archivio Bolaño

dedicato a Roberto Bolaño

il contorno dell’occhio – un racconto inedito di R. Bolaño

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finalmente e’ stato tradotto El contorno del ojo ( http://www.archiviobolano.it/bolano_testi_ojo.html ), un racconto inedito di Bolaño del 1981, pubblicato in versione originale nel  2009 in Messico (le circostanze della pubblicazione si possono leggere nell’Archivio Bolano ).

La traduzione e’ opera del blog  La puttana assassina cuyi va il nostro ringraziamento. L’autore del blog cura anche la rivista Colla, una rivista letteraria in crisi

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IL CONTORNO DELL’OCCHIO di Roberto Bolaño.

Diario dell’ufficiale cinese Chen Huo Deng, 1980.

Giovedì. Una strana creatura simile a una mucca gigante, ma con un becco da anatra. Le parole del giornale mi si sono impresse nella mente, come un indovinello. Mi sono alzato alle cinque di mattina. Dopo essermi lavato ho tirato su la tenda: in lontananza, tra le scarpate, molto lontano dal villaggio, alcuni fuochi mi hanno ricordato gli accampamenti militari della mia adolescenza. Erano i carbonai. Più in là, verso ovest, tra boschi e campi coltivati, la linea ferroviaria e un treno illuminato a metà che si perdeva nella notte.

Martedì. Il commissario politico del villaggio è venuto a farmi visita. Erano le sette di mattina e la porta era aperta. Deve aver pensato che fossi sveglio, così è entrato. È rimasto sorpreso di trovarmi seduto per terra, faccia al muro, senza vestiti addosso. Appena mi sono voltato verso di lui ha iniziato a sbattere le palpebre e ha mormorato che era molto dispiaciuto. Gli ho detto che non importava. Il mio volto rasato di fresco contrastava con la sua faccia assonnata. Poi lui ha detto: buongiorno compagno Chen, e se n’è andato. Sono rimasto per qualche istante ad ascoltare il rumore dei suoi passi frettolosi sulla strada.

Giovedì. Ho trascorso la mattinata col medico. Mi ha chiesto come mi sentivo. Gli ho detto che stavo scrivendo un diario. Ha detto che anni prima aveva letto i miei diari giovanili. Gli ho detto che il diario che stavo scrivendo ora non era destinato alla pubblicazione. Ho scritto molti diari, gli ho detto, la maggior parte frutto della noia, spunti per la mia opera letteraria. Ha detto che sapeva che noi poeti scriviamo mille parole per salvarne una sola. Gli ho risposto che nel mio ultimo diario se ne salvava qualcuna in più e lui ha riso senza capire.

Venerdì. Oggi c’è stato movimento nel villaggio. Di pomeriggio un gruppo di uomini e di donne si è diretto verso il bosco che confina con la Fattoria; il resto della popolazione si è riunito in biblioteca ed è partito più tardi in direzione delle scarpate. Ho avuto paura di essere l’unico abitante rimasto nel villaggio. Ho visto me stesso, solo in casa, e poi ho visto la casa confusa tra le altre case vuote. Nella mia visione c’era qualcosa che non quadrava. Sono uscito in giardino a fumarmi una sigaretta e a pensare; nella casa di fronte si è aperta una finestra e un’anziana che non avevo mai visto prima mi ha sorriso. Sono rimasto lì per un bel po’; ho notato che le piante crescevano con straordinario vigore; in fondo alla strada un cane giocava da solo. Scesa la notte, gli abitanti del villaggio hanno cominciato a tornare. Quasi nessuno parlava, a eccezione dei bambini che sembravano allegri ed eccitati.

Giovedì. Per la strada principale del villaggio ho visto arrivare il commissario politico accompagnato da tre bambini. I bambini parlavano tra di loro e di quando in quando si rivolgevano al commissario. Ho pensato che andassero alla Fattoria. Compagno Chen, ha sorriso il commissario raggiungendo la casa, ma senza entrare, questi studenti devono scrivere un tema sui tuoi libri, ha spiegato: sii gentile con loro.

Compagno, ha detto uno dei bambini, il nostro compito di letteratura di questo mese sarà su di te. Gli ho detto che mi lusingavano, preoccupandomi di chiedergli se era stata un’idea loro o della maestra. Sembravano dei bambini molto seri. Il commissario se ne è andato subito. Mentre i miei ospiti si accomodavano nella stanza mi sono avvicinato alla finestra e l’ho visto allontanarsi lungo la strada della risaia, la testa china come se un grande problema gravasse sulle sue spalle. Il grigio del cielo sembrava malaticcio, venato di bianco, con tenui fosforescenze lungo la linea dell’orizzonte.

Martedì. Una strana creatura simile a una mucca gigante, ma con un becco da anatra è stata vista diverse volte dal mese di agosto in un lago vulcanico vicino alla frontiera con la Corea. Alcuni braccianti l’hanno potuta osservare a 40 metri di distanza, tuttavia non si sa ancora se si tratti di una specie acquatica o anfibia, non si sa come viva né perché questo singolare essere non sia stato notato prima del mese sopraccitato. È venuta a farmi visita la maestra. È una ragazza di una ventina d’anni. Sembra fragile, ma i suoi occhi sono forti e guarda in maniera decisa. Parliamo poco. I bambini, la scuola, la biblioteca. Ha detto che era un onore per loro che io vivessi qui per qualche tempo. Le ho detto che vivevo nel villaggio per prescrizione medica e poi ho aggiunto che avevo avuto un brutto crollo nervoso, che ero stato internato per un mese nell’ospedale militare di Nanning e che alla fine i medici e i miei superiori erano arrivati alla conclusione che la cosa migliore per la mia salute fosse passare un paio di messi in campagna, senza fare niente. Ha detto che già lo sapeva e che sperava che mi sarei ripreso presto. Poi ha proposto di fare una passeggiata. Mentre ci alzavamo ho avuto la sensazione impercettibile ma chiara che fosse angosciata. Abbiamo camminato fino a una collina da cui si scorgeva la Fattoria. All’improvviso ho sentito il desiderio di andarmene, di stare solo. Le ho detto che preferivo tornare, che ero stanco. È normale, ha detto lei. Una volta a casa sono rimasto sveglio fino a tardi ritagliando articoli da diversi giornali.

Giovedì. Wan. Un ragazzino di undici anni può vedere con i suoi occhi, come se fossero raggi X, il cuore, i polmoni e qualsiasi organo interno degli esseri umani. Il suo nome è Shie Zo Hue, vive nella città di Wan, nella provincia di Guizho, e il suo caso è stato esaminato dall’Accademia di Medicina della provincia di Hubel. Il ragazzino può vedere, per esempio, in che posizione si trova il feto di una madre incinta e in un’occasione ha detto di aver visto dei gemelli nel ventre di una donna e il risultato si è potuto verificare poco dopo. Un gruppo di ricercatori si è servito del ragazzo per fare delle radiografie che con altri metodi sarebbero state difficili o pericolose. Shie Zo ha già esaminato 105 pazienti negli ultimi mesi.

Martedì. La maestra mi ha invitato a cena. Arrivato a casa sua ho incontrato cinque persone tra cui conoscevo solo il commissario politico e il ragazzo che scende in città tre volte alla settimana con la corriera. Sono stato accolto con calore, con allegria. Durante la cena hanno parlato di questioni agricole. Una delle commensali, una contadina della Fattoria, ha detto diverse volte “si inonda la valle”. Non ho capito, nonostante l’attenzione che ho prestato alla conversazione, a cosa si riferisse. Dopo la cena la maestra mi ha preso in disparte; siamo usciti in giardino e mi ha chiesto cosa pensassi della guerra. Sono rimasto in silenzio, a studiarla: i suoi occhi erano pieni di lacrime. Dietro di lei le colline erano una macchia nera sotto la luna crescente, però allo stesso tempo erano una macchia mobile, instabile. All’improvviso ho sentito che non eravamo soli: gli altri si erano affacciati alla finestra e da lì ci guardavano con sorrisi trattenuti che si avvicinavano troppo alla pietà.

Martedì. Mi sono svegliato alle quattro di mattina, sudato e con la febbre. Sono uscito a camminare, il villaggio dormiva e si sentiva solo il latrato di un cane proveniente dalla strada per la Fattoria. Mi sono diretto alla biblioteca; aveva la porta chiusa ma non a chiave, come di consueto. Ho acceso una piccola lampada, ho cercato carta e penna e mi sono messo a scrivere. Nel giro di un’ora mi è venuto sonno, ma mi sono fermato ancora un po’ per terminare la prima stesura del mio rapporto. Poi ho spento la luce, ho lasciato tutto come l’avevo trovato e sono tornato a casa. Ho dormito fino alle nove di mattina. Mi ha svegliato il ragazzo che tornava dalla città per consegnarmi i giornali.

Domenica. Pechino. Tre persone sono morte calpestate dalla folla e altre dieci sono state ferite durante un festival di musica moderna, celebrato a Pechino due giorni fa, in occasione della “Festa della Luna”. Oggi si è scoperto che l’impresa responsabile del parco di Beihai, dove si è svolto il festival, ha commesso gravi irregolarità che hanno causato l’incidente. Il recinto era stato preparato per accogliere 25.000 persone, ma l’amministrazione del parco ha venduto esattamente 50.240 biglietti e ha invitato altre persone, fino a raggiungere la cifra di 60.000.

Domenica. Oggi mi sono incontrato con la maestra. Era mezzogiorno e io stavo leggendo fin dalla mattina presto in una radura, nel bosco, quando lei è apparsa preceduta da una quarantina di bambini. Si è seduta con me – nella radura ci sono delle panchine di legno costruite dagli abitanti del villaggio – intanto che i suoi alunni si dedicavano a raccogliere erba e muschio. Sembrava stanca. Mi ha chiesto cosa leggevo. Le ho risposto; dopo siamo rimasti in silenzio, lei evitava di guardarmi. All’improvviso, senza alzare lo sguardo, mi ha chiesto com’era la guerra. È molto dura, le ho detto. La gente muore. Quando mi ha guardato ho compreso che aveva gradito quello che avevo detto. Siamo tornati insieme, tra il baccano dei bambini, io senza capirci niente. Arrivati alla porta di casa mia ci siamo salutati. Sorrideva, alcuni capelli le erano rimasti appiccicati alla fronte. Sono rimasto immobile fino a quando non l’ho vista scomparire, prima le gambe, poi i fianchi, le spalle, la testa.

Sabato. È notte. Dalla mia finestra vedo i fuochi tra le scarpate. Mi chiedo chi siano i carbonai, da quale villaggio provengano, e come risposta mi immagino una pianura bianca. La maestra ha avuto un comportamento strano stasera. Io facevo un giro in bicicletta e lei passeggiava con un gruppo di persone lungo la strada per le risaie. Quando li ho raggiunti alcuni contadini mi hanno consigliato di non proseguire, perché era pericoloso percorrere quella strada in bicicletta. Gli ho chiesto da dove venissero. Hanno risposto che venivano dalle piantagioni di granturco che ci sono vicino alle risaie. Gli ho chiesto se fosse possibile, coltivare il mais vicino alle risaie, e hanno risposto di sì. Mentre parlavamo la maestra ha evitato il mio sguardo e quando ho deciso di tornare indietro con loro si è allontanata intenzionalmente dal gruppo insieme ad altre due donne. Dopo aver camminato un po’ mi sono voltato e ho visto solo due sagome. Stavo chiedendo agli altri dove fosse la maestra quando ho notato che uno dei contadini portava i guanti. Questa scoperta mi ha scosso a tal punto da impedirmi di dire altro durante il resto del tragitto. Ora è notte e forse un giorno di questi mi deciderò a visitare le scarpate. I fuochi sono minuscoli. A volte, tuttavia, la loro luminosità è accecante.

Lunedì. Nella Fattoria tutti stavano lavorando tranne il ragazzo della corriera. Mi sono seduto vicino a lui nel capannone e gli ho offerto una sigaretta. Finito di fumare ha detto che questo pomeriggio sarebbe andato in città, nel caso avessi qualche incarico da affidargli oltre a fargli ritirare i giornali che mi mandano da Nanning. Gli ho detto che non avevo bisogno di nulla. D’accordo, ha detto, un vero rivoluzionario è chi può rifornirsi nella cooperativa del suo villaggio. Lo ha detto sorridendo, scherzando. Gli ho risposto che questo non è il mio villaggio. In tal caso ha ancora più valore, ha detto. Mi sarebbe piaciuto sorridere, però non l’ho fatto. Dopo un po’ mi ha chiesto se sapessi quali sono gli alberi che crescono vicino alla recinzione. Gli ho detto che sono mandorli. Mi ha guardato con un sorriso raggiante e poi mi ha detto che sì, in effetti sono mandorli. Per un istante sono rimasto sconcertato, poi ho sostenuto con calma il suo sguardo fino a quando ha sviato gli occhi. Qualcuno ha fatto risuonare un vaso di ottone e io ho sentito una voce dentro di me che diceva sono le dieci di mattina.

Giovedì. Alcuni scienziati si sono insediati nella zona attratti dal fenomeno e un contadino chiamato Lai Jui Hua lo ha descritto così: “Ha la bocca come quella di un’anatra e la testa come quella di una mucca, ma molto più grande. Anche il corpo è enorme e si muove nell’acqua provocando onde simili a quelle delle barche”. Mi sono svegliato con la febbre. Per un bel po’ sono restato seduto sul letto, gli occhi fissi su un punto della parete, cercando di non pensare a nulla. Rivoli di sudore mi correvano lungo il torace e sentivo i capezzoli freddi come se ci avessero messo del ghiaccio.

Martedì. Ho la febbre, ma cerco di non darle importanza. Mentre scrivevo, il commissario è venuto a invitarmi a una riunione di carattere politico che si terrà dopo un pranzo in campagna. Gli ho domandato, un po’ irritato per essere stato interrotto, se in questo villaggio è consuetudine tenere le riunioni dopo aver mangiato in campagna. Ha tentennato e poi mi ha detto di sì. Una strana abitudine, ho mormorato, e lui mi ha confessato che funzionava così fin da prima della Rivoluzione Culturale. Non mi ha incuriosito per niente e quando il commissario se n’è andato ho ripreso a scrivere.

Giovedì. Sono venuti a salutarmi due comandi militari della città. Erano giovani ed erano nervosi. Li ho pregati di sedersi e mi sono scusato perché non avevo nulla da offrir loro. Hanno tirato fuori una bottiglia di vino e una di acquavite che mi avevano portato in regalo. Abbiamo aperto la bottiglia di acquavite; mi hanno trattato con riguardo e hanno dimostrato di aver letto le mie poesie. Anche uno di loro scriveva e dai versi che ha recitato sembrava avere talento. All’improvviso mi sono reso conto di aver dimenticato di togliere i ritagli di giornale dal tavolo e inevitabilmente questi hanno attratto la loro attenzione. Cosa vogliono dire?, hanno chiesto sorridendo. Non lo so, ho detto, sono notizie che ritaglio. Non hanno insistito e poco dopo abbiamo parlato di altro.

Giovedì. Di notte, prima di addormentarmi, tiro fuori per qualche momento i ritagli e li allineo sul tavolo. Poi mi ci siedo davanti e li contemplo. Sento appena il veicolo dei militari che tornano da Nanning. “Il Youjiang è cresciuto quest’anno”, ha detto uno di loro andandosene. Cosa vuol dire, in realtà? Il mostro ha un becco da anatra, leggo. Questo non può stupirmi né meravigliarmi tuttavia intuisco che dietro queste parole c’è qualcosa che può provocarmi un’emozione più intensa. In alcuni momenti ho la certezza di seguire la pista giusta, in altri credo solo di essere malato.

Martedì. Wu Yunquing, 142 anni, residente a Quinghuabain, provincia di Shaanxi, passeggia in bicicletta per le strade della sua città natale. Per Wu, il segreto della sua longevità risiede nel suo ottimismo, nell’esercizio fisico e in uno stile di vita equilibrato. Secondo lui, questo equilibrio include quattro o cinque ore di sonno al giorno, possibilmente da seduto. Ritaglio anche la foto: si vede un anziano dalla barba bianca, su una bicicletta, che guarda in direzione della macchina fotografica.

Mercoledì. Ho partecipato al pranzo in campagna e poi alla riunione. Il pranzo è stato abbondante, il vino e i brindisi non sono mancati. Dopo ci sono stati due oratori, il commissario politico e una contadina che lavora nella Fattoria. Il discorso di quest’ultima è stato strano, ce l’aveva scritto e il titolo era: “Che fare quando la pioggia ci sorprende per strada?” A metà del discorso, pieno di luoghi comuni, di reiterazioni e di descrizioni minuziose di ferri e utensili da lavoro, mi sono addormentato appoggiato al tronco di un albero abbattuto. A un certo punto, nel sonno, sento la sua voce che dice che la persona che viene sorpresa dalla pioggia deve scavare una buca, mettercisi dentro e poi coprirsi di terra. Mi sono svegliato di soprassalto. Non se n’era accorto nessuno, a eccezione del commissario politico; la sua espressione era una strana mescolanza di ironia e paura. Quando la contadina ha terminato il discorso il commissario ha aspettato che io applaudissi prima di farlo anche lui.

