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ossa nel deserto

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Sergio González Rodríguez e Ciudad Juarez

“Dietro il muro le vite perdute delle donne vittime dei narcos”

Ciudad Juarez corrisponde a Santa Teresa, la città messicana nel deserto del Sonora ai confini con gli USA, di cui si parla in “2666” « il ‘buco nero’ intorno a cui ruota il romanzo, poi impietosamente sviluppato nella quarta parte, ‘La parte dei crimini’» l’emblema dell’inferno, come dice Bolaño, « la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri » . Sergio Gonzalez Rodriguez (che sulla mattanza di Ciudad Juarez ha scritto un libro “le ossa nel deserto” ) era amico di Bolaño e in 2666 e’ il personaggio che porta avanti la propria inchiesta, scoprendo depistaggi, corruzione della polizia messicana, insabbiamenti e inettitudine degli inquirenti.
* * *
Sergio González Rodríguez racconta di aver conosciuto Bolaño nel 2002 poi, prosegue ” quando andai a Barcellona nel 2002 lo conobbi di persona, e in quell’occasione m ifece sapere che io apparivo come protagonista del suo libro con il mio stesso nome . ” ho rubato l’idea a Javier Marías, che gia’ ti ha inserito come personaggio nel suo romanzo Nera spalla del tempo….”, mi disse. Sorrideva e fumava, molto divertito. mentre io lo ascoltavo, sprofondavo nell’ambigua sensazione tra l’orrore e l’onore: Ancora non mi sono ripreso dall’impatto di leggermi come protagonista letterale in una simile tragedia”

In luglio non ci fu nessuna vittima. E nemmeno in agosto.
In quei giorni « La Razon », un giornale della capitale, inviò Sergio Gonzalez a fare un reportage sul Penitente: Sergio Gonzalez aveva trentacinque anni, aveva appena divorziato e doveva guadagnare soldi a ogni costo. Normalmente non avrebbe accettato l’incarico, perchè non era un giornalista di cronaca nera ma delle pagine culturali. Recensiva libri di filosofia, che peraltro nessuno leggeva, nè i libri nè le recensioni, e di tanto in tanto scriveva di musica e mostre di pittura….Gli era giunta così la proposta di recarsi a Santa Teresa, scrivere la cronaca del Penitente e rientrare….Così nel luglio 1993 Sergio Gonzales prese un aereo fino a Hermosillo e di là una corriera fino a Santa Teresa…..conversò a lungo con i giornalisti che seguivano il caso del Penitente…..Sergio Gonzalez venne a sapere che a Santa Teresa, oltre al famoso Penitente, veniva assassinato un gran numero di donne, e la maggior parte degli omicidi restava impunita….
Roberto Bolaño – 2666 ,vol.2 “la parte dei delitti” pag. 42-46

ossa nel deserto
Il suo nome è Sergio Gonzàlez Rodriguez. È nato a Città del Messico. Ed è uno scrittore e giornalista (dal 1993 columnist del quotidiano messicano Reforma da sempre in trincea. Per il suo giornalismo d’inchiesta, per aver sfidato le gang del narcotraffico, per aver denunciato la complicità della polizia messicana e le connivenze del potere politico. In Italia, Sergio Gonzàlez Rodriguez è noto per il suo libro «Ossa nel deserto» (Adelphi 2008), romanzo sul narcotraffico, la violenza e gli omicidi seriali alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Nel libro, Gonzàlez Rodriguez ricostruisce e denuncia, con grande forza e spietata precisione, il fenomeno del femminicidio a Ciudad Jurez (nord del Messico-confine con gli Stati Uniti). Lì dal 1993 ad oggi più di mille donne giovani e giovanissime, alcune addirittura bambine, sono sparite e più di 400 sono state ritrovate cadavere, spesso orrendamente mutilate e seviziate, nel deserto che circonda la città o nelle povere bidonvilles periferiche di Ciudad Juarez, ai confini con El Paso (Texas), nota per il grande potere dei cartelli del narcotraffico e per le presenza invasiva dell’industria maquiladora, fabbriche straniere di assemblaggio che sfruttano il basso costo della manodopera messicana, soprattutto femminile. L’Unità ha incontrato Sergio Gonzàlez Rodriguez a Ferrara, nell’ambito del festival di Internazionale.

