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I delitti della Rue Morgue

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Era il 20 aprile 1841 quando il Graham’s Magazine, a Filadelfia, pubblicò “The Murders in the Rue Morgue” (I delitti della Rue Morgue) di Edgar Allan Poe, considerato la prima storia poliziesca della letteratura. (un ottimo articolo dedicato a questo racconto  in queto sito https://i2.wp.com/jihmrw.blu.livefilestore.com/y1pl3kEepnKshG0KiV6sOj0qKtEuvm5xV50nw1x76iJjP-zLiAfkurR84OCac1Dl38E75IZ6CBrfDydPMDAIRfIDiQm-CVwPFJX/mini41.gif)

I delitti della Rue Morgue     di      Edgar allan Poe

“Quale canzone cantassero le sirene, o quale nome assumesse Achille quando si nascose tra le donne per quanto problemi sconcertanti, non sono al di là di ogni congettura”.

Sir Thomas Browne

Le facoltà mentali che definiamo analitiche, sono, di per sé, poco suscettibili di analisi. Le apprezziamo unicamente nei loro effetti. Sappiamo fra l’altro che, per chi le possiede in misura straordinaria, costituiscono sempre una fonte di vivissimo godimento. Come l’uomo forte esulta delle sue doti fisiche, dilettandosi di quegli esercizi che chiamano in causa i suoi muscoli, così l’analista si compiace di quell’attività mentale che DISTRICA. Egli trae piacere da qualsiasi occupazione, anche la più banale, purché metta in azione il suo talento. E’ appassionato di enigmi, di rebus, di geroglifici, nel risolvere i quali da prova di ACUMEN che può apparire soprannaturale a un’intelligenza comune. I risultati che egli consegue applicando l’essenza, l’anima stessa del metodo, hanno in realtà tutta l’aria dell’intuizione.La facoltà di risoluzione è forse molto rinforzata dallo studio della matematica, e in particolar modo dal ramo più nobile di essa che, ingiustamente, e solo a causa del processo a ritroso delle sue operazioni, è stata definita ANALISI, come se lo fosse PER ECCELLENZA. Eppure calcolare non è di per sé analizzare. Un giocatore di scacchi, per esempio, esegue il primo procedimento senza ricorrere al secondo. Ne segue un’interpretazione completamente errata degli effetti che il gioco degli scacchi ha sulla struttura mentale dell’individuo. Non intendo qui scrivere un trattato, ma semplicemente introdurre, con delle osservazioni, fatte molto a casaccio, un racconto un po’ strano; colgo quindi l’occasione per sostenere che le facoltà più elevate dell’intelligenza riflessiva sono messe alla prova più a fondo e con maggiore utilità dal gioco più modesto della dama piuttosto che dall’elaborata frivolezza degli scacchi. In quest’ultimo gioco, dove i pezzi si muovono con mosse diverse e BIZZARRE, secondo dei valori vari e variabili, ciò che è soltanto complesso viene scambiato (errore piuttosto comune) per ciò che è profondo.Si richiede qui la massima capacità d’attenzione. Distrarsi per un attimo significa commettere una svista da cui deriverà un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono soltanto molteplici, ma anche complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci vince la partita non il giocatore più acuto, ma quello che sa maggiormente concentrarsi.

 

Nel gioco della dama, invece, dove il movimento è UNICO e consente poche variazioni, le probabilità di distrazioni sono minori, e dal momento che la semplice attenzione viene impegnata solo relativamente, i risultati ottenuti da entrambi gli avversari sono attribuibili soltanto a una maggiore dose di ACUMEN. Per toglierci dall’astratto: immaginiamo una partita a dama dove i pezzi siano ridotti a solo quattro dame, e dove naturalmente non ci sia da aspettarsi alcuna svista. E’ chiaro che qui la vittoria sarà decisa (dal momento che i giocatori si trovano su un piano di parità) da una mossa ‘ recherchée ‘, risultato di un eccezionale sforzo mentale. Non potendo valersi dei consueti stratagemmi, l’analista s’insinua nello spirito dell’avversario, si identifica con esso, e non di rado vede così, a colpo d’occhio, l’unica mossa (a volte assurdamente semplice) mediante la quale può indurlo a commettere un errore o affrettare un calcolo sbagliato.

Da molto tempo si è notata l’influenza che lo ‘ whist ‘ esercita su ciò che viene definita capacità di calcolo; e si sa che uomini dotati di eccezionale intelligenza, mentre disdegnavano come frivoli gli scacchi, ricavano da questo gioco un piacere apparentemente inspiegabile. Senza dubbio non c’è nulla del genere che riesca ad impegnare altrettanto profondamente la facoltà dell’analisi. Il miglior giocatore di scacchi della cristianità non sarà nulla di più del miglior giocatore di scacchi; ma il grado di eccellenza nello whist implica una probabilità di successo in tutte quelle imprese tanto più importanti in cui una mente umana si trova a fronteggiarne un’altra. Per grado di eccellenza intendo quella perfezione che presuppone la conoscenza di TUTTI gli espedienti del gioco da cui si possono trarre vantaggi legittimi. Questi non sono soltanto molteplici, ma multiformi, e si celano sovente in abissi di pensiero del tutto impenetrabili all’intelligenza ordinaria. Osservare con attenzione significa ricordare distintamente; e sotto questo aspetto il giocatore di scacchi riuscirà molto bene nello whist perché sa concentrarsi; d’altra parte le regole di Hoyle (basate sul puro e semplice meccanismo del gioco) sono in genere sufficientemente chiare a tutti. Così, avere una memoria incisiva e attenersi al regolamento di gioco sono due requisiti che sembrano definire il buon giocatore per eccellenza. Ma è oltre i limiti delle regole che l’abilità dell’analista si manifesta. In silenzio egli fa tutte le sue osservazioni e deduzioni; altrettanto forse fanno i suoi avversari; ma la differenza nella portata delle indicazioni così ottenute non consiste tanto nella validità della deduzione quanto nella qualità dell’osservazione. Quel che è necessario sapere è che cosa si deve osservare. Il nostro giocatore non si pone limiti, né, per il fatto che il gioco è l’oggetto primo della sua concentrazione, egli manca di trarre deduzioni da fattori estranei alla partita. Scruta l’espressione del suo compagno, confrontandola attentamente con quella di tutti i suoi avversari.

Osserva il modo in cui ciascuno ordina le proprie carte, contando sovente un atout dopo l’altro e un punto dopo l’altro dalle occhiate che via via vi lanciano quelli che ne sono in possesso.

Nel corso del gioco non si lascia sfuggire le minime alterazioni dei volti, traendo le sue prime considerazioni in base al loro atteggiarsi ad espressioni di sicurezza, di sorpresa, di trionfo o di dispetto. Dal modo di raccogliere un’alzata giudica se la persona che la prende ha o no la possibilità di combinarne un’altra. Riconosce la carta che viene giocata per ingannare dal modo con cui essa viene gettata sul tavolo. Una parola buttata là per caso o pronunciata inavvertitamente; una carta caduta o scoperta accidentalmente che venga quindi nascosta con nervosismo o con indifferenza; il conteggio delle alzate, l’ordine in cui si succedono; imbarazzo, esitazione, prontezza o ansia – tutto serve alla sua percezione apparentemente intuitiva per trarre indicazioni sullo stato effettivo delle cose. Dopo che sono state giocate le prime due o tre mani, egli conosce alla perfezione le carte di cui ciascuno dispone, e da quel momento può buttar giù le sue seguendo un piano così preciso come se il resto della compagnia giocasse a carte scoperte. Il potere di analisi non dovrebbe essere confuso con la semplice ingegnosità; poiché mentre l’analista è necessariamente ingegnoso, l’uomo ingegnoso è sovente notevolmente incapace di analisi. La capacità di ricostruzione o di combinazione, attraverso cui si manifesta comunemente la ingegnosità, e alla quale i frenologi hanno assegnato (a torto, direi) un organo separato, considerandola una facoltà primordiale, è stata riscontrata tante volte in persone il cui livello intellettivo sfiorava – per il resto – l’idiozia, da attirare l’attenzione di tutti gli scrittori di psicologia. Tra le ingegnosità e l’abilità analitica esiste in effetti una differenza ancor più notevole di quella che corre fra la fantasia e l’immaginazione, benché di un genere strettamente analogo. Si constaterà difatti che l’uomo ingegnoso è sempre pieno di fantasia, mentre l’uomo veramente ricco di immaginazione non è mai altro che analitico.

Il racconto che segue costituirà per il lettore una specie di commento a quanto si è andato fin qui dicendo.

Fu a Parigi, dove mi trattenni per tutta la primavera e parte dell’estate del 18.., che feci la conoscenza di un certo Monsieur C. Auguste Dupin. Questo giovane apparteneva a un’ottima, anzi ad un’illustre famiglia, ma una serie di disgrazie l’aveva ridotto in uno stato tale di povertà da spegnere in lui ogni energia, tanto che aveva smesso di lottare per una posizione in società e di preoccuparsi di ricostituire il nostro patrimonio. Grazie alla clemenza dei suoi creditori aveva potuto trattenere per sé una piccolissima parte dei suoi beni; e, con la rendita che questi gli fruttavano, riusciva, per mezzo di una inflessibile economia, a procurarsi il necessario per vivere, senza darsi pensiero del superfluo. La sua unica debolezza erano i libri, cosa tutt’altro che difficile da procurarsi a Parigi.

Ci incontrammo la prima volta in un’oscura libreria di Rue Montmartre, dove il fatto di essere entrambi, per caso, alla ricerca dello stesso libro di considerevole rarità e interesse, ci rese subito amici. Ci rivedemmo di sovente da allora. Mi interessò estremamente la breve storia della sua famiglia che egli mi raccontò fin nei minimi dettagli con tutto quel candore di cui è capace un francese quando si tratta di parlare di sé. Rimasi anche meravigliato nel constatare quanto fosse vasto il campo delle sue letture; e soprattutto sentii il mio spirito infiammarsi a contatto con la forza travolgente e la vivida freschezza della sua immaginazione. Dato quel che mi interessava scoprire allora in Parigi, ebbi la sensazione che la compagnia di un uomo simile mi sarebbe stata preziosa oltre ogni dire, e francamente glielo confidai. Combinammo alla fine di abitare insieme per tutta la durata del mio soggiorno in città; e poiché la mia situazione finanziaria non era così disperata come la sua, potei addossarmi le spese dell’affitto e dell’arredamento in uno stile che armonizzasse con la malinconia un po’ estrosa , caratteristica del nostro temperamento, di una casa grottesca, rosa dal tempo, rimasta a lungo disabitata a causa di certe superstizioni che trascurammo di indagare, e che sorgeva, semidiroccata ormai, in una zona solitaria e squallida del Faubourg St.-Germain.