Giovedì. Sugli incidenti del parco Beihai: il capo della sicurezza aveva avvertito i responsabili del parco che vendere più ingressi di quelli concordati avrebbe potuto causare disordini… Alcune canzoni all’ultima moda, cantate in inglese, hanno provocato una forte eccitazione tra il pubblico giovanile… Gli spettatori sono usciti dal recinto disordinatamente, spingendo e sgomitando, e circa sessanta persone sono state calpestate. Tra i dieci feriti, quattro sono gravi.

Giovedì. Il militare più giovane, il poeta, ha detto che la realtà è la cultura. Io guardavo dalla finestra il movimento appena percettibile del villaggio. Per la strada principale due bambini si allontanavano portando qualcosa tra le braccia; dalla parte opposta venivano due donne che spingevano un carretto; parlavano a voce alta, se la ridevano. L’altro ufficiale ha detto qualcosa a proposito delle arme batteriologiche. Non gli ho prestato attenzione, ricordo solo di aver annuito mentre un leggero spostamento in lontananza, tra le scarpate, catturava il mio interesse. Era come se il paesaggio venisse spinto di lato e sostituito da un altro perfettamente uguale, ma nuovo. La sera sono stato a casa del commissario. Vive con sua moglie e con cinque figli, che hanno tutti meno di dieci anni. Gli ho chiesto che razza di assemblea fosse stata quella di ieri. Sua moglie mi ha guardato come se lo avessi minacciato di morte. Il commissario ha detto che non era stata un’assemblea ma una festa. Quando gli ho ricordato che il pomeriggio tutti avevano lavorato, ha aggiunto che si era trattato di una festa minore. La tradizione, ha detto, è quella di celebrarla per metà giornata, con un pranzo collettivo. A mezzanotte, mentre finivo di leggere un libro di divulgazione scientifica e mi preparavo a riesaminare i miei ritagli di giornale, hanno bussato alla porta. Sono rimasto seduto, fermo, non ho voluto rispondere. Hanno continuato a bussare, debolmente, come se non volessero disturbare. Ricordo di aver chiuso gli occhi e di aver desiderato che chiunque fosse credesse che non ero in casa, anche se la luce accesa mi tradiva. Poi la porta, aprendosi, ha fatto un suono stridulo e dei passi leggeri sono scivolati sul pavimento fino a fermarsi a pochi metri da dove mi trovavo. Ho aperto gli occhi: la maestra ha spento la luce e mi ha spogliato senza dire una parola. A tentoni, ho messo via i ritagli, ho lasciato la cartella sul tavolo, ho chiuso la tenda, mi sono diretto con cautela verso il letto. I suoi seni erano piccoli e larghi e ha singhiozzato mentre la penetravo. Poi siamo rimasti abbracciati nell’oscurità parlando di cose semplici, i problemi della scuola, la biblioteca – ha insistito per sapere cosa ne pensassi -, i bambini, la Fattoria, i carbonai che lavorano di notte. A questo punto le ho chiesto perché lavorassero di notte e non ha saputo rispondermi.

Venerdì. Il ragazzo della corriera arriva alle otto di sera da Wuming. Mi avvicino a lui per farmi consegnare i giornali. Il suo viso è pallido e smunto. Con un sorriso mi dice di essere malato. Gli chiedo se è stato dal medico e dice di sì. Ha la diarrea e la febbre. Gli dico che non dovrebbe guidare in questo stato. Risponde che andrà a letto, appena avrà finito di parlare con me. Di sera lavoro in biblioteca, fino all’una. Quando esco ho la sensazione che il villaggio sia vuoto. A metà strada la sensazione si fa più intensa, così come il desiderio di entrare in qualche casa per accertarmene. Comunque, sono in grado di controllarmi, di arrivare fino a casa mia, di spogliarmi, di pensare.

Sabato. Durante la mattinata ho riguardato i ritagli. Il bambino di Wan, il mostro del lago, l’anziano che va in bicicletta, gli incidenti del parco di Beihai. Cos’hanno in comune queste notizie? Ne ho ritagliate altre, però quelle ricorrenti, quelle che mi ritornano alla memoria come spie rosse, sono solo queste quattro.

Giovedì. L’ufficiale ha parlato di armi batteriologiche. Gli ho chiesto a che tipo di armi si riferisse. Quando mi ha guardato i suoi lineamenti hanno iniziato a dissolversi come se una nebbia azzurra lo stesse avvolgendo. Ho pensato: compagno, stai scomparendo.

Venerdì. Di mattina è venuto a visitarmi il medico. Se n’è andato proprio mentre arrivava la maestra. Ho ascoltato come si salutavano sulla porta e poi un lungo silenzio al quale i loro volti, inespressivi, fragili, si adattavano perfettamente. Entrando in casa la maestra mi ha detto che mi trovava bene. Le ho domandato perché lo credesse. Ha risposto che il medico le aveva detto che la mia salute era buona; inoltre, sapeva che scrivevo ogni giorno, un sintomo eccellente.

Sabato. Nel pomeriggio un primo gruppo di persone si è incamminato lungo la strada per la Fattoria. Poco dopo un altro gruppo si è diretto verso le scarpate e il villaggio è rimasto praticamente vuoto. Questa volta volevo sapere dov’erano diretti e così ho deciso di seguire il secondo gruppo: ho preso una bicicletta che qualcuno aveva lasciato vicino alla cooperativa e ho pedalato in direzione delle scarpate. Arrivato alla prima svolta ho capito che non li avrei raggiunti: a un certo momento avevano lasciato la strada e adesso, per raggiungerli, sarei dovuto tornare indietro e avrei dovuto trovare il punto in cui avevano deviato. Mi è sembrato inutile e sono rientrato al villaggio. Mentre passavo davanti casa mia, l’anziana che abita di fronte ha aperto la finestra e ha sporto la testa come se cercasse di acchiappare qualcosa con la bocca. Mi sono accorto, proprio allora, che era cieca. Ho lasciato la bicicletta dove l’avevo presa e sono tornato a piedi.

Lunedì. Il vulcano eruttò tre volte tra il 1597 e il 1702 e le piogge frequenti e la neve trasformarono il cratere in un lago di 10 chilometri quadrati e 373 metri di profondità. Stando a quello che hanno detto i lavoratori che conoscono la zona, l’abbondanza dei microrganismi nel lago potrebbe benissimo essere la causa della presenza di animali acquatici. Le piante del giardino danno l’impressione di un’immobilità perfetta. Ho pensato alla bicicletta di Wu Yunquing, alla sua barba bianca, quasi finta. Nato nel 1838. La giornata è piena di nubi minacciose, fa caldo. Per un momento ho creduto che i ritagli si proiettassero sulle scarpate. Ho chiuso gli occhi; l’immagine ha tardato a svanire. Alcune persone affermano che Shie Zo vede normalmente tutte le persone nude a causa del potere dei suoi occhi. All’improvviso comincia a piovere e allora so di essere l’unico che presta attenzione a quello che sta succedendo. Questa può essere la fine, penso. In quel momento la pioggia cessa.

Lunedì. Non potrò mai stabilire una relazione tra i ritagli; in che modo si collega la strana creatura del lago con i disordini del parco Beihai? In che misura il miracoloso potere di Wan ha la stessa natura della longevità di Wu Yunquing? So solo che succedono cose molto insolite (straordinarie). Mentre il militare più giovane recitava qualcosa di Mao Dun, ho osservato che la vita nel villaggio è sempre uguale a sé stessa. La maestra usciva dalla scuola circondata dai bambini e guardava in direzione di casa mia, senza vedermi. La corriera rimaneva parcheggiata vicino alla cooperativa. Più in là giocavano due cuccioli di cane, e un bambino, con una palla in mano, li osservava. Il colore del cielo era di nuovo grigio e lungo il fianco delle scarpate mostrava delle frange fosforescenti, ripugnanti, come se quella parte del cielo avesse la lebbra. Ho provato una profonda, indefinita, pietà. Senza perdere il sangue freddo ho corso verso il patio sul retro e ho vomitato. Gli ufficiali sono usciti a cercarmi e hanno tentato di portarmi al bagno, ma non gliel’ho permesso. Mi è bastato guardarli, con le labbra ancora sporche di bile, perché non avanzassero di un altro passo. Poi ho mentito: non sono più abituato a bere, ho detto.

Lunedì. Non sono malato. Il mio nome è noto in tutte le province del Paese. Ho 45 anni e da 15 presto servizio nell’esercito. Ho ricevuto molteplici decorazioni. A 25 anni ho pubblicato il mio primo libro e da allora la mia produzione letteraria è stata ininterrotta. Sono sano e forte, ho dimostrato a me stesso che posso resistere alla fame e al dolore. Per sei anni ho vissuto in Vietnam dove sono stato consigliere dell’esercito popolare nella lotta contro gli imperialisti e i loro lacchè. Ho vissuto a Hoa Binh e Phat Diem; nel 1971 sono stato ferito in un villaggio vicino a Phu Dien Chau e sono tornato nel mio Paese. Nel 1979, durante il conflitto bellico cino-vietnamita, ho combattuto contro i miei vecchi alleati. La mia divisione era stanziata a Jinxi e io facevo parte dello Stato maggiore. Finita la guerra sono stato assegnato A Nigming, vicino alla frontiera, e in poco tempo mi sono ammalato. Stavo nell’ospedale militare di Nanning dove il mio recupero è stato rapido; dopo, per volere dei medici e col beneplacito dei miei superiori, sono stato mandato in questo villaggio per riposare.

Venerdì. Dalle cinque di mattina fino alle dodici sono rimasto seduto a terra, nudo, cercando di pensare. È difficile; a volte il corpo sembra un buco e tutto il resto, le idee, le parole, le scoperte, sono come gioielli, belli ma superflui. Se avessi tempo, ho pensato, mi piacerebbe trasferirmi a Pechino e indagare a fondo sugli incidenti del parco Beihai. Una sola domanda: chi ha autorizzato la vendita degli ingressi? E perché? A questa seconda domanda, certo, potrei rispondere se riuscissi a interpretare correttamente i ritagli.

Sabato. Sono uscito di mattina. Mi sono procurato una bicicletta nell’officina della Fattoria e sono partito subito. Il ragazzo della corriera mi ha visto abbandonare il villaggio e ha gridato qualcosa di incomprensibile. Mi sono voltato a guardarlo, non mi sono fermato. Mi è corso dietro per un tratto ma dopo qualche minuto ha desistito; dallo specchietto retrovisore sono riuscito a vedere che mi diceva addio con le braccia. Ho pedalato per tre ore in direzione delle scarpate e poi mi sono fermato a riposare. Ero zuppo di sudore però mi sentivo bene. La bicicletta era vecchia e aveva il telaio arrugginito, però reggeva; era pesante e resistente, una di quelle che si costruivano una volta. A mezzogiorno sono arrivato a una collina povera di vegetazione da dove ho intravisto un villaggio. Ho preso il binocolo e ho messo a fuoco le vie per un po’. Neanche una persona, nemmeno un movimento. Un chilometro più avanti la strada si biforcava. Un sentiero, quasi nascosto dal bosco, portava al villaggio; l’altro proseguiva verso le scarpate. Ho notato l’assenza di suoni, la quiete che sembrava pendere dai rami più alti degli alberi. Ho pensato testualmente: la quiete pende da un ramo, e ho avuto un giramento di testa. Mi sono mantenuto in piedi, perplesso, come se mi trovassi in un bosco di enigmi e dovessi cercare di non perdere il senno. Alla fine sono rimontato sulla bicicletta e mi sono allontanato in direzione delle scarpate.

Martedì. La maestra è venuta a mezzogiorno. Portava i temi che i suoi alunni avevano scritto sulle mie opere. Me li ha dati, sorridendo, e ha aspettato che li leggessi. Che te ne pare? Compagna, le ho detto, mi fanno venire voglia di piangere. Allora piangi, ha detto lei. Ci siamo spogliati e abbiamo fatto l’amore. Poi lei ha detto, ridendo, che non l’aveva mai fatto a quell’ora. Attraverso la cornice della finestra ho visto un cielo grigio, di una lucentezza opaca, e ho pensato che era strano che non mi turbasse.

Martedì. Al calare della notte la maestra è tornata a casa mia. Abbiamo mangiato insieme, abbiamo lavato i piatti, ci siamo seduti a lavorare allo stesso tavolo; lei preparava le sue lezioni e io scrivevo gli ultimi paragrafi del mio rapporto. Nel silenzio della mezzanotte ho sentito passi di persone che si dirigevano alla casa vicina. Le ho chiesto cosa succedeva. Ha detto che la vecchia cieca era malata. In pochi minuti era tornato il silenzio. Era il medico? Ho chiesto. No, ha detto lei, il medico vive a Wuming, era gente del villaggio. Mi sono messo a letto pensando alla vecchia. Attraverso il buco della tenda vedevo la maestra curva sul tavolo. Ho chiuso gli occhi e ho sorriso, i bambini avevano scritto “ottimismo e fiducia nel futuro”. Ho provato a ricordare, non so per quale ragione, la faccia del giovane ufficiale e poeta, e al suo posto sono apparse le figure dei bambini che circondavano il commissario politico alla fine della strada. Tremavo, mi ha raccontato lei il giorno seguente. Mi sentivo felice.

Venerdì. Mi sono svegliato alle sei di mattina. Ho detto alla maestra che non doveva essere stato facile per gli abitanti del villaggio sopportare la mia presenza. Mi ha guardato sorpresa. No, ha detto, i contadini sono generosi. Temevano soltanto che non ti sentissi bene. Mi sento bene, le ho detto. Prima di andarsene mi ha accarezzato una mano. Non mi sono mosso dalla porta fino a quando non l’ho vista sparire per una via laterale. Dappertutto si vedeva gente che lavorava. Sono uscito nel patio sul retro e mi sono lavato con secchi d’acqua fredda. Ho sentito il desiderio di cantare. Naturalmente, non l’ho fatto.

Sabato. Alle sei del pomeriggio ho avvistato un altro villaggio. Stavo osservando il villaggio da un albero, con gli stessi risultati della volta precedente. Era strano, alla mia destra diventava sempre più forte il rumore di un fiume, come se il Youjiang avesse straripato, sebbene io sapessi che il Youjiang si trovava almeno a 25 chilometri alla mia sinistra. Il caldo era insopportabile e minacciava di venir giù un acquazzone. Questa volta era inevitabile passare per il villaggio, a meno che non ci girassi attorno, ma in questo caso avrei dovuto lasciare la bicicletta. Sono entrato lentamente, a passo d’uomo, col timore di turbare il silenzio che regnava. Quando ho superato la prima casa ha iniziato a piovere. Quasi all’istante l’acqua ha formato una cortina così densa che impediva qualsiasi tipo di visibilità. Ho lasciato la bicicletta appoggiata vicino a un abbeveratoio e sono entrato correndo nell’abitazione più vicina. Non c’è stato bisogno di bussare, la porta era aperta e mi è bastata una sola occhiata per capire che lì non viveva nessuno. Quando la pioggia è diminuita sono entrato nelle altre case: erano tutte disabitate da molto tempo. Mi sono seduto a terra, sotto la gronda di una capanna, e ho aspettato. Quando ho deciso di proseguire era buio. Mentre cercavo la bicicletta ho notato che tra le scarpate c’erano già i primi fuochi dei carbonai. Carbonai nella provincia di Kuangsi? nonostante la pioggia? Ho preso il binocolo e ho messo a fuoco fino in cima. I fuochi balenavano appena. Mi sentivo febbricitante, tuttavia ho proseguito.

Sabato. Due chilometri più avanti la strada terminava vicino a un pozzo. Intorno al pozzo avevano creato una specie di spiazzo e su entrambi i lati c’erano panchine di legno, ammuffite, con le spalliere decorate con motivi floreali. Mi sono seduto su quella di sinistra. Sapevo che alle mie spalle i fuochi crepitavano sebbene non potessi sentirli. Il rumore sordo del fiume si imponeva su qualsiasi altro suono.

Domenica. La tonalità del cielo è la stessa di ieri e dei giorni passati. Di mattina stavo seduto in giardino, con un libro sulle ginocchia, mentre i contadini andavano a lavorare alla Fattoria o alla risaia e diverse ore dopo tornavano dalla Fattoria e dalla risaia e incrociandosi si salutavano o si fermavano a parlare. Alle cinque di pomeriggio il ragazzo della corriera è venuto puntualmente a consegnarmi il pacco dei giornali. Quando stava già per andarsene gli ho chiesto se si fosse rimesso; mi ha guardato sorridendo, senza capire. Stai bene, ora?, gli ho gridato. Si!, ha detto, e la corriera si è allontanata per la strada.

Domenica. Non ho aperto il pacco dei giornali. So che troverei notizie da ritagliare e ormai non importa. Qualcuno si occuperà di bruciare i ritagli che ho conservato e il mio diario. Forse qualcuno si farà avanti e non permetterà che questo succeda. Sospetto che le due possibilità abbiano più di qualcosa in comune.

