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2 6 6 6 – Santa Teresa

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2 6 6 6

| la pubblicazione | | il libro | | il titolo | | Santa Teresa | | Ciudad juarez |

Santa Teresa è forse l’emblema della “razionalità” fredda del profitto libero da ogni vincolo “democratico”, al di fuori e al di sopra dell’etica e della legalità. Allora se le ragioni, o forse le aspirazioni se non le utopie illuministiche del primo mondo sono enumerate, definite e raprresentate come costi, i luoghi del profitto vengono delocalizzati
oltre la frontiera, nelle “zone franche” tra il primo mondo e il nulla, laddove finalmente si dispiega in tutta la sua potenza la creazione di “ricchezze” mostruose, concentrate nelle mani di potenti che godono della massima impunità, al prezzo della distruzione dell’ambiente e delle relazioni umane, della memoria, della riduzione del lavoro allo stato di schivitù. Il profitto, nella sua massima astrazione non considera rilevanti i modi e le forme attraverso cui viene prodotto: sfruttamento del lavoro e dei minori, traffico di droga, traffico di clandestini, riciclaggio del denaro sporco e criminale…quei poveri corpi sono stati ridotti a segni privi di significato, carne da macello, “ossa del deserto”, esibiti, ostentati e manipolati come un codice per comunicare e minacciare il proprio potere e la propria impunità….
Santa Teresa, quindi, forse non è Ciudad Juarez, un incidente della storia, o una bizzarra anomalia di un bizzarro popolo del terzo mondo, Santa Teresa è forse il destino ineluttabile, inesplicabile, delle “moderne società industriali”, così come l’orrore delle dittature latinoamericane prima, e della indicibile miseria ora, è l’altra faccia, lo specchio nascosto in cui il primo mondo evita di specchiarsi e che invece Bolaño osserva e ci costringe a guardare.

Per descrivere questo libro molti critici hanno usato l’immagine del buco nero: Con la stessa giustizia si potrebbe parlare di un cono aperto verso l’alto, come quelli che costruiscono le cosiddette formiche leone, che si appostano nel fondo aspettando che altre formiche scivolino verso di loro per divorarle. La formica leone è Santa Teresa: Verso di essa sbandano le anime sensibili o già debilitate, quelli che sono stati feriti nell’intelletto come i critici, o nello spirito come Amalfitano, o nel cuore come Fate, o altri il cui destino stesso si presenta come ferita, come nel caso di Arcimboldi. Si potrebbe anche pensare a dei sommozzatori stanchi che si dirigono verso l’elica della nave che li farà a pezzi. Ma qui sta cio’ che e’ veramente notevole: il punto di vista del libro è quello dell’elica: il quarto libro, quello dei delitti, è il punto di incontro di tutti gli altri; alla luce di questa mattanza dobbiamo intendere il destino dei personaggi.
Il tema, dunque, è la morte. o meglio: il tema è il vasto tempo, le inenarrabili storie personali, viste dalla soglia della morte

Che posto avrà questo romanzo nella narrativa ispanoamericana ? Il critico Alvaro Bisama contrappone Macondo, mito dell’origine a Santa Teresa, mito della fine. Senza contraddirlo, io arrischierei una lettura un po’ meno apocalittica; invero, il mondo di Bolaño, anche se marcia verso la distruzione, è incomparabilmente più ricco di quello di García Márquez. Macondo non è solo il mito dell’origine ma anche della totalità. Il suo autore prende il povero popolo latinoamericano e, da semplice attimo delal storia, lo converte in senso, in morfologia storica: di fango e canne fummo all’inizio, di fango e canne siamo quando l’ultimo Buendia se lo mangiano le formiche; la nostra verità e’ essa stessa di fango e canne… Bolaño rifiuta questa totalità. Santa Teresa non è una forma del destino; è una fine che si rende intellegibile a una pluralità infinita di destini, e il suo campo d’azione comprende tutto il pianeta. Se I detective selvaggi link interno aveva un principio ma non un finale, 2666 ha un finale ma non un principio.
Gonzalo Garcés – El mito del final link esterno ]

