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Le tre apparizioni di Bolaño – A. Neuman

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la critica  su Bolaño – recensioni e saggi

Le tre apparizioni di Bolaño (l’Università di Bolaño)

( Andrés Neuman – 15-11-2008 nota )

1. CASA
Da poco sono passati ( e sembra ieri o un secolo fà) cinque anni dalla scomparsa di Bolaño. Mi domando se l’eufemismo della scomparsa sia opportuno per parlare di qualcuno che seppe metaforizzare le atrocità delle dittature latinoamericane o i crimini di Ciudad Juárez link interno. La sensazione, tuttavia, e’ che Bolaño sia scomparso. Se n’e’ andato giovane, all’apice delle sue facoltà. Quasi nessuno conosceva lo stadio della sua malattia. E la sua presenza oggi, tanto nella biblioteca dei suoi lettori come nella memoria dei suoi amici, continua ad essere così intensa che sembra che stiamo qui ad aspettare il suo ritorno. A Bolaño lo divertiva l’idea di sfumarsi, di sparire nei momenti più inaspettati. La sua opera è piena di fuggitivi che inseguono la loro stessa fuga. Benno Von Arcimboldi è uno spettro letterario, un’assenza inseguita per mille pagine. Prima di vagare per il mondo, Belano e Lima nota trascorrono la loro gioventù messicana scomparendo continuamente. I real visceralisti sono profughi perfino dello stessa opera.

Una volta Bolaño mi telefonò dalla sua casa di Blanes, mi chiese di procurami El Pais e di leggere una notizia sulla fiera del libro di Buenos Aires. Feci quello che mi disse e trovai una foto enorme del suo volto. Il testo annunciava la presenza di Bolaño in Argentina in quello stesso giorno. ” Vedi?”, disse Bolaño con un tono cavernoso, ” Vedi? ora sono qui e non sono là, ora non sono qui e sono là, ora non sono qui e nemmeno là, questa è una registrazione, me ne vado, questo messaggio si autodistruggerà in cinque secondi, quattro, tre, due, uno…” E la comunicazione si interruppe. Nel ricordare questo aneddoto, che sembra inventato e non lo è, anche se meriterebbe di esserlo, mi vengono in mente le conversazioni interrotte che hanno X e B, i protagonisti di Chiamate telefoniche“.

Il furore di Bolaño ha diversi motivi. Il primo è elementare, anche se conviene sottolinearlo: il suo immenso talento e la sua evidente originalità, capace di aggiungere viscere e sesso a Borges, muscolo narrativo a Nicanor Parra, intimità lirica a Rodolfo Wilcock. Partendo da questo dono incontestabile, altri fattori, contribuirono a richiamare l’attenzione sulla sua grandezza.

I detective selvaggi(…)compendia il mondo letterario dell’autore: le sue narrazioni a cavallo tra l’intrigo letterario e la disgrazia intima, la sua poesia scarna che pianta un tronco beat nel giardino del surrealismo francese, la sua forma ludica e sarcastica di intendere il saggio.

Uno di questi era la mancanza di referenti universali nella letteratura latinoamericana degli ultimi anni: passato e quasi sotterrato il boom degl ianni ’60 e ’70 (che naturalmente fu seminato da scrittori magistrali), evaporate le esitazioni degli anni ’80, si respirava un’aria monotona da trono vuoto. Bolaño occupó quel vuoto con ampio merito.

Altro fattore è quello generazionale: il nostro autore poetizzò come nessuno la traiettoria di ribellione, ricerca e disillusione dei giovani le cui infanzie e adolescenze tarscorsero tra la rivoluzione cubana e il maggio francese.Rimane un terzo fattore di ordine culturale: la tradizione letteraria latinoamericana così come era intesa a partire dal “boom”, ossia come identità concreta e dichiarata, necessitava di un auterevole suggello finale e nello stesso tempo un cambio di tema. Bolaño assolse a questa funzione in modo ineguagliabile. Stiamo parlando dell’ultimo scrittore che ha rivoluzionato la letteratura latinoamericana del XX secolo.
Questa posizione cominciò a intuirsi con I detective selvaggi‘, che a parte di essere il libro, segnalato sempre più spesso come il suo capolavoro (io forse ne preferirei altri ), compendia il mondo letterario dell’autore: le sue narrazioni a cavallo tra l’intrigo letterario e la disgrazia intima, la sua poesia scarna che pianta un tronco beat nel giardino del surrealismo francese, la sua forma ludica e sarcastica di intendere il saggio.