Se la gente fosse venuta a conoscenza delle nostre abitudini in quella casa, certo ci avrebbe considerato dei pazzi, anche se, forse, pazzi innocui. Il nostro isolamento era assoluto. Non ricevevamo visite. Mi ero anzi preoccupato di tenere segreto alle mie amicizie di vecchia data il luogo del nostro ritiro; e in quanto a Dupin, erano ormai molti anni che non conosceva e non era più conosciuto da nessuno a Parigi. Esistevamo soltanto per noi stessi.

Una delle stranezze del mio amico (come diversamente potrei definirle?) consisteva nell’amare la Notte per se stessa; ed io mi lasciai andare a questa sua ‘ bizarrerie ‘, come a tutte le altre, piegandomi ai suoi capricci fantastici con assoluto ‘ abandon ‘.

La tenebrosa dea non era sempre con noi, ma noi potevamo ricrearla artificialmente. Al primo accenno d’alba accostavamo tutte le pesanti imposte della vecchia casa, accendendo un paio di candele, fortemente profumate, che spandevano soltanto una pallida luce spettrale. Con il loro aiuto, schiudevamo l’anima nostra ai sogni, leggendo, scrivendo o conversando, finché l’orologio ci annunziava l’ora della vera Oscurità. Allora uscivamo per le strade, sottobraccio, riprendendo gli argomenti discussi in giornata, o gironzolando di qua e di là fino a tarda notte, perseguendo, tra le luci accecanti e le ombre della città popolosa, quello stato mentale di esasperato eccitamento che solo ci può venire da un’osservazione tranquilla.

In quelle occasioni non potei fare a meno di notare e ammirare in Dupin “anche se a questo mi aveva preparato la sua eccezionale capacità intellettiva) una sviluppatissima abilità analitica.

Sembrava anche che dall’esercizio di questa facoltà, se non proprio dall’ostentazione di essa, egli traesse grande piacere, come d’altronde egli stesso non esitava a confidarmi. Con una piccola risatina sommessa si vantava con me del fatto che la maggior parte degli uomini gli si presentava con delle finestre spalancate sul petto, ed era pronto a convalidare tali spiegazioni con delle prove dirette e sbalorditive della conoscenza profonda che aveva di me. In quei momenti i suoi modi erano freddi e distanti; gli occhi inespressivi, mentre la voce, di solito caldamente vellutata, si inaspriva in un tono acuto che sarebbe parso petulante se non fosse stato per la determinazione e l’assoluta chiarezza della pronuncia. Osservandolo in questi particolari stati d’animo, mi sorprendevo sovente a meditare sull’antica filosofia dell’anima bipartita, divertendomi all’idea di un duplice Dupin: uno creativo e l’altro analizzatore.

Non si deve pensare, da quanto ho detto, che io stia rivelando un mistero o costruendo un romanzo. Quello che ho descritto in questo francese era soltanto il risultato, l’effetto di un’intelligenza eccitata e forse ammalata. Ma un esempio varrà meglio di ogni altra cosa ad illustrarvi la natura delle sue osservazioni nei momenti ai quali ho accennato.

Passeggiavamo una notte per una lunga strada sudicia nelle vicinanze del Palais Royal. Immersi entrambi nei nostri pensieri, non avevamo profferito sillaba da almeno un quarto d’ora.

All’improvviso Dupin ruppe il silenzio con queste parole:

“E’ davvero molto piccolo, e sarebbe più adatto per il Théâtre des Variétés”.

“Non c’è dubbio,” risposi meccanicamente, non rendendomi conto al primo momento (tanto ero preso dalle mie riflessioni) della straordinaria esattezza con cui il mio interlocutore si era riagganciato al filo delle mie meditazioni. Me ne sovvenni un istante dopo, e il mio sbalordimento fu profondo.

“Dupin,” dissi, gravemente, “questo è più di quanto riesca a capire. Devo ammettere che mi avete sbalordito, e sono quasi tentato di non credere ai miei sensi. Come avete potuto indovinare che stavo pensando a…?” E qui m’interruppi, per accertarmi definitivamente se sapesse davvero a chi stavo pensando.

“… a Chantilly,” finì Dupin, “ma perché v’interrompete? Stavate rilevando fra di voi che la sua bassa statura lo rende inadatto a recitare tragedie”.

E questo era stato per l’appunto l’oggetto delle mie riflessioni.

Chantilly era un ex-ciabattino della Rue St.-Denis, il quale, pazzo per il teatro, si era cimentato nel ‘ rôle ‘ di Serse, nell’omonima tragedia di Crébillon, e i suoi sforzi erano stati oggetto di scherno generale.

“Ditemi, per amor del cielo,” esclamai, “quale metodo – se pure metodo c’è – vi ha permesso di scandagliare il mio pensiero su questo argomento”.

Effettivamente ero anche più sorpreso di quanto fossi disposto ad ammettere.

“E’ stato il fruttivendolo,” rispose il mio amico, “a portarvi alla conclusione che quel rappezza-suole non aveva statura sufficiente per Serse et id genus omne”.

“Il fruttivendolo!… Mi stupite… Non conosco nessun fruttivendolo”.

“L’uomo che vi ha urtato quando abbiamo imboccato questa strada…

sarà circa un quarto d’ora fa”.

Mi ricordai infatti che un fruttivendolo, che reggeva sul capo un enorme cesto di mele, mi aveva quasi buttato per terra, per sbaglio, mentre passavamo dalla Rue C… nella via dove adesso ci trovavamo; ma che cosa avesse a che vedere questo con Chantilly proprio non mi riusciva di capire. Non c’era un briciolo di ‘ charlatanerie ‘ in Dupin.

“Ora vi spiegherò,” mi disse, “e perché possiate capire ogni cosa con chiarezza, cominceremo col riesaminare l’ordine di successione dei vostri pensieri dal momento in cui vi ho parlato fino a quello della ‘ rencontre ‘ col fruttivendolo in questione. Gli anelli principali di questa catena si saldano in questa successione:

Chantilly, Orion, Dottor Nichols, Epicuro, la stereotomia, il selciato, il fruttivendolo”.

Sono poche le persone che non si siano divertite, in qualche periodo della loro vita, a ripercorrere i passi compiuti dalla loro mente per arrivare a certe determinate conclusioni. E’ un’occupazione che ha in sé molti motivi di interesse; e colui che l’esperimenta per la prima volta si stupisce dell’incoerenza e della distanza, apparentemente incolmabile, che corre tra il punto di partenza e quello d’arrivo. Quale non fu dunque la mia meraviglia quando mi sentii dire dal francese quel che vi ho riportato e quando fui costretto a riconoscere che le sue parole corrispondevano a verità. Dupin continuò:

“Avevamo parlato di cavalli, se ben ricordo, prima di lasciare la Rue C… Fu questo il nostro ultimo argomento. Mentre attraversavamo la strada per imboccare questa via, un fruttivendolo con una grande cesta in bilico sul capo, superandoci di gran fretta, vi spinse sopra un mucchio di pietre da pavimentazione accatastate in un punto in cui il marciapiede è in riparazione. Siete inciampato in una delle pietre sparse all’intorno, siete scivolato storcendovi leggermente la caviglia, avete assunto un’aria seccata o perlomeno rannuvolata, avete borbottato qualche parola, vi siete voltato indietro a guardare il mucchio di sassi e poi avete ripreso a camminare in silenzio. Non prestavo soverchia attenzione a quanto facevate; ma ultimamente l’osservazione è diventata per me una specie di mania.

“Avete tenuto abbassati gli occhi per terra, lanciando sguardi indispettiti alle buche e ai solchi del marciapiede (per cui conclusi che stavate ancora pensando alle pietre), finché giungemmo al vicoletto Lamartine, che è stato lastricato in via sperimentale con dei blocchi saldati e sovrapposti. Qui notai che il vostro viso si rasserenava e da un movimento delle vostre labbra mi convinsi che stavate mormorando la parola ‘stereotomia’ termine che si applica con una certa affettazione a questo tipo di lastricato. Sapevo che non avreste potuto pronunciare tra voi il vocabolo ‘stereotomia’ senza essere portato a pensare agli atomi e di conseguenza alla teoria di Epicuro; e poiché quando discutemmo questo argomento non molto tempo fa vi accennai al fatto davvero singolare, anche se praticamente ignorato, che le vaghe ipotesi di questo illustre greco fossero state confermate dalla più recente cosmogonia nebulare, mi parve che non avreste potuto fare a meno di alzare gli occhi verso la grande nebulosa d’Orione e mi apprestai con una certa sicurezza a vedervelo fare. Voi guardaste in alto; e fui allora certo di aver seguito esattamente il corso del vostro pensiero. Ma in quella spietata ‘ tirade ‘ contro Chantilly, pubblicata ieri sul ‘ Musée ‘ l’articolista, alludendo ironico e malevolo al cambiamento di nome del calzolaio all’atto di calzare il coturno, citò un verso latino sul quale abbiamo sovente discusso. Mi riferisco a quel verso che dice:

Perdidit antiquum litera prima sonum.

“Vi avevo spiegato che questo si riferiva a Orione, che in passato si scriveva Urione; e per certe particolarità pungenti connesse alla spiegazione ero certo che non l’avreste dimenticato. Era evidente perciò che non avreste mancato di riaccostare le due idee di Orione e Chantilly. E che effettivamente le associaste lo capii dalla natura del sorriso che vi aleggiò sulle labbra. Pensavate al sacrificio del povero ciabattino. Fino allora avevate camminato tutto ricurvo ma ora notai che vi erigevate in tutta la vostra statura. Fui certo a questo punto che stavate riflettendo sull’altezza di Chantilly. Fu allora che interruppi il corso dei vostri pensieri per osservare che era proprio un omino, quel Chantilly, e che avrebbe figurato meglio al Théâtre des Variétés”.

Poco tempo dopo, scorrendo l’edizione della sera della ‘ Gazette des Tribunaux ‘, la nostra attenzione fu attratta da questo articolo di cronaca.

SENSAZIONALE DELITTO. – Verso le tre di questa mattina, gli abitanti del quartiere St.-Roch furono destati da un susseguirsi di urla terrorizzanti provenienti apparentemente dal quarto piano di una casa situata in Rue Morgue, notoriamente abitata soltanto da Madame L’Espanaye e da sua figlia, Mademoiselle Camîlle L’Espanaye. Dopo qualche minuto, perso nel vano tentativo di entrare nel caseggiato per via normale, il portone veniva forzato con una sbarra, e un gruppetto di vicini, una decina circa, vi fecero irruzione insieme a due gendarmi. Nel frattempo le grida erano cessate; ma, mentre gli accorsi salivano precipitosamente la prima rampa di scale, si udirono due o più voci aspre impegnate in un violento alterco che parevano provenire dal piano superiore della casa. Ma nel momento in cui fu raggiunto il secondo pianerottolo anche questi rumori cessarono e tutto ripiombò nel più profondo silenzio. Il gruppo si divise irrompendo nelle diverse stanze. Arrivati a una vasta stanza sul retro del quarto piano (la cui porta, chiusa dall’interno, dovette essere forzata), agli occhi dei presenti si offrì uno spettacolo tale da agghiacciarli d’orrore oltre che di sbalordimento.