Ma se l’immagine mitica del sogno latinoamericano proposta da Garcia Márquez si è fissata sulla nostra retina di lettori sovrapponendosi spesso alla visione e alla percezione della realtà di quel continente, la lettura di 2666 di Roberto Bolaño equivale a un intervento di rimozione della cataratta.
[ Raul schenardi link interno]

2666 vol 1

García Márquez, nelle numerose storie che compongono il suo grande romanzo [ cent’anni di solitudine link esterno ], una specie di mito della realtà latinoamericana: la conseguenza e’ stata di vedere le città latinoamericane come popolate dalla magia, come se ci fosse qualcosa di Macondo in ognuna di esse. Il realismo magico, si è convertito, soprattutto agli occhi dei paesi del “primo mondo” nel modo di essere dei paesi latinoamericani, nella loro realtà. Al contrario credo che Bolaño si allontana completamente da qualsiasi interpretazione mitica della realtà: ad un certo punto del romanzo leggiamo ” la storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono tra loro in mostruositàla “ [p.553 parte 5] . Sebbene la violenza è uno dei motori generatori della sua storia, , come nel caso di García Márquez, in 2666 essa è profondamente connessa con la realtà. la violenza di 2666 è, purtroppo violenza reale. E Bolaño si fa carico, soprattutto ne “La parte dei delitti”, affinchè questo fatto non passi inosservato. Non è possibile creare una finzione, costruire un’interpretazione mitica di un fatto tanto orribile come quello delle povere ragazza assassinate di Ciudad Juarezlink interno. Se Macondo è il mito dell’origine di Latinoamerica, Santa Teresa è l’illustrazione di come qualsiasi interpretazione mitica (del principio o della fine), risulta risibile, inutile, assurda: nei termini di Bolaño mostruosa

Si può dire dunque, che i due assi attorno cui gira vertiginosamente questo “buco nero” sono la letteratura (incarnata nella vita e nell’opera dello scrittore tedesco benno Von Arcimboldi) e la violenza (presente non solo nelel vignette che descrivono i crimin idella città, ma anche nella visione apocalittica della Germania dopo la seconda guerra mondiale). Così Bolaño costruisce una storia della violenza e della distruzione, connettendo ambo i lati dell’atlantico. In 2666 si presenta nello stesso tempo una visione critica rigaurdo alla civilizzazione europea in decadenza e una riflessione sull’irrazionalità e isatituzionalizzazione della violenza

Santa teresa è una città limite. Una città que sta nella frontiera tra messico (e, per estensione, Latinoamerica) e stati Uniti. Una città al limite tra la realktà e la finzione. Tra la letteratura e la vita. E’ la città di Cesárea Tinajero (poeta messicana degl ianni trenta, intorno alla quale girano le storie e i personaggi de “I detective Selvaggi”) e il rifugio di Benno von Arcimboldi…E’ lo spazio della cospirazione: dell’impunità, delle classi al potere , della corruzione e dell’impero del denaro.
[Ángeles Donoso violencia y literatura en las fronteras de la realidad latinoamericana link esterno ]

“Ancora una volta Bolaño è eccezionale: nessun altro scrittore latinoamericano (e forse solo Corman McCarthy tra i nordamericani ) ha compreso la densità simbolicadella frontiera come lui…
…Artaud credette che il Messico era il polmone mistico del pianeta, Bolaño crede che nella caverna del femminicidio messicano si nasconde lo spaventoso segreto del mondo. Appogiandosi nel precedente etico di “Ossa nel deserto” (2002) di Sergio González Rodríguez, Bolaño dedica “La parte dei delitti” a una monomaniaca decodificazione dei crimini di Santa Teresa. Io non credevo che fosse possibile fare letteratura da tanto orrore e, nel farlo, conservare nello stesso tempo l’onore delle vittime e l’onore della letteratura, affrontando uno dei problemi morali meno praticabili della creazione artistica.
…”la parte dei delitti” [è] qualcosa di più di un apocalittico romanzo giallo: un ritratto brutale del Messico, che smette di essere questo giardino perduto di Paul Valéry dove Bolaño osserva perduti gli scrittori chilangos, per convertirsi in Santa Teresa / Ciudad Juarezlink interno, nell’ultima frontiera d di molto mondi, come se in quel punto cieco giungessero a termine la società industriale, la religione dei cristiani, l’illuminismo e la sua aura, e un lungo e abusivo etcetera, che a malapena illustra la forza escatologica di Bolaño, scrittore a volte difficile da leggere, perchè non comune trovare in un solo libro, insieme, la letteratura e la verità come sognò Goethe……
Tutta la poesia in qualcuna delle sue multiple discipline, dice Bolaño in 2666, era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo
“Tutta la poesia, in una qualunque delle sue molteplici forme”, dice Bolaño in 2666, “era contenuta o poteva essere contenuta in un romanzo”. [p.530 parte 5]
[Christopher Domínguez Michael – La literatura y el mal link esterno , 04/2005 ]