Lunedì. Mi preparavo a fare una passeggiata quando è arrivato il commissario. Gli ho detto che volevo camminare, che se non gli dispiaceva potevamo fare una passeggiata insieme. Ha accettato con piacere. Abbiamo preso la strada della Fattoria fino ad arrivare al bosco. Mi dica, gli ho chiesto, come si chiama questo bosco. Il commissario ha sorriso con timidezza. Non ha nome, ha detto. Ci siamo seduti a parlare nella radura. La conversazione è stata misurata. Il commissario guardava beatamente i rametti sparsi per terra mentre io cercavo i rami più alti, gli squarci incerti di cielo. Quasi un segno, ho pensato. All’imbrunire siamo tornati a passo lento al villaggio.

Lunedì. Mi sono avvicinato alla finestra della casa vicina. Non era completamente buio e ho potuto vedere l’anziana seduta su una sedia mentre un bambino controllava la padella sopra un fornello a legna. Buonanotte, ho detto, mi fa piacere vederla ristabilita. Chi è? Ha detto l’anziana. Il bambino ha guardato sorridendo e poi è tornato a controllare quello che stava cucinando. Il mio nome è Chen Huo Deng, ho detto. Ah, il soldato, ha sospirato lei. Sono una vecchia asmatica però non posso ancora morire. Mi sembra giusto, ho detto.

Lunedì. Sopra il tavolo ho lasciato in ordine tutto quello che ho scritto in questi giorni. Qui c’è il mio rapporto posticipato e cinque poesie. Sul tavolo rimarrà anche questo diario. Non nascondo nulla. (Per di più, sarebbe inutile.) Vicino ai miei scritti ho lasciato una breve nota segnalando che devono essere consegnati allo Stato maggiore dell’esercito, a Nanning. La casa, che tanto gentilmente mi è stata prestata dal comitato del partito di questo villaggio, la restituisco nelle stesse condizioni in cui mi è stata ceduta. Per il resto, tutto quello che possiedo è dell’esercito. Ora andrò a camminare – è già passata la mezzanotte – fino ad arrivare al bosco. Spero di avere la pazienza di cercare un ramo alto e resistente, nascosto dal fogliame, e impiccarmi.

Written by azulines

9 aprile 2010 at 10:41 am

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falsificare Bolaño

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Bolaño falsificato

‘come nasce e prolifera una falsa notizia basata sul nulla’

9 febbraio 2009

La pubblicazione nell’Archivio Bolaño (immodestamnte questo sito link interno ) dell’ottimo saggio di Jonathan Lethem, The departed link interno tradotto da Paolo Castronovo link interno, è un’occasione per riflettere sulla facilità con cui una falsa notizia, una notizia palesemente falsa, talmente falsa che potrebbe essere smentita senza alcuna difficoltà mediante l’utilizzo delle più elementari regole di giornalismo (ma in questo caso si potrebbe dire del semplice buon senso), non solo non viene smascherata e smentita ma anzi si diffonde ancor più velocemente in tutto il mondo.

Una falsa notizia puo’ essere frutto di un equivoco, dell’ignoranza o della male fede, ma si diffonde perché sono sempre meno i giornalisti che si preoccupano di verificare le fonti e la veridicità dei fatti, limitando il loro lavoro ad un esercizio di copia e incolla, dai comunicati delle agenzie, se non dalle notizie che trovano su internet e perfino in questo caso, senza nemmeno fare delle ricerche incrociate e dei confronti. Ancor piu’ triste e’ dover constatare che perfino i critici, autorevoli intellettuali e scrittori diventino strumento e volano sia pure involontario (ma se non c’e’ dolo certo c’e’ colpa) di questa spaventosa macchina di falsificazione e mistificazione della realtà che sono diventati i media.

Ma veniamo al dunque cercando di ricotruire i fatti e il loro incredibile sviluppo. La notizia di cui si parla e’ la presunta e clamorosa scoperta da parte del giornalismo anglosassone (il che farebbe presumere che i critici e gli scrittori latinoamericani siano siano stati beffardemente ingannati per anni):

Bolaño era tossicodipendente. Bolaño cioè era schiavo dell’eroina. Corollario di questa clamorosa notizia, sorta all’improvviso nel 2007 e diffusasi rapidamente tra i media anglossassoni, e’ che l’insufficienza epatica di Bolaño e quindi la sua morte fosse dovuta alla sua tossicodipendenza.

Jonathan Lethem, nell’articolo citato link interno, pubblicato dal The New York times il 12 novembre 2008, introducendo la figura di Bolaño afferma che mori “a causa di affezione epatica riconducibile all’uso di eroina degli anni precedenti”
. Poco più avanti riassume la sua esistenza con tre aggettivi: “esule, ribelle e tossicodipendente”

The Chilean exile poet Roberto Bolaño, born in 1953, lived in Mexico, France and Spain before his death in 2003, at 50, from liver disease traceable to heroin use years before

The New York Times link esterno

la notizia circolava già da qualche anno nel mondo anglosassone, ma non trovava riscontro nelle riviste e nei blog ispanoamericane. Il che mi lasciava perplesso e curioso.
Nel marzo 2007, Daniel Zalewski in una recensione de I detective selvaggi per The New Yorker fa un’allusione inequivocabile e fa risalire la tossicodipendenza di Bolaño algi ’70 durante la sua residenza in Messico:

“Around this time, he printed up a visiting card identifying himself as “Roberto Bolaño, Poet and Vagabond.” His wanderings punished his body; he later joked that he left behind a trail of teeth, ‘like Hansel and Gretel’s bread crumbs.’ It didn’t help that he was becoming addicted to heroin”.

The New Yorker link esterno

Questo ineguagliabile giornalista a dimostrazione di quanto afferma cita un passo del saggio Letteratura + malattia = malattia (compreso nel libro Il gaucho insostenibile, pag. 148 Sellerio ed) laddove Bolaño parlando dei viaggi afferma che “viaggiare fa ammalare […] quelli che viaggivano impazzivano o, peggio ancora contraevano nuove malattie […] Io per esempio ho viaggiato moltissimo […] Risultato: molteplici malattie. Quand’ero bambino, dei mal di testa […] Da adolescente. insonnia e problemi di indole sessuale. Da giovane perdita di dei denti, che lasciai disseminati, come le bricciole di pane di Hansel e gretel, in diversi paesi.”.nota
Bolaño, dice che viaggiare fa ammalare e oltre alla gastrite e ai problemi sessuali magari fa anche perdere i denti e il sig. Daniel Zalewski grazie ad un encomiabile e singolare lavoro di ermeneutica ne deduce che Bolaño ironizza sul fatto di aver perso i denti a causa della sua tossicodipendenza. Sarebbe il caso di dare un titolo a questa originale deduzione: viaggiare + perdita dei denti = tossicodipendenza

Il 23 giugno 2007, Ben Richards in un articolo pubblicato da The Guardian allude alla “tossicodipendenza di Bolaño”:

“Bolaño left Chile when young to live in Mexico, returning briefly to his home country just before the Pinochet coup; he was briefly detained but then reverted to a nomadic, bohemian, heroin-fuelled existence as a vagabond poet before settling in Spain”.

Ben Richards, The Guardian link esterno

The Guardian (alla faccia del mito della stampa anglosassone) insisterà ancora con queste notizie e anzi il 20 luglio 2008 rincara la dose e in un articolo di Helen Zaltzman si afferma che Bolaño oltre che drogato era anche una spia (?!?) e perfino Trotskyista.

A former Surrealist poet, Trotskyist, spy for the Chilean resistance and heroin addict, Bolaño packed a lot into his 50 years and though he only began writing fiction a few years before his death from liver failure in 2003,

The Guardian link esterno

Nell’agosto 2007 Roberto Ontiveros disegna, in un articolo per il Texas Observer l’idenkit del perfetto delinquente:

“Bolaño grew up in a series of Chilean backwater towns. His father was a truck driver and amateur boxer; his mother taught math. Bolaño was a dyslexic kid, an adolescent with chronic anxiety. He was a dropout, a book thief, and a heroin addict before settling into happy family life”

Texas Observer link esterno

Nello stesso mese Chad Walsh in un articolo per Boise Weekly conferma :

“Bolaño was an intellectual, a Trotskyist, an exile, a global vagabond and, finally, a heroin addict”.

Boise Weekly

Si badi bene, in questa comica, triste e nauseante rassegna stiamo parlando di recensioni critiche, non di articoli di gossip stile Novella 4000. Bolaño dunque viene presentato ai lettori anglosassoni come un vagabondo, ladro, spia, Trotskyista e tossicodipendente. Ma proseguiamo la via crucis per arrivare al prestigioso The Mlllions uno dei blogs letterari più importanti del mondo anglosassone che, il 27 agosto 2007,pubblica un articolo di Garth Risk Hallberg dove di nuovo si da risalto alla storia dell’eroina:

“Broke, addicted, and unknown as of the late ’80s, the former poet kicked heroin and took up fiction writing to support his growing family – a quixotic pursuit if ever there was one. Bolaño would enter his short stories in Spain’s many regional writing contests, often winning multiple prizes with the same piece (camouflaged under a variety of
titles)”.

Bolaño matters – The millions link esterno

Nell’aprile 2008, Scott Esposito noto critico letterario e d’arte ( di cui abbiamo pubblicato due interssanti interviste a Natasha Wimmer, traduttrice de I detective selvaggi link interno e di 2666 link interno) scrive un articolo dedicato a Bolaño per la rivista Hermano Cerdo dove allude di nuovo alla tossicodipendenza dello scrittore collegando in modo surrettizio l’uso della droga all’affermazione dello stesso Bolaño di aver perso i denti “disseminati come bricciole di pane” a causa di tanto viaggiare, per poter dimostrare a tutti noi di aver letto almeno uno dei saggi inclusi nel libro Il gaucho insostenibile

“la adicción a la heroína de Bolaño debió de ser un asunto bastante feo y vagabundear por México no es que sea demasiado glamoroso. En una ocasión, Bolaño comentó que fue dejando un rastro de dientes a modo de migas de pan” Hermano cerdo link esterno

A questo punto qualsiasi lettore avveduto non potra porsi la domanda spontanea di chi sia l’autore di questa senzazionale scoperta e come abbia fatto, visto che tutti i critici e gli scrittori e i giornalisti spagnoli e latinoamericani ne sono all’oscuro ( a meno che non siano tutti quanti complici omertosi). Mistero! Sara’ stata un’intercettazione telefonica (resa possibile grazie ai potenti mezzi teconlogici di cui dispongono gli angloamericani) che registra la voce di Bolaño mentre supplica il suo pusher di fornigli a credito la dose quotidiana? o sarà stato un agente dell’agenzia antidroga americana (notoriamente efficiente nell’immischiarsi negli affari interni latinoamericani per colpire i trafficanti di droga che invece proliferano e ingrassano grazie alla crescente domanda proveniente dal generoso popolo dei consumatori USA) che ha colto in fragrante con l’aiuto del satellite il povero Bolaño che tenta di rubare dei libri per scambiarli con una dose? Mistero, la notizia si diffonde fino al punto che non è piu’ una notizia, ma un fatto conclamato, un elemento acquisito della biografia di Bolaño, ma anche della sua poetica. Mistero! volenti o nolenti dobbiamo ingurgitare il fatto che grazie all’acume e alla serietà della critica anglosassone, ora sappiamo che Bolaño, oltre ad essere un vagabondo, ladro spia e militante rivoluzionario era anche un tossicodipendente.

Arriviamo così all’articolo del citato Lethem, scrittore di valore e di prestigio, i cui libri sono pubblicati anche in Italia, che stabilisce senza battere ciglio la causa della morte di Bolaño riconducibile all’uso di eroina “negli anni precedenti”. Al lettore l’intelligenza di capire se quest’uso risale, al 2001 oppure al 1985, o forse al 1976 magari in seguito alla frustrazione di Arturo Belano il personaggio de I detective selvaggi che, dopo aver finalmente trovato Cesarea Tinajero, ne causa involontariamente la morte.

Per finire in bellezza, la prestigiosa rivista Time nell’articolo a firma di Lev Grossman del novembre 2008, che designava 2666 quale libro dell’anno, ribadisce la storia del poeta maledetto ed eroinomane, ma in questo caso la tossicodipendenza viene collocata negli anni ’80, in Europa:

“In 1977 Bolaño moved to Europe and misspent an entire decade there as an itinerant laborer, living the life of a poète maudit and striking up an acquaintance with heroin. But in 1990, finding himself a husband and father, Bolaño decided to kick the smack and take up writing fiction in the hope of supporting his family”.

Time link esterno

A svelare finalmente il mistero di questa senzazionale scoperta ci prova Gustavo Faverón Patriau , critico e professore universitario nel Bowdoin College (già professore alla Stanford University e Middlebury College). In un articolo illuminante ( e di cui questo e’ completamente debitore ), che i giornalisti e i critici dovrebbero “leggere in ginocchio” (come diceva Bolaño), pubblicato nel suo blog link esterno , avanza l’ipotesi che la fonte su cui si basa questa mostruosa mistificazione si può desumere da un articolo di Marcela Valdes ( di cui un saggio link interno è presente in questo archivio) per il settimanale liberale The Nation intitolato “Windows into the Night”, dove per la prima volta viene citata la fonte che certifica la verità della notizia:

“In several of his essays he refers to the fact that he can’t drink alcohol anymore, that just one drink could kill him, a change he must have felt keenly since, reading between the lines, it appears that heavy drinking and a heroin addiction may be what demolished his liver in the first place. Bolaño kicked dope in 1988, an experience he describes in “Beach”–a five-page essay composed of a single, harrowing sentence. A fragment of it reads: “thoughtlessly, I would get an urge to cry, and I’d get into the water and swim, and when I had already gotten myself pretty far from shore I’d look up at the sun and it would seem strange to me that it was there, so big and so different from us…” In this way he almost drowned himself twice”.

the nation link esterno

In questo articolo, ohibo’ ragazzi, viene svelata la fonte certa e inappellabile del fatto che Bolaño era un tossico (si badi bene un tossico, cioe’ un tipo che se non gli dai la dose ammazza la madre, o meglio ancora alle due al mattino telefona all’amico Sergio Gonzales rodriguez – l’autore di Ossa nel deserto -, profondo conoscitore del narcotraffico messicano, di mandargli per DHL una partita di droga, altrimenti lo eslude come personaggio di 2666 o magari lo fa morire), la fonte e’ Bolaño stesso: Bolaño secondo questa acutissima giornalista (e come tutti gli altri  critici rima di lei) confessa lui stesso di essere tossicodipendente in un testo pubblicato sul quotidiano spagnolo “El mundo”, che la volgare critica latinoamericana considera un racconto ma che lei grazie a un superiore lavoro di ermeneutica considera “saggio”, per non dire confessione autobiografica.

Insomma aiutatemi voi che avete avuto la pazienza di leggere fin qui, perché io a questo punto devo capire se mettermi a piangere o a sghignazzare.

Bolaño scrive nel 2000 un racconto per El Mundo, intitolato “Spiaggia” nota ( incluso nel libro Tra parentesi ) dove il protagonista e io narrante e’ un tossicomane. Stiamo parlando di un genere letterario, quello del racconto appunto dove regna la finzione. Devono passare 7 anni perchè la critica anglosassone, scopra che questo racconto e’ in realtà una confessione pubblica di Bolaño che dichiara al mondo di essere un tossicodipendente. Con lo stesso criterio io sono autorizzato a proclamare che Bolaño e’ morto e resuscitato e la prova e’ il fatto che Belano, dopo essere morto in Africa ne “I detective selvaggi” e’ ricomparso nei racconti successivi.

Questa “cazzata” (come si potrebbe definire altrimenti!) insomma, diventa il verbo e il fondamento della vita e della poetica di Bolaño. Questa “rivelazione” è l’assioma, l’incipit imprescindibile di qualsivoglia saggio o recensione di intellettuali, critici e persino scrittori del calibro di Lethem.
Il fondamento e la genesi della poetica e dello stile di Bolaño, l’origine del genio creativo dello scrittore è la sua tossicodipendenza, una vita da vagabondo sdentato, ladro, spia (oltre che bugiardo, perche’ di lui si arriva a dire che ha mentito circa la prigionia nelle carceri di Pinochet), e militante rivoluzionario troskista per di piu’. Un moderno frankenstein costruito con pezzi di kerouak, Jim Morrison, Rimbaud, Che Guevara, Miss O Hara.

Cazzo! E tutti gli scrittori e critici e intellettuali latinoamericani, che hanno dedicato saggi e interi libri all’opera (badate bene all’opera di Bolaño) ? Rodrigo fresan Vila-Matas, Javier Cercas, Alan Pauls, Jorge Volpi, Carlos franz, Juan villoro, Patricia Espinosa ….? tutti rincoglioniti? Reticenti? Complici omertosi?

Per finire c’e’ un’altra spiegazione dello stesso Faveron che sottolinea la differenza nel rapporto tra lo scrittore e il pubblico che c’e’ nei paesi anglossassoni rispetto ai paesi latini:

I libri sulla vita dei grandi autori, o, nel cinema, i film biografici di poeti e romanzieri, sono un costume consolidato e proliferante negli USA e in Inghilterra, un costume tanto antico e remoto come l’opera di Boswell su Johnson

Lo scrittore, in spagna e ancor di più in America Latina, interessa in quanto figura nella società, nella sua relazione con la sfera pubblica, come partecipe della comunità e attore nell’Agorà.