L’appartamento era tutto sottosopra, i mobili rotti e scaraventati in ogni direzione. C’era un unico letto, e da questo era stato divelto il pagliericcio e gettato nel mezzo del pavimento. Su una sedia era posato un rasoio, macchiato di sangue. Nel caminetto c’erano due o tre lunghe e folte ciocche di capelli grigi, anch’esse intrise di sangue, che parevano essere strappate dalle radici. Sul pavimento furono rinvenuti quattro napoleoni, un orecchino di topazio, tre grandi cucchiai d’argento, tre più piccoli di métal d’Alger, e due borse, contenenti quasi quattromila franchi in oro. I cassetti di un bureau, posto d’angolo, erano aperti ed erano stati evidentemente saccheggiati, nonostante contenessero ancora svariati oggetti. Una piccola cassaforte in ferro venne trovata sotto il pagliericcio (non sotto il letto). Era aperta, con la chiave ancora nella serratura. Non conteneva che lettere di vecchia data e altre scartoffie di trascurabile importanza.

Non veniva scoperta traccia alcuna di Madame L’Espanaye; ma essendo stata notata una quantità insolita di fuliggine nel camino, si procedeva a un esame della cappa, e (orribile a dirsi!) ne veniva tratto, a testa all’ingiù, il cadavere della figlia, che era stato forzato in quella posizione per un buon tratto su per la angusta apertura. Il corpo era ancora caldo. Osservandolo si riscontrarono molte escoriazioni provocate senza dubbio dalla violenza con cui era stato spinto su per il camino e successivamente liberato. Il viso presentava numerose e profonde graffiature, e la gola lividi violacei e marcate impronte di unghie, come se la disgraziata vittima fosse stata strangolata.

Dopo una minuziosa perlustrazione condotta per ogni angolo della casa che non portò però a nessuna ulteriore scoperta, il gruppo di persone si diresse a un piccolo cortile lastricato sul retro della casa, dove giaceva il cadavere della vecchia signora, con la gola tagliata tanto selvaggiamente che, nel tentativo fatto per sollevare la salma, la testa si staccò nettamente dal busto. Sia il corpo che la testa erano orribilmente mutilati, il primo specialmente era così sfigurato da non serbare quasi più traccia di parvenza umana.

A quanto ci risulta non è ancora stato scoperto il minimo indizio che possa gettare luce su questo orrendo mistero.

All’indomani il giornale portava in aggiunta questi particolari.

LA TRAGEDIA DELLA RUE MORGUE. – Molte persone sono state interrogate in relazione a questo incredibile e mostruoso affare (la parola ‘ affaire ‘ non ha ancora assunto per i francesi quel significato di trascurabile importanza che ha da noi), ma nulla è trapelato che potesse servire a svelarne il mistero. Riportiamo qui sotto tutte le informazioni ricavate nel corso delle deposizioni.

Pauline Dubourg, lavandaia, depone di conoscere entrambe le vittime da tre anni per aver prestato loro i suoi servizi durante tutto quel periodo. La vecchia signora e sua figlia parevano vivere in ottimi rapporti, molto affezionate l’una all’altra.

Pagavano puntualmente. Non saprebbe dire come e con quali mezzi di sussistenza vivessero. Credeva che Madame L. si guadagnasse da vivere predicendo la buona ventura. Si mormorava che avesse da parte qualche risparmio. Dichiara di non aver mai incontrato nessuno in casa quando vi andava per consegnare o ritirare la biancheria. Era sicura che non tenessero persone di servizio.

Pareva che, fatta eccezione per il quarto piano, non vi fossero mobili in nessun’altra parte della casa.

Pierre Moreau, tabaccaio, depone d’aver venduto abitualmente per quasi quattro anni piccole quantità di tabacco e di polvere da annusare a Madame L’Espanaye. E’ nato nel quartiere e vi ha sempre abitato. La defunta e sua figlia occupavano da più di sei anni la casa dove sono stati rinvenuti i loro cadaveri. Precedentemente vi aveva abitato un gioielliere che subaffittava il piano superiore a varie persone. La casa era di proprietà di Madame L. Scontenta dell’abuso che il suo inquilino faceva dei locali, vi si era trasferita lei stessa, rifiutandosi di affittare gli altri piani.

La vecchia signora era un po’ ritardata mentalmente. Il testimone aveva visto la figlia cinque o sei volte in tutto, in circa sei anni. Le due donne facevano vita estremamente ritirata, e si diceva che avessero denaro. Aveva sentito dire dai vicini che Madame faceva la chiromante, ma non ci credeva. Non aveva mai visto nessuno varcare il loro portone, tranne la vecchia signora e sua figlia, un fattorino un paio di volte, e un medico forse una decina di volte.

Molte altre persone del quartiere hanno deposto in questo senso.

Di nessuno è stato detto che frequentasse la casa. Non si sapeva se Madame L. e sua figlia avessero ancora qualche parente in vita.

Le imposte delle finestre sulla facciata venivano aperte di rado.

Quelle che davano sul retro rimanevano sempre chiuse tutte, tranne quelle della grande stanza del quarto piano. La casa era un bell’edificio, non molto antico.

Isidore Musèt, gendarme, depone di essere stato chiamato a quell’indirizzo verso le tre del mattino, e di aver trovato davanti al portone un gruppo di circa venti o trenta persone che cercavano di entrare. Infine si era riusciti a forzarlo con una baionetta, non con una spranga. Non era stato difficile aprirlo trattandosi di una porta a due battenti, priva di spranga, sia in alto che in basso. Le urla si ripeterono finché il portone venne sfondato, poi cessarono di colpo. Parevano emesse da qualcuno (o da più persone) che stesse soffrendo pene atroci, erano forti e prolungate, non brevi e rapide. Fu il testimone a far strada verso i piani superiori. Raggiunto il primo pianerottolo, sentì levarsi due voci in un’aspra e violenta lite, una era una voce rauca, l’altra molto più acuta, di un tenore davvero strano. Poté percepire alcune parole pronunziate dalla prima, che indubbiamente apparteneva a un francese. Era certo che si non si trattasse di una voce di donna. Riuscì a distinguere le parole ‘ sacré ‘ e ‘ diable ‘. La voce stridula era quella di uno straniero ma non saprebbe dire se si trattasse di una voce di uomo o di donna. Non era riuscito ad afferrare quel che veniva detto, ma gli pareva che la lingua parlata fosse lo spagnolo. Lo stato della camera e dei cadaveri venne descritto come noi l’abbiamo riferito ieri. Henri Duval, un vicino di professione orefice, depone di essersi trovato fra quelli che per primi entrarono nella casa. Conferma (in linea di massima) la deposizione di Musèt. Appena ebbero forzato il portone lo richiusero per impedire l’accesso alla folla che, nonostante l’ora tarda, si era andata rapidamente assembrando. La voce stridula, secondo l’affermazione di questo teste, apparteneva a un italiano. Certamente non a un francese. Non poteva affermare che si trattasse di una voce maschile; avrebbe potuto essere di donna. Non conosceva l’italiano. Non era riuscito a distinguere le parole, ma dall’intonazione era certo che chi parlava doveva essere un italiano. Conosceva Madame L. e sua figlia. Aveva parlato sovente con entrambe. Era convinto che la voce stridula non appartenesse né all’una né all’altra vittima.

… Odenheimer, restaurateur. Si è presentato spontaneamente a testimoniare. Non sapendo parlare francese è stato interrogato a mezzo di un interprete. E’ nato ad Amsterdam. Passava davanti alla casa nel momento in cui riecheggiarono quelle grida. Erano urla prolungate e alte, paurose e strazianti. Fu uno di quelli che entrarono nella casa. Confermava le deposizioni precedenti su tutti i punti meno uno. Era certo che la voce stridula fosse quella di un uomo, di un francese. Non riuscì tuttavia a distinguere le parole pronunciate. Erano forti e rapide, sconnesse, come se fossero state proferite in un accesso di paura oltre che di collera. La voce era aspra, non tanto stridula quanto aspra. Non l’avrebbe proprio definita stridula. La voce roca ripeté più volte “sacré”, “diable” e una volta “mon Dieu”.

Jules Mignaud, banchiere, della ditta Mignaud e Figli, Rue Deloraine. E’ il maggiore dei Mignaud. Madame L’Espanaye aveva una piccola fortuna. Aveva aperto un conto nella sua banca nella primavera dell’anno… (otto anni prima). Effettuava sovente dei depositi di piccole somme. Non aveva mai prelevato nulla fino a tre giorni prima della sua morte quando era venuta a ritirare personalmente una somma di quattromila franchi. L’ammontare era stato pagato in oro e mandato a casa a mezzo d’un fattorino.

Adolphe Le Bon, fattorino di Mignaud e Figli, depone di aver accompagnato il giorno suddetto, verso mezzogiorno, Madame L’Espanaye fino alla sua abitazione con i quattromila franchi riposti in due borse. All’aprirsi della porta gli si parò innanzi Mademoiselle che gli tolse dalle mani una delle borse mentre la vecchia signora prendeva in consegna l’altra. Dopo un inchino di saluto si congedò. Non scorse nessuno per strada a quell’ora. E’ un vicolo laterale, pochissimo frequentato.

William Bird, sarto, depone di essere stato fra le persone che penetrarono all’interno della casa. E’ inglese. Vive a Parigi da due anni. Fu uno dei primi a lanciarsi per le scale. Udì le voci alzarsi nell’alterco. La voce roca apparteneva a un francese. Poté distinguere qualcuna delle parole pronunciate, ma al momento non se le ricorda tutte. Udì distintamente “sacré” e “mon Dieu”. In quel momento c’era un rumore come di più persone impegnate in una lotta – un rumore di zuffa e di scalpiccii. La voce stridula era forte, molto più forte di quella roca, e certo non era quella di un inglese. Sembrava quella di un tedesco. Avrebbe potuto essere una voce di donna. Non conosce il tedesco.

Quattro dei sopra citati testi, riconvocati, hanno deposto che la porta della camera in cui fu rinvenuto il cadavere di Mademoiselle L. era chiusa dall’interno quando arrivò il gruppo di persone. Il silenzio era assoluto, non un gemito, non un rumore di nessun genere. Forzata la porta, non si vide nessuno nella stanza. Le finestre, sia quella della stanza che dà sul retro della casa quanto quella che si apre sulla facciata, erano chiuse e saldamente assicurate dall’interno. Una porta di comunicazione tra le due camere era chiusa, ma non a chiave. La porta che mette in comunicazione la stanza che dà sulla facciata con il corridoio era chiusa a chiave, con la chiave all’interno. Uno stanzino prospiciente la casa, al quarto piano, all’estremità del corridoio, era aperto, con l’uscio accostato. Questa stanza rigurgitava di vecchi letti, di scatole, e così via. Tutti questi oggetti vennero scrupolosamente rimossi e esaminati. Non c’è un centimetro di angolo di casa che non sia stato minuziosamente perquisito. Si spazzarono anche i camini con delle scope. La casa consisteva di quattro piani più le soffitte (mansardes). Un lucernario sul tetto era inchiodato molto saldamente e lasciava supporre di non essere stato aperto da anni. Il tempo trascorso tra il momento in cui si udirono le voci alzarsi nella lite e quello in cui fu forzata la porta, varia secondo le deposizioni dei vari testi. Alcuni lo calcolano in tre minuti, altri lo prolungano fino a cinque. La porta fu aperta con difficoltà.