2666 vol 1

…E, certamente, è infernale il mondo che descrive ne “la parte dei delitti”, “la nausea e la rabbia” che sente Harry Magaña, lo sceriffo di Huntville che segue le orme di donne statunitensi scomparse, quando vede, in una casona oscura, che qualcuno alza un pacco dal letto, avvolto in un tel odi plastica. Nausea e rabbia davanti alla violenza, l’omicidio, l’impunità, la complicità di poliziotti e giudici, nausea e rabbia davanti al disegno di uccidere, “infame interpretación de la libertad y de nuestros deseos”. M non si tratta solamente di una denuncia morale, sociale o politica. E’ un passo in più – e tanto certo quanto apapssionante – nell’investigazione della violenza come la cifra inscritta nell’identità latinoamericana, dal Cile al messico, da El salvador fino all’Argentina, che in questo libro, raggiunge, per di più, risonanze universali… …tanta somma di orrori, uno dietro l’altro; tanti corpi violati, mutilati, torturati, assassinati, tanta angoscia, tanto dolore, questa senzazione terribiel che sperimenatrono la madre delle scomparse e le sue vicine, “cosa significa stare in purgatorio, una lunga attesa inerme, un’attesa la cui spina dorsale era l’abbandono, qualcosa di molto latinoamericano d’altro canto, una sensazione familiare, una cosa che se uno ci pensava bene sperimentava tutti i giorni, ma senza l’angoscia, senza l’ombra della morte che sorvolava il quartiere come uno stormo di avvoltoi rendendo tutto più denso, sconvolgendo ogni routine, mettendo ogni cosa a rovescio” [p.230 parte 4]
[Rodrigo Pinto – Bolaño revisitado link esterno ]

…nel suo ultimo romanzo, Bolaño decide di accompagnare i suoi personaggi per i cimiteri di 2666…
..dettaglia uno per uno le centinaia di omicidi di donne giovani di Ciudad Juárez perchè nel raccontare ciascun omicidio possiamo ricordarli tutti; non solo le violenze che quotidianamente subiscono le donne di tutto il mondo, anche i milioni di tedeschi, rumeni, russi e polacchi morti nel fronte orientale della seconda guerra mondiale, come anche quelli del fronte occidentale, e gli ebreiu polacchi e tedeschi e russi nei campi di styerminio; e i latinoamericani che non riuscirono a cheidere asilo e fuggire in esilio ad ogni colpo di stato; e i negri dei ghetti statunitensi tutti i giorni; e gli schizofrenici nei manicomi; e gli alberi dei boschi; e gli alberi delle città…
[Carlos Labbé – Un mal sin nombre es un numero link esterno ]

Con o senza carte in regola, espilicitamente o immaginariamente, le centinaia di personaggi di questo romanzo si dirigono all’inferno, un inferno che qui prende la forma di Santa Teresa – la Comalalink interno o lo Spoon River link esterno di Bolaño -, una città messicana nella frontiera con gli Stati Uniti dove non c’e’ riposo, ma in compesno, abbondano i cadaveri; cadaveri di donne giovani, violentate per i due condotti – anche se un esperto assicura che è possibile violentare una donna fino a sette condotti – e dopo abbandonate nella discarica “El chile” o in in qualcuno dei numerosi angoli incolti della città
[Alejandro Zambra – Bienvenidos al infierno link esterno , 11/2004 ]

( © traduzione di Carmelo P. )

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Written by azulines

6 gennaio 2010 a 3:55 pm

Pubblicato su 1, 2666, generale

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