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la commedia dell’innocenza

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Intervista a Guido Vitiello del 15/9/2009tratta da Booksbloghttps://i2.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif

Copertina de La commedia dell'innocenza

Allora Vitiello, possiamo dire che che la detective story è figlia del dramma greco?
Su questo punto è bene essere molto cauti, e ritirare l’analogia nel momento stesso in cui la si lancia.

Come una specie di yo-yo?
Esattamente. Sarebbe avventato, e in ultima analisi insensato, sostenere che ci siano filiazioni dirette tra il teatro greco e il giallo all’inglese, se non per quel tanto di cultura drammatica classica che ha raggiunto – anche per tramite del magistero shakespeareano – un buon numero di autori dell’epoca d’oro, Agatha Christie su tutti.

Ma allora di che parla il suo saggio?
Mi sono limitato a osservare una “somiglianza di famiglia”, meglio ancora una analogia morfologica, tra lo schema generale della tragedia (come discendente del rito sacrificale) e quello del giallo, senza indugiare troppo sulla natura esatta e le cause di questa analogia, e per far ciò mi sono fondato quasi esclusivamente su un esempio, quello dell’Edipo Re, spesso citato un po’ impropriamente come primo giallo della storia.

Niente di nuovo, dunque.
Be’, io ho capovolto l’accostamento consueto: se per lo più si è sostenuto che quella messa in scena da Sofocle è la prima indagine razionale su un delitto misterioso, io sostengo al contrario che il giallo classico è fondato, come la tragedia greca, sulla ricerca di un pharmakos, di un capro espiatorio a cui imputare tutti i mali della comunità. Nel caso di Edipo questo male è la peste, scatenata dall’assassinio invendicato di Laio, nel caso del giallo moderno il contagio da debellare è l’ombra del sospetto che si addensa su tutti i personaggi a seguito dell’effusione del sangue.

E come avverrebbe la catarsi nei gialli che, per definizione, parlano più alla mente che al cuore?
È molto difficile ricostruire, oggi, cosa fosse la catarsi tragica nell’Atene del sesto o quinto secolo avanti Cristo – sul tema esiste una letteratura sterminata, e spesso fantasiosa (nel senso migliore che in essa è all’opera una buona dose di immaginazione teorica) – ma è certo che in essa vi fosse anche un elemento di sollievo legato all’espulsione simulata di un capro espiatorio, e dunque alla liberazione della città da qualche flagello. E non sappiamo in quale misura il sollievo prodotto dal ristabilimento dell’ordine riguardasse il cuore o la mente. Ma è certo che un meccanismo simile funziona nel giallo all’inglese, la cui catarsi è senz’altro più “fredda” di quel che avviene nel thriller, nell’horror o nel melodramma, ma la cui struttura è infinitamente più simile a un rito rispetto a questi altri generi. Per questo, indagare sulla natura del giallo consente di gettare luce sull’elemento sacrificale presente, in forma al tempo stesso più sfacciata e più irriconoscibile, in altri generi popolari della letteratura e del cinema. La “freddezza” della catarsi poliziesca – che peraltro non sempre è tale, se pensiamo anche solo ad Agatha Christie – forse è legata anche alla composizione del pubblico di destinazione del giallo all’inglese, un pubblico fatto per lo più di persone colte e di intellettuali, poco inclini alla letteratura sensazionalista. E più in generale è legata all’autorappresentazione compiacente del giallo come mero “gioco intellettuale” – che, per usare un gergo desueto, secondo me è in buona parte una forma di “falsa coscienza”: il giallo è molto di più.

Sarà molto di più, ma ho l’impressione che il giallo cosiddetto whodunit (chi ha ammazzato l’ammazzato?) sia un genere sostanzialmente morto perché sostanzialmente noioso.
Non direi che il whodunit, in quanto tale, sia morto. Come mero espediente narrativo, gode ancora di discreta salute: la domanda “chi è stato?” è tuttora uno dei centri generatori della suspense in tanti gialli, thriller e più in generale racconti del mistero. E come i critici vanno osservando da anni, pare ormai che l’ingrediente giallo sia indispensabile a gran parte della narrativa contemporanea, per non parlare del cinema o delle serie televisive.