Alfonzo Garcio, impresario di pompe funebri, dichiara di abitare in Rue Morgue. E’ spagnolo. Fu tra quelli che irruppero nella casa. Non salì ai piani superiori. E’ impressionabile, e temeva le conseguenze di un forte turbamento. Sentì le voci nell’alterco. La voce roca era quella di un francese. Non poté capire cosa dicesse.

La voce acuta apparteneva a un inglese, ma giudica dall’intonazione.

Alberto Montani, pasticcere, depone di essere stato uno dei primi a salire le scale. Sentì le voci in questione. La voce roca era quella di un francese. Distinse diverse parole. Colui che parlava sembrava rimproverare qualcuno. Non riuscì a comprendere quel che diceva la voce stridula. Parlava velocemente e a scatti. Pensa che fosse la voce di un russo. Conferma le altre testimonianze in linea generale. E’ un italiano. Non ha mai conversato con un russo.

Diversi testi, qui riconvocati, hanno deposto che tutti i camini delle stanze del quarto piano erano troppo stretti per permettere il passaggio di un essere umano. Per ‘ scope ‘ intendevano quelle spazzole cilindriche che vengono usate dagli spazzacamini. Quelle spazzole vennero fatte passare attraverso tutte le tubature della casa. Non ci sono passaggi sul retro che potessero offrire a qualcuno una via di scampo mentre il gruppo di accorsi saliva ai piani superiori. Il corpo di Mademoiselle L’Espanaye era così saldamente incastrato nel camino che ci vollero gli sforzi combinati di quattro o cinque persone per estrarvelo.

Paul Dumas, medico, depone di essere stato chiamato ad esaminare i cadaveri verso l’alba. Al suo arrivo erano entrambi composti sul pagliericcio del letto nella camera dove era stata rinvenuta Mademoiselle L. Il cadavere della ragazza presentava molte ecchimosi ed escoriazioni. Il fatto che fosse stato forzato su per il camino giustificava sufficientemente le sue condizioni. Appena sotto il mento si riscontravano diversi graffi profondi, oltre a una serie di lividure che erano evidentemente impronte di dita. Il viso era spaventosamente livido, e gli occhi sporgevano all’infuori. La lingua era stata parzialmente morsicata. Una larga ecchimosi fu scoperta alla bocca dello stomaco, causata, all’apparenza, dalla pressione di un ginocchio. Secondo il signor Dumas, Mademoiselle L’Espanaye era stata strangolata da una o più persone ignote. Il cadavere della madre era orrendamente sfigurato. Tutte le ossa della gamba e del braccio destro erano più o meno fratturate. La tibia sinistra, come pure le costole del fianco sinistro, si presentavano scheggiate in più punti. Il corpo, spaventosamente illividito, era tutto ricoperto di contusioni. Non era possibile stabilire come fossero stati vibrati i colpi. Una pesante mazza di legno, o una grossa sbarra di ferro, una sedia, qualsiasi tipo di arma, grande, pesante e contundente, avrebbe potuto conseguire risultati simili se manovrata da un uomo di forza eccezionale. Nessuna donna avrebbe potuto inferire colpi simili con nessun’arma. La testa della vittima, quando il teste la vide, era completamente staccata dal busto, e a sua volta sfracellata. La gola era stata evidentemente recisa con qualcosa di molto tagliente: con tutta probabilità un rasoio.

Alexandre Etienne, chirurgo, fu chiamato con M. Dumas ad esaminare i cadaveri. Conferma la deposizione e il parere medico di M.

Dumas.

Nient’altro di importante è emerso, nonostante siano state interrogate diverse altre persone. Un assassinio così misterioso e tanto intricato nei particolari non era mai stato finora commesso a Parigi, se pur si tratta di assassinio. La polizia si dibatte nelle tenebre più fitte, fatto davvero insolito in situazioni di questo genere. Non è stata comunque scoperta sinora nemmeno l’ombra di una traccia.

L’edizione serale del giornale pubblicava che nel quartiere St.- Roch si viveva tuttora in uno stato di grande agitazione, che i locali in questione erano stati minuziosamente ispezionati una seconda volta, e che altri testi erano stati chiamati a deporre, ma tutto senza alcun risultato. Un’aggiunta comunicava però che Adolphe Le Bon era stato arrestato e tradotto in carcere, anche se nessuna prova era emersa contro di lui, all’infuori dei fatti già riportati.

Dupin appariva vivamente interessato allo svolgimento di questo caso, perlomeno così dedussi dal suo atteggiamento perché egli si astenne da qualsiasi commento. Fu soltanto dopo aver appreso che Le Bon era stato arrestato, che mi chiese la mia opinione sul delitto.

Non potei che limitarmi a convenire con tutta Parigi che la faccenda costituiva un mistero insolubile. Non vedevo nessun mezzo mediante il quale poter risalire fino all’assassino.

“Non dobbiamo giudicare dei mezzi,” disse Dupin, “da questa parvenza d’indagine. La polizia parigina, tanto celebrata per il suo ACUMEN, è scaltra, ma nulla di più. Non adotta nessun metodo d’investigazione che non sia quello suggerito dal momento. Ostenta un vasto spiegamento di misure, ma, non di rado, queste sono così poco adatte agli scopi che si prefigge da farci rammentare di Monsieur Jourdain che ordinava la sua Robe-de-chambre, pour mieux entendre la musique. I risultati così conseguiti sono spesso sorprendenti, ma, per la maggior parte imputabili semplicemente alla diligenza e all’attività dei suoi funzionari. Venendo a mancare queste qualità, tutti i suoi piani falliscono. Vidocq, per esempio, aveva buona intuizione e grande perseveranza, ma, mancando di una disciplina mentale, veniva sviato continuamente dall’intensità stessa delle sue investigazioni. La sua visione si sfocava per vicinanza eccessiva dell’oggetto. Era magari in grado di scorgere con una chiarezza non comune due o tre punti, ma così facendo, perdeva la visione del problema nel suo insieme. Anche l’eccessiva profondità può essere dunque un difetto. Non sempre la verità è in fondo a un pozzo. In effetti, per quel che riguarda le questioni più importanti, sono convinto che essa sia invariabilmente superficiale. Profonde sono le valli dove noi l’andiamo a cercare, ma è sulle vette delle montagne che la si può trovare. Gli aspetti e le origini di questo tipo di errore si trovano caratteristicamente rappresentati nella contemplazione dei corpi celesti. Guardare una stella con un’occhiata, e guardarla di lato, volgendo verso di essa le pareti esterne della rétina (che, più delle interne, sono sensibili alle deboli impressioni della luce), significa contemplarla distintamente, significa poter apprezzare al massimo grado la sua luminosità, luminosità che si affievolisce a misura che volgiamo su di essa tutta la nostra vista. Un maggior numero di raggi investe effettivamente l’occhio in questo secondo caso, ma è il primo modo di visione che ci consente una percezione più raffinata. Una profondità non necessaria turba e indebolisce il pensiero; e un esame troppo prolungato, troppo concentrato o diretto potrebbe far svanire dal firmamento la stessa Venere.

“In quanto a questo delitto, conduciamo un’inchiesta per conto nostro, prima di formulare un qualsiasi parere in merito. Una piccola indagine ci procurerà un po’ di svago,” (pensai che non fosse il termine più appropriato al caso, ma non feci commenti), “e poi una volta Le Bon mi ha reso un servizio di cui gli sono ancor oggi grato. Andiamo a vedere l’appartamento coi nostri occhi. Conosco G…, il prefetto di polizia, e non mi sarà difficile ottenere il permesso necessario”.

Il permesso fu ottenuto e senza indugi ci recammo in Rue Morgue.

E’ questa una delle miserabili strade che corrono fra Rue Richelieu e Rue St.-Roch. Ci arrivammo che era tardo pomeriggio, poiché questo quartiere dista di parecchio da quello in cui noi abitavamo. Trovammo facilmente la casa, perché c’erano ancora molte persone che dal marciapiede opposto guardavano in su verso le imposte chiuse, curiosando oziosamente. Era una delle tante case come se ne vedono a Parigi, con un portone, e su un lato di questi uno sgabuzzino a vetri con una finestra scorrevole, fungente da ‘ loge de concierge ‘. Prima di entrare, risalimmo la strada, imboccammo un vicolo, e quindi, svoltando di nuovo, uscimmo sul retro della casa; intanto Dupin esaminava non solo l’edificio, ma le immediate vicinanze con un’attenzione così minuziosa di cui non riuscivo a spiegarmi la ragione. Ritornando sui nostri passi ci portammo di nuovo sul davanti della casa, suonammo, e, dopo aver mostrato il nostro lasciapassare, fummo introdotti dagli agenti di servizio. Salimmo di sopra, nella camera dove era stato trovato il corpo di Mademoiselle L’Espanaye, e dove tuttora venivano tenuti i due cadaveri. Come d’uso la stanza era stata lasciata nel disordine in cui la si era rinvenuta. Non scorsi nulla oltre a quello che la ‘ Gazette des Tribunaux ‘ aveva descritto. Dupin esaminò attentamente ogni cosa, compresi i corpi delle vittime. Passammo quindi nelle altre stanze e nel cortiletto, sempre scortati da un gendarme. Questo esame ci tenne occupati fino a sera, quando ci congedammo. Prima di rincasare il mio amico si fermò un momento alla redazione di un quotidiano.

Ho detto che le manie del mio amico erano molteplici e che ‘ je le mènageais ‘; poiché questa espressione non ha equivalenti in inglese. Ecco che ora, per esempio, era in uno stato d’animo per cui preferì evitare qualsiasi discorso che avesse per oggetto il delitto, fino al mezzogiorno circa dell’indomani. Fu allora che mi chiese all’improvviso se avessi notato qualcosa di particolare sul luogo dove era stato commesso il delitto.

Il suo modo di enfatizzare la parola ‘ particolare ‘ mi fece rabbrividire senza che ne capissi il perché.

“No, nulla di speciale,” dissi, “perlomeno non più di quanto abbiamo visto entrambi pubblicato sui giornali”.

