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Borges, Bolaño ed il ritorno dell’Epica

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Borges, Bolaño ed il ritorno dell’Epica

( Aura Estrada – traduzione della versione inglese di Gianni Errera nota)

I
Jorge Luis Borges e Roberto Bolaño per tutta la vita hanno combattuto la vanità ed ogni forma di compiacimento, banalità, ed indulgenza. Il loro è un caso non comune nel mondo letterario, dello stesso tipo di quelli che l’industria letteraria stessa sembra voler mettere ai margini. Non avevano un grande successo di vendite. Durante un periodo consistente delle loro vite hanno vissuto o nell’ombra del rifiuto, o nella clandestinità della violazione estetica. Il rapporto che ebbero con la loro epoca e con gli scrittori a loro contemporanei è stato complesso e non privo di attriti. Certo, quello che entrambi intendevano come letteratura aveva poco a che vedere con il desiderio di essere conciliante con qualunque estetica (che fosse sociale, etica, politica o filosofica) diversa dalla propria. Il loro rapporto con la letteratura era quasi sacrale. Credevano in poche altre cose, ed erano consacrati soltanto ad essa, quasi che la letteratura fosse (e forse lo è veramente) una questione di vita o di morte.

Come per Flaubert o Kafka, la letteratura per loro non era un mezzo per guadagnarsi la rispettabilità, la fama o la realizzazione personale, e non era nemmeno una strada difficile e scomoda attraverso cui poter salire gradini nella piramide sociale od economica, ma piuttosto un martirio o un pellegrinaggio, oppure ancora un pellegrinaggio di sofferenza verso il completo annullamento: il nirvana letterario.”L’uomo non è niente, il lavoro è tutto!” aveva postulato Flaubert in una lettera piena di esaltazione alla sua amica scrittrice George Sand. Per fare un parallelismo, durante un discorso pubblico a Barcellona un anno prima della sua morte, Bolaño aveva detto: “La letteratura è come un carro armato.. Non gli importa niente degli scrittori. Alle volte nemmeno si rende conto che questi sono vivi” . Borges è rimasto fedele a questa visione in numerosi saggi, da “Tutto e niente” a “Da qualcuno a nessuno” , “La nullità della personalità” e “Gli scrittori argentini e la tradizione” , in cui parla della creazione artistica come “sogno volontario” a cui ci si debba abbandonare completamente.

Oltre a condividere una quasi religiosa devozione verso la letteratura, comunque, è difficile trovare punti di contatto tra l’opera di Borges e quella di Bolaño. Quando il critico spagnolo Ignacio Echeverria scrisse che quello di Bolaño era “il tipo di romanzo che Borges avrebbe voluto scrivere” fa un complimento allo scrittore cileno, ma che cosa hanno in comune gli eruditi giochi dei racconti brevi di Borges con quelle saghe di fortune e disgrazie che sono i voluminosi romanzi di Bolaño? Semplicemente Borges non è quell’anticipatore che viene spontaneamente in mente quando leggiamo Bolaño.

II
Borges è un caso anomalo all’interno del vasto panorama della letteratura latino-americana del ventesimo secolo. Tra le opere di scrittori del calibro di Carpentier, Lezama Lima, Asturias, Rulfo, Cortàzar, Garcia Marquez, Vargas Lllosa ed altri ancora, l’opera di Borges è un caso a parte: lui non scrisse mai un vero e proprio romanzo. Il suo racconto più lungo, “Il congresso “, è lungo appena quaranta pagine. La sua scrittura elimina l’aspetto biografico, quello psicologico, e quello localistico. Il risultato è che le sue storie assumono un tono filosofico che le trasfigura in meditazioni mistiche, saggi, o allegorie che si interrogano sulla natura della realtà. (L’elenco degli scrittori che hanno cercato di distruggere o correggere le strutture della storia del mondo per come lo conosciamo, è breve; Kafka e Joyce sarebbero all’inizio di questo breve elenco). Inoltre, Borges rifiutava la narrativa realista e psicologica mentre sosteneva i romanzi d’avventura. Questo rifiuto può essere interpretato come un intelligente allontanamento dalla tradizione letteraria a lui più vicina, la letteratura argentina e latino americana della prima metà del ventesimo secolo, e da tutti gli “ismi” degli anni ’20, ’30 e ’40. Nella sua visione, lo scrittore, poeta o romanziere che fosse, era un artefice, un rapsodo, un narratore di storie, e l’epica era la forma d’arte più nobile.