Questa immagine dell’autore è quasi inesistente nell’universo anglosassone, dove lo scrittore è attrattivo come individuo, nella sua intimità – più attrattivo quanto più segreto: Salinger, , Pynchon, McCarthy – ed è investigato e scopèerto in questo arco della circonferenza della sua vita; non in ciò che lo include nella sfera pubblica, ma in quello che lo iscrive nel circuito della sua sfera privata

vogliamo finire questa storia allucinante citando un semplice blogger cileno che per primo ha intuito l’origine della mistificazione: dopo aver letto il saggio di Lethem si chiede:

Non so se lethem avrà letto il racconto [Spiaggia], la peggiore estate della mia vita e chissà se avrà pensato che era autobiografico

Antonio Diaz Oliva – 2666 + Lethem = ¿Bolaño herionónamo? link esterno

e lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas che scrive disgustato

Lascio una new York euforica per il trionfo di Obama, una città già con tempeste autunnali e dove comincia ad essere fatto a pezzi il grande  gigante 2666, il romanzo di Bolamo che The New York Times accoglie con grande entusiasmo e con una assurda errata biografia che avrebbe potuto essere evitata: aggiudicano a Bolaño un passato di eroinomane, dicendo che morì in Spagna nel 2003 “di una malattia di fegato riconducibile al suol’uso di eroina in anni precedenti

Enrique Vila-matas – El Pais 16/11/2008 link esterno


NOTE



Vale la pena citare il passo per intero:

Viaggiare fa ammalare. Una volta i medici raccomandavano ai lori pazienti, soprattutto a quelli che soffrivano di malattie nervose, di viaggiare. I pazienti, che in genere erano ben provvisti di denaro, obbedivano e s’imbarcavano in lunghi viaggi che duravano mesi e talvolta anni. Quelli che soffrivano di malattie nervose ed erano poveri non viaggiavano. Alcuni, come si puo’ immaginare, impazzivano. Ma anche quelli che viaggiavano impazzivano o, peggio ancora, contraevano nuove malattie via via che cambiavano città, clima, abitudini alimentari. In realtà è più sano non viaggiare, è più sano non muoversi, non uscire di casa, stare ben coperti d’inverno e togliersi la sciarpa solo d’estate, è più sano non aprire bocca e non battere ciglio, è più sano non respirare. Ma la verità è che uno poi respira e viaggia. Io, tanto per fare un esempio, ho cominciato a viaggiare da giovanissimo, fra i sette e gli otto anni, all’incirca. Prima sul camion di mio padre, per strade cilene solitarie che sembravano strade postnucleari e che mi facevano venire i capelli dritti, poi in treno e in autobus, finchè a quindici anni presi il mio primo aereo e andai avivere in Messico. Da quel momento in poi i viaggi furono continui. risultato:molteplici malattie. Quand’ero bambino, dei mal di testa così forti che imiei genitori si domandavano se non avessi una malattia nervosa e se non fosse opportuno che intraprendessi, al più presto possibile, un lungo viaggio riparatore. Da adolescente, insonnia e problemi di indole sessuale. Da giovane, perdita dei denti, che lasciai disseminati, come le briciole di pane di Hansel e Gretel, in diversi paesi; cattiva alimentazione che mi faceva venire l’acidità di stomaco e poi la gastrite; abuso della lettura che m icostrinse a portare gli occhiali; calli ai piedi provocati da lunghe camminate senza scopo; un’infinità di influenze e raffreddori mal curati. ero povero, dormivo all’addiaccio e m iritenevo già fortunato se, in fin dei conti, non mi ero mai ammalato gravemente. Abusai del sesso ma non contrassi mai nessuna malattia venerea. Abusai della lettura ma non volli mai essere un autore di successo. Perfino la perdita dei denti era per me una specie di omaggio a Gary Snyder, che una vita di vagabondo zen aveva portato a trascurare la dentatura. Ma tutto prima o poi arriva. Arrivano i figli. Arrivano i libri. Arriva la malattia. Arriva la fine del viaggio.

[Il gaucho insostenibile, pag 147-149] torna su


ecco come inizia il racconto

Smisi con l’eroina e tornai al mio paese e cominciai la terapia di metadone che mi somministravano all’ambulatorio e non avevo molto altro da fare se non alzarmi tutte le mattine e guardare la televisione e cercare di dormire la notte, ma non ci riuscivo, qualcosa mi impediva di chiudere gli occhi e riposare, e questa era la mia routine finchè un giorno non ce la feci più e mi ocmprai un costume da bagno nero in un negozio del centro e me ne andai in spiaggia, con il costume indosso e un asciugamano e una rivista, e stesi l’asciugamano non troppo vicino all’acqua e mi sdraiai per un po’ pensando se fare il bagno o non farlo, mi venivano in mente molte molte ragioni per farlo ma anche alcune ragioni per non farlo (i bambini che facevano il bagno ariva, per esempio), e così alla fine il tempo era passato e tornai a casa, e il mattinoi dopo mi comprai una crema solare e scesi di nuovo in spiaggia …..

[tra parentesi pag 254 ] torna su

Written by azulines

12 febbraio 2010 at 3:43 pm

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La ribellione come metafora del conflitto di Manuela Bernardi

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La ribellione come metafora del conflitto: il caso di Ernst Jünger

di Manuela Bernardi

(fonte: Metabasis;    link del sito che ospita questo articolo )

Ernst Jünger nel 1951 – quindi pochi anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale – scrive un’opera destinata a grande successo, soprattutto tra i giovani, intitolata: Der Waldgang, che in italiano sarà tradotto con il titolo, impreciso ma significativo, di Trattato del Ribelle (1).

Lo scritto si contestualizza in un’Europa drammaticamente divisa tra opposti estremismi ideologici e tragicamente distrutta da una tempesta bellica senza pari. In tale tempesta erano naufragate le speranze – di cui Jünger era stato, a qualche titolo, partecipe – di poter inaugurare, a partire dalla Germania, un modello nuovo di civiltà, in grado di contemperare le istanze della società di massa e le non meno imprescindibili esigenze individuali. L’ideologia del Volk e del “socialismo prussiano” che – come proposta di una terza via tr a capitalismo e socialismo – era stato il collante dei sogni generazionali dei giovani combattenti e di molti cittadini della repubblica weimariana si erano così infranti nel totalitarismo nazionalsocialista, mentre la cupa figura del Forestaro (il protagonista del racconto jüngeriano Sulle scogliere di marmo, che rimanda a Hitler o a qualche altro gerarca nazionalsocialista) sembra prendere il sopravvento sull’ideale del mondo e dell’uomo nuovo che si voleva prefigurare. La violenza, la crudeltà e l’insensatezza sembrano dominare in un mondo – quello nazionalsocialista – che voleva porsi come alternativo al vecchio ed invece si rivela come il regressivo ritorno ad un passato da lungo tempo dimenticato: un passato ancestrale che appare in tutto il suo retaggio di dolore e di sangue (2).

Il regime nazionalsocialista ben presto trasformerà la Germania in quello che Jüng er definirà un moderno “scannatoio”, facendo di quell’eserci! to del l avoro di cui si era augurato l’avvento un “cupo” esercito di schiavi. La rivolta contro il mondo borghese, auspicata da Jünger e dall’intellettualità della Rivoluzione Conservatrice, si era convertita nel trionfo di una piccola borghesia rancorosa, desiderosa di sfogare le proprie frustrazioni e le proprie insicurezze. All’originaria disponibilità di Junger verso il Nazionalsocialismo era subentrato, quindi, un profondo e radicale disgusto.

Egli, comunque, cercò di rispondere a quanto si svolgeva sotto i suoi occhi, e che rappresentava un vero e proprio tradimento dello spirito e degli ideali post bellici (della prima Guerra Mondiale), con il racconto Sulle scogliere di marmo. In questo scritto – pubblicato nel 1939 – Jünger, nel denunciare con chiarezza visionaria, la tirannide, metteva in luce come il suo esito sarebbe stato l’immane orrore delle camere di tortura: la negazione più profonda di quell’eroico valore che aveva contraddis tinto il combattente e che avrebbe dovuto contraddistinguere l’Operaio. “Tali sono i sotterranei” scrive riferendosi a ciò che il protagonista scorge nel bosco “su cui si adergono gli orgogliosi castelli della tirannide e attorno ai quali aleggiano i profumi delle orge: caverne esalatrici di miasmi della più orrenda specie, ove una marmaglia, dannata per tutta l’eternità, atrocemente si diletta di profanare la umana dignità e la libertà umana” (3).

A fronte di queste immagini spaventose, l’eroe della prima Guerra Mondiale chiama a raccolta tutti i cuori nobili in nome di una resistenza che avrebbe dovuto essere una resistenza interiore, una resistenza dello spirito. “Solo i più nobili fra noi” scrive “penetrano sino nelle sedi dell’orrore. Essi sanno che queste orrende immagini hanno vita solo nei nostri cuori, e così procedono come attraverso illusori miraggi oltre di esse, verso la porta trionfale. L’animo nobile viene meravi! gliosame nte esaltato nella sua realtà concreta pur dalle larve” (4).

Fedele a questo modello, Jünger manterrà un costante, aristocratico distacco nei confronti del regime che lo accompagnerà per tutto il tempo che, da richiamato, trascorrerà sia sul teatro bellico che a Parigi, come attestano i suoi Diari.

Nei Diari, esprime, con pacata durezza, le sue riflessioni che sono particolarmente rivolte al presente e agli uomini che vede coinvolti in un destino esclusivamente “zoologico”: “L’uomo va estraendo un nuovo ordine zoologico; il vero e proprio pericolo è di restarvi coinvolti” (5).

Quest’ordine zoologico non è altro che la cifra del male che si diffonde nella società e che bisogna contrastare con l’unica forza possibile: quella dello spirito, l’unica via percorribile in un avamposto che si apre sul nulla: “Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia” (6).

Quello che Jünger, infatti, teme è che ciò cui assiste non sia solo l’esempio di un potere crudele e onnipervasivo, ma l’avamposto dello standard di una società di massa pronta a signoreggiare sugli uomini, imponendo loro leggi inumane e crudeli. È il senso della meditazione sulla tremenda guerra che vive e alla quale dedica quella profonda riflessione che è lo scritto La pace del 1941.

In esso, dopo un’acuta disanima delle distruzioni, delle violenze e della morte prospetta un futuro che, se sarà caratterizzato da strutture globali ed imperiali avrà, comunque, davanti a sé l’incognita e l’ipoteca del nichilismo: “Così già oggi al mondo ideale del nichilismo appar tengono i sogni di sterminio di interi paesi e intere popola! zioni” < A href=”http://www.metabasis.it/recensioni/recensioneBernardi.htm#7″>(7).

A tale affermazione fa da ideale contraltare l’osservazione del Diario in cui – sono gli ultimi mesi di guerra – afferma: “Spaventoso è questo sprofondarsi in spazi sempre più privi di luce, questo allontanarsi meteorico dalla sfera della salvezza. Ininterrottamente da queste voragini deve scaturire distruzioni, sprigionarsi fuoco” (8).

Al divenire che si prospetta non ci può essere altro rimedio (o altra speranza) che quella di uomini che, singolarmente, si ritrovino gli uni accanto agli altri, accomunati da un unico sentire e pronti ad un combattimento che non è destinato a spegnersi con i bagliori della guerra. È il forte richiamo ad un archetipo eroico: “In questa lotta i guerrieri di retto sentire stanno fianco a fianco, come gli antichi cavalieri” (9).

2. IL DOMINIO DELLA TECNICA.

In tale contesto un ruolo particolare è rivestito dalla tecnologia che già nella prima Guerra Mondiale era stata la protagonista incontrastata. Infatti, indipendentemente dall’enorme numero d’uomini implicato nel conflitto, le sorti belliche si erano decise, esclusivamente, in funzione della tecnologia utilizzata. Passata in secondo piano la figura del combattente – che pure aveva avuto un grande rilievo – centrale era stato l’utilizzo d’armi di distruzione sempre più sofisticate e moderne. Esse, in un certo qual modo, hanno tentato di sostituirsi all’uomo, iniziando un processo destinato a continuare, seppur trasposto nella vita civile, nell’immediato dopoguerra. La seconda Guerra Mondiale porta, insomma, alle estreme conseguenze la Mobilitazione Totale, facendone il presupposto stesso della società che avrebbe dovuto sorgere dalle ceneri del Nazionalsocialismo e dagli orrori della guerra. La tecnica, nella sua marcia trionfale, inaugura una socie tà globalizzata ed impersonale in cui l’uomo – apparentemente libero – è dominato e schiacciato dalle stesse istituzioni che lo rappresentano: anch’esse neutrali ed impersonali come la tecnica. La neutralità e l’impersonalità diventano la caratteristica di un uomo sempre più ridotto ad essere un semplice e anonimo esecutore. “Coniata nella forma delle tecnica e del lavoro” così commenta Luisa Bonesio le posizioni jüngeriane “L’umanità diventa una serialità indifferenziata, intercambiabile, sempre più assimilabile a quella materia del mondo che viene manipolata e depredata senza limitazioni. È qui che si aprono le porte alla caduta di ogni residua remora d’ordine spirituale o etico di fronte a quella che si mostra come l’onnipotenza conseguita dall’agire tecnico: nell’indiscutibilità della tecnica e del modello scientifico che la rende possibile, la volontà di potenza dell’homo democraticus decreta la fine di ogni libertà e di ogni bellezza” (10).

Jünger dà voce a questa convinzione con il Trattato del Ribelle che segna un passaggio epocale. Segna la fine della speranza che, nella figura archetipico-eroica dell’Operaio, si potesse plasmare un nuovo dominio. Ma segna anche la convinzione che il lavoro – nella sua espressione tecnologica – mostri, ancora una volta (11), nella guerra da poco conclusasi, il suo aspetto terrificante. Le immani capacità tecnologiche mobilitate dal “lavoro bellico” hanno rivelato la loro priorità sull’uomo e nel contempo la loro autoreferenzialità che, anzi, trovano nella pace un terreno di coltura altrettanto fertile di quello bellico. È la dimostrazione che la tecnica è la vera potenza vincitrice della guerra: la potenza che ha domato ed asservito tutti i belligeranti, indipendentemente dagli schieramenti e dai fronti.

Quello che Jünger osserva nel secondo dopoguerra è, dunque, un mondo che – indipendentemente dalle divisioni politiche e ideologiche – si è trasformato in un immenso cantiere dove quel titanismo, da lui identificato nelle forze del lavoro, è diventato il cieco“servo della lampada” che, in nome della scienza e del progresso, spiana ogni differenza, ogni specificità culturale, religiosa e sociale omologando tutto in base a standard tecnici prefissati.

Dall’osservatorio privilegiato della Germania, Jünger può osservare come la tecnica vittoriosa s’impadronisca di ogni settore dell’esistenza, estendendo la sua pertinenza persino alla natura che viene stravolta nel suo intimo, nella sue stesse configurazioni territoriali. “Lo Stato mondiale” afferma Jünger, rispondendo ad una domanda di un intervistatore “è il punto verso il quale tende l’organizzazione politica dell’umanità: Esso sancirà sul piano politico la globalizzazione già avviata dalla tecnica e dall’economia planetaria. Anche senza elimin are gli Stati nazionali, lo Stato mondiale ne assorbirà il p! otere pr incipale” (12).

Sulla spinta di questa forza straordinaria, sempre più universalistica e globalizzante, prende forma una cultura che spezza definitivamente l’antico rapporto che legava l’uomo, la terra ed il cosmo (13), sostituendovi l’astrazione, il calcolo, lo schematismo geometrico. È quella cultura pericolosamente “debole” (14) che, in nome della ragione, tende a separare l’uomo dalla sua vita interiore, abbandonandolo a se stesso senza alcun punto di riferimento cui ricorrere. “Non ci sono più déi ” scriverà un decennio più tardi Carl Gustav Jung ” cui si possa ricorrere per invocare aiuto. Le grandi religioni del mondo soffrono di una crescente anemia: le soccorrevoli divinità hanno pe r sempre abbandonato i boschi, i fiumi, le montagne, gli animali e gli uomini-dei sono scomparsi nel profondo dell’inconscio. Poi inganniamo noi stessi tentando di persuaderci che colà essi conducono un’esistenza ignominiosa fra le reliquie del nostro passato. La nostra vita presente è dominata dalla dea Ragione che costituisce la nostra maggiore e più tragica illusione. Con l’aiuto della ragione – così tentiamo di rassicurarci – abbiamo “conquistato” la natura” (15).

L’asservimento della terra e della natura, considerata un semplice “oggetto d’uso”, coincide pienamente con l’asservimento dell’uomo, anche se questi tende a dimenticarlo. L’uomo a cui Jünger si riferisce è sicuramente rappresentato dall’uomo-massa – l’erede del borghese, il portato storico della modernità – che vive una pericolosa scissione nella sua personalità. Per un aspetto, infatti, l’uomo-massa vive la dimensione del conscio, ossia della razionalità, che trov! a la sua più alta espressione proprio nella tecnica e nella vita sociale. Per un altro aspetto, vive una vita inconscia – fatta d’emotività, passionalità, istinto, unione con la natura vivente – che, però, è decisamente rifiutata, rimossa e considerata regressiva: sicuramente comunque sepolta nel regno subliminale del profondo (16).