“Temo che la ‘ Gazette, ‘ rispose Dupin, “non abbia pienamente afferrato l’insolito orrore della faccenda. Ma non occupiamoci dei commenti oziosi della stampa. Pare a me che questo mistero sia considerato insolubile proprio per la ragione che lo dovrebbe far considerare di facile soluzione, vale a dire per l’elemento ‘ outré ‘ che gli è caratteristico. La polizia è messa in imbarazzo dall’apparente assenza di motivo, non dal delitto in se stesso, ma dalla sua atrocità. E’ anche disorientata dall’apparente impossibilità di conciliare le voci udite nell’alterco con il fatto che nessuno fu trovato di sopra ad eccezione di Mademoiselle L’Espanaye già cadavere e che non c’erano vie d’uscita che potessero sfuggire all’attenzione del gruppetto di accorsi in atto di salire le scale. Il terribile disordine della stanza; il cadavere issato, a testa in giù, su per il camino; la spaventosa mutilazione del corpo della vecchia signora; tutte queste considerazioni, insieme con quelle che ho appena menzionate ed altro che non occorre ricordare, sono bastate a paralizzare le forze dell’ordine, sviando completamente il tanto celebrato ACUMEN degli agenti. Essi hanno commesso l’errore grossolano ma comune di confondere l’insolito con l’astruso. Ma è attraverso queste deviazioni dal piano dell’ordinario, che la ragione si fa strada, se pur ci riesce, alla ricerca della verità. In indagini sul tipo di quelle che stiamo ora conducendo, non ci si dovrebbe tanto chiedere ‘che cosa è avvenuto’, quanto ‘che cosa è avvenuto che non sia mai accaduto prima’. Infatti la facilità con la quale arriverò o sono arrivato a districare questo mistero, è in rapporto diretto con quello che agli occhi della polizia appare come l’elemento insolubilità”.

Fissai il mio interlocutore con attonito sbalordimento.

“Ora sto aspettando,” continuò, guardando verso la porta del nostro appartamento, “ora sto aspettando una persona che, anche se probabilmente non è l’esecutore materiale di questa strage, deve esservi in qualche modo implicato. Della parte peggiore dell’assassinio commesso, è, con tutta probabilità, innocente.

Spero che la mia supposizione non sia errata; perché è su questa tesi che mi baso per risolvere l’intero enigma. Costui può arrivare qui, in questa stanza, da un momento all’altro. E’ vero che potrebbe anche non venire, ma è più probabile il contrario. Se viene bisognerà trattenerlo. Qui ci sono le pistole, ed entrambi sappiamo come usarle all’occasione”.

Presi le pistole, quasi senza rendermi conto di quel che facevo e stentando a credere a quel che udivo, mentre Dupin continuava, come in un soliloquio. Ho già parlato del fare distaccato che assumeva in momenti simili. Le sue parole erano rivolte a me, ma la sua voce, pur rimanendo bassa, aveva quell’intonazione che si prende di solito quando si debba parlare a qualcuno che ci è molto lontano. Gli occhi, privi d’espressione, fissavano soltanto la parete.

“Che le voci alzantesi in alterco,” disse, “udite dalle persone che salivano le scale, non fossero le voci delle due donne, è stato esaurientemente dimostrato attraverso le deposizioni. Questo ci toglie ogni dubbio circa la possibilità che la vecchia signora abbia prima ucciso la figlia e si sia quindi soppressa. Accenno a questo punto soltanto per amore di metodo; poiché la forza di Madame L’Espanaye sarebbe stata nettamente sproporzionata al compito di spingere il cadavere della figlia su per il camino nella posizione in cui è stato rinvenuto; e il genere di ferite riscontrate sulla sua persona escludono nel modo più assoluto la tesi del suicidio. Il delitto quindi è stato commesso da una terza persona, o da più persone e furono le voci di queste che il gruppetto di accorsi sentì levarsi nella lite. Passiamo adesso ad esaminare non il complesso delle testimonianze forniteci su queste voci, ma ciò che in esse vi è di singolare. Non avete notato niente di strano voi?” Risposi che mentre tutti i testi si erano trovati d’accordo nel ritenere che la voce roca apparteneva a un francese, si era invece riscontrata molta diversità di opinioni circa quella stridula, o, come qualcuno l’aveva definita, aspra.

“Questo è quel che venne testimoniato,” disse Dupin, “ma non riflette ancora la singolarità della deposizione. Voi non avete osservato nulla di particolare. Eppure c’era qualcosa da osservare. I testi, come avete notato, furono tutti concordi per quel che riguarda la voce roca; su questo particolare erano unanimi. Ma circa la voce stridula, lo strano consiste non tanto nel contraddirsi in questione, quanto nel fatto che, tentando di descriverla, un italiano, un inglese, uno spagnolo, un olandese e un francese, ne parlassero tutti come della voce di uno STRANIERO.

Ciascuno di loro è certo che non si tratti della voce di un suo connazionale. Ciascuno la confronta non alla voce di un individuo di una certa nazionalità la cui lingua gli sia conosciuta, ma esattamente al contrario. Il francese ritiene che la voce sia di uno spagnolo, e ‘avrebbe potuto distinguere qualche parola SE AVESSE CONOSCIUTO LO SPAGNOLO’. L’olandese afferma trattarsi della voce di un francese; ma troviamo dichiarato che ‘non comprendo il francese’, questo testimone è stato interrogato a mezzo di un interprete. L’inglese pensa che la voce appartenga a un tedesco, e ‘non conosce il tedesco’. Lo spagnolo ‘è sicuro’ che sia la voce di un inglese, ma ‘giudica unicamente dall’intonazione’ perché ‘non conosce l’inglese’. L’italiano ritiene che appartenga a un russo, ma ‘non ha mai conversato con un russo’. Un secondo francese smentisce addirittura il primo, e sostiene con fermezza trattarsi della voce di un italiano, ma, ‘non conoscendo quella lingua’, ne è, al pari dello spagnolo, ‘convinto dalla intonazione’. Ora, doveva pur essere stranamente insolita quella voce per dar luogo a deposizioni tanto discordanti, se, nel suo accento, cittadini di cinque grandi stati europei non riuscivano a distinguere nulla di familiare! Si potrebbe pensare alla voce di un asiatico o di un africano. Ora, né africani né asiatici abbondano a Parigi; ma senza rigettare questa ipotesi, mi limiterò a richiamare la vostra attenzione su tre punti. La voce è definita da uno dei testi ‘aspra più che stridula’. Da altri due è descritta ‘rapida e sconnessa’. Nessuna parola, nessun suono assomigliante a parola, venne afferrata da alcun testimone”.

“Non so,” continuò Dupin, “che impressione posso aver prodotto fin qui sulla vostra mente; ma non esito ad affermare che anche solo da questa parte della deposizione – quella relativa alle due voci, la roca e la stridula – si possono trarre delle deduzioni legittime, sufficienti di per sé a sollevare un dubbio che potrebbe dare un preciso indirizzo agli ulteriori sviluppi nell’indagine di questo mistero. Ho parlato di ‘ deduzioni legittime ‘, ma con questo non ho espresso chiaramente il mio pensiero. Volevo implicare che le deduzioni sono le sole esatte, e che il sospetto deriva inevitabilmente da esse come unico risultato possibile. Di quale sospetto si tratti però, non intendo dirlo per ora. Desidero soltanto che ricordiate che – per quanto mi concerne – è stato sufficientemente efficace per dare una forma definitiva, una esatta direzione alle mie investigazioni nella mia camera.

“Trasportiamoci ora con l’immaginazione in quella stanza. Che cosa vi cercheremo innanzi tutto? La via d’uscita seguita dagli assassini. E’ superfluo dire che né io né voi crediamo ad interventi soprannaturali. Madame e Mademoiselle L’Espanaye non sono state assassinate da spiriti. Gli esecutori del misfatto erano esseri in carne e ossa e sono fuggiti materialmente. E allora, in che modo? Per fortuna esiste un’unica possibilità di ragionamento su questo punto, ed è un modo questo che deve condurci ad una conclusione ben definita. Esaminiamo, una per una, le diverse vie d’uscita. E’ evidente che mentre gli accorsi salivano su per le scale, gli assassini si trovavano nella stanza dove fu rinvenuta Mademoiselle L’Espanaye, o almeno nella camera attigua. Sono quindi solo due stanze in cui dobbiamo cercare le possibili vie d’uscita. La polizia ha esaminato i pavimenti, i soffitti e il mattonato delle pareti in tutte le direzioni.

Nessuna uscita segreta avrebbe potuto sfuggire al loro esame. Ma non fidandomi dei loro occhi, ho voluto constatare di persona. Non vi era proprio nessuna uscita segreta. Entrambe le porte che si aprono dalle stanze sul corridoio erano chiuse ermeticamente, con le chiavi all’interno. Passiamo ai camini. Questi, sebbene presentino una certa larghezza lungo un tratto di una decina di piedi al di sopra del focolare, non permetterebbero il passaggio nemmeno a un grosso gatto per il rimanente della loro lunghezza.

“Provata l’assoluta impossibilità di fuggire attraverso queste vie, non ci rimangono che le finestre. Da quelle della stanza che dà sulla facciata nessuno avrebbe potuto fuggire senza essere veduto dalla folla raccoltasi nella strada. Gli assassini devono essere dunque passati da quelle della camera sul retro. Ora, giunto a questa conclusione in modo così inconfutabile, non è degno di noi, in quanto esseri dotati di raziocinio, respingerla sulla base di un’impossibilità apparente. Ci resta solo da provare che questa apparente ‘ impossibilità ‘ non è in realtà tale.

“Nella stanza ci sono due finestre. Una di esse non è ostruita da alcun mobile, ed è tutta visibile. L’estremità inferiore dell’altra è nascosta dalla testata del letto massiccio che vi è appoggiata contro. La prima è stata trovata chiusa saldamente dall’interno. Ha resistito ai ripetuti sforzi di coloro che hanno tentato di aprirla. Sull’intelaiatura, a sinistra, era stato praticato un grosso foro, in cui si trovò conficcato fino quasi alla capocchia un grosso chiodo. Esaminando l’altra finestra vi si trovò conficcato nello stesso modo un chiodo simile al primo; e anche qui fallì l’energico tentativo fatto per aprire quest’altro telaio. Così la polizia si confermò nella certezza che la fuga non poteva essere avvenuta in queste direzioni. E, di conseguenza, si pensò che fosse del tutto inutile estrarre i chiodi e aprire le finestre.

“Il mio esatto esame fu un po’ più minuzioso, proprio per la ragione a cui ho accennato: perché era su questo punto, lo sapevo, che bisognava dimostrare che le impossibilità apparenti tali non erano in realtà.

“Procedetti con questo ragionamento ‘ a posteriori ‘. Gli assassini erano fuggiti attraverso una di queste finestre. In questo caso non avevano potuto rinchiudere le finestre dall’interno, come furono trovate; considerazione questa che, per la sua evidenza, fece bloccare ogni ulteriore esame della polizia in questa direzione. Eppure le finestre erano chiuse. Dunque dovevano avere la possibilità di chiudersi automaticamente. Era giocoforza arrivare a questa conclusione. Mi avvicinai alla finestra non ostruita dalla mobilia, con qualche difficoltà ne estirpai il chiodo e tentai di aprirla. Come avevo previsto, resistette a tutti i miei sforzi. Compresi soltanto che doveva esserci una molla nascosta; e questa conferma della mia idea mi convinse che, almeno, la mia ipotesi era esatta, anche se le circostanze relative ai chiodi continuavano a rimanere misteriose.