Oltre che un colossale scrittore, Bolaño fu un uomo tremendamente contradditorio, come tutte le persone profonde. Era capace di una tenerezza infantile o di crudeltà offensive, dell’entusiasmo più disinteressato o del disprezzo più istintivo, di un’assoluta libertà nello scrivere e insieme di una inconfessata preoccupazione per i mormorii della corporazione [letteraria].

Nel privato, mi toccò la sorte di conoscere il Bolaño buono, commovente, generoso. Lo frequentai appena per tre anni. Tuttavia, o proprio per questo, riassaporo ogni momento che mi ha regalato questa amicizia come chi ripassa un manoscritto incompleto. Mi ricordo della sua devozione incondizionata per qualsiasi pagina di Borges, inclusi i suoi peggiori poemi della vecchiaia, che era capace di difendere come uno spadaccino che salva l’onore di suo nonno. Mi ricordo della sua avversione verso il sonetto, strofa secondo quanto affermava, salvo Vallejo o Rilke, che non ha dato nemmeno mezza dozzina di poesie decenti in tutto il XX secolo. strana cosa, se teniamo conto che Borges scrisse sonetti a valanghe, e che molte delle poesie che si citano nei libri di Bolaño sono poesie in rima e con metrica, a volte sonetti, come che figura all’inizio de ‘I detective selvaggi’.

mi ricordo una lunga partita di scacchi a casa sua, e dello stridente rock-protesta di Alex Lora che suonava di sottofondo e contro cui Bolaño si prendeva la briga di urlare all’unisono: ” Ma chi gli ha dato il potere di decidere/ il destino dei messicani…!”. E mi ricordo soprattutto lo studio che aveva di fronte a casa sua: quella tana ammuffita, piena di casse e sprovvista di mobili che Bolaño mai ristrutturò, la stessa dove tramò le sue grandi pagine, e nelle cui logore pareti spillava pezzetti di carta e ritagli di giornale, dietro di un grosso 486 [pc] che gia’ allora sembrava giurassico.

Bolaño aveva un orario da vampiro: andava a dormire all’alba, si alzava e si trincerava nel suo studio di notte. Le albe a lume di candela gli davano un disadattamento con il mondo, quella coscienza asincronizzata
dei nottambuli che viene descritta nel racconto ‘Sensini’ [Chiamate telefoniche]: “l’unica cosa che facevo era scrivere e fare lunghe passeggiate che cominciavano alle sette di sera, ossia poco dopo il risveglio, momento in cui il mio corpo sperimentava qualcosa di simile al jet-lag, una sensazione di esserci e non esserci, di distanza da tutto ciò che mi circondava, di indefinita fragilità”[ p. 13]. Questa citazione mi trasporta all’unica notte che passai nello studio di Bolaño, sprofondato in una branda scomodissima. Dovendo prendere il primo treno per Barcellona, mi spaventai quando, andando a letto, scoprii che in quel posto non c’erano sveglie. Anche se oggi puo’ sembrare strano, non avevo nemmeno il cellulare. Bolaño se n’era appena andato, e la possibilità di andare a casa sua, suonare il campanello e svegliare la sua famiglia alle cinque del mattino mi sembrò inaccettabile. Decisi di ocncentrarmi nel mio orologio da polso e promettermi che avrei aperto gli occhi all’ora indicata, esperimento mentale che non aveva mai funzionato. Con mia sorpresa, al risveglio, guardai l’orologio e mi accorsi che si era appena fatto giorno. Mi alzai e uscii per andare al caffe dove ero rimasto d’accordo con Carolina, la sposa di Bolaño, per fare colazione. Mi stupì che lei tardasse a venire, perche’ si era ormai fatto giorno. Quando alla fine la vidi entrare, fu Carolina che restò sorpresa: ” mancano venti minuti” , mi salutò, ” che ci fai qui così presto ?”. Nel vedere la mia faccia attonita, si mise a ridere e mi ricordò che quella stessa mattina gli orologi erano stati regolati indietro di un ora con l’orario d’inverno. Ciò vuol dire due cose: che quella notte accadde la terza domenica di un mese di ottobre, e che chiusi appena gli occhi nello studio insonne di Bolaño.