La frontiera è il filo conduttore del suo lavoro di giornalista e scrittore. Come descrivere la frontiera tra Messico e Usa?
ossa nel deserto

«È la frontiera maledetta. La frontiera del dolore, della sopraffazione, dei traffici di esseri umani e del contrabbando di armi. La frontiera del meticciato, dove è ancora forte l’influenza della cultura preispanica. Dove c’è povertà e diseguaglianza, dove è fortissima la religione cattolica. Questa realtà si trova di fronte ad una società, quella americana, iper sviluppata, e alla super potenza mondiale. La zona intermedia tra i due Paesi è segnata, insanguinata, dai conflitti. Una conflittualità alimentata e moltiplicata dal narcotraffico; che a sua volta vive e si alimenta col traffico di esseri umani, col riciclaggio del denaro sporco… In questa area frontaliera si scontrano la civiltà e la barbarie. Dall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti considerano la frontiera con il Messico un’area ad altissimo rischio per la propria sicurezza…».

Con quali conseguenze?

«Ha marcato ancor più nettamente l’asimmetria, economica, culturale, sociale, di vita, tra le due realtà di qua e di là della frontiera. Quella tra gli Usa e Messico è una frontiera flessibile, “porosa’, dove impera il traffico di droga e il contrabbando di armi. A cui si aggiunge il traffico di persone che cercano lavoro negli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre è diventata ancor di più la frontiera del dolore, della sopraffazione del più forte sul più debole. La frontiera dell’ingiustizia e della connivenza…».

Perché gli Usa considerano la frontiera col Messico solo in termini di sicurezza e non anche come frontiera di dialogo con l’altra America?

«Penso che dipenda dal fatto che hanno assegnato al Messico il ruolo di fornire manodopera, di consumare prodotti statunitensi, di immenso mercato delle armi. La frontiera Usa-Messico ha dodicimila punti di vendita di armi di grosso calibro. Secondo stime internazionali, in Messico circolano tra 15-18 milioni di armi in mano alle organizzazioni criminali. Le armi catturate dalla polizia messicana non superano le 18mila… L’industria delle armi, un potere planetario, ha qui un enorme mercato. Inoltre, il Messico è passato dall’essere Paese di transito della droga a Paese tra i principali consumatori di droghe pesanti».

Lei ha raccontato il coraggio dei giornalisti messicani che hanno pagato con la vita le loro denunce. Cosa significa essere giornalista libero nella frontiera della morte?

«È drammatico dover testimoniare che il Messico è tra i Paesi più pericolosi per chi fa il giornalista. Soprattutto il giornalismo d’inchiesta contro il crimine organizzato. Negli ultimi anni, abbiamo più di 50 giornalisti assassinati o fatti scomparire, “desaparecidos’. Il crimine organizzato incrementa le sue minacce…».

E il governo messicano?

«Il governo, ma più in generale il potere politico, chiede ai media di autocensurarsi. Come se non bastasse, i mezzi di comunicazione sono sottoposti alle pressioni coercitive del potere economico, delle grandi imprese. Quando vengono pubblicate notizie che non aggradano, scatta la minaccia di ritirare la pubblicità… In questo il Messico sta facendo lezione anche a voi in Italia…».


Come si resiste a tutto questo?

«Il Messico non ha futuro nella condizione attuale. Noi messicani avremo un futuro solo se saremo capaci di ribellarci allo sfruttamento e all´illegalità».

L’ultima domanda ci riporta al suo libro-inchiesta “Ossa nel deserto’. Per questa sua indagine lei è sfuggito a più di un attentato. Nel libro svela un ignobile legame…

«Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, cos´ tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».

pubblicato da l’Unita il 5/10/09

Questa pagina nell’Archivo Bolano: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_rodrigues.html

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Written by azulines

6 gennaio 2010 a 7:08 pm

Pubblicato su 1, 2666

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Una Risposta

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  1. […] di qualcuno che seppe metaforizzare le atrocità delle dittature latinoamericane o i crimini di Ciudad Juárez . La sensazione, tuttavia, e’ che Bolaño sia scomparso. Se n’e’ andato giovane, […]


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