Una scrupolosa ricerca mi rivelò ben presto il congegno nascosto.

Premetti la molla, e, soddisfatto, rinunciai a sollevare il saliscendi.

“Rimisi il chiodo al suo posto e l’osservai attentamente. Una persona che fosse uscita dalla finestra avrebbe potuto rinchiuderla, e la molla sarebbe così scattata, ma non avrebbe potuto rimettere a posto il chiodo. La conclusione era evidente e ancora una volta veniva a restringere il campo delle mie ricerche.

Gli assassini dovevano esser fuggiti attraverso l’altra finestra.

Supponendo allora che le molle di entrambi i saliscendi fossero uguali, come del resto era probabile, doveva esserci una differenza nei chiodi, o perlomeno nel modo in cui erano stati incastrati. Salito sul pagliericcio del letto, ispezionai attentamente, al di sopra della testata, la seconda finestra.

Passando la mano dietro il letto, trovai facilmente la molla e la schiacciai. Anche questo congegno, come avevo supposto, era in tutto e per tutto identico all’altro. Passai quindi ad esaminare il chiodo. Era robusto come il primo, e apparentemente conficcato nel legno allo stesso modo, ribattuto fin quasi alla capocchia.

“Voi penserete che sia rimasto perplesso, ma così facendo dareste prova di avere frainteso la natura delle mie intenzioni. Per usare un’espressione cara agli sportivi, non sono uscito una sola volta ‘fuori pista’. Non avevo perso la mia traccia nemmeno per un attimo. Non mancava che un anello alla mia catena. Avevo sviscerato il segreto fino al suo ultimo stadio, rappresentato dal CHIODO. Questo, come vi ho detto, era sotto tutti gli aspetti uguale al suo compagno dell’altra finestra; ma tale fatto non significava nulla (nonostante potesse sembrare determinante) di fronte alla considerazione che qui, a questo punto, terminava la traccia. ‘Ci deve essere qualcosa che non va,’ mi dissi, ‘in quel chiodo’. Lo toccai e la capocchia, con circa un quarto di pollice del gambo, mi restò fra le mani. Il resto del chiodo era rimasto nel buco, dove era stato spezzato. La frattura sembrava di vecchia data (poiché i bordi erano incrostati di ruggine), e pareva essere stata provocata da un colpo di martello che aveva in parte conficcato la testa del chiodo nella parte alta del saliscendi inferiore. Rimisi quindi con cura la capocchia nella cavità da cui l’avevo tolta, e la rassomiglianza con un vero chiodo fu perfetta; la crepa era invisibile. Premendo la molla, alzai delicatamente la finestra di qualche pollice; la testa del chiodo si alzò con essa rimanendo ben salda nel suo incavo. Richiusi la finestra, e di nuovo la rassomiglianza con un chiodo fu assoluta.

“Fino a questo punto l’enigma era stato sciolto. L’assassino era fuggito dalla finestra che dava sul letto. Scendendo automaticamente dopo la sua uscita (o forse anche chiusa di proposito), essa era stata bloccata per mezzo della molla; ed era stata la tenuta della molla ad essere scambiata dalla polizia per l’azione del chiodo, il che aveva fatto loro ritenere superflue ulteriori ricerche.

“Il problema successivo riguarda la discesa. A questo riguardo avevo già condotto soddisfacenti indagini durante il giro fatto con voi intorno al caseggiato. A circa cinque piedi e mezzo dalla finestra in questione corre un cavo da parafulmine. Da questo cavo sarebbe impossibile a chiunque raggiungere la finestra, e tanto meno penetrarvi all’interno. Notai tuttavia che le imposte del quarto piano erano del tipo che i falegnami parigini chiamano ‘ferrades’ – sono scuri che ben raramente vengono usati oggigiorno, ma che sono frequenti nelle antiche case di Lione e Bordeaux. Hanno la forma di una comune porta (a battente unico), con la sola differenza che la parte superiore è a inferriata oppure lavorata a graticcio e offre pertanto un eccellente appiglio alle mani. Nel nostro caso sono larghe tre buoni piedi e mezzo. Quando le vedemmo dal retro della casa, erano entrambe semiaperte, formavano cioè un angolo retto con il muro. E’ probabile che anche la polizia, al pari di me, abbia esaminato il resto del caseggiato; ma, in questo caso, guardando le ferrades nel senso della larghezza (come devono aver fatto) deve essere loro sfuggita l’entità di questa ampiezza o, comunque, devono aver trascurato di tenerla nella debita considerazione. Infatti, una volta convintisi che nessuna uscita era possibile da questa parte, era naturale che vi svolgessero un’ispezione piuttosto superficiale. Però io capii subito che l’imposta della finestra situata dietro al letto, quando fosse stata spalancata completamente, si sarebbe trovata a circa due piedi dal cavo del parafulmine. Era anche evidente che, facendo uso di un eccezionale grado di agilità e di coraggio, si sarebbe potuto, dal cavo, entrare attraverso la finestra. A una distanza di due piedi e mezzo (sempre supponendo che l’imposta fosse completamente spalancata) un ladro avrebbe potuto aggrapparsi saldamente al traliccio dell’inferriata. Lasciando quindi andare la presa del cavo, puntando fermamente i piedi contro il muro, e compiendo un grande balzo, avrebbe potuto far oscillare l’imposta fino a chiuderla, e, se supponiamo che in quel momento la finestra si trovasse aperta, proiettarsi perfino dentro alla stanza.

“Vorrei che vi soffermaste particolarmente sul fatto che ho parlato di un grado eccezionalmente inconsueto di agilità come requisito indispensabile per riuscire in un’impresa così ardua e difficile. E’ mia intenzione dimostrarvi, in primo luogo, che era possibile compierla: ma in secondo luogo e SOPRATTUTTO, desidero attirare la vostra attenzione sul carattere straordinario, quasi soprannaturale di quella agilità che avrebbe potuto portare ad effetto l’impresa.

“Direte senza dubbio, ricorrendo al linguaggio legale, che ‘per provare le mie affermazioni’ dovrei sottovalutare l’agilità richiesta dal caso piuttosto che insistere a volerla mettere in piena evidenza. Questo sarebbe il processo seguito dalla legge, ma non proprio quello della mia ragione. Il mio fine ultimo è semplicemente la verità. Il mio scopo immediato è di condurvi a combinare questa agilità eccezionalmente insolita di cui ho parlato, con quella voce molto strana, stridula (o aspra) e sconnessa, sulla cui nazionalità non ci furono due persone che riuscissero a mettersi d’accordo, e nei cui suoni non si è riusciti a identificare nemmeno una sillaba”.

A queste parole un’idea vaga, informe di quel che Dupin intendeva dire mi balenò nella mente. Mi pareva di essere sull’orlo della comprensione, senza peraltro la capacità di capire, come gli uomini a volte si trovano sul punto di ricordare, senza poter per tanto riuscire a far riemergere il ricordo dall’oblìo.

Il mio amico proseguì.

“Avrete notato,” disse, “che ho spostato il problema dalla via d’uscita alla via d’entrata. Era mia intenzione suggerire l’idea che sia una che l’altra sono state effettuate alla stessa maniera nello stesso punto. Ritorniamo ora all’interno della stanza.

Esaminiamo lo stato in cui fu trovata. I cassetti del comò, si è detto, sono stati saccheggiati, anche se molti capi di vestiario vi si trovassero tuttora. Questa conclusione è assurda. E’ una semplice supposizione e nulla più, e per giunta molto sciocca.

Come possiamo sapere se gli articoli trovati nei cassetti non rappresentassero l’intero contenuto di questi ultimi? Madame L’Espanaye e sua figlia conducevano una vita molto ritirata… non vedevano nessuno… uscivano raramente… non avevano certo bisogno di cambiarsi sovente d’abito. Quelli trovati non erano per qualità inferiori a qualsiasi altro capo che le signore potessero possedere. Ora, se un ladro aveva rubato qualcosa, perché non si era preso il meglio… perché non aveva trafugato tutto? Insomma, perché avrebbe dovuto abbandonare quattromila franchi in oro per caricarsi un fagotto di biancheria? L’oro fu lasciato. Quasi tutta la somma a cui accennò Monsieur Mignaud, il banchiere, fu rinvenuta in borse sul pavimento. Vi prego pertanto di scacciare dalla mente l’idea avventata del ‘ movente ‘, spuntata nel cervello degli agenti di polizia in seguito a quelle deposizioni che accennano ad una consegna di denaro sulla porta di casa.

Coincidenze dieci volte più straordinarie di questa (consegna del denaro, e assassinio commesso entro tre giorni dall’avvenuto ricevimento), accadono a ciascuno di noi in ogni momento della nostra vita senza attirare neppure momentaneamente l’attenzione.

Di solito le coincidenze sono dei gravi inciampi sul cammino di quella classe di pensatori educati a ignorare la teoria delle probabilità, quella teoria alla quale gli oggetti più insigni dell’umana ricerca devono le più insigni illustrazioni. Nel nostro caso, se l’oro fosse scomparso, il fatto di essere stato consegnato tre giorni prima avrebbe dato adito a qualcosa di più di una semplice coincidenza. Avrebbe costituito una conferma a quest’ipotesi del movente. Ma, da come sono andate effettivamente le cose, se supponiamo che l’oro sia stato il motivo di questa carneficina, dobbiamo anche pensare che il suo esecutore fosse un idiota così titubante da rinunciare e all’oro e al movente insieme.

“Ora, tenendo bene a mente i punti su cui ho richiamato la vostra attenzione, – quella voce strana, l’insolita agilità e la stupefacente assenza di motivo di un assassinio come questo stranamente selvaggio – passiamo a esaminare la strage stessa.

Abbiamo una donna strangolata con le mani e introdotta per la cappa del camino a testa all’ingiù. Gli assassini comuni non uccidono in questo modo. E meno che mai si disfanno così della vittima. Nel modo con cui il cadavere è stato incastrato nel camino, converrete che c’è qualcosa di eccessivamente ‘ outré ‘:

qualcosa del tutto incompatibile con il concetto che di solito noi ci facciamo relativamente alle azioni umane, anche quando supponiamo che gli autori siano uomini fra i più depravati.

Pensate poi quanta forza ci deve essere voluta per spingere con tanta violenza il corpo su per il camino attraverso un’apertura da cui a malapena poterono disincagliarlo gli sforzi combinati di diverse persone!

“Occupiamoci ora degli altri indizi attestanti l’impiego di una forza così prodigiosa. Nel caminetto c’erano delle ciocche folte – molto folte – di capelli umani grigi. Sapete bene quanta forza occorra per strappare a questo modo dalla testa in una sola volta anche soltanto venti o trenta capelli. Avete visto le ciocche in questione, al pari di me. Le radici (vista atroce) erano raggrumate con dei frammenti di cuoio capelluto: segno inconfondibile della forza straordinaria esercitata a divellere forse mezzo milione di capelli in un sol colpo. Non soltanto la gola della vecchia signora era stata tagliata: la testa era letteralmente recisa dal busto: e l’arma era un semplice rasoio.