III
Una volte affermatosi come scrittore, Bolaño non ha perso occasione per dichiararsi un discepolo di Borges. “come tutti gli uomini, come ogni essere vivente” , scrisse nei “Diari di Girona”. In “Borges e i corvi” , scrisse della sua lugubre visita al cimitero di Ginevra dove Borges è sepolto. In “El bibliotecario valiente” , egli esalta i meriti del suo precursore:

“scrittura chiara, una lettura di Whitman(…) un dialogo e monologo al di fuori della storia, un approccio corretto al verso inglese. E ci dà delle lezioni di letteratura che nessuno ascolta. E lezioni di umorismo che tutti pensano di comprendere ma che nessuno capisce” .

“Borges e Paracelsio”, “Borges ed i corvi”, e “Il prode bibliotecario” [ link esterno ] Sono i soli tre articoli che Bolaño ha dedicato in maniera esplicita alla figura rappresentativa di Borges, ma la citazione del suo nome è comune denominatore nelle sue collaborazioni con varie riviste in Spagna ed America latina, ora raccolte in un volume intitolato “Entre paréntesis” (Tra parentesi), in cui si rivela l’enorme debito che Bolaño, come molti altri scrittori latino-americani della sua generazione, provava nei confronti di Borges.

In Il libro che sopravvive, “un esercizio della memoria che non esiste”, Bolaño ricorda con nostalgia il pomeriggio del 1977 a Madrid quando venne in possesso della raccolta di poesie di Jorge Luis Borges, che divorò in una sola notte. Qui trovò “intelligenza così come coraggio e disperazione, cioè le uniche cose che stimolano la riflessione e tengono in vita la poesia” . Le opere poetiche furono l’unico libro che Bolaño comprò in Europa (durante la sua permanenza in Messico non comprò mai libri, li rubò). In “Derivas de la Pesada” (Digressioni pesanti) Bolaño collocò la Raccolta delle poesie tra i classici della letteratura argentina (insieme con Boy Casares, Julio Cortazar, Roberto Arlt). Secondo Bolaño, la letteratura argentina perse la sua importanza subito dopo la morte del poeta cieco. Le calme acque di un sogno dolce si sono trasformate all’improvviso in una tempesta da incubo.

Mettere Borges al centro della letteratura classica argentina è, per Bolaño, un modo modesto per metterlo al centro di una specie di pantheon personale. Bernhradt en El Salvador”, gli ha causato minacce tanto da indurlo a fuggire di nuovo in esilio.

IV
Lo scrittore e critico spagnolo Eduardo Lago [ sed de mal link interno ] osserva in un saggio link interno illuminante sull’opera completa di Bolaño che “il suo debito nei confronti di Borges è immenso, ma è difficile immaginare qualcosa di più lontano dai racconti dell’argentino degli intrecci itineranti di Bolaño” .

Borges coltivò una prosa essenziale che era l’espressione di un pensiero succinto e preciso: quasi una equazione matematica. L’eliminazione dello psicologico “Io” accade in uno spazio atemporale e vorrebbe postulare sé stesso come eterno, se non per alcune variazioni. Queste variazioni, suggerisce in “L’uomo nell’angolo rosa” Sono pure forme di eternità. Una di esse è la personalità. Ogni uomo è Shakespeare e Shakespeare è ogni uomo allo stesso tempo. Quello della personalità che Borges combatte è un mito oppure una illusione della mente. Lo sradicamento dell’ego è, naturalmente, un espediente letterario che alla fine diventa uno dei tratti distintivi del lavoro di Borges. I suoi “saggi in forma di racconti” possiedono una essenzialità sconvolgente. La sua scrittura vuole eliminare, o cerca di eliminare, qualsiasi impressione soggettiva, in nome del nirvana letterario.

I romanzi di Bolaño sono passati dalla brevità delle sue prime incursioni nel campo della narrativa alle proporzioni mastodontiche del suo romanzo postumo, 2666 link interno, lungo oltre 1.000 pagine. La sua prosa si svolge nel Qui e Adesso. È impregnata di contemporaneità, di un presente totalizzante. In essa si possono ritrovare personaggi senza tempo: bibliotecari e poeti, ma anche assassini e magnacci, pazzi, disperati, rancorosi . Il suo stile narrativo impacciato dà l’impressione di essere impulsivo, come i suoi personaggi, ma alla fine si scopre che a muovere ogni simbolo meccanismo è un unico motore. A partire dal suo primo romanzo, scritto in collaborazione con Antonio Porta e pubblicato nel 1984, Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce, una inclinazione puerile fu manifesta: la sua natura ribelle, anticonformista, mai disposta a “mettere su radici, darsi una calmata” , come egli stesso scrisse. Bolaño scriveva con lo stomaco, Borges con la testa.

