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Il filosofo e l’Anarca – Intervista a Ernst Jünger

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Il filosofo e l’Anarca

Intervista a Ernst  Jünger (1895-1998),

Intervista tratta da:

L’ultimo sciamano di Franco Volpi e Antonio Gnoli

Bompiani editore

Dal 1950 Ernst Jiinger vive a Wilflingen, un borgo dell’ Alta Svevia a pochi chilometri dalla Selva Nera e da Sigmaringen, la cittadina che fu la residenza del maresciallo Pétain. Per i cento anni che Jiinger compirà il 29 marzo il comune di Wilflingen, retto da una giunta cristiano-democratica, ha deciso di fargli un insolito regalo: da quel giorno luce.! acqua e gas gli saranno erogati gratuitamente. E un modo concreto della piccola comunità, che conta circa quattrocento anime, per manifestargli il proprio affetto. Altre celebrazioni si preparano: onorificenze pioveranno dalla Spagna, dalla Francia e dall’Italia. Negli anni passati i grandi d’Europa, Mitterrand, Kohl, Gonzalez, gli hanno fatto visita. Lui non ha ancora deciso se contraccambierà la cortesia.

L’antico esteta e flaneur, quell’ufficiale dell’ esercito tedesco così a suo agio nella caleidoscopica mondanità parigina -come testimoniano i suoi diari degli anni 1941-1945 -, ha lasciato il posto a un curioso patriarca che sembra osservare il mondo con lo sguardo di un ironico entomologo alle prese con una nuova specie di coleotteri. Del re~ sto, fra le numerose attività che egli ha svolto soldato nelle due guerre, diarista, saggista, romanziere, viaggiatore -c’è anche quella dello  scienziato chino sul mondo della natura per studiare e catalogare alcune specie di insetti. La casa dove vive, un edificio a due piani, posta di fronte . al castello dei conti Stauffenherg, ne è in qualche modo la testimonianza. Qui, in un velato ambiente Biedermeier, J unger esibisce le sue collezioni di coleotteri che si mescolano agli altri interessi: alle raccolte di clessidre, ai fossili, alle conchiglie, ai cimeli di guerra.

È il suo mondo, che condivide con Liselotte, la donna che, dopo la morte della prima moglie, ha sposato nei pJjmi anni Sessanta. È lei a riceverci con cortesia e a scortarci sulle scale, fino al primo piano, dove Jiinger ci accoglie con uno strano sorriso. È piccolo, magro, armonioso. Ritto in piedi ci tende la mano per salutarci. In una successione di gesti, le dita prima indicano i posti dove sederci, poi vanno a sfiorare i candidi capelli, infine ricado-. no lungo 1’anca con un movimento rigido del braccio che ricorda il suo passato militare.

Conosciamo le sue esigenze in fatto di iqterviste, e siamoconsapevoli del privilegio che ci ha accordato ricevendòci: «La forma migliore dell’intervista», ha scritto in proposito, «è quella di· una conversazione amichevole che soddisfa i due interlocutori già per il piacere che trasmette. La concordanza delle vedute non è nec~ssaria, spesso”è anzi di danno -come in un dipinto in cui mancassero le sfumature. Ciò che è comune è il paesaggio che si attraversa nello scambio dei punti di vista».

Lei compirà a giorni cento anni ed è lo straordinario interprete di un secolo avventuroso ed eclettico, come eclettiche e avventurose sono state la sua vita e la sua opera. Che impressione le fa averlo attraversato per intero?

L’anno in cui nacqui, il 1895, è l’anno in cui ROntgen scoprì i raggi X e in cui esplose 1’affare Dreyfuso La scoperta di ROntgen dà i natali al secolo della tecnica, perché consente di vedere dentro la materia, di spingere 1’osservazione oltre ciò che il microscopio già consentiva di vedere. Senza Ront-‘ gen non sarebbe stato possibile lo sviluppo della ricerca sull’ atomo, non si sarebbe potuto arrivare a scindere l’atomo, né a pensare alla fissione atomica. Per quanto riguarda Dreyfus, si può dire che l’affare che si scatenò intorno al suo caso segni in modo decisivo la storia della democrazia: rappresenta la vittoria dell’ opinione pubblica critica sulle forze conservatrici. L’anno in cui sono nato, dunque, anticipa con questi due eventi, sul piano della tecnica e su quello della politica, ciò che si è poi verificato nel ventesimo secolo.