La conclusione è che la scrittura, inclusa la maledetta, non ammala nessuno, ma bensì vive nelle nostre malattie: è il sintomo e il frutto del nostro affanno di sopravvivere. In un tono caricato di verità, di riso con eco (come uscita dal corridoio di un ospedale), questo testo formula la salvazione poetica di “ricomnciare, pur sapendo che il viaggio e i viaggiatori sono condannati”

Conservo, anneddoti personali e immagini che illuminano la sua opera. Il volo abietto dei falconi sui chostri, lo scantinato infernale di ‘Notturno cileno
‘. Il viaggio in automobile nella notte, il dialogo sinistro dei detective in ‘Chiamate telefoniche‘. La scrittura dell’aeroplano nel cielo, tanto bella come atroce, in ‘Stella distante link interno‘. La detestabile poetessa argentina con cui inizia ‘ La letteratura nazista in America‘, l’abitazione di Poe che lei si affanna a riprodurre. L’ospedale obliquo e infermante di ‘Monsieur Pain‘, la sua sala di cinema in bianco e nero. L’apoteosi vuota, l’arrivo nel deserto ne ‘I detective selvaggi‘.

In quale deserto andranno gli scrittori che se ne vanno lasciando un romanzo inconcluso? Quanto gli mancava a Bolaño per completare ‘2666’ ? un giorno, per telefono, mi parlò di un romanzone di mille pagine che da tempo stava scrivendo. Un romanzo, spiegò angosciato, ” tanto lungo come ‘le mille e una notte'”. Gli suggerii che lo chiudesse a 1001 pagine, cosa che ovviamente non fece. In un momento della conversazione, Bolaño disse che forse avrebbe abbandonato quel romanzo. Disconoscendo il suo stato di salute, gli chiesi perchè. La sua risposta esatta fu: “Perchè non sono Tolstói”.

2. OSPEDALE

2666 vol 1

Negli ultimi tempi, ad eccezione della devastante costruzione multitentacolare di ‘2666’ (che si convertì in libro di culto ancor prima di essere letto e perfino di essere pubblicato), la nostra sete di Bolaño si è venuta saziando con diseguali volumi postumi. Il primo fu Il gaucho insostenibile‘ , un compendio di racconti e conferenze. Anche se non regge a un confronto con ‘Chiamate telefoniche’ o ‘Puttane assassine’, ‘ Il gaucho’ contiene due o tre testi di elevata grazia letteraria. Prticolarmente impressionante è quello intitolato “Letteratura + malattia = malattia“, lezione di come amalgamare una conferenza improvvisata, un resconto autobiografico e un commento testuale. Queste venti impressionanti pagine parlano della scrittura come una conversazione con la morte, come una lotta dal centro del malessere. Bolaño visse per parecchi anni come un moribondo che si stava congedando. E scrisse anche allo stesso modo: con la furia delle ultime opportunità, con la malinconia vitalista degli ammalati gravi. Penso che questo è cio’ che bisogna fare: scrivere come moribondi. Come moribondi sani. “Letteratura + malattia”, testo leggibile come un testamento, giocoso e seriamente dedicato al suo epatologo, traccia un itinerario allucinato della poesia francese, la letteratura di viaggio, le voglie di scopare (- follar – parola che lo incantava) e i consulti medici. La conclusione è che la scrittura, inclusa la maledetta, non ammala nessuno, ma bensì vive nelle nostre malattie: è il sintomo e il frutto del nostro affanno di sopravvivere. In un tono caricato di verità, di riso con eco (come uscita dal corridoio di un ospedale), questo testo formula la salvazione poetica di “ricomnciare, pur sapendo che il viaggio e i viaggiatori sono condannati” [p. 157]. E’ forse grazie a ciò che
Bolaño riuscì a terminare, con dura fatica la bozza del suo ultimo romanzo, il cui titolo si rivolge a un futuro irraggiungibile.
entre parentisis
Il secondo dei libri postumi, Entre parentisis‘, raccoglie i discorsi, gli articoli, recensioni e testi di circostanza che Bolaño scrisse nei suoi ultimi cinque anni. E nuovamente qui, tra teorie estetiche e fobie personali che arrivano a confondersi, al di là della contingenza di alcuni testi, si eleva l’intelligenza ribelle, capricciosa e sagace del suo autore. Oltre alle interesanti letture di autori spagnoli e latinoamericani contemporanei, ‘Entre parentisis’ contiene testi rivelatori sul Cile e la sua letteratura,
le conseguenze intime dell’esilio, i ritorni e gli scontri. Il mio pezzo favorito è “Frammenti di un ritorno al paese natale”, serie che narra il primo viaggio in Cile dopo un lungo esilio. Bolaño volava con suo figlio Lautaro e sua moglie, entrambi spagnoli ed entrambi placidamente addormentati, mentre lui non ruiscirà a riposare per tutto il volo. La sua condizione di cileno, ironizza Bolaño, lo obbligava a restare sveglio per “sostenere mentalmente le ali dell’aereo”. Questa è la differenza esistenziale tra europei e latinoamericani: gli uni confidano di giungere a destinazione, gli altri non possono evitare di temere il peggio. Il volume si chiude con un’intervista link interno pubblicata su Playboy poco prima della sua morte. In un ping-pong ipnotico, e io direi coscientemente, Bolaño per l’ultima volta si autoritratta. Ogni risposta è un aforismo colmo di lucidità: Chi le piacerebbe incontrare nell’aldilà ? “Non credo nell’aldilà. Se esistesse, che sorpresa. Mi iscriverei in qualche corso di Pascal”. Quali sono le cose che la fanno ridere fragorosamente? “Le disgrazie proprie e altrui”.   Quali sono le cose che la fanno piangere ?
“lo stesso: Le disgrazie proprie e altrui”.   Dichiarazione di principi in forma di dialogo, il personaggio che ci lascia questa intervista con Mónica Maristain assomiglia abbastanza all’uomo commovente e senza affettazione che fu Roberto Bolaño. Alla domanda di cosa era cambiato nel suo carattere dopo aver saputo della malattia, risponde “Niente. Seppi che non ero immortale, il che, a trentotto anni, gia’ era ora che lo sapessi”. Così la sapienza di Bolaño: rude e insieme squisita, una miscela di maestro zen e vecchio cowboy, di vagabondo e scacchista. Come leggiamo in ‘Sensini
‘: “se non la felicità. almeno l’energia, un’energia che somigliava molto al buon umore, un buon umore che somigliava alla memoria” [p.22].   Nella scrittura di Bolaño totto passa per il filtro elettrico della memoria. Solo che questa memoria non si limita alla testimonianza, ma si comporta come una facoltà visionaria. Dove Perec diceva “je me souviens”, mi ricordo, Bolaño geme “ho sognato che”
3. DESERTO

