosa” Sono pure forme di eternità. Una di esse è la personalità. Ogni uomo è Shakespeare e Shakespeare è ogni uomo allo stesso tempo. Quello della personalità che Borges combatte è un mito oppure una illusione della mente. Lo sradicamento dell’ego è, naturalmente, un espediente letterario che alla fine diventa uno dei tratti distintivi del lavoro di Borges. I suoi “saggi in forma di racconti” possiedono una essenzialità sconvolgente. La sua scrittura vuole eliminare, o cerca di eliminare, qualsiasi impressione soggettiva, in nome del nirvana letterario.

I romanzi di Bolaño sono passati dalla brevità delle sue prime incursioni nel campo della narrativa alle proporzioni mastodontiche del suo romanzo postumo, 2666 link interno, lungo oltre 1.000 pagine. La sua prosa si svolge nel Qui e Adesso. È impregnata di contemporaneità, di un presente totalizzante. In essa si possono ritrovare personaggi senza tempo: bibliotecari e poeti, ma anche assassini e magnacci, pazzi, disperati, rancorosi . Il suo stile narrativo impacciato dà l’impressione di essere impulsivo, come i suoi personaggi, ma alla fine si scopre che a muovere ogni simbolo meccanismo è un unico motore. A partire dal suo primo romanzo, scritto in collaborazione con Antonio Porta e pubblicato nel 1984, Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, una inclinazione puerile fu manifesta: la sua natura ribelle, anticonformista, mai disposta a “mettere su radici, darsi una calmata” , come egli stesso scrisse. Bolaño scriveva con lo stomaco, Borges con la testa.

Perché, allora, scegliere Borges come Il precursore? Perché non Onetti, Cortazar, Puig, Vargas Lllosa, Garcia Marquez, o qualsiasi altro tra gli scrittori comparsi sulla scena durante il periodo del boom letterario latino-americano? Quelli scrittori che Bolaño aveva letto con ammirazione, curiosità ed a volte odio? Egli stesso ci dà la risposta in una intervista:

“Il territorio che delimita la mia generazione è di rottura. È una generazione di estrema rottura, una generazione che vuole dimenticarsi non solo il boom ma anche quello che è venuto dopo il boom e che è stato originato da esso, cioè una generazione di scrittori estremamente commerciali. È il territorio del parricidio da una parte. E dall’altra, è quello dei seguaci di Borges. Si dovrebbe studiare ogni piccolo particolare, ogni traccia che Borges ci ha lasciato.”

Per Bolaño la scrittura dei suoi predecessori era in qualche modo impura, essendo la più evidente espressione il loro successo commerciale senza precedenti. Come Kafka, Bolaño intendeva la letteratura come un modo intenso di pregare. Certe volte nella sua prosa si può sentire anche una cadenza ipnotica, come se fosse una specie di litania cantata mentre si rimane esposti agli elementi.

I suoi valori estetici non includevano lo “scrivere bene” . Ciò che egli intendeva rivelare con la sua narrativa andava oltre i limiti dell’eleganza e del buon gusto. Nel suo universo, questi erano sinonimi di Civilizzazione e Potere. I suoi personaggi erano emarginati, esseri disperati che, alla fine, avevano perso il loro stile. L’eleganza, la perfezione e il rispetto delle regole erano di poca importanza per lui: ciò che egli trovava sublime era l’intreccio, il destino dei suoi personaggi. Questa “mancanza di stile” è un’altra forma di rottura che lo allontana dai suoi più immediati precursori, la cristallina, prosa di Garcìa Marquez o l’iperrealismo di Vargas Lllosa, e da quelli più lontani, come Flaubert, per cui la musicalità della prosa era consustanziale alla sua efficienza, la sua bellezza.

Nel suo articolo, “L’etica superstiziosa del lettore” , Borges attaccò la “vanità dello stile” e la ricerca della “perfezione” , prendendo come esempio la prosa ruvida di Cervantes:

I cambiamenti linguistici cancellano significati e sfumature di significato: la pagina perfetta è una pagina che consiste di elementi delicati che possono venire logorati con estrema facilità. Al contrario, qualunque pagina che abbia una vocazione all’immortalità può sopravvivere al fuoco di refusi, di versioni approssimative, di letture distratte, di incomprensione, senza lasciare l’anima sulle bozze.

Ciò che dura nel tempo, sostiene Borges , non lo si può trovare nello stile o nella forma, ma piuttosto in un luogo più profondo: il luogo del mistero, l’inspiegabile, tutto quello che il linguaggio umano non è in grado di dire. L’esperienza umana, il tempo.