Ne consegue una frattura difficilmente sanabile nella civiltà e nell’uomo occidentale che ha rifiutato – considerandolo primitivo – l’approccio simbolico all’esistere, mentre invece, come nota Neumann, tale approccio “rappresenta un ponte fra la coscienza, che lotta per emanciparsi e sistematizzarsi, e l’inconscio collettivo con i suoi contenuti traspersonali” (17). Il che, se produce una separazione dall’istinto, causa parallelamente un eccessivo sviluppo del le capacità intellettive che, slegate dall’immediatezza naturale, si pensano come l’unica realtà possibile e, nel nome di questa supposta realtà, vogliono asservire il mondo intero. Ma l’asservimento dell’uomo-massa – che rifiuta una parte fondamentale di se stesso e la forza vivente della natura – produce un processo di disumanizzazione che non è più controllabile da nessuno. “Tanto più si è sviluppata la conoscenza scientifica ” sono ancora parole di Jung “tanto più il mondo si è disumanizzato. L’uomo si sente isolato nel cosmo poiché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua “identità inconscia” emotiva con i fenomeni naturali. Questi a loro volta hanno perduto a poco a poco le loro implicazioni simboliche” (18).

Come si può dedurre ciò che si dispiega è quel regno della tecnica – portato estremo della razionalità – in cui Jünger pensava di poter trovare, invece, il nuovo collante di una nuova, ampia e profonda unità tra uomo! e natur a. In realtà, proprio la tecnologia, con il suo dominio scientifico e le sue enormi capacità, è alla base di quella latente infelicità che consegna l’uomo occidentale all’ansia, alla crisi e alla depressione. Nota Jünger: “Ovunque l’Occidente penetri con i suoi metodi e strumenti, affluiscono sì energie, ma scompare la felicità. Gli uomini diventano più potenti e più ricchi, ma non più felici” (19).

Il tema del terrore e dell’angoscia che affliggono l’umanità è particolarmente presente in Jünger che lo denuncia nel Trattato del Ribelle come uno dei flagelli del futuro, in quanto l’uomo stritolato dal meccanismo tecnico-scientifico si sente una sorta di formica dominata e schiacciata, incapace persino di interrogarsi su ciò che vive, assodato che il progresso tecnologico è, come nota Jolanda Jacobi: “ampiamente superiore alla capacità psichica di comprension e” (20).

L’uomo-massa, infatti, oltre ad essere completamente estraniato dalla natura e dal senso della sacralità che da essa proviene, immagina ciecamente di servirsi della tecnica per riaffermare un suo dominio su tutto quanto il vivente, anche a costo della distruzione totale. “L’idea che la fine del mondo sia nelle mani dell’uomo e dipenda dalle sue decisioni è qualcosa di nuovo” (21). È ciò che Jünger considera il moderno titanismo che assedia da vicino l’essere umano con la sua capacità di fornire una spiegazione logica e completa del mondo che razionalizza ogni dimensione della vita e rende l’uomo sempre più dipendente dalle innovazioni della tecnologia.

3. IL SIMBOLO DEL TITANIC E IL NICHILISMO.

L’immagine simbolica – evocata da Junger nel Trattato del Ribelle – che esprime questo stato di cose è quella del transatlantico Titanic, gioiello della tecnica e del progresso, che trascina nella sua corsa verso il nulla i passeggeri ignari del loro destino sino a quando non sono, drammaticamente, costretti a prendere atto della realtà che incombe e della loro prossima morte. Il Titanic – ed è curiosa l’assonanza linguistica tra Titanic e titanismo – possiede una valenza simbolica di straordinaria rilevanza e come tale è stato considerato nell’inconscio collettivo della sua epoca. Esso rappresenta una delle massime conquiste della tecnica: una conquista, però, psicologicamente conturbante che riduce innavertitamente le capacità reattive individuali. Ma come il Leviatano – mostro marino che può offrire una simbolica parentela con il Titanic (22) – improvvisamente può rivelarsi per ciò che è: una moltiplica del caos nichilistico. L’immagine del transatlantico, infatti, mostra come l’uomo, le cui facoltà critiche sono ormai stravolte, non si renda conto che la parte più pericolosa dell’iceberg è proprio quella che egli non vede e che rappresenta le forze elementari soffocate dalla ragione. Sono quelle forze presenti ed operanti nel profondo che l’uomo, dopo essersi consegnato mani e piedi alla signoria della tecnica, oramai non è più in grado di controllare. “Le catastrofi” scrive Jünger “provano fino a quale profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario. È importante che almeno un fascio di radici attinga ancora direttamente a quel terreno – poiché è da questo che dipendono la salute e le prospettive di sopravvivenza anche oltre la civiltà e le sue rassicurazioni” (23). Se l’uom o non riesce ad avere il contatto con questa fonte primigeni! a è ovvi o che, al pari del Titanic, corre il rischio di incontrare gli ostacoli “titanici” e letali. Oppure, per riprendere una più antica metafora, si perde in quel deserto sempre crescente (24), in costante espansione, che è il nichilismo.

Come la metafora della nave, quella del deserto esprime l’incontro e lo scontro con un paesaggio estraneo che può rivelarsi pieno d’insidie e pericoli come il nichilismo, ma che può essere anche il luogo da cui iniziare un cammino di salvezza. Se l’acqua, simbolo del materno, (25) è il regno della rinascita lo è altrettanto il deserto che è l’immagine speculare e ctonia del mare. Il deserto è il luogo dove si può incontrare il demonio, ma anche Dio, come ben sanno i padri della Chiesa. Così Jünger ritiene che – a partire dal “deserto” nichilista – si possa lottare sia contro il nichilismo sia contro il regno della tecnica.. Una lotta condotta con l’ethos dell’antico cavaliere che affronta la sorte in nome del suo destino, espresso dal suo profondo e nativo rapporto con la libertà. In questa lotta egli è il ribelle che si contrappone all’automatismo e al fatalismo, che ne è la conseguenza etica. Il ribelle è, quindi, un archetipo eroico che, dalle profondità dell’inconscio, si attiva in momenti di particolare difficoltà. Il “passaggio al bosco” – metafora della ribellione- necessita, infatti, di qualcosa di diverso dalla legge del Padre che rischia di bloccarlo in un atteggiamento eroico, ma statico-conservativo. Ha bisogno di qualcosa che lo spinga “più in profondità, presso le Madri, al cui contatto si sprigiona l’energia primigenia che le semplici forze del tempo non sono in grado di arginare” (26). La prepotente forza uranica del maschile, d el Padre, deve morire nella discesa nel grembo della t! erra&nbs p; per risalire rigenerata dal contatto con la dimensione primigenia del femminile. Allora soltanto la forza maschile del Padre, congiunta alla forza ctonia della Madre, sarà in grado di dare al Ribelle la forza della complexio oppositorum: la forza che congiunge gli opposti e che è l’unica capace di vincere il nichilismo.

4. IL PASSAGGIO E LA RIBELLIONE.

Passare al bosco equivale a rompere, radicalmente, col presente e comporta la scelta di un nuovo modo di essere e di sapere in opposizione al nichilismo. “Anche solo in vista dell’autoconservazione, l’uomo libero è obbligato a riflettere sul comportamento da tenere in un mondo in cui il nichilismo non solo è dominante ma, quel che è peggio, è diventato la condizione normale” (27). Per altro, al nichilismo è insensato contrapporre le libertà ed i diritti formali, tipici del liberalismo borghese e della società di massa. La libertà esige, infatti, un concreto radicamento in territori che Jünger definisce “vergini” (28). ossia non sottoposti all’azione omologatrice del sistema. Sono quelli in cui l’uomo mette alla prova se stesso nella convinzione di poter lottare in vista di una vi ttoria: “Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone” (29).

In questa natura misteriosa e salvifica si delinea la linea dell’oltrepassamento, la linea della resistenza e dell’attacco. Si delinea soprattutto un avvenimento epocale: passando al bosco, infatti, l’uomo muore simbolicamente e nel contatto con la fonte primordiale dell’essere rinasce a una nuova vita, come il neofita che ritrova se stesso nella sua sostanza indivisibile e indistruttibile. In questo senso è importante sottolineare che il bosco si trova ovunque, sulla nave, nel deserto, come “nei sobborghi di una metropoli” (30).

Questo fa del bosco il rifugio interiore da cui prendere l’avvio per l a riscoperta di sé e per poter rispondere al nichilismo.

! Ma il bo sco è anche il simbolo dell’inconscio collettivo e di quelle energie elementari e trascendenti che il pensiero borghese e tecnologico hanno sempre negato. Coincide con l’accettazione di quella dimensione elementare che il borghese prima, e l’uomo-massa poi, temono perché incontrollabile dai meccanismi conscio-razionali. L’uomo-massa (che del borghese è l’erede diretto) teme, poi, più di ogni altra cosa tutto quanto sa di rischio e di pericolo. Nella forma avventurosa della vita scorge una minaccia alla sua apparente sicurezza, che gli viene dal sentirsi inglobato nella massa. Di tutt’altro avviso è Jünger secondo cui il rischio, la minaccia, il dolore, gli aspetti inquietanti della realtà, la violenza, la lotta, la morte rimandano alla natura stessa di cui sono lo strato primordiale

5. LA MORTE E LA FORZA DEL RIBELLE.

Con il passaggio al bosco, Jünger prende le distanze dall’ uomo-massa, sottomesso e gregario e egli contrappone l’uomo che, scegliendo la via della ribellione entra in contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo e per il cui tramite può ottenere la “consapevolezza del proprio divino potere” (31) e, con esso, la forma più elevata di libertà.

La libertà che il ribelle incontra nel bosco è, dunque, il problema centrale dell’umanità: quello che da sempre è presente nella tradizione mitica (32).

Nella mitologia, costante è, infatti, lo scontro titanico a cui l’uomo è chiamato ed il passaggio al bosco si situa all’interno di questa dialettica che Jünger considera eterna. Eterno è, pertanto, il conflitto tra i Titani e l’uomo, che deve eternamente vincerli pe r sopravvivere come uomo. Nel passaggio al bosco emerge, così, dalle profondità abissali dell’uomo la dimensione intemporale del mito, storia senza tempo che si ripete instancabilmente perché portatrice di valori universali. E seguire la via del bosco significa uscire dal tempo storico per entrare in quello mitico. “Proprio attraverso questo “regressus aduterum” egli si scopre Ur-Mensch, uomo originario, uomo primitivo e primordiale, pre-istorico, ma anche al tempo stesso, post-storico, essendosi spinto oltre il muro del tempo” (33).

La vera storia, in fondo, non è altro che mito e l’uomo, operando quel “salto ontologico” che è il passaggio al bosco afferma in tal modo se stesso e la propria libertà individuale. Non solo, ma può entrare in contatto con lo strato originario ed immobile del divenire storico. Partecipa quindi “alla resistenza contro il temp o, e non soltanto contro questo tempo, bensì contro ogni tem! po, il c ui potere fondamentale è la paura” (34).

Nel passaggio al bosco, vincendo la paura, l’uomo storico e contingente diventa “l’uomo intemporale che […] non è stato creato dal divenire storico né dall’evoluzione, poiché questi ne sono parti e spiegazioni, “illustrazioni” (35). Se il bosco appare – da sempre – come un recesso segreto e misterioso (36) e in grado di proteggere è pure qualcosa di “clandestino” e inquietante. Perciò, se il superamento del dubbio e del dolore – “i due grandi strumenti della riduzione nichilistica” (37) – sono due tappe fondamentali, nel passaggio al bosco l’uomo si confronta con se stesso per vincere la paura. Si tratta, in sostanza, della paura della morte, in quanto è la morte ciò che l’uomo teme prima di tutto ed ogni altro terrore deriva dalla paura dell’annientamento finale. E, infatti, la rimozione della morte – rimozione che connota l’Occidente – unita alla sua secolarizzazione, mostra come ciò che era carattere della vita (l’eterno mutamento) si è trasformato in un pericolo inquietante e inesprimibile. Ma proprio per questo ne è aumentato a dismisura il potere e la pervasività: i numerosi stermini e gli altrettanti numerosi massacri conosciuti dalla modernità (e che non hanno precedenti nella storia dell’uomo) ne sono una evidente testimonianza. Come scrive Claudio Risé: “la tarda modernità è un’epoca di necrofili terrorizzati dalla morte” (38).

A ciò si deve aggiungere il fatto che, nella civiltà tecnologica avanzata, la morte, da un lato, vi ene come un “incidente” e dall’altro diventa banale non esse! ndo più legata a scelte individuali, di gruppo o all’eterno divenire dell’essere. Questa “banalità nel morire” amplifica, naturalmente, l’angoscia del passaggio ontologico rappresentato dalla morte, segnando la lontananza con ciò che avveniva nel passato, come ampiamente testimoniano i miti (39).

Passare al bosco equivale, allora, ad andare verso la morte e, soprattutto, ad attraversarla rafforzando in tal modo la propria sostanza umana e rendendola in grado di combattere efficacemente le sottili seduzioni della tirannia del nulla che si serve della paura della morte per mantenere il proprio dominio. Nell’uomo trasformatosi in ribelle e che ha acquisito una nuova e più alta consapevolezza di sé “alberga una vita eterna […] che nessun potere temporale potrà mai strappargli” (40).

Questo sapere profondo è la chiave della libertà dell’uomo. Passando al bosco e recuperando così un corretto rapporto con la morte, l’uomo si avvicina al fondamento dell’essere, domando il tempo e il nulla.: “Il nulla vuole accertarsi che l’uomo sia in grado di reggere la prova, vuol sondare se in lui vivono elementi che il tempo non potrà distruggere. In questo senso nulla e tempo sono identici” (41). Il ribelle è in grado di farlo in quanto, riscoprendo il significato autentico e sacrale della morte, ha ritrovato in se stesso la propria essenza divina. Il passaggio al bosco non è, quindi, una via individualistica dall’esito narcisistico, ma un itinerario per giungere al Sé: al suo “nucleo inviolabile” (42), di natura trans personale e trans temporale da cui prende inizio la storia dell’uomo. In queste re gioni, dove parla la voce segreta dell’essere, “la morte non! fa più paura e può essere inserita con un senso nella totalità della vita” (43). L’uomo ridiventa, pertanto, ciò che da sempre è, recuperando la libertà che gli è propria e che è “quella antica, assoluta, che riappare nella veste del tempo” (44).

Si può, allora, concludere che il passaggio al bosco non si risolve nel ritiro in una sterile, astratta, snobistica interiorità individualistica ed estetizzante, avulsa dal mondo. La scelta della ribellione, infatti, conduce l’uomo moderno a risvegliare le immagini eterne che porta dentro di sé. Immagini archetipiche che, come insegna Jung, sono patrimonio comune dell’umanità, anche se cogliere il loro significato è una questione di scelta personale.

Note

1. Letteralmente il termine Der Waldgang significa “passaggio al bosco”. Il che nulla sembra avere a che fare con la versione italiana che lo traduce con “il ribelle”. Allo stesso modo, Waldgänger (ossia colui che passa al bosco) non è assolutamente da considerarsi come sinonimo di ribelle. Tuttavia, in Islanda – nei tempi antichi – colui che si dava alla macchia era solitamente ritenuto una persona che, a vario titolo, rifiutava le leggi e la società o aveva a che fare con la giustizia.

2. Sul ritorno di un passato ancestrale, che in realtà configura una sorta di possessione da parte dell’inconscio collettivo che avrebbe afferrato il popolo tedesco, cfr. C. G. Jung, Wotan, in Opere, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1998, vol. 10, tomo primo, pp. 277-291.

3. E. Jünger, Sulle scogliere di marmo, trad. it., Guanda, Parma, 2002, p. 68.

4. Op. cit., pp. 68-69. È indubbio che queste parole facciano appello ad una resistenza interiore, ad una forza d’animo che, sola, può piegare l’orrore. È il richiamo alla forza dello spirito contro il tentativo di rispondere con l’orrore all’orrore. Tale atteggiamento fu considerato da molti tipico di un intellettuale romantico, rinunciatario e – ancora una volta – dandy. Claudio Magris lo definisce, con rara insensibilità, uno scrittore di “parabole antinaziste così cifrate e così generiche, nella rappresentazione del vago Leviatano totalitario, da essere nobilmente sfuocato e inoffensivo”(C. Magris, Lo stile e la giustizia in Ernst Jünger un convegno internazionale, a cura di P. Chiarini, Shakspeare & Company, Napoli, 1987, p. 27) .

5. E. Jünger, Diario 1941-1945 (Parigi, 18 ottobre 1941), trad. it., Longanesi, Milano, 1983, p. 44.

6. E. Jünger, Diari 1941-1945, (9 luglio 1942), op. cit., p. 104.

7. E. Jünger, La pace, trad. it. , Guanda, Parma, 1983, p. 67.

8. E. Jünger, Diari 1941-1945, (1 gennaio 1945), op. cit., p. 489. Lo spunto di questa riflessione fu uno degli ultimi discorsi di Kniébolo, di Hitler.