Lei ha perciò respirato fin da giovane la nuova atmosfera.

Ricordo che nelle conversazioni a tavola con i miei genitori, agli inizi del nuovo secolo, questi due temi erano al centro delle discussioni: si parlava dell’affare Dreyfus’ e si parlava delle nuove scoperte scientifiche. Mio padre, da chimico, ~ra molto interessato all’innovazione scientifica e al progresso che essa faceva sognare. Dunque fin da bambino ho guardato con attenzione al nuovo che stava avanzando con prepotenza, cercando di capire che cosa sarebbe accaduto e a che cosa ci avrebbe condotti. Allora regnava un grande ottimismo: si diceva che sarebbe stato il secolo del grande progresso. E invece …

Invece che cosa accadde?

Ci fu effettivamente uno straordinario avanzamento in tutti i campi del sapere e della tecnica, ma l’ottimismo della prima ora cominciò poco a poco a smorzarsi. Più ancora che il conflitto del 191418, che pure lo intaccò alle radici e segnò la morte della Belle Époque, fu soprattutto la seconda guerra mondiale, éon la catastrofe materiale e morale che provocò, a demolirlo. TI grande mutamento del nostro secolo è avvenuto propriamente solo a partire dalla sua metà, dal 1945 in poi.’

Lei accenna alla guerra) un motivo analizzato soprattutto nella sua produzione giovanile. Che effetto le fa) ogg~ ripensare a quel tema?

Vorrei precisare che il vero grande motivo per me è ‘stata la tecnica, la cui potenza si è manifestata in modo particolarmente impressionante nel conflitto mondiale del 1914-18. Fu la prima «guerra di materiali», nel sepso che a decidere non fu il valore dei combattenti, ma la potenza di fuoco degli Stati belligeranti. Allora la mia visione della guerra era animata da un attivismo eroico, che taluni hanno frainteso in senso militaristico. In realtà, l’esperienza per me dominante fu sempre quella della lettura: ho sempre concepito e condotto la mia vita come quella di un lettore.

In che senso?

Nel senso che solo attraverso la lettura sono stato motivato all’ azione. Quando invece ho creduto di incontrare tale motivazione nella realtà, sono rimasto deluso. Voglio dire che per me l’eroismo era una realtà letteraria più che effettiva. Una volta Marx si domandò se sarebbe stata mai possibile un’Iliade con la polvere da sparo. Ecco il punto.

Però lei nella prima guerra mondiale fu ferito più volte e .poi insignito della massima onorificenza. In fondo) fu considerato un eroe ...

Ciò che mi spinse all’ avventura e all’ eroismo fu la lettura dell’ Orlando furioso dell’ Ariosto, che da ragazzo lessi in una edizione illustrata da Doré. Al fronte ne portai con me un’ edizione tascabile. La tenevo nel tascapane e perfino nelle pause tra un combattimento e l’altro leggevo qualche strofa. Erano quei versi a darmi la spinta interiore, e non’ tanto la retorica e l’ideologia della guerra sviluppatesi in seguito alla nostra vittoria nel conflitto franco-prossiano del 1870-71, che la generazione dei miei padri aveva di gran lunga sopravvalutato nella sua importanza.

Fu però decisiva per l’identità tedesca e il suo ruolo nell’Europa moderna …

In realtà, fu una guerra piccola piccola. Ed ebbe anche conseguenze negative. Accrebbe per esempio l’inimicizia contro l’Inghilterra, che in fondo era nata a causa di Gugliemo II e della sua insoffèrenza ‘nei confronti della propria parentela inglese. Quello che mancò alla Germania, in questo caso, fu uno Shakespeare. Certo è che i personaggi e gli attori di questa fase della storia tedesca non furono grandi abbastanza da meritare uno Shakespeare.

Tutto quello che lei dice non fa che confermare quanto importante sia nella sua visione del mondo e della storia Ja dimensione estetica della vita} più che quella etica. Come spiega questa sua inclinazione ?

La visione del rapporto tra etica ed estetica nei termini di un contrasto non mi basta. Direi che etica ed estetica si incontrano e si toccano almeno in un punto: ciò che è veramente bello non può non essere etico, e ciò che è realmente etico non può non essere bello.