V
Come Borges, la cui statura come poeta all’interno della tradizione letteraria latino americana Roberto Bolaño in svariate situazioni ha cercato di vendicare, Bolaño ha cominciato la sua carriera letteraria come poeta, ma, per la precisione, come poeta maledetto. Egli fondò una corrente effimera chiamata “infrarealismo” che fu sia effimera che dispersa. La nuova carriera di narratore però non fece perdere a Bolaño la passione per la poesia, che egli conosceva bene e seguì attentamente. Egli una volta ebbe a dichiarare che la migliore poesia del ventesimo secolo era stata scritta in prosa, citando Joyce come esempio.

La figura del poeta è centrale, quasi mitologica figura nei suoi romanzi. Nell’articolo “La major banda “[La migliore banda], egli scrive queste righe per spiegare la trama di uno dei suoi romanzi più importanti, Los detectives savajes(I detectives selvaggi):

Se dovessi rapinare la banca più sicura d’Europa e potessi selezionare liberamente i miei complici, senza dubbio sceglierei cinque poeti. Cinque poeti veri, apollinei o dionisiaci, è la stessa cosa, però quelli veri, cioè con un destino ed una vita da poeta. Non c’è nessuno al mondo più valoroso. Non c’è nessuno al mondo che possa affrontare la tragedia con maggiore dignità e lucidità…come astronauti persi nello spazio senza nessuna possibilità di salvezza; o in un esilio senza lettori né editori, solo costruzioni verbali o canzoni cantate non da uomini ma da fantasmi.
Quando un giovane incosciente decide di diventare poeta a sedici o diciassette anni, è destinata ad essere una tragedia per la famiglia.

In questo frammento è racchiuso l’intreccio narrativo alla base de I detectives selvaggi , un romanzo in cui un gruppo di giovani poeti organizza una spedizione per ritrovare Cesarea Tinajero, una misteriosa poetessa d’avanguardia scomparsa dalla scena letteraria all’inizio del ventesimo secolo. Durante la loro ricerca, alcuni impazziscono, altri finiscono con il prostituirsi, altri ancora muoiono; ma tutti con fermento leggono, o scrivono o ammirano o odiano la poesia.

Nella mitologia di Bolaño, i poeti sono esseri che non hanno nulla da perdere. Solo da quel distaccamento può nascere la vera letteratura. Bolaño non sta pensando allo stimato Pablo Neruda o al temuto Octavio Paz, egli sta pensando a Borges, Roque Dalton, Gabriela Mistral, Enrique Lihn, Rodrigo Lira, e soprattutto Nicamor Parra, che secondo lui era Il poeta per antonomasia. Eppure, nonostante il suo amore per la poesia, Bolaño non dimentica mai di raccontare una storia nei suoi romanzi. In questo senso, condivide con Borges la concezione classica del romanziere come artefice, come cantastorie.

Borges, in uno dei suoi famosi discorsi tenuti presso l’università di Harvard nel 1967, Borges parlò del futuro del romanzo e disse:

C’è qualcosa dentro un racconto, una storia, che non avrà mai fine. Non credo che gli uomini si stancheranno mai di raccontare od ascoltare storie. E se insieme con il piacere di sentirsi raccontare una storia abbiamo allo stesso tempo il piacere e la dignità del verso, allora è successo un evento grandioso. Forse sono antiquato del diciannovesimo secolo, ma sono ottimista, ho una certa fiducia; penso che l’epica ritornerà a noi. Credo che il poeta sarà ancora una volta un artefice. Voglio dire, racconterà una storia e la canterà anche.E non penseremo di queste due cose come distinte l’una dall’altra, così come non pensiamo che siano distinte quando leggiamo Omero o Virgilio.

Borges con tutto il suo ottimismo si sentiva anacronistico in quell’autunno del ’67, e allo stesso modo deve essersi sentito Bolaño durante gli anni ’90, scrivendo epica mentre molti dei suoi contemporanei salivano sul carrozzone del postmodernismo con i loro giochetti eruditi e d’avanguardia. Bolaño non poteva ascriversi totalmente a nessuna di queste due categorie, ma faceva uso dei suoi espedienti per recuperare temi come quelli dell’esilio, della guerra e della lotta tra il bene ed il male. Nei suoi romanzi più ambiziosi (“I detective selvaggi link interno” e “2666” link interno ) egli canta le avventure dell’America latina, non perché egli considerasse la tragedia come una risorsa esclusiva a quel continente, ma come un mezzo per esplorare il mondo, le fortune e sfortune umane.