Voglio che vi soffermiate anche sulla BRUTALE ferocia di questi atti. Non parlerò delle ecchimosi riscontrate sul corpo di Madame L’Espanaye. Monsieur Dumas e il suo insigne collega Monsieur Etienne, hanno dichiarato che vennero inflitte da qualche oggetto contundente; e fin qui questi signori sono nel vero. Lo strumento ottuso era evidentemente il pavimento di pietra del cortiletto su cui la vittima è piombata cadendo dalla finestra dietro al letto.

Questa idea, per semplice che possa sembrare ora, non venne in mente alla polizia per la stessa ragione per cui sfuggì l’ampiezza delle imposte: perché la faccenda dei due chiodi aveva loro impedito, nel modo più assoluto, di prendere in considerazione l’eventualità che le finestre fossero mai state aperte.

“Se ora, in aggiunta a tutte queste considerazioni si riflette attentamente sullo strano disordine della camera, si arriva al punto di combinare l’idea di una sorprendente agilità, di una forza sovrumana, di una brutale ferocia, di una strage senza movente, di una ‘ grotesquerie ‘ d’orrore assolutamente incompatibile con la natura umana, e di una voce che risuona straniera alle orecchie di uomini di diversa nazionalità, e priva di qualsiasi sillabazione distinta o intelligente. Che conclusione se ne può dunque dedurre? Che impressione ho fatto sulla vostra mente?” Mi sentii percorrere da un brivido mentre Dupin mi rivolgeva la sua domanda.

“Deve essere stato un pazzo,” dissi, “a compiere questo delitto; qualche pazzo furioso fuggito da una Maison de Santé nelle vicinanze”.

“In un certo senso,” rispose, “la vostra idea ha un qualche fondamento. Ma le voci dei pazzi, anche se in preda alle crisi più furiose, non sono mai state paragonabili a quella voce singolare udita sulle scale. I pazzi sono pur di una data personalità, e il loro linguaggio, anche se si esprimono con parole sconnesse, conserva sempre una coerenza di sillabazione. Inoltre i capelli di un pazzo non sono come quelli che vedete ora in mano mia. Ho strappato questo ciuffetto di peli dalle dita rigidamente serrate di Madame L’Espanaye. Ditemi che cosa ne pensate”.

“Dupin,” esclamai completamente sconvolto, “ma questi capelli sono stranamente insoliti… non sono capelli UMANI”.

“Non ho detto che lo siano,” replicò, “ma prima di decidere su questo punto, vorrei che osservaste lo schizzo che ho tracciato su questo pezzo di carta. E’ un fac-simile di quanto è stato descritto in una deposizione come ‘ecchimosi violaceee e marcate impronte di unghie’, sulla gola di Mademoiselle L’Espanaye, e in un’altra (dei Signori Dumas e Etienne), una ‘serie di lividure, evidentemente dovute a impronte di dita’.

“Noterete,” continuò il mio amico, svolgendo il foglio sul tavolo che ci stava davanti, “che questo disegno dà l’idea di una presa forte e salda. Non appare nessun segno di allentamento. Ciascun dito ha tenuto, probabilmente fino alla morte della vittima, la spaventosa stretta in cui si era all’inizio affondato nelle carni.

Cercate ora di far coincidere le vostre impronte, tutte insieme, con quelle che qui vedete”.

Mi sforzai inutilmente di farlo.

“Probabilmente non stiamo facendo la prova come dovremmo,” disse.

“Il foglio di carta è spiegato su di una superficie piana, mentre la gola umana è cilindrica. Qui c’è un ceppetto di legno la cui circonferenza corrisponde più o meno a quella di un collo.

Avvolgetevi attorno il disegno e ritentate l’esperimento”.

Così feci, ma la difficoltà riuscì ancora più evidente di prima.

“Questa,” dissi, “non è un’impronta di mano umana”.

“Adesso leggete questo brano di Cuvier,” disse Dupin.

Era una relazione minuziosa sull’anatomia e le caratteristiche generali del grande orang-utang fulvo delle isole Indo-Orientali.

Sono abbastanza note a tutti la statura gigantesca, la selvaggia ferocia e le attitudini imitative di questi mammiferi. Di colpo afferrai tutto l’orrore del delitto.

“La descrizione delle dita,” dissi, quando ebbi finito di leggere, “concorda perfettamente con questo disegno. Nessun animale tranne un orang-utang, della specie qui descritta, avrebbe potuto lasciare delle impronte sul tipo di quelle che avete qui disegnato. Anche questa ciocca di peli fulvi presenta delle caratteristiche identiche a quelle attribuite all’animale di Cuvier. Ma quel che non riesco assolutamente a capire sono i particolari di questo orrendo mistero. Inoltre due erano le voci udite nell’alterco, e di queste una apparteneva indiscutibilmente a un francese”.

“E’ vero; e ricorderete un’espressione attribuita a questa voce da quasi tutti i testimoni, l’espressione: ‘mon Dieu!’. Queste due parole, date le circostanze sono state giustamente interpretate da uno dei testi (Montani, il pasticcere), come un’esclamazione di rimostranza o di supplica. Su di esse quindi ho riposto principalmente le mie speranze di risolvere l’intero enigma. Un francese era a conoscenza del delitto. E’ possibile, – anzi è più che probabile, – che sia innocente per quel che riguarda la partecipazione ai fatti di sangue che sono stati commessi. Può darsi che l’orang-utang gli sia sfuggito. Può darsi che lo abbia seguito fino a quella stanza, senza peraltro poterlo ricatturare a seguito delle spaventose circostanze che seguirono. L’animale è ancora libero. Non svilupperò ulteriormente queste ipotesi, – ché non ho il diritto di definirle altrimenti, – dal momento che la consistenza di ragionamento su cui sono basate è a malapena sufficiente per renderle percepibili alla mia mente, e dato che non potrei pretendere di tradurle in termini comprensibili all’intelletto di un altro. Chiamiamole dunque congetture, e parliamone come tali. Se il francese in questione è davvero, come suppongo, innocente di quell’atrocità, questo annuncio che tornando a casa ieri sera, ho lasciato alla redazione di ‘ Le Monde ‘ (un giornale che si occupa di questioni marittime e molto letto dai marinai), ce lo porterà qui a casa”.

Mi porse un giornale su cui lessi:

“CATTURATO nel Bois de Boulogne, all’alba del… corrente (la mattina del delitto), un grosso orang-utang fulvo della specie del Borneo. Il proprietario (che si sa essere un marinaio appartenente a una nave maltese), potrà rientrarne in possesso dopo che lo avrà identificato in modo soddisfacente e rimborsato le spese di cattura e mantenimento. Rivolgersi al n. . ., Faubourg St.-Germain . . . terzo piano”.

“Come avete fatto,” chiesi, “a sapere che l’uomo è un marinaio e appartiene a una nave maltese?” “Non è che lo sappia,” rispose Dupin, “non ne sono CERTO. Qui però c’è un pezzettino di nastro che dalla forma e dall’unto che lo ricopre è servito evidentemente a legare i capelli in una di quelle lunghe ‘ queues ‘ di cui i marinai vanno pazzi. Per giunta pochi che non siano marinai riescono a fare questo nodo che è caratteristico dei maltesi. Ho raccolto il nastro ai piedi del cavo del parafulmine. Non poteva appartenere a nessuna delle vittime. Ma se, dopo tutto, mi fossi sbagliato nel concludere, deducendo, da questo nastro, che il francese è un marinaio appartenente a una nave maltese, non avrei provocato nessun danno dicendo quel che ho detto nell’annuncio. Se sono in errore, egli si limiterà a supporre che sono stato sviato da qualche circostanza su cui egli non si prenderà la briga di indagare. Ma se ho ragione allora guadagno un punto molto importante. Testimone oculare, anche se innocente del delitto, il francese sarà naturalmente in dubbio se rispondere all’annuncio; se richiedere l’orang-utang. Ragionerà così: ‘Sono innocente; sono povero; il mio orang-utang ha un gran valore – una vera fortuna per uno che si trovi nelle mie condizioni – perché dovrei perderlo per paura di un pericolo, paura che potrebbe essere infondata? Eccolo qui, a portata di mano. E’ stato ritrovato nel Bois de Boulogne – a grande distanza dal luogo della strage. Chi potrebbe mai sospettare che sia stata una bestia a commettere un tal delitto?

La polizia è disorientata, non è approdata alla benché minima traccia. Anche nella possibilità che risalissero fino all’animale, non potrebbero provare che sono a conoscenza del delitto, o imputarmene colpevole perché ne sono al corrente. Soprattutto SONO CONOSCIUTO. Colui che ha fatto pubblicare l’annuncio mi definisce come il possessore dell’animale. Non so con certezza fino a che punto egli sappia. Il non reclamare una proprietà di così grande valore, quando si sa che essa mi appartiene, attirerebbe come minimo i sospetti sull’animale. Sarei un ingenuo se facessi convergere l’attenzione della polizia o su di me o sulla scimmia.

Risponderò all’annuncio, mi riprenderò l’orang-utang, e lo terrò chiuso finché sia sbollito l’interesse per questa faccenda’”.

In quel momento udimmo un passo su per le scale.

“State pronto con le pistole,” mi disse Dupin, “ma non usatele e state attento a non mostrarle finché non vi farò un segnale”.

Il portone d’ingresso era stato lasciato aperto, e il visitatore era entrato senza suonare salendo qualche gradino delle scale. Ora però parve esitare. Dopo qualche istante lo sentimmo scendere.

Dupin fece per precipitarsi alla porta, ma ecco che quello riprese a salire. Questa volta non tornò più indietro, ma proseguì con decisione e bussò alla porta della nostra stanza.

“Avanti!”, gridò Dupin, in un tono allegro e affabile.

Entrò un uomo. Era indubbiamente un marinaio – alto, forte, muscoloso, con una cert’aria spavalda nell’aspetto, tutt’altro che antipatica. Il viso, molto abbronzato, era nascosto per più di una buona metà dai baffi e dal ‘ mustacchio ‘. Aveva con sé un grosso bastone di quercia, ma pareva questa l’unica sua arma. S’inchinò goffamente, e salutò con un “buona sera” in un francese che, nonostante risentisse dell’accento di Neuchâtel, indicava ancora sufficientemente l’origine parigina.

“Accomodatevi, amico,” disse Dupin, “immagino che siate venuto per l’orang-utang. Parola mia, quasi quasi ve lo invidio; un superbo esemplare, senza dubbio di grande pregio. Quanti anni credete che abbia?” Il marinaio trasse un lungo respiro, con l’aria di chi venga alleggerito di un peso insopportabile, e poi rispose, in un tono fattosi sicuro:

“Non saprei… ma non può avere più di quattro o cinque anni. Lo tenete qui?” “Oh no; non siamo attrezzati per tanto. Si trova in una scuderia di Rue Dubourg, qui vicino. Potrebbe rilevarlo domani mattina.

Immagino sarete in grado di comprovarne la legittima proprietà”.