9. E. Jünger, La pace, op. cit., p. 68 .

10. L. Bonesio, L’uniforme nel mondo. Tecnica, Natura e Singolo in Ernst Jünger in “Diorama”, 1999, n. 222- 223, pp. 61-62.

11. Si era già verificato, seppur in misura molto minore, nel primo conflitto bellico.

12. «Così la Nazione e la Guerra sono legate come l’Amore e la Morte» (D. de Rougemont, L’amore e l’Occidente, trad. it., BUR, Milano, 1977, p. 319). A. Gnoli – F. Volpi, I prossimi Titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, Milano, pp. 66-67. Sul tema della globalizzazione, cfr. anche H. Schwilk, Globalizzazione: lo Stato Mondiale in Ernst Jünger in Ernst Jünger e ilpensiero del nichilismo, a cura di L. Bonesio, Herrenhaus, Seregno, 2002, pp. 319-329.

13. Cfr. L. Bonesio, Geofilosofia , Mimesis, Milano, 1997, p. 14.

14. Il riferimento è – in senso negativo – al pensiero debole (cfr. in proposito C. Bonvecchio, La forza del pensiero in La maschera e l’uomo, Franco Angeli, Milano, 2001 pp. 127-139).

15. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, trad. it. , Longanesi, Milano, 1980, p.83.

16. Tutti questi aspetti trovano conferma nelle indagini e nelle analisi della psicologia del profondo e particolarmente nelle riflessioni junghiane. Cfr. in proposito, per un inquadramento generale della metodologia junghiana di ricerca, J. Jacobi, La psicologia di Carl Gustav Jung, trad. it. , Boringieri,Torino, 1973.

17. E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, trad. it., Ubaldini, Roma, p. 319.

18. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli , op. cit. , p. 77.

19. E. Jünger, Al muro del tempo, trad. it. , Volpe, Milano, 2000, p. 55.

20. J. Jacobi, La psicologia di Carl Gustav Jung, op. cit., p. 181.

21. E. Jünger, Al muro del tempo, op. cit., p. 155.

22. L’associazione tra il Titanic ed il Leviatano è di Jünger (Trattato del Ribelle, op. cit., p. 45). Vale la pena ricordare che il Leviatano è un mostro biblico marino che viene definito da Hobbes – che ne fa l’icona della Stato – come un “gigantesco meccanismo” (cfr. C. Schmitt, Scritti su ThomasHobbes, trad. it., Giuffré, Milano, 1986, p. 83).

23. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., pp. 40-41.

24. “Il deserto cresce: è questo lo spettacolo offerto dalla civiltà e dai suoi rapporti svuotati di senso” (op. cit., p. 82).

25. Sul valore simbolico dell’acqua, cfr. Acqua in J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, trad. it. , BUR, Milano, 1989, vol. I, pp. 4-10.

26. E. Junger, Trattato del ribelle, op. cit., p. 55.

27. E. Jünger, Oltre la linea, in E. Jünger-M. Heidegger, Oltre la linea, trad. it., Adelphi, Milano, 1995, p. 83.

28. Op, cit., p. 78.

29. Op. cit., p. 96.Commenta Caterina Resta: “colui che prende la via del bosco non solo non sceglie una via di fuga, ma neppure ha l’ingenuità di considerare la propria strategia come la richiesta di una assoluta, anarchica liberazione da ogni vincolo” (L. Bonesio –C. Resta, Passaggi al bosco, Mimesis, Milano, 2000, p. 36).

30. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 82.

31. Op. cit., p. 54.

32. Sull’importanza del mito nella personalità umana, nella sua formazione e nel suo sviluppo, cfr. C. G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, in Opere, vol. 9, tomo primo, Torino, 1988, p. 5 ss. e anche Campbell che scrive “i miti sono le tracce che ci guidano verso verso le potenzialità spirituali della vita umana” (J. Campbell, Il potere del mito, trad. it., TEA, Milano, 2000, p. 26).

33. L. Bonesio – C. Resta, Passaggi al bosco, op. cit., p. 41.

34. Op. cit., p. 79.

35. E. Jünger, Il nodo di Gordio, in E. Junger- C. Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su oriente e occidente nella storia del mondo, trad. it. , Il Mulino, Bologna, 1987, p. 41.

36. “In tedesco le parole Heim (casa), Heimat (patria), e heimlich (segreto), hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge” (A. Gnoli-A. Volpi, I prossimi titani, op. cit. , p. 107.

37. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 83.

38. C, Risé, Movimenti nell’Ombra, in C. Bonvecchio-C. Risè, L’ombra del potere, RED, Como, 1998, p.111.

39. Lo esemplifica Jünger rifacendosi al mito cantato da Orazio, in cui Filemone e Bauci desiderano, diventati vecchi e, una volta morti insieme, poter essere trasformati l’uno in una quercia, l’altro in un tiglio.

40. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 129.

41. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 84.

42. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 114. È interessante notare le convergenze tra l’assunto jüngeriano e quello junghiano in cui pervenire al Sé, ossia alla totalità (cfr in proposito C. G. Jung, Aion in Opere, vol. 9, tomo secondo, trad. it., Torino, 1991), significa compiere il percorso tipico del “processo di individuazione”. In esso l’uomo, lontano da “ogni individualismo estremo” – che Jung considera patologico e contrario alla vita – si confronta con la sua Ombra, ossia quella parte della sua psiche che non conosce. La meta del processo e del superamento-integrazione dell’Ombra è appunto il Sé, l’immagine archetipica che unisce la coscienza all’inconscio e che rappresenta la totalità dell’individuo. Il Sé junghiano come il Ribelle di Jünger è una istanza supra personale che tuttavia rende l’uomo in grado di vivere pienamente la propria personalità.

43. J. Jacobi, La psicologia di C. G. Jung, op. cit., p. 182.

44. E. Jünger, Trattato del Ribelle, op. cit., p. 120.

[29/08/2006]

Manuela Bernardi

(fonte: Metabasis;    link del sito che ospita questo articolo )

Written by azulines

12 gennaio 2010 at 6:19 pm

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Il filosofo e l’Anarca – Intervista a Ernst Jünger

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Il filosofo e l’Anarca

Intervista a Ernst  Jünger (1895-1998),

Intervista tratta da:

L’ultimo sciamano di Franco Volpi e Antonio Gnoli

Bompiani editore

Dal 1950 Ernst Jiinger vive a Wilflingen, un borgo dell’ Alta Svevia a pochi chilometri dalla Selva Nera e da Sigmaringen, la cittadina che fu la residenza del maresciallo Pétain. Per i cento anni che Jiinger compirà il 29 marzo il comune di Wilflingen, retto da una giunta cristiano-democratica, ha deciso di fargli un insolito regalo: da quel giorno luce.! acqua e gas gli saranno erogati gratuitamente. E un modo concreto della piccola comunità, che conta circa quattrocento anime, per manifestargli il proprio affetto. Altre celebrazioni si preparano: onorificenze pioveranno dalla Spagna, dalla Francia e dall’Italia. Negli anni passati i grandi d’Europa, Mitterrand, Kohl, Gonzalez, gli hanno fatto visita. Lui non ha ancora deciso se contraccambierà la cortesia.

L’antico esteta e flaneur, quell’ufficiale dell’ esercito tedesco così a suo agio nella caleidoscopica mondanità parigina -come testimoniano i suoi diari degli anni 1941-1945 -, ha lasciato il posto a un curioso patriarca che sembra osservare il mondo con lo sguardo di un ironico entomologo alle prese con una nuova specie di coleotteri. Del re~ sto, fra le numerose attività che egli ha svolto soldato nelle due guerre, diarista, saggista, romanziere, viaggiatore -c’è anche quella dello  scienziato chino sul mondo della natura per studiare e catalogare alcune specie di insetti. La casa dove vive, un edificio a due piani, posta di fronte . al castello dei conti Stauffenherg, ne è in qualche modo la testimonianza. Qui, in un velato ambiente Biedermeier, J unger esibisce le sue collezioni di coleotteri che si mescolano agli altri interessi: alle raccolte di clessidre, ai fossili, alle conchiglie, ai cimeli di guerra.

È il suo mondo, che condivide con Liselotte, la donna che, dopo la morte della prima moglie, ha sposato nei pJjmi anni Sessanta. È lei a riceverci con cortesia e a scortarci sulle scale, fino al primo piano, dove Jiinger ci accoglie con uno strano sorriso. È piccolo, magro, armonioso. Ritto in piedi ci tende la mano per salutarci. In una successione di gesti, le dita prima indicano i posti dove sederci, poi vanno a sfiorare i candidi capelli, infine ricado-. no lungo 1’anca con un movimento rigido del braccio che ricorda il suo passato militare.

Conosciamo le sue esigenze in fatto di iqterviste, e siamoconsapevoli del privilegio che ci ha accordato ricevendòci: «La forma migliore dell’intervista», ha scritto in proposito, «è quella di· una conversazione amichevole che soddisfa i due interlocutori già per il piacere che trasmette. La concordanza delle vedute non è nec~ssaria, spesso”è anzi di danno -come in un dipinto in cui mancassero le sfumature. Ciò che è comune è il paesaggio che si attraversa nello scambio dei punti di vista».

Lei compirà a giorni cento anni ed è lo straordinario interprete di un secolo avventuroso ed eclettico, come eclettiche e avventurose sono state la sua vita e la sua opera. Che impressione le fa averlo attraversato per intero?

L’anno in cui nacqui, il 1895, è l’anno in cui ROntgen scoprì i raggi X e in cui esplose 1’affare Dreyfuso La scoperta di ROntgen dà i natali al secolo della tecnica, perché consente di vedere dentro la materia, di spingere 1’osservazione oltre ciò che il microscopio già consentiva di vedere. Senza Ront-‘ gen non sarebbe stato possibile lo sviluppo della ricerca sull’ atomo, non si sarebbe potuto arrivare a scindere l’atomo, né a pensare alla fissione atomica. Per quanto riguarda Dreyfus, si può dire che l’affare che si scatenò intorno al suo caso segni in modo decisivo la storia della democrazia: rappresenta la vittoria dell’ opinione pubblica critica sulle forze conservatrici. L’anno in cui sono nato, dunque, anticipa con questi due eventi, sul piano della tecnica e su quello della politica, ciò che si è poi verificato nel ventesimo secolo.

Lei ha perciò respirato fin da giovane la nuova atmosfera.

Ricordo che nelle conversazioni a tavola con i miei genitori, agli inizi del nuovo secolo, questi due temi erano al centro delle discussioni: si parlava dell’affare Dreyfus’ e si parlava delle nuove scoperte scientifiche. Mio padre, da chimico, ~ra molto interessato all’innovazione scientifica e al progresso che essa faceva sognare. Dunque fin da bambino ho guardato con attenzione al nuovo che stava avanzando con prepotenza, cercando di capire che cosa sarebbe accaduto e a che cosa ci avrebbe condotti. Allora regnava un grande ottimismo: si diceva che sarebbe stato il secolo del grande progresso. E invece …

Invece che cosa accadde?

Ci fu effettivamente uno straordinario avanzamento in tutti i campi del sapere e della tecnica, ma l’ottimismo della prima ora cominciò poco a poco a smorzarsi. Più ancora che il conflitto del 191418, che pure lo intaccò alle radici e segnò la morte della Belle Époque, fu soprattutto la seconda guerra mondiale, éon la catastrofe materiale e morale che provocò, a demolirlo. TI grande mutamento del nostro secolo è avvenuto propriamente solo a partire dalla sua metà, dal 1945 in poi.’

Lei accenna alla guerra) un motivo analizzato soprattutto nella sua produzione giovanile. Che effetto le fa) ogg~ ripensare a quel tema?

Vorrei precisare che il vero grande motivo per me è ‘stata la tecnica, la cui potenza si è manifestata in modo particolarmente impressionante nel conflitto mondiale del 1914-18. Fu la prima «guerra di materiali», nel sepso che a decidere non fu il valore dei combattenti, ma la potenza di fuoco degli Stati belligeranti. Allora la mia visione della guerra era animata da un attivismo eroico, che taluni hanno frainteso in senso militaristico. In realtà, l’esperienza per me dominante fu sempre quella della lettura: ho sempre concepito e condotto la mia vita come quella di un lettore.

In che senso?

Nel senso che solo attraverso la lettura sono stato motivato all’ azione. Quando invece ho creduto di incontrare tale motivazione nella realtà, sono rimasto deluso. Voglio dire che per me l’eroismo era una realtà letteraria più che effettiva. Una volta Marx si domandò se sarebbe stata mai possibile un’Iliade con la polvere da sparo. Ecco il punto.

Però lei nella prima guerra mondiale fu ferito più volte e .poi insignito della massima onorificenza. In fondo) fu considerato un eroe ...

Ciò che mi spinse all’ avventura e all’ eroismo fu la lettura dell’ Orlando furioso dell’ Ariosto, che da ragazzo lessi in una edizione illustrata da Doré. Al fronte ne portai con me un’ edizione tascabile. La tenevo nel tascapane e perfino nelle pause tra un combattimento e l’altro leggevo qualche strofa. Erano quei versi a darmi la spinta interiore, e non’ tanto la retorica e l’ideologia della guerra sviluppatesi in seguito alla nostra vittoria nel conflitto franco-prossiano del 1870-71, che la generazione dei miei padri aveva di gran lunga sopravvalutato nella sua importanza.

Fu però decisiva per l’identità tedesca e il suo ruolo nell’Europa moderna …

In realtà, fu una guerra piccola piccola. Ed ebbe anche conseguenze negative. Accrebbe per esempio l’inimicizia contro l’Inghilterra, che in fondo era nata a causa di Gugliemo II e della sua insoffèrenza ‘nei confronti della propria parentela inglese. Quello che mancò alla Germania, in questo caso, fu uno Shakespeare. Certo è che i personaggi e gli attori di questa fase della storia tedesca non furono grandi abbastanza da meritare uno Shakespeare.

Tutto quello che lei dice non fa che confermare quanto importante sia nella sua visione del mondo e della storia Ja dimensione estetica della vita} più che quella etica. Come spiega questa sua inclinazione ?

La visione del rapporto tra etica ed estetica nei termini di un contrasto non mi basta. Direi che etica ed estetica si incontrano e si toccano almeno in un punto: ciò che è veramente bello non può non essere etico, e ciò che è realmente etico non può non essere bello.

Ma questo è lo stile. La Sua visione del mondo è improntata allo stile.

Lo spero. E’ per questo, appunto, che non sono mai sceso né scenderò mai sul piano délle polemiche e delle controversie. Lo trovo di cattivo gusto. Mai abbassarsi sotto il proprio livello.

Ritiene ancora possibile salvaguardare lo stile} , questa forma di aristocrazia} in un mondo che tende alla spersonalizzazione, atta massificazione, alla volgarità?

Definirei la nostra una società di individui massificati che, proprio per questo, richiede élites molto piccole e ristrette. La loro funzione è importantissima. Su questo punto mi attengo alla sentenza di Eraclito che dice: «Uno vale per me diecimila». Questo numero andrebbe oggi elevato a potenza.

Accennava al fatto di non scendere mai in polemica. Nemmeno per difendere la propria reputazione?

Cocteau, mio amico, affermava che una cattiva reputazione dovrebbe essere mantenuta con maggiore amore e maggior lusso di una ballerina. Può impedire che chiunque ti metta la mano sulla spalla, e seleziona i veri amici.

Eppure le polemiche l’ hanno spesso coinvolta. Soprattutto per l’indulgenza con cui lei avrebbe guardato al regime nazionalsocialista e per il suo passato da ufficiale della Wehrmacht durante la seconda’ guerra mondiale, che taluni le rimproverano. C’è un episodio su cui vorremmo la sua versione. Quando alla vigilia del conflitto, nel 1939, uscì il suo romanzo Sulle scogliere di marmo, in cui si accarezzava l’idea del tirannicidio, Lei corse dei rischi. Goebbels e Goering volevano la sua testa, ma Hitler li fermò: «funger non sitocca».

Le cose andarono così. Poco dopo la pubblicazione del romanzo, che avevo scritto di getto, il Reichsleiter di Hannover denunciò le allusioni implicite nel racconto direttamente a Berlino. Hitler in persona, che ammirava i miei diari di guerra, intervenne per difendermi ingiungendo seccamente che dovevano lasciarmi in pace. Già in precedenza mi aveva lanciato chiari segnali di interesse per la mia opera, ma preferii mantenere il riserbo e non risposi ai suoi inviti.

Per prudenza politica?

Non tanto, piuttosto per quel senso di aristocra-/ tica superiorità che l’intelligencija spesso nutre nei confronti del tiranno o del politico. Sarebbe stato per me anche troppo facile strumentalizzare quell’ apertura per ricavarne vantaggi personali … non ero certo peggiore di Goering. Vorrei peraltro aggiungere, anche se credo che un autore non dovrebbe parlare dei propri libri, che nel caso delle Scogliere di marmo l’effetto politico era per me secondario. Mi basta sottolineare che quel testo fornisce elementi a sufficienza per capire che io stavo a un altro livello. Se la mia fosse stata una presa di posizione politica, avrei magari trovato compagni e seguaci, ma sarei sceso sullo stesso piano di Hitler. Sono stato un suo oppositore, ma non un oppositore politico. Ero semplicemente altrove.

