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dedicato a Roberto Bolaño

Eduardo Lago – sete del male i/iv

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2 6 6 6    –    la critica  su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – i/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |
“Per un po’ la Critica accompagna l’Opera, poi la Critica svanisce e sono i Lettori ad accompagnarla. Il viaggio puà essere lungo o corto. Poi i Lettori muoiono uno per uno e l’Opera va avanti da sola, sebbene un’altra Critica e altri Lettori a poco a poco comincino ad accompagnarla sulla sua rotta. Poi la Critica muore di nuovo e i Lettori muoiono di nuovo e su questa pista di ossa L’Opera continua il suo viaggio verso la solitudine. Avvicinarsi a essa, navigare nella sua scia è segno inequivocabile di morte certa, ma un’altra Critica e altri Lettori le si avvicinano instancabili e implacabili e il tempo e la velocità li divorano. Alla fine l’Opera viaggia irrimediabilmente sola nell’immensità. E un giorno l’Opera muore, coem muoiono tutte le cose, come si estingueranno il sole e la Terra, e il Sistema Solare e la Galassia e la più recondita memoria degli uomini.”
I detective selvaggi, p. 645

In questa meditazione di tono sublime e maiuscole allegorie riguardo il destino dell’opera letteraria manca l’autore, però soprattutto si sente la mancanza del coro di personaggi che, insieme ai critici, lettori e scrittori, popolano abitualmente l’universo di Bolaño, una corte dei miracoli, composta da puttane, gobbi, ruffiani, assassini, zoppi, storti, stupratori, ladri, detective, alcolizzati, torturatori, malati, suicidi, sognatori, pazzi, drogati, carcerati, politici corrotti, narcotrafficanti….Nella versione bolañesca della biblioteca di Babele, il mondo della malavita è inseparabile da quello delle lettere, e negli interstizi tra l’uno e l’altro si consumano relazioni dove c’e’ posto anche – però meno – per il più comune dei mortali. Indipendentemente dal loro segno e inclinazione, questa caterva di personaggi si vede travolta da passioni torrenziali che alla fine li catapultano nei più profondi abissi del male, della solitudine e della pazzia.

Il paragrafo contiene un’altra riga che recita: “Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia” Il contesto indica che l’intenzione è parodistica, però il fatto che Bolaño sia morto a cinquanta anni, nella piena esplosione del suo genio creativo, lasciando inconcluso un romanzo di più di mille e cento pagine, conferisce un’aria malauguratamente profetica alla sua meditazione semi-giocosa sul destino della letteratura. Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia

In più di un’occasione Bolaño affermò che avrebbe preferito essere un investigatore di omicidi ancor prima che scrittore. Disse anche che non c’era niente di più vicino alla prostituzione del mestiere della letteratura. Questi tre mestieri (l’investigazione poliziesca, la prostituzione e la scrittura) sono quelli che con maggior frequenza disimpegnano i suoi personaggi: Messico, Distretto Federale, 31 di dicembre 1975. Un poeta adolescente, una puttana e due scrittori (i detective selvaggi) fuggono a bordo di una Impala a gran velocità, inseguiti da una Camaro, con dentro due scagnozzi, un poliziotto corrotto e il magnaccia della prostituta. Parla il poeta in erba:

“-L’asclepiadeo maggiore è un verso di sedici sillabe costituito dall’inserimento fra i due cola eolici di una dipodia dattilica catalettica in syllabam…

– Cos’è un’epanalessi?

– No ne ho idea – sentii che dicevano i miei amici.

La macchina passò per strade buie, quartieri senza luci…”

[I detective selvaggi, p. 745]

Il quartetto si dirige verso lo stato del Sonora, alla ricerca di una poetessa di mitica memoria, scomparsa nel deserto intorno agli anni venti. Il tema della ricerca che ha per protagonisti professionisti della letteratura (critici e scrittori) che cercano di capire, seguendo le piste di uno scrittore perduto, in cosa consiste l’enigma del mondo e dell’esistenza, appare con variazioni in Stella distantelink interno(1996), Notturno cileno (2000) e, in modo sconcertante, ne I detective selvaggi (1998) e 2666 (2004), assi portanti della produzione narrativa di Roberto Bolaño

Il FATTORE BORGES

Nato in Cile da cui dovette esiliarsi e dove tornò fugacemente in un paio di occasioni, la maggior parte della vita adulta di Bolaño è trascorsa tra Messico e Spagna. I tre paesi hanno svolto un ruolo un ruolo determinante nella sua formazione di scrittore, anche se quando, in prossimità della fine della sua vita, gli domandarono se si sentiva cileno, messicano o spagnolo, si dichiarò inequivocabilmente latinoamericano. Politicamente e intellettualmente Bolaño apparteneva a una generazione che si formò negli ideali della “liberta e rivoluzione”. Fedele tutta la vita al sogno bolivariano di una Latinoamerica non spezzata , nella sua opera c’e’ profonda coscienza della dolorosa e conflittuale storia che colpì in modo tragico il suo paese e tutto il sub continente