Se dovessi sottolineare uno dei multipli doni letterari di Roberto Bolaño, credo che sceglierei la disperazione. La sua feconda disperazione di vivere, di scrivere, di raccontare. Bolaño non narrava le storie, ne aveva bisogno. La sua scrittura ha una qualità profondamente agonica e forse per questo ci commuove tanto, che parli di crimini o enciclopedie, di sesso o metonomie. una delle sue prodezze fu di saltare dall’infrarealismo alla metaletteratura viscerale, a una finzione emotiva sul fatto letterario. Come si osserva ne ‘La letteratura nazista in America’, il romanzo contemporaneo tende alla mancanza di compassione, all’incapacità “nel capire il dolore e quindi nel creare personaggi” [p. 25].
Bolaño desnuda all’improvviso l’intimità dei suoi personaggi, mentre questi discutono di dettagli letterari. La metaletteratura di Bolaño è piuttosto un’apparenza: il suo referente ultimo non è la letteratura stessa bensì una morale vitale. Questa pulsione vitale e’ assente negli autori metaletterari. Non è che la letteratura e la vita siano realtà separate; è che proprio per trovarsi tanto unite, ciò che si chiede alla vita è che sappia essere letteraria, e alla letteratura che sappia esere vitale.
In questa sovrapposizione Bolaño era un maestro. Niente consta nei suoi testi come dato, tutto è un rantolo moribondo. Il riassunto di questa poetica possiamo trovarlo nel racconto ‘Un altro racconto russo
‘ [ Chiamate telefoniche], dove un soldato sivigliano sopravvive alla tortura grazie alla sorte della sua lingua, che viene brutalmente ritorta con le tenaglie. Sanguinando dalla bocca, il soldato cerca di gridare “cazzo” [coño], ma emette un suono che i suoi torturatori confondono con “kunst”, che in tedesco vuol dire arte. Così, in questo modo, “la parola cazzo, tramutata nella parola arte” [p.133], gli salva la vita. All’inizio de La Universidad desconocida“, raccolta postuma della sua poesia giovanile, leggiamo la frustrazione di Bolaño per i rifuti editoriali che aveva ricevuto fino allora. Le poesie di questo volume funzionano come come un’autoaffermazione nel vuoto: se sono solo nel deserto, sembra profetizzare Bolaño, allora questo deserto è mio. E così fu. Bolaño si appropriò di uno spazio nuovo e gigantesco dove non c’era nessuno. Un secolo dopo Virginia Woolf, Bolaño ebbe un suo proprio deserto. Quasi tutti i suoi libri restano come abbagliati davanti a immagini desertiche (letterali o metaforiche, claustrofobiche o nell’intemperie, pareti o paesaggi), davati all’epifania del deserto che qualcuno contempla in solitudine, come un Friedrich canaglia: un deserto dentro un altro deserto.