Dopo Borges, la prosa di Bolaño ci ricorda che la letteratura, quando non è un mezzo per soddisfare ambizioni personali, quando non è servile, fa emergere in superficie un’altra letteratura, in cui i principi delle realtà prosaica e a-letteraria non hanno valore (cioè, in quei casi eccezionali quando non è fatta per servire un sistema sociale, economico, politico, ideologico o personale, che sia in maniera esplicita oppure nascosta).
Perché disprezzare il successo terreno a favore di un pezzetto di nirvana letterario, che però non vende? È una missione suicida che pochi scrittori, poeti o romanzieri sono disposti ad intraprendere. Eppure questi sono quei casi che rinnovano la letteratura, aprendo nuovi paradigmi. Non sono esempi da seguire, ma da leggere.

© traduzione di Gianni Errera

link di questa pagina: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_estrada.html

NOTE
il testo e’ stato tradotto dall’inglese che e’ a sua volta una traduzione dal testo originale, scritto in lingua spagnola fatta da T.G. Huntington

torna all'inizio

Written by azulines

6 gennaio 2010 at 3:03 am

le leggende intorno a bolaño

leave a comment »

le leggende intorno a Bolaño
Come è stato detto, Bolaño è ormai diventato un mito e attorno a lui crescono le leggende. Dopo la morte, nel 2003, la sua figura ha suscitato un crescente interesse accademico, dei critici, del mercato e del pubblico dei lettori, trasformando l’autore in un “oggetto di culto che, come una stella del rock, vive intensamente, muore (relativamente) giovane ed è venerato come link internomodello di vita”.
Sono molti i fattori che hanno contribuito a questo processo di canonizzazione:

una vita nomade e turbolenta, più per necessità che per vocazione, ma che al contrario di quello che si vuole far credere, non ha niente di avventuroso o “romantico” o “eroico”. Bolaño, che pure non era particolarmente attratto dal viaggio ( “in verità è più sano non viaggiare, è più sano non muoversi, non uscire mai di casa, stare ben coperti in inverno, non togliersi la sciarpa d’estate, è più sano non aprire la bocca nè battere le ciglia” nota ), in realtà fu costretto a una vita di spostamenti e traslochi sin dall’età di 5 anni, per motivi economici. All’età di 15 anni, dovette emigrare in Messico con la famiglia per motivi economici. La necessità di emigrare, alla ricerca di migliori condizioni di vita, non ha niente di romantico e avventuroso. E’ triste, traumatica, piena di incertezze e difficoltà.
Successivamente, nel 1978, Bolaño emigra in Europa e si stabilisce in Spagna insieme alla madre. E’ un extra-comunitario, con il problema del permesso di soggiorno e con la necessità di dover trovare un lavoro. Questa realtà è stata sistematicamente negata dagli intellettuali latinoamericani (o quasi tutti) che, inconsciamente o chissà per quale recondito motivo, non hanno mai accettato la condizione di uno scrittore autodidatta, che suo malgrado era costretto a una vita nomade e indigente ( “che ha avuto bisogno di trovare una residenza stabile e di poter contare su una solida base familiare per scrivere l’opera che è riuscito a scrivere link interno” ) completamente estraneo per estrazione sociale e formazione e modus vivendi alla loro casta, che pure ha sempre goduto di privilegi in America latina. Il tentavo, forse inconsapevole ma ossessivo di assimilare Bolaño allo status di “esiliato” è costante e si può rintracciare in tutte o quasi tutte le interviste. Bolaño ha sempre rifiutato la retorica della “patria” e la mistica dell’esilio nota:
“A quell’epoca [1984] io lavoravo a Roses, a metà strada tra Figueras e Cadaqués, anche se la mia vita non aveva niente di glamour, soprattutto se intendiamo la parola glamour così come la intendono e la esemplificano queste centinaia di esiliati latinoamericani, soprattutto quelli che si dedicano all’arte o allo spettacolo (di fatto, dubito molto che sappiano la differenza tra l’arte e lo spettacolo). Diciamo che allora io lavoravo in un negozio di bigiotteria, come dire che avevo il mio piccolo negozio, e vivevo come un arabo di “Le mille e una notte”, o come un ebreo del ghetto di Praga, senza frequentare il circolo di Kafka, ma apprendendo quei nomi pittoreschi che designano i diversi pezzi di bigiotteria. A mezzogiorno ero solito andare a nuotare in una scogliera del porto, dove ancora era possibile vedere i polipi. Quando i polipi mi vedevano si allontanavano e io li seguivo, senza toccarli, per un buon tratto. Di notte, dopo aver contato i guadagni e le perdite del giorno, e averle annotate in un quaderno molto grosso, mi mettevo a scrivere, steso per terra (non avevo un tavolo) e a volte pensavo all’occhio del polipo che avevo visto a mezzogiorno e tutto mi sembrava magnifico. Se non fossi stato vittima di una truffa, probabilmente avrei continuato con lo stesso lavoro”
[ intervista Luis García – aprile 2001 link esterno ]
il coinvolgimento diretto durante il feroce e violento colpo di stato in Cile: in realtà la presenza di Bolaño durante quei terribili giorni e’ stata casuale come pure il suo arresto. Bolaño, che pure aveva un chiaro orientamento politico di sinistra e come tutti i giovani di allora aveva creduto nelle speranze di cambiamento dei movimenti rivoluzionari dell’America latina, non era certo un rivoluzionario militante. Come in modo molto eloquente ha ripetuto lo scrittore Horacio Castellanos Moya link interno “E’ certo che Bolaño fu un contestatore; mai un sovversivo, nè un rivoluzionario coinvolto in movimenti politici, nè tantomeno uno scrittore maledetto (come invece lo fu il suo mentore di quei primi anni, il poeta veracruzano Orlando Guillén, ma questa è un’altra storia che aspetta di essere raccontata), ma un contestatore, cosi’ come la parola è definita dalla Real Academia: “che polemizza, si oppone o protesta contro qualcosa di stabilito”
l’ingenua, ma forse inevitabile confusione tra il personaggio di Bolaño e la persona di Bolaño; in molti dei suoi romanzi è fondamentale la presenza di personaggi che, nella veste di protagonisti o dell’io narrante assumono il ruolo di Roberto Bolaño ( tra cui spicca Arturo Belano, poeta-detective protagonista de I detective selvaggi, presente in “Chiamate Telefoniche” e Amuleto, fonte ispiratrice di Stella distante e io narrante di 2666. Oppure B in Puttane assassine). Ma sarebbe ingeneroso e fuorviante ridurre i libri di Bolaño a romanzi autobiografici. Al contrario in essi viene raccontata una biografia immaginaria. nota La scrittura di Bolaño “possiede due direzioni opposte: nasce in un ambito prossimo all’esperienza vissuta per entrare da lì nel territorio dell’immaginario e da qui ritorna sovvertendo i suoi propri fondamenti”. [Jose Promis] .
“Una cosa è certa: Bolaño scriveva dall’ultima frontiera y sull’orlo dell’abisso. Solo così si può capire una prosa tanto attiva e cinetica e, nello stesso tempo, tanto osservatrice e riflessiva. Solo cosi’ si comprende la sua necessità impostergabile di essere persona e personaggio. Non importa (…)dove finisce Bolaño e comincia Belano. Ciò che importa è che il primo abbia creato il secondo perchè gli sopravviva, e che non si sia rassegnato con la mera allucinazione di uno che, a momenti, giocherellava romanticamente con la possibilità che anche Bolaño fosse un personaggio di Bolaño (…) Belano è “più una vita e alternativa in un’altra dimensione che un alter ego proprio dell’autore, personaggio che, malgrado l’annuncio del suo suicidio in Africa, Bolaño decise di resuscitare in varie occasioni fino a proporlo come la voce futurista che comanda e ordina 2666” [Rodrigo Fresan, El secreto del mal y La Universidad Desconocida, de Roberto Bolaño link esterno]
l’operazione di marketing dell’industria editoriale USA: i lettori USA, si sa, sono affascinati dalla figura dello scrittore, selvaggio, un po’ sovversivo e perennemente “on the road”, un mito in grado di rappresentare il fascino dell’esotico, ma nello stesso tempo, proprio perchè distante, finisce per confermare la “superiorità” della loro cultura, “civilizzata”, “pragmatica”, “razionale” e “moderna”.
Questo fenomeno e’ stato ampiamente, spiegato e denunciato dagli scrittori latinoamericani ( v. Bolano postumo link interno) e non merita altri commenti nota
Ciò che importa alla fine, è l’opera di Bolaño, che trascende tutte le leggende e le mistificazioni che si possano inventare attorno alla sua figura. E’ molto sottile e ironico al riguardo un articolo del 2007 [print the legend ] di Javier Cercas dove si sostiene tra l’altro che intorno allo scrittore circolano due leggende. Una è quella che hanno cominciato a costruire subito dopo la morte i critici e i lettori
l’altra è quella che Lo stesso Bolaño scrisse, nella frenesia monastica dei suoi ultimi anni, dopo una vita intera consacrata con tenacia alla letteratura. Entrambe le leggende, come lo stesso nome indica non corrispondono alla realtà, pero’ cio’ che scrisse Bolaño ha l’immenso vantaggio di essere in un certo senso piu’ vero della verità, mentre l’altra leggenda è essenzialmente menzogna, o è una menzogna forgiata con ingredienti di verita’, che è la forma più precisa della menzogna. La leggenda che Bolaño costruì nei suoi libri vivrà molti anni, o comunque è questo ciò che credo; quella che hanno costruito gli altri si sfumerà presto, o comunque è questo ciò che spero. E’ quasi superfluo dire che era prevedibile la mitizzazione di Bolaño. Al di là (o al di qua) del valore letterario della sua opera, il fatto che Bolaño sia morto giovane e al culmine della sua potenza creativa e del prestigio, suppongo che impedisse qualsiasi altra possibilità (…) la storia della letteratura abbonda di esempi di questo tipo di canonizzazione….
E’ anche vero tuttavia , che nel caso di Bolaño, come in quello di tanti altri scrittori morti in simili circostanze, ci sia nella leggenda che circonda la sua fama postuma, una certa giustizia poetica.: in fondo tutta l’opera di Bolaño puo’ leggersi come un tentativo riuscito di convertire las ua propria vita in leggenda e le sovreccitazioni, le insolenze, le provocazioni dei suoi fugaci anni di scrittore ormai consacrato, se non fossero corrose da un umore feroce che i suoi lettori più acritici o superficiali non sempre paiono afferrare, potrebbero indurci a ritenere che Bolaño abbia finito i suoi giorni credendosi un personaggio di Bolaño; cosa che per fortuna è lontana dal vero o che lo è solo nella triste misura in cui ogni scrittore finisce col rassegnarsi presto o tardi a trasformarsi in un personaggio della sua propria opera (…)
Sia come sia, così come stanno le cose, è possibile che presto o tardi, alcuni dei suoi lettori meno perspicaci o più frastornati, restino delusi nel sapere che lo scrittore mito nel quale hanno voluto convertire Bolaño, fu in vita un uomo morigerato e prudente, … ma questo non e’ un problema di Bolaño ne’ della sua opera ma solo dei frastornati e di coloro che alimentano il loro stordimento.
© Carmelo P.© ( anche le traduzioni ©)