Ma questo è lo stile. La Sua visione del mondo è improntata allo stile.

Lo spero. E’ per questo, appunto, che non sono mai sceso né scenderò mai sul piano délle polemiche e delle controversie. Lo trovo di cattivo gusto. Mai abbassarsi sotto il proprio livello.

Ritiene ancora possibile salvaguardare lo stile} , questa forma di aristocrazia} in un mondo che tende alla spersonalizzazione, atta massificazione, alla volgarità?

Definirei la nostra una società di individui massificati che, proprio per questo, richiede élites molto piccole e ristrette. La loro funzione è importantissima. Su questo punto mi attengo alla sentenza di Eraclito che dice: «Uno vale per me diecimila». Questo numero andrebbe oggi elevato a potenza.

Accennava al fatto di non scendere mai in polemica. Nemmeno per difendere la propria reputazione?

Cocteau, mio amico, affermava che una cattiva reputazione dovrebbe essere mantenuta con maggiore amore e maggior lusso di una ballerina. Può impedire che chiunque ti metta la mano sulla spalla, e seleziona i veri amici.

Eppure le polemiche l’ hanno spesso coinvolta. Soprattutto per l’indulgenza con cui lei avrebbe guardato al regime nazionalsocialista e per il suo passato da ufficiale della Wehrmacht durante la seconda’ guerra mondiale, che taluni le rimproverano. C’è un episodio su cui vorremmo la sua versione. Quando alla vigilia del conflitto, nel 1939, uscì il suo romanzo Sulle scogliere di marmo, in cui si accarezzava l’idea del tirannicidio, Lei corse dei rischi. Goebbels e Goering volevano la sua testa, ma Hitler li fermò: «funger non sitocca».

Le cose andarono così. Poco dopo la pubblicazione del romanzo, che avevo scritto di getto, il Reichsleiter di Hannover denunciò le allusioni implicite nel racconto direttamente a Berlino. Hitler in persona, che ammirava i miei diari di guerra, intervenne per difendermi ingiungendo seccamente che dovevano lasciarmi in pace. Già in precedenza mi aveva lanciato chiari segnali di interesse per la mia opera, ma preferii mantenere il riserbo e non risposi ai suoi inviti.

Per prudenza politica?

Non tanto, piuttosto per quel senso di aristocra-/ tica superiorità che l’intelligencija spesso nutre nei confronti del tiranno o del politico. Sarebbe stato per me anche troppo facile strumentalizzare quell’ apertura per ricavarne vantaggi personali … non ero certo peggiore di Goering. Vorrei peraltro aggiungere, anche se credo che un autore non dovrebbe parlare dei propri libri, che nel caso delle Scogliere di marmo l’effetto politico era per me secondario. Mi basta sottolineare che quel testo fornisce elementi a sufficienza per capire che io stavo a un altro livello. Se la mia fosse stata una presa di posizione politica, avrei magari trovato compagni e seguaci, ma sarei sceso sullo stesso piano di Hitler. Sono stato un suo oppositore, ma non un oppositore politico. Ero semplicemente altrove.

Lo ha mai conosciuto personalmente?

No, non l’ho mai conosciuto. Quando ancora era un anonimo capo di un gruppuscolo come quello dei nazionalbolscevichi di Ernst Niekisch -e io allora abitavo ancora a Lipsia -, un giorno, se ben ricordo nel 1926, si fece annunciare da Rudolf Hess, ma io non ebbi il tempo di riceverlo. Del resto, ero convinto che si trattasse di uno dei tanti settari che circolavano a quel tempo. Grazie a Dio quell’incontro non ebbe luogo. Se per caso fosse avvenuto e magari Hitler mi avesse messo la mano sulla spalla mentre qualcuno ci immortalava, immagino che la fotografia avrebbe fatto il giro del mondo. Per fortuna le cose andarono diversamente.

Hannah Arendt} in un suo giudizio, 7 affermò che lei fu sempre dalla parte della resistenza nonostante i suoi libri avessero influito sull’élite nazista.

Ho presente quel riconoscimento, che naturalmente mi lusinga. Ma la resistenza spirituale non basta. Bisogna contrattaccare.