Il senso del deserto nell’opera di Bolaño fluttua. A volte il deserto è contemplato come una forma di esilio, come un luogo estraneo e vuoto dove non si desidera stare. Altre volte assume ila carattere ambiguo di un luog odi transito, di un mistero visitabile. E altre volte si suggerisce che il deserto potrebbe essere un rifugio, l’unico possibile per gli sradicati. Queste tre approssimazioni potrebbero essere nominate così: lamento del deserto, studio del deserto, accettazione del deserto. In “Prosa dell’autunno di Gerona“, del libro Tres, incontriamo un trio consecutivo di testi che illustra queste fasi. Lamento del deserto : “I soldi che non avrò mai e che per esclusione fanno di me un anacoreta, il personaggio che all’improvviso impalidisce nel deserto”.

Studio del deserto:   ” Lo schermo attraversato da squarci se apre ed il tuo occhio è quello che si apre intorno allo squarcio. Tutti i giorni lo studio del deserto si apre…”.

E accettazione del deserto>:
“Quello che si apparta può essere chiamato deserto, roccia con apparenza di uomo, il pensatore tettonico”

Alcuni ammiratori triviali preferiscono immaginare un Bolaño toccato da da un ascetismo incontaminato, recluso nel “malditismo” come se fosse un sacerdozio. In realtà fu un uomo attraversato da passioni opposte, ambizioni terrene e paradossi di coscienza. Senza questa complessa forza interiore, non sarebbe stato mai lo scrittore straziante e viscerale che fu. Sarebbe ingenuo pensare che Bolaño non desiderò mai il successo nota: a una certa età, come molti dei suoi personaggi, si stancò di aspettare. Proprio prima di ottenerlo a valanga. Bolaño da sempre voleva essere riconosciuto. E continuò a perseguire questa meta anche dopo averla raggiunta, come si avverte nella rancorosa (e forse gratuita) diatriba finale de ‘Il gaucho insostenibile‘, zeppa di luoghi comuni che garantivano l’applauso compiacente del pubblico anticonformista. La differenza tra lui e gli altri scrittori non era la purezza, che può diventare un valore codardo e ipocrita. E nemmeno la valentìa che l ostesso autore sovrastimava con una certa enfasi romanticamente corretta.. La differenza fu il suo singolare talento. E la sua indistruttibile convinzione che, succeda quello che deve succedere, si realizzino i sogn idi grandezza, uno scrittore di sangue, si educa scrivendo, vive scrivendo e muore scrivendo. Contro il vento e la marea. Contro tutto e tutti. Anche contro se stesso. Questa fu la sua Università radicale

Oggi non solo le università ola critica plaudono il suo lascito. Ma anche gli scrittori più giovani, che l oammirano fino alla devozione e lo imitano fino all’equivoco. Bolaño aveva un principio ( tra il romanticismo e la strategia) che metteva in pratica con rigore sarcastico: tutta la complicità con i giovani, nessuna pietà con i consacrati. Anche se riuscì ad assistere ai primi fuochi della sua consacrazione, questa gli giunse tardi, il che gli permetteva mettersi nei panni dell’aspirante, dello sconosciuto. La sua letteratura genera una corrente di adesione fanatica tra i lettori che finiscono cercando Bolaño come i suoi personaggi cercano poeti strani. E’ chiaro che l’esempio di un autore contestatario dovrebbe inocularci tanto il virus bolañista come i suoi anticorpi. “Tutti i poeti, inclusi i più avanguardisti” , commenta Maples Arce riferendosi a Belano e compagnia, “hanno bisogno di un padre. Però questi erano orfani di vocazione”. Sospetto che, più che il gusto per le avanguardie o il messianesimo, la parte del realismo viscerale che la mia generazione sottoscriverebbe ha molto a che vedere con questa affermazione.