Quindi il whodunit gode di ottima salute?
No, senza dubbio è morto il whodunit classico, quello dell’epoca d’oro tra le due guerre mondiali, portato al massimo grado di perfezione da Agatha Christie, Ellery Queen e John Dickson Carr. E la prova “indiretta” di questa morte è che lo si rivisita sempre in maniera nostalgica, ironica, ammiccante – direbbe Schiller: “sentimentale” – a segno che quella stagione è chiusa per sempre e che la via del ritorno è sbarrata. Ma la morte prematura di “quel” whodunit era inscritta, credo, nelle sue stesse regole di composizione. In altre parole, un genere dalle norme così rigide, che si avvale metodicamente dello stratagemma della least likely person – secondo cui l’assassino dev’essere il personaggio più insospettabile – per forza di cose non può che esaurire le sue possibilità combinatorie, ed estinguersi. Una volta che il lettore è stato addestrato ad aspettarsi che l’assassino può essere letteralmente chiunque – il detective, la vittima, un bambino di tre anni, un uomo già morto, il narratore, l’intero cast dei personaggi – non c’è più modo di sorprenderlo. Per sopravvivere, il giallo ha dovuto contaminarsi con altri generi e sciogliersi come una pasticca effervescente nel bicchier d’acqua del romanzo, nel senso più largo del termine. Questo cammino s’avviò ai tempi del grande scisma dell’hard-boiled di Hammett e Chandler, del noir violento all’americana, ed è ancora in corso.

Il suo libro può considerarsi un contributo della ricerca all’arte narrativa? Secondo lei qualche giallista militante terrà conto delle sue ricerche?
Chissà. Senz’altro scrivendolo non ho pensato alle sue possibili ricadute “pratiche”. Ma ho l’impudenza di ritenere che l’idea centrale del mio libro – in larga parte, occorre dirlo, debitrice di intuizioni di Northrop Frye, di Brigid Brophy e di René Girard – apporti qualche lume nuovo alla conoscenza del giallo, almeno di una certa famiglia di gialli, sui quali c’è una letteratura tanto vasta e pregevole quanto ripetitiva.

Invece il suo lavoro in cosa si distingue?
In un certo senso, ho tentato di dimostrare che il vero baricentro del giallo non è laddove si è creduto per decenni – nel puzzle intellettuale – ma in una regione più vasta e profonda, e più ricca di significati antropologici: nel “gioco sacrificale” che culmina con l’espulsione di un pharmakos, la cui designazione è più arbitraria e casuale di quanto l’apparenza razionale dell’indagine non lasci sospettare.

E come si potranno più scrivere gialli senza tenere conto di questo elemento?
Ora che mi ci fa pensare, mi piace l’idea di un giallista che scelga di imperniare consapevolmente la sua opera su questo che a me pare il principio cardine del romanzo poliziesco. Solo Agatha Christie lo ha fatto, in alcuni dei suoi libri migliori come La domatrice o Le due verità.

Ma, quanto alla Christie, nel suo saggio lei si concentra soprattutto su Assassinio sull’Orient-Express.
Gli ho dedicato un capitolo intero. Anzi, sarebbe più corretto dire che il mio libro nasce proprio da lì, dal senso di rivelazione che mi ha assalito dopo aver letto il libro della Christie: quel romanzo è ben più che un capolavoro del genere, è al tempo stesso anche un capolavoro della riflessione critica sulla detective story, è il giallo che si distrugge dall’interno e che rivela in piena luce la sua natura, pur fingendo di restare parzialmente fedele alle sue regole.

Ma in definitiva chi è secondo lei il lettore ideale de La commedia dell’innocenza?https://i2.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif
Difficile a dirsi, e io stesso nell’atto dello scrivere ho in mente di volta in volta interlocutori diversi. I lettori possibili sono molti, non tanto (ahimè) come numero quanto come tipologia.

Cioè chi?
Molti, e nessuno. Il mio libro non è “interdisciplinare”, è semmai “diagonale”, in un senso simile a quello usato da uno dei miei autori preferiti, Roger Caillois. È come una freccia che attraversi diversi piani – antropologia, storia letteraria, narratologia, sociologia della letteratura – ma in un solo punto. Mi interessava dire una cosa, una sola, ma per giungere al cuore di quell’idea ho dovuto trapassare strati su strati, come un pugnale acuminato (passatemi la metafora giallistica).

Passata.
Va da sé, è un libro che può scontentare simultaneamente giallisti, narratologi, antropologi, teologi, studiosi del sacrificio, sociologi della letteratura, filologi, antichisti ecc. Tutti avranno qualcosa, o molto, da ridire. Al tempo stesso, per usare un’altra metafora, questo libretto è come uno strano poligono traslucido, una specie di cristallo o diamante (come conformazione, non certo come valore!) in cui ciascuno può guardare a partire dalla faccia che gli è più prossima, e da lì osservare i nessi e la struttura dell’insieme.

Ehm…
Facciamola più semplice: a conti fatti volevo esporre una congettura, senza curarmi troppo di trovare pezze d’appoggio per renderla inattaccabile. Far spuntare idee in modo esuberante e persino un po’ selvatico mi interessava più che coltivarle, raccoglierle e stiparle ordinatamente in qualche magazzino. Il mio lettore ideale è, molto banalmente, il lettore curioso.

intervista del 15/9/2008  pubblicato sul sito booksblog https://i2.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif

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Written by azulines

28 novembre 2009 a 3:09 pm

Pubblicato su detective story, generale

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