Ha’mai conosciuto la Arendt? .

No, non l’ho mai incontrata. Fu Heidegger a par.larmi di lei.

Con Heidegger e con Schmitt lei ha condiviso un certo destino. Che ricordo ha di questi due protagonisti della cultura europea?

Ne ho un ricordo non soltanto letterario, ma anche personale, privato. Sono stato amico di entrambi.

Cominciamo con Heidegger: come lo conobbe?

Fu il teologo Heinrich Buhr a metterci in contatto, più o meno agli inizi degli anni Trenta. Buhr, che conoscevo da tempo, studiava allora a Friburgo. Era entusiasta dei miei saggi La mobilitazione totale e Il Lavoratore, e ne raccomandò la lettura a Heidegger, che ne rimase colpito e mi inviò, tramite . Buhr, una copia con dedica del suo trattato sull’Essenza del fondamento. Ma tutto terminò lì, anche perché allora, non sapendo quasi nulla’ di lui, non riuscivo a interessarmi a ciò che scriveva in quel testo. Dopo la guerra, invece, si sviluppò un vero rapporto e ci incontrammo più volte.

Che impressione le fece come persona? Si dice che avesse uno sguardo penetrante, magnetico.

Nel suo modo di parlare, nelle sue domande elef?entari ma essenziali, perfino nei suoi lunghi silenzi c’era qualcosa che attraeva in modo irresistibile. Qualcosa di magico. Ho molto viva questa impressione. In particolare in una occasione, qui a casa mia, sperimentai il grande potere di attrazione che esercitava la sua personalità. Era venuto a trovarmi e passeggiavamo in giardino. Nel .. guardarlo mentre call1:minava -ricordo che portava un berretto verde -e nell’ ascoltarlo mentre parlava intervallando il suo discorso con lunghi silenzi io avvertivo tutto l’incanto della sua pre·senza. Nel suo modo di fare si manifestava la forza magnetica del suo pensiero, l’evidenza stringente di un interrogare che attrae e convince l’interlocutore. E poi lo ricordo durante la conferenza sulla tecnica a Monaco, agli inizi degli anni Cinquanta.

Poi non vi siete più rivisti?

N o, mi pare di no. Però quando morì ero tra i pochi presenti ai suoi funerali. Liselotte e io arrivammo a MeBkirch quando il feretro era già stato chiuso, ma la signora Elfride, sua moglie, lo fece riaprire perché potessi rivederlo un’ultima volta. È stata una cerimonia particolarmente intensa. C’era tutta la sacralità del rito cattolico, con il discorso funebre tenuto da un sacerdote suo amico, Bernhard Welte: Ma nell’ atmosfera si avvertiva anche un certo imbarazzo per il fatto che egli aveva preso le distanze dal cattolicesimo -forse senza mai riuscirci veramente. Sulla sua tomba al posto della croce ha voluto una stella, e aveva disposto che dopo la cerimonia, al moomento della sepoltura, si leggessero alcuni versi di Holderlin. Mi sono proposto con mia moglie Liselotte di andare a rivisitare la tomba.

Il grande tema del vostro confronto è stata la tecnica come chiave di lettura del mondo contemporaneo. Sembra che Sia stato più Lei a influenzare Heidegger che non viceversa. Che cosa ne pensa?

So che Heidegger si interessò molto presto ai miei saggi sulla Mobilitazione totale e sw Lavoratore, tenendo seminari sull’ argomento. Ma allora non ci conoscevamo ancora personalmente. Agli inizi degli anni Trenta avevamo avuto rapporti epistolari, ma, come dicevo, solo in seguito, dopo la guerra, abbiamo cominciato a frequentarci. Sono stato più volte. a trovarlo nella sua baita di Todtnauberg e lui è venuto qui a Wilflingen. In quel periodo scrissi il saggio Oltre la linea per il volume che fu pubblicato in occasione del suo sessantesimo compleanno. Nel 1955, quando fui io a compiere sessant’anni, mi rispose con una lunga lettèra intitolata Su «La linea». Suo figlio mi ha riferito che tra le sue carte inedite c’è un intero plico di appunti e glosse critiche sul Lavoratore. Mi risulta che all’inizio la sua attitudine nei confronti del mio modo di affrontare il problema era piuttosto critica, severa. Più tardi, pur mantenendo le sue riserve di fondo, mi riconobbe il merito di avere colto nel nichilismo un problema fondamentale del mondo contemporaneo. Del resto lo si vede dalla sua risposta a Oltre la linea. Sarei molto curioso. di leggere le sue note inedite sul Lavoratore. Chissà però quando saranno pubblicate e se potrò leggerle … 8