Lo ha mai conosciuto personalmente?

No, non l’ho mai conosciuto. Quando ancora era un anonimo capo di un gruppuscolo come quello dei nazionalbolscevichi di Ernst Niekisch -e io allora abitavo ancora a Lipsia -, un giorno, se ben ricordo nel 1926, si fece annunciare da Rudolf Hess, ma io non ebbi il tempo di riceverlo. Del resto, ero convinto che si trattasse di uno dei tanti settari che circolavano a quel tempo. Grazie a Dio quell’incontro non ebbe luogo. Se per caso fosse avvenuto e magari Hitler mi avesse messo la mano sulla spalla mentre qualcuno ci immortalava, immagino che la fotografia avrebbe fatto il giro del mondo. Per fortuna le cose andarono diversamente.

Hannah Arendt} in un suo giudizio, 7 affermò che lei fu sempre dalla parte della resistenza nonostante i suoi libri avessero influito sull’élite nazista.

Ho presente quel riconoscimento, che naturalmente mi lusinga. Ma la resistenza spirituale non basta. Bisogna contrattaccare.

Ha’mai conosciuto la Arendt? .

No, non l’ho mai incontrata. Fu Heidegger a par.larmi di lei.

Con Heidegger e con Schmitt lei ha condiviso un certo destino. Che ricordo ha di questi due protagonisti della cultura europea?

Ne ho un ricordo non soltanto letterario, ma anche personale, privato. Sono stato amico di entrambi.

Cominciamo con Heidegger: come lo conobbe?

Fu il teologo Heinrich Buhr a metterci in contatto, più o meno agli inizi degli anni Trenta. Buhr, che conoscevo da tempo, studiava allora a Friburgo. Era entusiasta dei miei saggi La mobilitazione totale e Il Lavoratore, e ne raccomandò la lettura a Heidegger, che ne rimase colpito e mi inviò, tramite . Buhr, una copia con dedica del suo trattato sull’Essenza del fondamento. Ma tutto terminò lì, anche perché allora, non sapendo quasi nulla’ di lui, non riuscivo a interessarmi a ciò che scriveva in quel testo. Dopo la guerra, invece, si sviluppò un vero rapporto e ci incontrammo più volte.

Che impressione le fece come persona? Si dice che avesse uno sguardo penetrante, magnetico.

Nel suo modo di parlare, nelle sue domande elef?entari ma essenziali, perfino nei suoi lunghi silenzi c’era qualcosa che attraeva in modo irresistibile. Qualcosa di magico. Ho molto viva questa impressione. In particolare in una occasione, qui a casa mia, sperimentai il grande potere di attrazione che esercitava la sua personalità. Era venuto a trovarmi e passeggiavamo in giardino. Nel .. guardarlo mentre call1:minava -ricordo che portava un berretto verde -e nell’ ascoltarlo mentre parlava intervallando il suo discorso con lunghi silenzi io avvertivo tutto l’incanto della sua pre·senza. Nel suo modo di fare si manifestava la forza magnetica del suo pensiero, l’evidenza stringente di un interrogare che attrae e convince l’interlocutore. E poi lo ricordo durante la conferenza sulla tecnica a Monaco, agli inizi degli anni Cinquanta.

Poi non vi siete più rivisti?

N o, mi pare di no. Però quando morì ero tra i pochi presenti ai suoi funerali. Liselotte e io arrivammo a MeBkirch quando il feretro era già stato chiuso, ma la signora Elfride, sua moglie, lo fece riaprire perché potessi rivederlo un’ultima volta. È stata una cerimonia particolarmente intensa. C’era tutta la sacralità del rito cattolico, con il discorso funebre tenuto da un sacerdote suo amico, Bernhard Welte: Ma nell’ atmosfera si avvertiva anche un certo imbarazzo per il fatto che egli aveva preso le distanze dal cattolicesimo -forse senza mai riuscirci veramente. Sulla sua tomba al posto della croce ha voluto una stella, e aveva disposto che dopo la cerimonia, al moomento della sepoltura, si leggessero alcuni versi di Holderlin. Mi sono proposto con mia moglie Liselotte di andare a rivisitare la tomba.

Il grande tema del vostro confronto è stata la tecnica come chiave di lettura del mondo contemporaneo. Sembra che Sia stato più Lei a influenzare Heidegger che non viceversa. Che cosa ne pensa?

So che Heidegger si interessò molto presto ai miei saggi sulla Mobilitazione totale e sw Lavoratore, tenendo seminari sull’ argomento. Ma allora non ci conoscevamo ancora personalmente. Agli inizi degli anni Trenta avevamo avuto rapporti epistolari, ma, come dicevo, solo in seguito, dopo la guerra, abbiamo cominciato a frequentarci. Sono stato più volte. a trovarlo nella sua baita di Todtnauberg e lui è venuto qui a Wilflingen. In quel periodo scrissi il saggio Oltre la linea per il volume che fu pubblicato in occasione del suo sessantesimo compleanno. Nel 1955, quando fui io a compiere sessant’anni, mi rispose con una lunga lettèra intitolata Su «La linea». Suo figlio mi ha riferito che tra le sue carte inedite c’è un intero plico di appunti e glosse critiche sul Lavoratore. Mi risulta che all’inizio la sua attitudine nei confronti del mio modo di affrontare il problema era piuttosto critica, severa. Più tardi, pur mantenendo le sue riserve di fondo, mi riconobbe il merito di avere colto nel nichilismo un problema fondamentale del mondo contemporaneo. Del resto lo si vede dalla sua risposta a Oltre la linea. Sarei molto curioso. di leggere le sue note inedite sul Lavoratore. Chissà però quando saranno pubblicate e se potrò leggerle … 8

Ma per il confronto sulla tecnica non va dimenticato mio fratello Friedrich Georg. Lui ha frequentato Heidegger molto più assiduamente di me e ha trattato la questione in una delle sue opere più importanti, Die Perfektion der Technik [La perfezione della tecnica], che oggi i Verdi dovrebbero leggere, e nella quale Heidegger è presente come termine di confronto costante. Credo che il Lavoratore e La per/ezione della tecnica siano come il positivo e il negativo di una fotografia del fenomeno.

Heidegger ha espresso un giudizio molto lusinghiero a proposito del suo confronto con Nietzsche quando dice che le sue riflessioni sono l’unico tentativo riusato di avanzare oltre Nietzsche.

Heidegger è stato forse troppo generoso. Credo di sapere che cosa intendesse dire. Pensava che le mie analisi riprendessero in maniera fruttuosa la diagnosi di Nietzsche nel senso che, con l’attenzione_ per la tecnica, io davo una dimensione planetaria all’analisi del nichilismo che in Nietzsche è ancora concepito su scala europea. In verità, ‘Nietzsche è  per me un gigante che abita già nel secolo ventunesimò, l’èta che sarà dei Titani.

E lei che valutazione dà dell’operato di Heidegger durante il nazionalsoaalismo?

Bisogna essere ormai in grado di dare un giudizio: oggettivo. La cosa importante è valutare il pensatore per la sua potenza speculativa e non per le sue opinioni politiche. Lo stesso vale per un artista o un poeta. Per esempio, ammiro moltissimo Heitirich. Heine com~poeta, mentre non condivido affatto le sue convinzioni politiche: tra le due prospettive è preferibile adottare quella favorevole. In ogni caso, non ho frequentato Heidegger negli anni del nazionalsocialismo e non so quale importanza potesse avere per il regime. In fondo era un professore di filosofia in una piccola università di provincia, lontana da Berlino, e per le gerarchie del partito non era certamente un uomo che contava. Probabilmente non fu mai preso’ in seria considerazione, né arrivò mai a controllare qualche leva importante del potere. Rimane il fatto che, almeno in un primo momento, lui e soprattutto sua moglie Elfride simpatizzarono per Hitler.

Lei ricordava la celebre conferenza su La questione  della tecnica. Nelle foto scattate per l’occasione si vede lei nelle prime file intrattenersi con Heisenberg. Vi sono anche Ortega y Gasset, Carl-Friedrich von Weizsà’cker; Hans Carossa e altri esponenti dell’intelligencija della Monaco degli anni Cinquanta. 9

Non ricordavo che Ortega fosse presente in quella occasione, mentre mi rammento molto bene di Heisenberg, . che ho incontrato più volte anche in seguito.

Che pensa di Ortega? Nel suo libro La ribellione delle masse ha colto un fenomeno nevralgico del nostro tempo.

Con Ortega non ho avuto contatti personali e nemmeno epistolari. Carl Schmitt mi raccontava di esserne stato profondamente impressionato e di averlo studiato a fondo. Ciò che a me è rimasto impresso di lui sono alcuni saggi. Alla sua tesi circa l’importanza delle masse io contrappongo la mia convinzione fondamentale: il punto nevralgico è per me l’individuo, il singolo. L’energia, la forza si concentra più in lui che non nell’ elemento amorfo della massa. L’individuo, se possiede il carisma necessario, può influenzare e guidare la moltitudine. .

Interessante è l’idea che Ortega ha del rapporto tra uomo e natura, antitetica rispetto a quella di Heidegger.

Heidegger pensa che uno dei mali fondamentali dell’uomo contemporaneo sia la sua perdita di radici, il suo spaesamento e la mancanza di patria, vale a dire il disorientamento che subentra quando si dissolvono il legame con la propria natura e la stabiÌità che proviene dall’ attaccamento al suolo. Ortega è invece convinto -secondo il suo punto di vista tipicamente mediterraneo-che non vi sia un legame originario dell’uomo con la natura. Anzi, la natura è ostile all’uomo e la tecnica è l’attitudine con la quale egli contrasta questa ostilità. L’architettura’ per esempio, è la tecnica che rende possibile all’uomo abitare su questa terra.

E lei che ne pensa?

Mi sento più vicino a Heidegger. Preferisco, come vedete, abitare in un villaggio piuttosto che in una metropoli. Ho vissuto entrambe le esperienze: ho abitato a Berlino, a Parigi, capitali dal fascino intramontabile. Ma per avere la tranquillità e la concentrazione necessarie all’ attività spirituale è preferibile l’ambiente naturale della campagna. Per questo vivo a Wilflingen da ormai quasi mezzo secolo e sento di avere messo qui le mie radici.

Heidegger, però, insiste nella sua tesi e afferma che l’atmosfera del nostro tempo è caratterizzata dal sentimento dell’angoscia.

In questo Heidegger ha visto giusto. L’angoscia è uno stato d’animo del tutto particolare, indeterminato. Quando arriva, la si percepisce ovunque, eppure è impossibile localizzarla in un luogo preciso. Sì, forse è lo stato d’animo fondamentale dell’uomo, questo strano essere che attraversa il tempo e che nella sua lotta con il Nulla è chiamato ad altre due inevitabili prove: quella del dubbio e quella del dolore. Ho cercato di mettere a fuoco tutto ciò nel saggio Der Waldgang (Trattato del Ribelle), in cui il Ribelle, l’Anarca, «passando al bosco», cioè ritirandosi nei penetralidi se stesso, affronta e vince l’angoscia, il dubbio e il dolore.

In che senso lei parla del «bosco»? È la natura? Oppure un rifugio, o qualcosa di analogo a ciò che esso è per Heidegger?

No, per me il bosco non è soltanto come per Heidegger il luogo naturale concreto in cui vivono e operano i contadini della Foresta Nera. Certo, è anche una dimensione naturale. In questo senso, per esempio, pur non avendo una particolare musicalità, sono molto sensibile ai rumori naturali del bosco: lo stormire delle foglie, il mormorio di un ruscello o il cantare di una cascata: Avverto in queste musiche’ della natura qualcosa che la parola umana non può comunicare. Ma, a parte ciò, il bosco è per me soprattutto una metafora: sta a indicare un territorio vergine in cui ritirarsi dalla civiltà ormai segnata dal nichilismo e in cui l’individuo può ancora sottrarsi agli imperativi delle chiese e alle grinfie del Leviatano.

A volte lei parla del bosco come di qualcosa di segreto, di inaccessibile

Anche questo, certo, ma nel senso in cui è segreta la propria intimità, la propria casa. In tedesco le parole Heim, «casa», Heimat, «patria», e heimlich, «segreto», hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge.

La metafora del bosco come rifugio assume un’importanza particolare nel nostro secolo, che ha partorito le minacce più pericolose per l’Anarca,· cioè i totalitarismi ma anche le democrazie di massa. Come interpreta questi due fenomeni che sembrano inghiottire ogni spaziò di vera libertà?

Sono due esperienze che obbediscono al principio agonale dei contrari: quanto più si radicalizza un estremo, tanto più affiora quello opposto. A rigore, dal punto di. vista dell’ Anarca, del grande Solitario, totalitarismo o democrazia di massa non fanno molta differenza. 1’Anarca vive negli interstizi della società, la realtà che lo circonda in fondo gli è indifferente, e solo quando si ritira nel proprio mondo, nella propria biblioteca, ritrova la sua identità. In ogni caso è raccomandabile la freddezza: su una palude ghiacciata si avanza con maggior sicurezza e rapidità.

Si può dire che la figura dell’Anarca assomigli a quella di un moderno stoico?

Più che allo stoico, io penso all’Unico di Max Stirner, ma con una differenza importante: che io distinguo tra «anarchico» e «Anarca». 1.:anarchico è un rivoluzionario che vuole trasformare il mondo e che per raggiungere ·il suo scopo non indietreggia nemmeno di fronte al crimine e al terrore. L’Anarca, invece, si nasconde esteriormente nella normalità, può anche essere un ragioniere, un contabile,  che esegue tutto ciò che l’ordine e la legge prescrivono, ma nel suo intimo, nella solitudine della notte, pensa e fa quel che gli pare. L’Anarca combatte guerre proprie anche quando marcia tra le· fila di un esercito. È una differenza fondamentale.

Venendo  all’ altro grande personaggio che fu suo amico, CarI Schmitt, che cosa può dirci?

Con lui ebbi un rapporto ancora più stretto che con Heidegger, molto personale.

Come vi incontraste?

Fu lui a cercare il contatto. Mi màndò; appena uscì, il suo libro sul Romanticismo politico .e poi il saggio Sul concetto del Politico. Diventammo presto amici, intrattenendo per tutta la vita una relazione molto profonda, con iln fitto scambio di lettere.1O Benché lui fosse cattolico e io protestànte, tenne a battesimo mio figlio Alessandro, di cui cadrebbe oggi il compleanno.II Avevo per lui una profonda .ammirazione. I dialoghi con lui, flilo a mezzanotte inoltrata, sorseggiando un b1,lonrosso, sono·un riéQrdo indimenticabile.

Durante il nazionalsocialismo tra di voi parlavate anche dei rapporti con il potere?

In realtà molto poco. Ci scambiavamo piuttosto libri, letture, intuizioni e scoperte letterarie o filosofiche. C’era quasi una tacita intesa a non entrare in questioni politiche. Però a volte capitava. Ricordo che un giorno, a Berlino, poco dopo che egli aveva formulato la celebre sentenza «li Fiihrer crea il diritto», mi capitò di passare da casa sua e mi venne da chiedergli se avesse preparato delle mitragliatrici per difendersi. E lui ingenuamente mi domandò: «Perché?» Gli risposi: «Perché ammesso e non concesso che per il diritto costituzionale sia una sentenza plausibile, dal punto di vista politico è una sentenza molto pericolosa».

Sulla vostra amicizia si addensò anche qualche ombra.

Anche in questo riuscì a stupirmi. Quando ho letto i suoi diari, il suo Glossarium,12 mi sono reso conto che dentro di sé aveva covato con il tempo qualche risentimento nei miei confronti. Ma se guardate nell’indice dei nomi, troverete che il mio è il nome più citato.·

.

Consenta una curiosità: quando con la Wehrmacht lei si trovava in Francia, si dice che si sarebbe interessato per ritrovare e mettere in salvo la famosa valigia contenente i manoscritti di Walter Benjamin.

No, è una voce infondata. All’epoca non avevo letto molto di lui. Ci fu però una coincidenza singolare. Quando’con la mia compagnia arrivai a Bourges, venni a sapere che Benjamin era partito da poco. Nei campi di prigionia ho potuto aiutare parecchia gente, ma lui era già in fuga verso i Pirenei, e poi si suicidò.

Nell’anno della sua nascita oltre alla scoperta dei raggi X ci fu l’ invenzione del cinema. Che idea ha di quest’arte diventata così popolare?

Il cinema è qualcosa che concerne il rapporto tra tecnica e magia. Un rapporto ancora tutto da verificare. A volte, per esempio, mentre parlo al telefono con qualcuno, ho l’impressione di compiere non solo un atto tecnico ma anche una magia. Con la tecnica è così anche per altre cose. La nostra conversazione la possiamo registrare e, fra cento anni, la potremo far rivivere. E la vedremo da una prospettiva diversa. Con la ripresa cinematografica possiamo per esempio far rivivere persone morte. TI rapporto della tecnica con la magia emergerà probabilmente in modo ancora più impressionante: penso per esempio a una cinematografia che produca l’effetto tridimensionale, e poi una quarta dimensione, fino a diventare realtà virtuale. Lo stesso può dirsi per la televisione.