“Certo, signore”.

“Mi dispiacerà separarmene,” disse Dupin.

“Non vi sarete preso tutto questo disturbo per niente, signore, ve lo assicuro,” disse l’uomo. “Chi ci ha mai pensato? Sono dispostissimo a pagare una ricompensa per la cattura dell’animale… qualcosa, beninteso, nei limiti del ragionevole”.

“Bene,” rispose il mio amico, “bene; questo è senza dubbio molto bello. Fatemi pensare! Che posso chiedervi? Oh, ecco, la mia ricompensa sarà questa. Mi darete tutte le informazioni di cui siete in possesso a proposito del delitto della Rue Morgue”.

Dupin pronunciò le ultime parole con voce molto bassa e con la massima calma. Sempre con altrettanta tranquillità, si avviò verso la porta, la chiuse e si mise la chiave in tasca. Si tolse quindi una pistola dalla tasca interna della giacca deponendola, senza il minimo cenno di agitazione, sulla tavola.

Il marinaio arrossì come se fosse sul punto di soffocare. Balzò in piedi e afferrò il suo bastone; ma dopo un attimo si lasciò cadere sulla sedia, tremando violentemente, con una espressione cadaverica sul volto. Non disse una parola. Lo commiserai dal più profondo del cuore.

“Amico mio,” disse Dupin gentilmente, “vi allarmate senza ragione, credetemi. Non vogliamo farvi del male. Vi assicuro sul mio onore di gentiluomo che non intendiamo arrecarvi alcun danno. So benissimo che non avete commesso le atrocità della Rue Morgue. Non potrete tuttavia negare di esservi in qualche modo implicato. Da quanto vi ho già detto, avrete capito che ho avuto delle informazioni su questa faccenda, da fonti che neanche vi immaginate. Ora le cose stanno così. Voi non avete fatto nulla che avreste potuto evitare, nulla di certo, che vi renda colpevole.

Non vi siete nemmeno reso imputabile di furto, quando invece avreste potuto rubare impunemente. Non avete nulla da nascondere né avete motivo per nascondere nulla. D’altra parte siete tenuto a confessare tutto quel che sapete per non venir meno a ogni principio d’onore. Un innocente è stato messo in prigione sotto l’accusa di aver commesso quel delitto di cui voi potete svelare l’autore”.

Il marinaio aveva frattanto ripreso gran parte della sua presenza di spirito mentre Dupin pronunciava queste parole; ma la sua baldanza iniziale era del tutto svanita.

“E allora che Dio mi aiuti,” disse, dopo una breve pausa. “Vi dirò quanto so di questa faccenda; ma non mi aspetto che crediate nemmeno la metà di quel che vi racconterò; sarei un vero pazzo se ci sperassi. Eppure SONO innocente, e mi toglierò questo peso dal cuore, anche se dovesse costarmi la vita”.

Questo è quanto, in definitiva, ci disse. Recentemente aveva fatto un viaggio nell’Arcipelago Indiano. Un gruppetto di uomini, di cui egli faceva parte, era sbarcato a Borneo, e si era inoltrato nell’interno in gita di piacere. Lui e un suo compagno avevano catturato l’orang-utang. Alla morte del camerata l’animale era divenuto di sua esclusiva proprietà. Dopo molti guai causati dalla ferocia intrattabile dell’animale durante il viaggio di ritorno, era riuscito alla fine a sistemarlo al sicuro nel suo alloggio di Parigi, dove, per non attirare su di sé l’imbarazzante curiosità dei vicini, lo teneva relegato con cura finché non fosse guarito da una ferita alla zampa procuratagli a bordo da un scheggia del ponte. Suo progetto ultimo era quello di venderlo.

Tornando a casa la notte del delitto, o per meglio dire all’alba di quel giorno, da una bisboccia di marinai, aveva trovato la belva nella sua camera da letto, in cui aveva fatto irruzione da un ripostiglio adiacente dove il marinaio l’aveva rinchiuso, ritenendolo al sicuro. Col rasoio in mano e completamente insaponato , era seduto davanti ad uno specchio e tentava di radersi, come probabilmente aveva visto fare al suo padrone spiandolo dal buco della serratura del ripostiglio. Terrorizzato alla vista di un’arma tanto pericolosa nelle mani di un animale così feroce e abilissimo nell’usarla, l’uomo era rimasto per qualche momento in dubbio sul da farsi. Si era però abituato a calmare l’animale, anche nei suoi accessi più furiosi, ricorrendo a una frusta, e a questa pensò di affidarsi ora. Ma alla vista di questa l’orang-utang spiccò un gran balzo verso la porta, si precipitò giù per le scale, e di qui, attraverso una finestra, disgraziatamente aperta, si lasciò cadere nella strada.

Il francese lo inseguì disperato; la scimmia, sempre col rasoio in mano, si fermava di tanto in tanto per guardare indietro e motteggiare il suo inseguitore finché questi non le era quasi vicino. Poi riprendeva a fuggire. In questo modo l’inseguimento si trascinò a lungo. Le strade erano immerse in un profondo silenzio, poiché erano quasi le tre del mattino. Nel passare da un vicolo sul retro della Rue Morgue, l’attenzione dell’animale fu attratta da una luce che brillava attraverso la finestra aperta della camera di Madame L’Espanaye, posta al quarto piano della casa.

Precipitandosi verso l’edificio, la scimmia notò il cavo del parafulmine, vi si inerpicò con un’agilità incredibile, afferrò l’imposta che aderiva al muro, completamente spalancata, e in questo modo si proiettò direttamente all’interno, sopra la testata del letto. L’intera faccenda non richiese più di un minuto.

L’imposta venne riaperta con un calcio dall’orang-utang nell’atto di entrare nella camera.

Il marinaio frattanto era contento e perplesso allo stesso tempo.

Nutriva ora buone speranze di catturare la belva, dal momento che non avrebbe potuto facilmente uscire dalla trappola in cui si era cacciata se non prendendo la via del cavo, dove egli avrebbe potuto facilmente intercettarla qualora fosse scesa. D’altra parte però, c’era di che preoccuparsi di quel che avrebbe potuto combinare in quella casa. Quest’ultimo pensiero indusse l’uomo a persistere nella sua caccia. Non è difficile arrampicarsi su un cavo da parafulmine , specialmente per un marinaio; ma giunto all’altezza della finestra, che si trovava, discosta, alla sua sinistra, non gli fu più possibile proseguire; tutto quello che gli riuscì di fare fu di sporgersi in modo da poter dare un’occhiata all’interno della stanza. La vista che gli si offrì per poco non gli fece abbandonare la presa dall’orrore. Fu allora che si levarono nella notte le urla spaventose che destarono bruscamente gli abitanti della Rue Morgue. Madame L’Espanaye e sua figlia, già preparate per la notte, erano evidentemente occupate a riordinare delle carte nella cassaforte a cui si è già accennato, che era stata trasportata in mezzo al pavimento. Era aperta e il suo contenuto era sparpagliato per terra. Le vittime dovevano essere sedute con le spalle rivolte alla finestra; e a giudicare dalla pausa di tempo trascorsa dall’entrata della belva al momento delle urla, sembra probabile che di essa non si accorgessero immediatamente. Lo sbattere delle imposte poteva essere stato attribuito al vento.

Quando il marinaio guardò all’interno, la bestia gigantesca aveva afferrata Madame L’Espanaye per i capelli (che erano sciolti perché se li stava pettinando) e le agitava il rasoio sul viso, imitando i gesti di un barbiere. La figlia giaceva per terra esanime; era svenuta. Le grida e il furioso dibattersi della vecchia signora (a cui nel frattempo venivano strappati i capelli dalla testa) ebbero come effetto di mutare in furore le intenzioni probabilmente pacifiche dell’orang-utang. Con una sola mossa decisa del suo braccio nerboruto l’animale quasi le staccò la testa dal busto. La vista del sangue infiammò la sua collera fino alla frenesia. Digrignando i denti, e con gli occhi fiammeggianti, si gettò sul corpo della ragazza, affondandole gli unghioni nel collo e tenendo la presa finché non la vide spirare. In quel momento il suo sguardo che vagava qua e là feroce, cadde sulla testata del letto dietro alla quale si sporgeva il viso del padrone, irrigidito dall’orrore. La furia della belva, che senza dubbio temeva ancora la frusta, si mutò istantaneamente in terrore. Consapevole di meritare una punizione, parve desideroso di cancellare le tracce della sua sanguinosa impresa, e si mise a saltare qua e là per la stanza in un parossismo di agitazione nervosa , abbattendo e fracassando i mobili sul suo cammino, e strappando il pagliericcio dal letto. Alla fine, afferrò dapprima il corpo della figlia e lo forzò su per la cappa, come venne poi ritrovato; poi quello della vecchia signora che gettò fuori subito a capofitto dalla finestra.

Quando la scimmia si appressò alla finestra con il suo sanguinoso fardello, il marinaio, atterrito, indietreggiò verso il cavo, e lasciandosi scivolare più che calandosi, fuggì a casa; spaventato dalle conseguenze che sarebbero derivate dalla strage, e ben felice di non doversi preoccupare, nel suo terrore, della sorte dell’orang-utang. Le parole udite dalle persone che salivano le scale erano le esclamazioni di orrore e paura del francese, mescolate ai selvaggi mugolii dell’animale.

Ho ben poco altro da aggiungere. L’orang-utang doveva essere fuggito dalla stanza, giù per il cavo, poco prima che la porta venisse abbattuta. Doveva aver chiuso la finestra nel momento stesso in cui la scavalcava. La belva fu poi catturata dal suo stesso proprietario, che ne ricavò una forte somma, al Jardin des Plantes. Le Bon venne rilasciato all’istante dopo la nostra esposizione dei fatti (con qualche commento di Dupin) al bureau del prefetto di polizia. Questo funzionario, sebbene fosse ben disposto verso il mio amico, non riuscì a nascondere il suo disappunto per la piega che la faccenda aveva preso, e si lasciò andare volentieri a qualche sarcasmo sulla opportunità che la gente badasse agli affari propri.

“Lasciatelo dire,” disse Dupin, che non aveva ritenuto necessario replicare. “Lasciatelo sfogare: lo aiuterà ad alleggerirsi la coscienza. Ne ho abbastanza di averlo sconfitto sul suo stesso terreno. Tuttavia il fatto che egli sia fallito nella risoluzione di questo mistero non è poi così sorprendente come ritiene; poiché, a dir la verità, il nostro amico prefetto è troppo astuto per essere profondo. La sua saggezza manca di STAMEN. E’ tutta testa e non ha corpo, come le figurazioni della dea Laverna, o, se volete, tutta testa e spalle, come in un merluzzo. Mi piace soprattutto per una certa magistrale definizione mercè la quale si è guadagnato la sua attuale reputazione di uomo scaltro. Alludo alla sua abilità ‘de nier ce qui est, et d’expliquer ce qui n’est pas'”.

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Written by azulines

28 novembre 2009 a 4:02 pm

Pubblicato su detective story, testi

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