Ma per il confronto sulla tecnica non va dimenticato mio fratello Friedrich Georg. Lui ha frequentato Heidegger molto più assiduamente di me e ha trattato la questione in una delle sue opere più importanti, Die Perfektion der Technik [La perfezione della tecnica], che oggi i Verdi dovrebbero leggere, e nella quale Heidegger è presente come termine di confronto costante. Credo che il Lavoratore e La per/ezione della tecnica siano come il positivo e il negativo di una fotografia del fenomeno.

Heidegger ha espresso un giudizio molto lusinghiero a proposito del suo confronto con Nietzsche quando dice che le sue riflessioni sono l’unico tentativo riusato di avanzare oltre Nietzsche.

Heidegger è stato forse troppo generoso. Credo di sapere che cosa intendesse dire. Pensava che le mie analisi riprendessero in maniera fruttuosa la diagnosi di Nietzsche nel senso che, con l’attenzione_ per la tecnica, io davo una dimensione planetaria all’analisi del nichilismo che in Nietzsche è ancora concepito su scala europea. In verità, ‘Nietzsche è  per me un gigante che abita già nel secolo ventunesimò, l’èta che sarà dei Titani.

E lei che valutazione dà dell’operato di Heidegger durante il nazionalsoaalismo?

Bisogna essere ormai in grado di dare un giudizio: oggettivo. La cosa importante è valutare il pensatore per la sua potenza speculativa e non per le sue opinioni politiche. Lo stesso vale per un artista o un poeta. Per esempio, ammiro moltissimo Heitirich. Heine com~poeta, mentre non condivido affatto le sue convinzioni politiche: tra le due prospettive è preferibile adottare quella favorevole. In ogni caso, non ho frequentato Heidegger negli anni del nazionalsocialismo e non so quale importanza potesse avere per il regime. In fondo era un professore di filosofia in una piccola università di provincia, lontana da Berlino, e per le gerarchie del partito non era certamente un uomo che contava. Probabilmente non fu mai preso’ in seria considerazione, né arrivò mai a controllare qualche leva importante del potere. Rimane il fatto che, almeno in un primo momento, lui e soprattutto sua moglie Elfride simpatizzarono per Hitler.

Lei ricordava la celebre conferenza su La questione  della tecnica. Nelle foto scattate per l’occasione si vede lei nelle prime file intrattenersi con Heisenberg. Vi sono anche Ortega y Gasset, Carl-Friedrich von Weizsà’cker; Hans Carossa e altri esponenti dell’intelligencija della Monaco degli anni Cinquanta. 9

Non ricordavo che Ortega fosse presente in quella occasione, mentre mi rammento molto bene di Heisenberg, . che ho incontrato più volte anche in seguito.

Che pensa di Ortega? Nel suo libro La ribellione delle masse ha colto un fenomeno nevralgico del nostro tempo.

Con Ortega non ho avuto contatti personali e nemmeno epistolari. Carl Schmitt mi raccontava di esserne stato profondamente impressionato e di averlo studiato a fondo. Ciò che a me è rimasto impresso di lui sono alcuni saggi. Alla sua tesi circa l’importanza delle masse io contrappongo la mia convinzione fondamentale: il punto nevralgico è per me l’individuo, il singolo. L’energia, la forza si concentra più in lui che non nell’ elemento amorfo della massa. L’individuo, se possiede il carisma necessario, può influenzare e guidare la moltitudine. .

Interessante è l’idea che Ortega ha del rapporto tra uomo e natura, antitetica rispetto a quella di Heidegger.

Heidegger pensa che uno dei mali fondamentali dell’uomo contemporaneo sia la sua perdita di radici, il suo spaesamento e la mancanza di patria, vale a dire il disorientamento che subentra quando si dissolvono il legame con la propria natura e la stabiÌità che proviene dall’ attaccamento al suolo. Ortega è invece convinto -secondo il suo punto di vista tipicamente mediterraneo-che non vi sia un legame originario dell’uomo con la natura. Anzi, la natura è ostile all’uomo e la tecnica è l’attitudine con la quale egli contrasta questa ostilità. L’architettura’ per esempio, è la tecnica che rende possibile all’uomo abitare su questa terra.