Perché, allora, scegliere Borges come Il precursore? Perché non Onetti, Cortazar, Puig, Vargas Lllosa, Garcia Marquez, o qualsiasi altro tra gli scrittori comparsi sulla scena durante il periodo del boom letterario latino-americano? Quelli scrittori che Bolaño aveva letto con ammirazione, curiosità ed a volte odio? Egli stesso ci dà la risposta in una intervista:

“Il territorio che delimita la mia generazione è di rottura. È una generazione di estrema rottura, una generazione che vuole dimenticarsi non solo il boom ma anche quello che è venuto dopo il boom e che è stato originato da esso, cioè una generazione di scrittori estremamente commerciali. È il territorio del parricidio da una parte. E dall’altra, è quello dei seguaci di Borges. Si dovrebbe studiare ogni piccolo particolare, ogni traccia che Borges ci ha lasciato.”

Per Bolaño la scrittura dei suoi predecessori era in qualche modo impura, essendo la più evidente espressione il loro successo commerciale senza precedenti. Come Kafka, Bolaño intendeva la letteratura come un modo intenso di pregare. Certe volte nella sua prosa si può sentire anche una cadenza ipnotica, come se fosse una specie di litania cantata mentre si rimane esposti agli elementi.

I suoi valori estetici non includevano lo “scrivere bene” . Ciò che egli intendeva rivelare con la sua narrativa andava oltre i limiti dell’eleganza e del buon gusto. Nel suo universo, questi erano sinonimi di Civilizzazione e Potere. I suoi personaggi erano emarginati, esseri disperati che, alla fine, avevano perso il loro stile. L’eleganza, la perfezione e il rispetto delle regole erano di poca importanza per lui: ciò che egli trovava sublime era l’intreccio, il destino dei suoi personaggi. Questa “mancanza di stile” è un’altra forma di rottura che lo allontana dai suoi più immediati precursori, la cristallina, prosa di Garcìa Marquez o l’iperrealismo di Vargas Lllosa, e da quelli più lontani, come Flaubert, per cui la musicalità della prosa era consustanziale alla sua efficienza, la sua bellezza.

Nel suo articolo, “L’etica superstiziosa del lettore” , Borges attaccò la “vanità dello stile” e la ricerca della “perfezione” , prendendo come esempio la prosa ruvida di Cervantes:

I cambiamenti linguistici cancellano significati e sfumature di significato: la pagina perfetta è una pagina che consiste di elementi delicati che possono venire logorati con estrema facilità. Al contrario, qualunque pagina che abbia una vocazione all’immortalità può sopravvivere al fuoco di refusi, di versioni approssimative, di letture distratte, di incomprensione, senza lasciare l’anima sulle bozze.

Ciò che dura nel tempo, sostiene Borges , non lo si può trovare nello stile o nella forma, ma piuttosto in un luogo più profondo: il luogo del mistero, l’inspiegabile, tutto quello che il linguaggio umano non è in grado di dire. L’esperienza umana, il tempo.

V
Come Borges, la cui statura come poeta all’interno della tradizione letteraria latino americana Roberto Bolaño in svariate situazioni ha cercato di vendicare, Bolaño ha cominciato la sua carriera letteraria come poeta, ma, per la precisione, come poeta maledetto. Egli fondò una corrente effimera chiamata “infrarealismo” che fu sia effimera che dispersa. La nuova carriera di narratore però non fece perdere a Bolaño la passione per la poesia, che egli conosceva bene e seguì attentamente. Egli una volta ebbe a dichiarare che la migliore poesia del ventesimo secolo era stata scritta in prosa, citando Joyce come esempio.

La figura del poeta è centrale, quasi mitologica figura nei suoi romanzi. Nell’articolo “La major banda “[La migliore banda], egli scrive queste righe per spiegare la trama di uno dei suoi romanzi più importanti, Los detectives savajes(I detectives selvaggi):

Se dovessi rapinare la banca più sicura d’Europa e potessi selezionare liberamente i miei complici, senza dubbio sceglierei cinque poeti. Cinque poeti veri, apollinei o dionisiaci, è la stessa cosa, però quelli veri, cioè con un destino ed una vita da poeta. Non c’è nessuno al mondo più valoroso. Non c’è nessuno al mondo che possa affrontare la tragedia con maggiore dignità e lucidità…come astronauti persi nello spazio senza nessuna possibilità di salvezza; o in un esilio senza lettori né editori, solo costruzioni verbali o canzoni cantate non da uomini ma da fantasmi.
Quando un giovane incosciente decide di diventare poeta a sedici o diciassette anni, è destinata ad essere una tragedia per la famiglia.