Bolaño si sentiva erede del “grande teatro di Lezama, Bioy, Rulfo, Cortázar, García Márquez, Vargas Llosa, Sábato, [Benet,] Puig, Arenas” e, anche se non lo cita qui, soprattutto di Borges “che non devi mai smettere di leggere” . Essendo cio’ la verità, la sua opera si colloca alle soglie di un nuovo paradigma, dove lui non sta solo, ma senza dubbio è colui che si distanzia di più. <

E’ stato un catalano, Enrique Vila-Matas che ha affermato che certamente I detective selvaggi Bolaño rappresentano un’archiviazione storica e geniale di Rayuela. Sicuramente c’e’ stato di più: Bolano (inteso come punta di un iceberg di un nutrito gruppo di narratori un po’ o molto più giovani di lui che comprende nomi come Alan Pauls, Rodrigo Fresán, Fernando Iwasaki, Leonardo Valencia, Jorge Volpi, Andrés Neuman, Jaime Bayly, Rodrigo Rey Rosa, Juan Villoro, Ignacio Padilla, Alberto Fuguet, Pedro Lemebel) è la punta di lancia dell’alto modernismo latinoamericano. Ryuela è una delle “bibbie” che sono cadute. Bolaño rispetta Doloso, ma ha poco a che vedere con lui, ammira devotamente Rulfo, pero la dismisura della sua prosa è agli antipodi del contenimento del messicano , vicina al silenzio. Il suo debito con Borges è incalcolabile, però è difficile immaginare qualcosa di piu’ lontano dalle lambiccate finzioni intellettuali dell’argentino

Bolaño è metà farsa insanguinata e metà agonia esistenziale: nelle pagine dei suoi libri ci sono schizzi di sangue, pus, vomiti e sperma. I detective che popolano le sue narrazioni assomigliano poco a quelli di Honorio Bustos Domecq. I crimini che investigano sono di una brutalità molto lontana dall’asepsi geometrica descritta ne “la morte e la bussola” . Bolaño rappresenta la punta di lancia di una nuova estetica, che si allontana a marce forzate da voci magistrali che con l’andare del tempo hanno finito per stancare.

Non è consigliabile prenderlo troppo sul serio: Bolaño se la ride perfino della sua ombra. E tuttavia quando si spegne l’eco delle risate, si fa sentire un gelido palpito che ci fa drizzare i peli. Quando in Stella distante, si scopre che il protagonista, un critico letterario di riconosciuto prestigio, era responsabile della tortura e scomparsa di numerosi scrittori, un personaggio dice: “Nessuno merita di morire per scrivere male” , sfoggio di humor nero di stile bolañesco, che indusse un recensore a domandarsi se l’autore non stesse giocando con l’idea di una critica letteraria portata alle estreme conseguenze. O è il contrario? Forse il meglio che si puo’ fare con la critica letteraria e’ di prenderla in giro. Bolaño colloca il paragrafo sul destino della letteratura con cui e’ stato aperto questo saggio, nella bocca di un critico letterario di Barcellona conosciuto e temuto per la sua ferocia e istinto sanguinario, un tal Iñaki Echavarne<(p>

Quando Arturo Belano, copia dell’autore nella pagina scritta, ha notizia che hanno incaricato a Echavarne di scrivere la critica del suo ultimo romanzo, s’impossessa di lui un terrore incontrollabile. La questione viene risolta con Belano ed Echavarne uno di fronte all’altro, sulla spiaggia del mediterranea, decisi a risolvere i loro contrasti in duello, con la spada. Tutto questo succede nel capitolo 23 de I detective selvaggi, con la fiera di Madrid come scenario di sottofondo. Dandogli, come nel caso di Echavarne, nomi che appena nascondono la loro identità reale, Bolaño fa parlare importanti membri della comunità letteraria. Alla fine di ogni intervento, c’e’ una coda riguardo al punto possibile di arrivo di ciò che inizia spinto dalla vis comica. Se mettiamo insieme le otto code viene fuori un poema-riassunto che lancia una luce sulle strategie testuali dell’autore:

Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in tragicommedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce indefettibilemente in commedia.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in esercicio crittografico.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in film dell’orrore

Quel che inizia come commedia finisce in marcia trionfale, no?

Tutto quel che inizia come commedia finisce in responso nel vuoto.

Tutto quel che inizia come commedia finisce in monologo comico, ma ormai non ridiamo più.

I detective selvaggi, pp 645-665

traduzione di Carmelo P. ©


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Written by azulines

10 gennaio 2010 a 3:24 pm

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