E lei che ne pensa?

Mi sento più vicino a Heidegger. Preferisco, come vedete, abitare in un villaggio piuttosto che in una metropoli. Ho vissuto entrambe le esperienze: ho abitato a Berlino, a Parigi, capitali dal fascino intramontabile. Ma per avere la tranquillità e la concentrazione necessarie all’ attività spirituale è preferibile l’ambiente naturale della campagna. Per questo vivo a Wilflingen da ormai quasi mezzo secolo e sento di avere messo qui le mie radici.

Heidegger, però, insiste nella sua tesi e afferma che l’atmosfera del nostro tempo è caratterizzata dal sentimento dell’angoscia.

In questo Heidegger ha visto giusto. L’angoscia è uno stato d’animo del tutto particolare, indeterminato. Quando arriva, la si percepisce ovunque, eppure è impossibile localizzarla in un luogo preciso. Sì, forse è lo stato d’animo fondamentale dell’uomo, questo strano essere che attraversa il tempo e che nella sua lotta con il Nulla è chiamato ad altre due inevitabili prove: quella del dubbio e quella del dolore. Ho cercato di mettere a fuoco tutto ciò nel saggio Der Waldgang (Trattato del Ribelle), in cui il Ribelle, l’Anarca, «passando al bosco», cioè ritirandosi nei penetralidi se stesso, affronta e vince l’angoscia, il dubbio e il dolore.

In che senso lei parla del «bosco»? È la natura? Oppure un rifugio, o qualcosa di analogo a ciò che esso è per Heidegger?

No, per me il bosco non è soltanto come per Heidegger il luogo naturale concreto in cui vivono e operano i contadini della Foresta Nera. Certo, è anche una dimensione naturale. In questo senso, per esempio, pur non avendo una particolare musicalità, sono molto sensibile ai rumori naturali del bosco: lo stormire delle foglie, il mormorio di un ruscello o il cantare di una cascata: Avverto in queste musiche’ della natura qualcosa che la parola umana non può comunicare. Ma, a parte ciò, il bosco è per me soprattutto una metafora: sta a indicare un territorio vergine in cui ritirarsi dalla civiltà ormai segnata dal nichilismo e in cui l’individuo può ancora sottrarsi agli imperativi delle chiese e alle grinfie del Leviatano.

A volte lei parla del bosco come di qualcosa di segreto, di inaccessibile

Anche questo, certo, ma nel senso in cui è segreta la propria intimità, la propria casa. In tedesco le parole Heim, «casa», Heimat, «patria», e heimlich, «segreto», hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge.

La metafora del bosco come rifugio assume un’importanza particolare nel nostro secolo, che ha partorito le minacce più pericolose per l’Anarca,· cioè i totalitarismi ma anche le democrazie di massa. Come interpreta questi due fenomeni che sembrano inghiottire ogni spaziò di vera libertà?

Sono due esperienze che obbediscono al principio agonale dei contrari: quanto più si radicalizza un estremo, tanto più affiora quello opposto. A rigore, dal punto di. vista dell’ Anarca, del grande Solitario, totalitarismo o democrazia di massa non fanno molta differenza. 1’Anarca vive negli interstizi della società, la realtà che lo circonda in fondo gli è indifferente, e solo quando si ritira nel proprio mondo, nella propria biblioteca, ritrova la sua identità. In ogni caso è raccomandabile la freddezza: su una palude ghiacciata si avanza con maggior sicurezza e rapidità.

Si può dire che la figura dell’Anarca assomigli a quella di un moderno stoico?

Più che allo stoico, io penso all’Unico di Max Stirner, ma con una differenza importante: che io distinguo tra «anarchico» e «Anarca». 1.:anarchico è un rivoluzionario che vuole trasformare il mondo e che per raggiungere ·il suo scopo non indietreggia nemmeno di fronte al crimine e al terrore. L’Anarca, invece, si nasconde esteriormente nella normalità, può anche essere un ragioniere, un contabile,  che esegue tutto ciò che l’ordine e la legge prescrivono, ma nel suo intimo, nella solitudine della notte, pensa e fa quel che gli pare. L’Anarca combatte guerre proprie anche quando marcia tra le· fila di un esercito. È una differenza fondamentale.