In questo frammento è racchiuso l’intreccio narrativo alla base de I detectives selvaggi , un romanzo in cui un gruppo di giovani poeti organizza una spedizione per ritrovare Cesarea Tinajero, una misteriosa poetessa d’avanguardia scomparsa dalla scena letteraria all’inizio del ventesimo secolo. Durante la loro ricerca, alcuni impazziscono, altri finiscono con il prostituirsi, altri ancora muoiono; ma tutti con fermento leggono, o scrivono o ammirano o odiano la poesia.

Nella mitologia di Bolaño, i poeti sono esseri che non hanno nulla da perdere. Solo da quel distaccamento può nascere la vera letteratura. Bolaño non sta pensando allo stimato Pablo Neruda o al temuto Octavio Paz, egli sta pensando a Borges, Roque Dalton, Gabriela Mistral, Enrique Lihn, Rodrigo Lira, e soprattutto Nicamor Parra, che secondo lui era Il poeta per antonomasia. Eppure, nonostante il suo amore per la poesia, Bolaño non dimentica mai di raccontare una storia nei suoi romanzi. In questo senso, condivide con Borges la concezione classica del romanziere come artefice, come cantastorie.

Borges, in uno dei suoi famosi discorsi tenuti presso l’università di Harvard nel 1967, Borges parlò del futuro del romanzo e disse:

C’è qualcosa dentro un racconto, una storia, che non avrà mai fine. Non credo che gli uomini si stancheranno mai di raccontare od ascoltare storie. E se insieme con il piacere di sentirsi raccontare una storia abbiamo allo stesso tempo il piacere e la dignità del verso, allora è successo un evento grandioso. Forse sono antiquato del diciannovesimo secolo, ma sono ottimista, ho una certa fiducia; penso che l’epica ritornerà a noi. Credo che il poeta sarà ancora una volta un artefice. Voglio dire, racconterà una storia e la canterà anche.E non penseremo di queste due cose come distinte l’una dall’altra, così come non pensiamo che siano distinte quando leggiamo Omero o Virgilio.

Borges con tutto il suo ottimismo si sentiva anacronistico in quell’autunno del ’67, e allo stesso modo deve essersi sentito Bolaño durante gli anni ’90, scrivendo epica mentre molti dei suoi contemporanei salivano sul carrozzone del postmodernismo con i loro giochetti eruditi e d’avanguardia. Bolaño non poteva ascriversi totalmente a nessuna di queste due categorie, ma faceva uso dei suoi espedienti per recuperare temi come quelli dell’esilio, della guerra e della lotta tra il bene ed il male. Nei suoi romanzi più ambiziosi (“I detective selvaggi link interno” e “2666” link interno ) egli canta le avventure dell’America latina, non perché egli considerasse la tragedia come una risorsa esclusiva a quel continente, ma come un mezzo per esplorare il mondo, le fortune e sfortune umane.

Dopo Borges, la prosa di Bolaño ci ricorda che la letteratura, quando non è un mezzo per soddisfare ambizioni personali, quando non è servile, fa emergere in superficie un’altra letteratura, in cui i principi delle realtà prosaica e a-letteraria non hanno valore (cioè, in quei casi eccezionali quando non è fatta per servire un sistema sociale, economico, politico, ideologico o personale, che sia in maniera esplicita oppure nascosta).
Perché disprezzare il successo terreno a favore di un pezzetto di nirvana letterario, che però non vende? È una missione suicida che pochi scrittori, poeti o romanzieri sono disposti ad intraprendere. Eppure questi sono quei casi che rinnovano la letteratura, aprendo nuovi paradigmi. Non sono esempi da seguire, ma da leggere.

© traduzione di Gianni Errera

link di questa pagina: http://www.azulines.it/bolanoarchivio_estrada.html

NOTE
il testo e’ stato tradotto dall’inglese che e’ a sua volta una traduzione dal testo originale, scritto in lingua spagnola fatta da T.G. Huntington

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Written by azulines

6 gennaio 2010 a 3:03 am

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