NOTE
Roberto Bolaño, literatura + enfermedad = enfermedad link esterno torna su
in un bellissimo saggio (“dopo l’esilio link esterno “) Massimo Rizzante dice: “La “parola” esilio non ha più una patria. Liberata dalle sue frontiere, disseminata in 333 testi e 107 citazioni, la parola ‘esilio’ ha perduto la sua ricchezza storica, la sua specificità semantica, e soprattutto la possibilità di cogliere l’altrove che è il mondo concreto”torna su
al riguardo e’ illuminante cio’ che dice l’io narrante di “Domani nella battaglia pensa a me” di javier marias:
..l’essere umano (…) ha bisogno di conoscere il possibile oltre che il vero, le congetture e le ipotesi e i fallimenti oltre ai fatti, ciò che è stato tralasciato e ciò che sarebbe potuto essere oltre a quello che è stato […]
“In fondo tutti abbiamo la stessa tendenza, vale a dire quella di vederci nelle diverse fasi della nostra vita come risultato e compendio di ciò che ci è accaduto e di cià che abbiamo ottenuto e di ciò che abbiamo realizzato, come se fosse soltanto questo ciò che costituisce la nostra esistenza. E dimentichiamo quasi sempre che le vite delle persone non sono soltanto questo: ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati.
Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che e’ stato e di ciò che avrebbe potuto essere.
torna su
Ecco gli articoli piu’ significativi:
Horacio Castellanos Moya Sobre el mito Bolaño – la Nacion 18/10/2009 link esterno
Lola Galan – El enigma universal de Roberto Bolaño – El pais 23/3/2009 link esterno
Leonardo Tarifeño –
Los peligros de la obra de Bolaño en la era del marketing, del 2/10/09 link esterno

Javier cercas –
Print the legend – El Pais, 14/04/2007 link esterno
torna su

Written by azulines

28 novembre 2009 at 12:26 pm

Pubblicato su 1, Azulines, generale

Tagged with