Venendo  all’ altro grande personaggio che fu suo amico, CarI Schmitt, che cosa può dirci?

Con lui ebbi un rapporto ancora più stretto che con Heidegger, molto personale.

Come vi incontraste?

Fu lui a cercare il contatto. Mi màndò; appena uscì, il suo libro sul Romanticismo politico .e poi il saggio Sul concetto del Politico. Diventammo presto amici, intrattenendo per tutta la vita una relazione molto profonda, con iln fitto scambio di lettere.1O Benché lui fosse cattolico e io protestànte, tenne a battesimo mio figlio Alessandro, di cui cadrebbe oggi il compleanno.II Avevo per lui una profonda .ammirazione. I dialoghi con lui, flilo a mezzanotte inoltrata, sorseggiando un b1,lonrosso, sono·un riéQrdo indimenticabile.

Durante il nazionalsocialismo tra di voi parlavate anche dei rapporti con il potere?

In realtà molto poco. Ci scambiavamo piuttosto libri, letture, intuizioni e scoperte letterarie o filosofiche. C’era quasi una tacita intesa a non entrare in questioni politiche. Però a volte capitava. Ricordo che un giorno, a Berlino, poco dopo che egli aveva formulato la celebre sentenza «li Fiihrer crea il diritto», mi capitò di passare da casa sua e mi venne da chiedergli se avesse preparato delle mitragliatrici per difendersi. E lui ingenuamente mi domandò: «Perché?» Gli risposi: «Perché ammesso e non concesso che per il diritto costituzionale sia una sentenza plausibile, dal punto di vista politico è una sentenza molto pericolosa».

Sulla vostra amicizia si addensò anche qualche ombra.

Anche in questo riuscì a stupirmi. Quando ho letto i suoi diari, il suo Glossarium,12 mi sono reso conto che dentro di sé aveva covato con il tempo qualche risentimento nei miei confronti. Ma se guardate nell’indice dei nomi, troverete che il mio è il nome più citato.·

.

Consenta una curiosità: quando con la Wehrmacht lei si trovava in Francia, si dice che si sarebbe interessato per ritrovare e mettere in salvo la famosa valigia contenente i manoscritti di Walter Benjamin.

No, è una voce infondata. All’epoca non avevo letto molto di lui. Ci fu però una coincidenza singolare. Quando’con la mia compagnia arrivai a Bourges, venni a sapere che Benjamin era partito da poco. Nei campi di prigionia ho potuto aiutare parecchia gente, ma lui era già in fuga verso i Pirenei, e poi si suicidò.

Nell’anno della sua nascita oltre alla scoperta dei raggi X ci fu l’ invenzione del cinema. Che idea ha di quest’arte diventata così popolare?

Il cinema è qualcosa che concerne il rapporto tra tecnica e magia. Un rapporto ancora tutto da verificare. A volte, per esempio, mentre parlo al telefono con qualcuno, ho l’impressione di compiere non solo un atto tecnico ma anche una magia. Con la tecnica è così anche per altre cose. La nostra conversazione la possiamo registrare e, fra cento anni, la potremo far rivivere. E la vedremo da una prospettiva diversa. Con la ripresa cinematografica possiamo per esempio far rivivere persone morte. TI rapporto della tecnica con la magia emergerà probabilmente in modo ancora più impressionante: penso per esempio a una cinematografia che produca l’effetto tridimensionale, e poi una quarta dimensione, fino a diventare realtà virtuale. Lo stesso può dirsi per la televisione.

Come immagina il XXI secolo?

Non ne ho una idea troppo felice e favorevole. Vorrei citare Holderlin che nel suo grande componimento poetico Brot und Wein [Pane e vino] ha detto che verrà l’evo dei Titani. Allora il poeta dovrà andare in letargo. Ciò vuoI dire chele azioni diventeranno più importanti della poesia che le canta e del pensiero che le riflette. Sarà un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole alla cultura

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Written by azulines

12 gennaio 2010 a 2:12 pm

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