Quando un Bolaño giovane e malato si lanciò a correggere le poesie de ‘La universidad desconocida’, non immaginava il tempo, i libri e gli applausi che per fortuna restavano ancora. Se (come lui temeva) se ne fosse andato allora, forse non staremmo qui a parlare di lui: fu soprattutto negli anni seguenti di sopravvivenza, in una titanica corsa contro se stesso, Quando un Bolaño immensamente provvisorio propinò l’eternità ad una meza dozzina di capolavori. Miracolo terreno che, anche se ci rattrista ricordarlo, ci lascia una lezione commovente sul potere dell’effimero.

© traduzione di Carmelo P.


NOTE


Andrés Neuman
(sito uffciale) link esterno è nato nel 1977 a Buenos Aires e vive attualmente in spagna. E’ scrittore, poeta e giornalista. Ha gia pubblicato:

– ‘Bariloche’ (Anagrama, 1999 – finalista premio Herralde)

– ‘La vida en las ventanas’ (Espasa-Calpe, 2002, Finalista del Premio Primavera)

– ‘Una vez Argentina’ (Anagrama, 2003)

– ‘El viajero del siglo’ (Alfaguara, 2009 – XII Premio Alfaguara in corso di pubblicazione anche in italia)

Bolaño commentando ‘Bariloche’ scrisse:

Il romanzo di Neuman mi ha soggiogato (..) e ipnotizzato in parti uguali. Nessun buon lettore manchera’ di percepire nelle sue pagine qualcosa che si può solo incontrare nell’alta letteratura, quella che scrivono i veri poeti, quella che osa addentrarsi nell’oscurità con gli occhi aperti e che mantiene gli occhi aperti succeda quel che succeda. (…) Niente nelle sue pagine suona impostato: tutto è reale, tutto è illusorio, il sogno dove si muove come un sonnambulo Demetrio Rota, lo spazzino bonaerense, è il sogno della grande letteratura [ Entre Parentesis ]

Neuman riferendosi a Bolaño che lo defini come “toccato dalla grazia” ha commentato in una intervista:

Bolaño, come era solito fare con tutte le sue passioni , esagerò il suo entusismo dicendo ciò. Anche se furono parole che io gradii molto, di cuore, perche’ tra l’altro le disse prima che ci conopscessimo. o, per meglio dire, ci conoscemmo grazie al fatto che un giorno scrisse generosamente quelle righe in un periodico. torna su


Arturo Belano e Ulises Lima sono i personaggi poeti real visceralisti de ‘I detective selvaggi’ e si ispirano a Bolaño e al poeta Mario santiago   torna su


Al riguardo ha affermato Juan villoro in una tavola rotonda:

“Io credo che fosse assolutamente convinto di essere uno scrittore di grande valore. Non ho conosciuto nessuno con una determinazione così forte e una sicurezza tanto solida su ciò che stava facendo. Anche in questo senso lui aveva la certezza che stava facendo qualcosa perchè sopravvivesse. Ciò non vuol dire che si affannasse per essere un oscrittore di valore, o che cercasse il facile riconoscimento, ma che se il lettore, il mondo, gli editori non riconoscevano la sua opera peggio per loro. M alui era assolutamente convinto di ciò, anche al tempo della “pelle rossa”, quando cioè dice che era come un cacciatore di scalpi, quando andava partecipando ai premi municipali in luoghi dimenticati e di riviste che non lo interessavano, premi che lo interessavano esclusivamente per i soldi, ma lui era assolutamente convinto che stava dando oro colato in cambio di quel poco gli potevano dare. In questo senso non gli interessava il fenomeno della fama, e perfino lottava contro essa. Per questo, se alcuni dei suoi amici intimi avessero avuto in vita la fama che lui ha ora, gl isarebbe sembrato spaventoso, perchè detestava questa idea della celebrità e del consenso, e lottava un po’ contro di essa. Il gran paradosso è che giustamente la vitalità di questa lotta, di questa tensione, ha permesso che lettori molto diversi si interessino alla sua letteratura.torna su


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Written by azulines

8 gennaio 2010 a 7:25 pm

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