Come immagina il XXI secolo?

Non ne ho una idea troppo felice e favorevole. Vorrei citare Holderlin che nel suo grande componimento poetico Brot und Wein [Pane e vino] ha detto che verrà l’evo dei Titani. Allora il poeta dovrà andare in letargo. Ciò vuoI dire chele azioni diventeranno più importanti della poesia che le canta e del pensiero che le riflette. Sarà un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole alla cultura

Written by azulines

12 gennaio 2010 at 2:12 pm

Eduardo Lago – sete del male iv/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iv/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

| parte i/v | | parte ii/v | | parte iii/iv | | parte iv/iv |

IL TRIONFO DELLA MORTE

2666 è il culmine della ferma traiettoria di Bolaño. Con questo romanzo, i senso della sua opera si proietta a un livello più elevato. 2666 e’ la sua migliore riuscita e si esprime in modo speciale sul piano del linguaggio. Non dimentichiamo che Bolaño era poeta. Questo tratto lo porta qui a forgiare un linguaggio felice, spensierato, allucinato, capace di stabilire le più insolite corrispondenze. La critica e’ stata praticamente unanime nel valorizzare 2666. Siamo di fronte a un romanzo eccezionale. Il suo carattere inconcluso lascia alcune cose irrisolte, però nello stesso tempo aggiunge mistero e profondità all’opera. Ci sono delle falle, naturalmente. E’ giustificata l’estensione? Funzionano tutte, le sue ramificazioni? Ci sono passaggi gratuiti, pagine di troppo, parti ancora non ripulite? 2666 è una creatura mostruosa? Ci sono momenti in cui il romanzo decade, pero al momento di fare un bilancio, le falle che ci sono poco importano. Di Bolaño si puo dire ciò che disse Cortázar di Lezama Lima, quando Paradiso
era un capolavoro sconosciuto: che non importava se non faceva caso a cio’ che si suppone siano i precetti elementari di scrittura. Alla fine tutto funziona. O ciò che disse lo stesso Bolaño di Philip K. Dick: “E’ buono anche quando è pessimo”. Con 2666 è più conveniente lasciare in sospeso le idee che si possono avere riguardo a ciò che è la letteratura, e semplicemente lasciarsi trasportare. La lettura di 2666 è un’esperienza totale, una festa continua che ci riserva sorprese quasi a ogni passo. Non importa che quest’opera abbia 1.119 pagine. Non pesano. Quando ce ne vogliamo rendere conto, ne abbiamo lette seicento ed è come se ne avessimo letto sessanta. 2666 restituisce al lettore l’allegria elementare, la passione della lettura. In Monsieur Pain, la trama (che lo stesso Bolaño definì indecifrabile) gira attorno a un moribondo, niente di meno che César Vallejo. In Notturno cileno, l’imminenza della morte del protagonista è una percezione illusoria. Ne I detective selvaggi assistiamo ad una evocazione spaventosa dei giorni finali di Reinaldo Arenas (che non viene nominato). Ammalato di AIDS, a New York, lo scrittore cubano detta a un amico il testo lacerato di Antes que anochezca. Riesce a terminarlo dopo di che si suicida. Letta retrospettivamente, sembra che Bolaño descriva anzitempo la cronaca della sua stessa corsa contro la morte, mentre è dedito alla scrittura di 2666. “Non ho molto tempo, sto morendo”, dice uno degli scrittori apocrifi verso il finale del romanzo; ed il lettore sente che un sudore freddo gli corre sulla schiena. Di fronte a un paesaggio dominato dalla morte, comprendiamo col fiato in gola che ora sì, e in diretta, stiamo assistendo alla corsa sfrenata dell’autore contro il tempo. Come una delle ombre che aleggiano sulle pagine del romanzo (Musil, anch’egli impossibilitato a concludere la sua opera maestra), Bolaño non fece a tempo, però c’e’ molta grandezza nella sua sconfitta.

Una delle ragioni per cui, a questo livello, poco importano i difetti, è che, l’intelligenza, l’umanità, la travolgente simpatia che trasmette la personalità di Bolaño, ormai ci ha sedotto ed è semplicemente impossibile non stare dalla sua parte. Uno ha l’impressione che la morte in persona, confusa tra i lettori, lo conforti. Dopo la lettura restiamo con un sentimento di profonda nostalgia per un “universo” perduto, difficilmente descrivibile, e per aver fatto una lunga camminata nella solitudine e nel caos. Sotto la superfice di queste pagine pulsa una profonda umanità, una visione compassionevole dell’esistenza. Una nota ancora sulla lingua. Anche se la sua opera rientra in pieno nella tradizione letteraria dell’America Latina, il linguaggio di Bolaño trascende le identità regionali, mostrando un registro di segno chiaramente transatlantico, panispanico. Dotato di un udito eccezionale, che capta e registra con grazia irripetibile le più insignificanti sfumature della lingua colloquiale, Bolaño coltiva una prosa polimorfa e perversa, capace di mimettizarsi in spagnola, cilena, messicana, uruguaiana o argentina e, se capita, in tutte nello stesso tempo. Non si sa bene come quest’uomo sia potuto andare tanto lontano. Ha aperto un cammino perché passino tutti gli altri. Questo è ciò che i giovani scrittori specie dell’America Latina, hanno visto in lui. Questa è la sua grandezza e la sua autenticità. Roberto Bolaño è il meglio che sia successo alla prosa in lingua casigliana da decenni. La forza travolgente del suo stile ha qualcosa di mostruoso, nel senso che al termine davano i classici del secolo d’oro. Bolaño segna una pietra miliare nella storia della letteratura ispanica. Con lui il romanzo in lingua spagnola entra in un nuovo paradigma.

traduzione di Carmelo P. ©

Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:28 pm

Eduardo Lago – sete del male iii/iv

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2 6 6 6 – la critica su Bolaño – recensioni e saggi

(Sete del male – iii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

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Under the Volcano 2666

Le cinque parti di 2666, che compongono un’unità all’interno dell’unità più grande costituita dal congiunto dell’opera di Bolaño. Incline alle metastasi testuali, in questo romanzo, l’autore porta alle estreme conseguenze gli sdoppiamenti narrativi. 2666 è un romanzo totale, nel significato in cui Bolaño impiegò il termine per riferirsi a Sotto il Vulcano, di de Malcolm Lowry, che caratterizzò come “romanzo che si immerge nel caos (che è la materia stessa del romanzo ideale) e che cerca di ordinarlo e di renderlo leggibile”

Prima puntata. Entrata in scena dei critici. Europa, fine secolo XX. Un gruppo di accademici cerca di mettersi sulle tracce di un oscrittore tedesco che risponde all’improbabile nome di Benno von Arcimboldi. Peripezie narrative a zig zag intorno a un centro occulto verso cui sono magneticamente attratte le vite dei protagonisti, la città di Santa Teresa, nel deserto del Sonora, dove “il cielo al pomeriggio sembrava un fiore carnivoro”. Una volta lì gli arcimboldiani si abbandonano in modo incessante all’attività onirica. Il romanzo si situa così in uno degli spazi intermedi essenziali della poetica di Bolaño, i sogno, territorio separato dalla morte da una frontiera porosa.

I personaggi di 2666 si addentrano in questo loculo intermedio per comunicare tra loro e inviarsi messaggi cifrati capaci di attraversare i limiti delle distinte parti del romanzo. Forse la chiave dei crimini del deserto del Sonora si trova nell’utero di Lotte Reiter, la sorella di Arcimboldi. Separata da lui sin dall’infanzia, Lotte sogna in modo ricorrente un cimitero dove c’e’ la tomba di un gigante. Una veggente, da cui si spera scopra qualche pista che permetta di risolvere i casi dei terribili omicidi di donne che si stanno perpretando nel deserto, ritorna da uno dei ricorrenti stati di trance dicendo: “C’erano sogni dove tutto tornava e c’erano sogni dove nulla tornava e il mondo era una bara piena di scricchiolii”[p.142 v.2]. I critici hanno la certezza che l’autore che stanno cercando si trovi li nel medesimo luogo dove si trovano, ma non lo vedono perché sono svegli.

Il secondo romanzo prosegue una delle vicende lasciate in sospeso nel primo: la storia di Amalfitano (un esiliato cileno di cinquanta anni, professore e traduttore di Arcimboldi in spagnolo ) e sua figlia Rosa. La storia si ramifica in intrecci che ci portano, tra i tanti luoghi, a Barcellona e a Mondragon, località nel cui manicomio e’ internato un poeta facilmente identificabile dal lettore spagnolo nota. Piano-sequenza del cimitero di Mondragon, luogo propizio al sogno e al sesso. Trasposizione metaforica nello spazio della morte: Amalfitano insegna nell’università di Santa Teresa, luogo che assomiglia “un cementerio que de improviso se hubiera puesto vanamente a reflexionar”. Nuove metastasi testuali: il Testamento Geometrico Rafael Dieste, appeso sulle corde di uno stenditoio improbabile ready-made che si converte in un testimone dell’azione; i diagrammi giocoso-epistemologici di Amalfitano; mappe di narratori, critici e filosofi. Erudizione in una chaive tra l’ironico e spiritoso. Il segmento termina con Amalfitano rifugiato dentro il suo sogno, parlando con i lettori, fin oa che una frase proveniente dal mondo reale obbliga il traduttore di arcimboldi a svegliarsi, suo malgrado.

Terzo movimento. Harlem, New York. Un uomo chiamato Destino lotta per allontanare da se le ragnatele della morte che cercano di avvolgerlo. Siamo, in un momento, dentro un romanzo noir, che ha per protagonista un giornalista nero. Pastiche di uno stile che potrebbe essere di Richard Price. Echi di una frase di Bolaño a proposito della autobiografia di James Ellroy: “Il crimine sembra essere il simbolo del XX secolo”. Óscar Fate, giornalista sportivo, deve viaggiare a Santa Teresa per seguire un incontro di pugilato. Una volta lì, il vento del deserto, “un vento onirico” gli sussurra una storia spaventosa. Qualcuno sta assassinando centinaia di donne nel deserto del Sonora. “Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’e’ nascosto il segreto del mondo.”[p.431 v.1], una voce comuncia a Fate. Conversazioni sulla morte e il male. 2666 si orienta verso il su odestino finale. Nel presidio di Santa Teresa, Fate sente una voce di qualcuno che canta, qualcuno che dice: “Sono un gigante perduto in mezzo a un bosco bruciato”[p.432]. Potrebbe essere la voce di arcimboldi, ma fate non ha un’idea chiara di chi sia e inoltre non è sicuro di non star sognando.

Nella quarta parte, il romanzo compie l’allunaggio nel deserto del Sonora. Santa Teresa è lo Yoknapatawpha di Bolaño, la sua versione di Comala.nota La persistenza della visone rulfiana va piu’ in là dell’apparenza. Quando un personaggio protesta perché i messicani “parlano come se fossimo dentro Pedro Paramo”, un altro puntualizza:”Ma forse è cosi”.[ p.348 v.2]. Solo che lo strato mitico è talmente sottile che copre appena la realtà. Comala – ricordiamocelo – era l’inferno. Santa Teresa, trasposizione testuale di Ciudad Juarez, lo è anch’essa “L’inferno” disse Bolaño “Come Ciudad Juarez, che è la nostra maledizione e il nostro specchio, lo specchio inquieto delle nostre frustazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e dei nostri desideri” link interno.Bolaño ha scelto come motivo centrale del suo romanzo del quale i mezzi di comunicazione se ne stanno occupando da dodici anni, senza che fino ad ora ci sia un barlume di spiegazione: gli omicidi di donne commessi a Ciudad Juarez e nei suoi dintorni. (mentre preparavo questo articolo ho cercato, senza trovarle, notizie relazionate con gli omicidi in La Jornada, El País e The New York Times.). La cronaca dei crimini (più di trecento nella realtà, circa un centinaio nel romanzo) si legge come una litania impressionante, che Bolaño recita con una precisione spaventosa, usando formule omeriche di ripetizione. I corpi delle vittime, violate, brutalmente mutilate, vengono rinvenuti abbandonati in burroni, discariche nelle spianate del deserto. Nulla di ciò è invenzione dello scrittore, che si limita a lasciare che gli omicidi spruzzino le pagine come gocce di pioggia nel deserto. I poliziotti e i detective che credevano di aver già visto tutto, a volte piangono o vomitano, o ridono con nervosismo, o non riescono a dormire, o diventano pazzi o, per sopravvivere, si abituano e dimenticano. La narrazione puntualizza che la maggioranza delle vittime sono ragazze povere e sfruttate, che lavorano nelle maquilladoras. Un detective ricorda a un altro che “a morire erano le operaie, non le puttane. operaie, operaie, ripetè”[p.153]. Ciò spinge il suo compagno a chiedere perdono. Allora, “come folgorato vide un aspetto della situazione che fino a quel momento gli era sfuggito”[p.153]. Lo stesso succede al lettore. Il virus del linguaggio di cui parlava Burroughs, portatore di una malattia che arriva dallo spazio esteriore , comincia a proliferare, infettando le pagine. Malate, “le parole sono dappertutto, persino nel silenzio”[p.50]. Illuminati da una “luna, piena di cicatrici”[p.73], nel deserto, territorio del Male, a volte i personaggi pensano“senza pensare. O pensare con immagini tremanti”[p.35]. Bolaño è incapace al fascino che esercitano “la grandezza e la solitudine del deserto del Sonora”[p.301]. In un momento di particolare intensità, il cielo si popola di luci bellissime che viaggiano da un confine all’altro dell’orizzonte. Da un auto i personaggi percepiscono “colori vivi a ovest, colori come gigantesche farfalle che danzavano”[p.307]. Il linguaggio di Bolaño fa giustizia della bellissima stranezza del momento con immagini irripetibili. Mentre la luce del giorno si allontanava verso ponente, “la notte avanzava come uno zoppo da est”[p.307]. Strana bellezza del deserto, che non si sa bene se è reale o irreale: “Il confine tra il Sonora e l’Arizona è un gruppo di isole spettrali o incantate. Le città e i paesi sono barche. Il deserto è un mare interminabile”[p.268]. Dubbio che non è necessario chiarire giacchè, tra tutti gli spazi intermedi creati da Bolaño, il più riuscito è quello del linguaggio stesso: “A volte la realtà, la stessa realtà piccola piccola che serviva da ancoraggio alla realtà, sembrava perdere i suoi contorni, come se il passare del tempo esercitasse un effetto di porosità sulle cose, e rendesse più indistinto e lieve quello che già di per sè, per sua natura, era lieve e soddisfacente e reale”[p.297]. Il linguaggio di Bolaño è visionario, però è molto lontano dal realismo magico ( prima o poi doveva venir fuori questa definizione futile) il quale, ora sì, con un colpo geniale e definitivo viene archiviato. Nel carcere di Santa Teresa i prigionieri “Si muovevano come un commando perduto su un’isola tossica di un altro pianeta”[p.222]. Sembrano esseri “persi in un sogno”[p.222]. Bolaño evoca con straordinaria precisione la topografia della morte, ancorandola dapprima nella realtà, per poi, all’improvviso, provocare una rottura che ci catapulta nella starnezza. Uno dei crimini viene commesso vicino a Casas Negras, in un posto chiamato El Moridero. Prima si chiamava El Obelisco, perché, precisa il narratore, una volta lì c’era “un obelisco disegnato da un bambino che ha appena imparato a disegnare, un bambinello mostruoso che viveva nei dintorni di Santa Teresa e passeggiava nel deserto mangiando scorpioni e lucertole e non dormiva mai”[p.198]. Ci sono pagine dannate. La descrizione di una castrazione collettiva nella lavanderia del carcere di Santa Teresa è di un orrore e crudeltà letteralmente insopportabili. Personalmente credo che non avrei voluto leggerla. La scena, distillata, persiste per molto tempo nella memoria del lettore. Ma e ancora più stupefacente come lo scrittore, dopo aver affrontato, con gli occhi spalancati, un orrore che non permette aggettivazioni, interiorizza il dolore che sente. La coscienza del male che e’ capace di annidarsi nell’essere umano, si cristallizza in una metafora di una spontaneità e intimità spaventose. Non dimentichiamoci che Bolaño, colpito da una malattia epatica incurabile, scrive in prossimita’ della morte. Ecco come si descrive il protagonista del male: “Chi è quel tipo?”, domanda uno dei testimoni presenti. “E’ Ayala”, gli risponde l’altro, “l’anima nera della frontiera”[p.198]. nota E’ come se qualcuno gli dettasse ciò che scrive, qualcuno che non è divino né umano, un’entità vaporosa, il vento del deserto, i tuoni di una tormenta, grida sognate di notte, la profonda solitudine dell’essere. Le creature di Bolaño vanno e vengono tra l’ intercapedine del carcere, del linguaggio, della realtà, del male. La sua prosa vola ad altezze ineguagliabili, pletorica, contundente, brutale, di una bellezza cosmica, selvaggia e dolente. Sembra impossibile ma il miracolo continua.

La quinta parte ci catapulta su altra coordinate. Dopo due pagine di un surrealismo accecante, la narrazione si morde la coda, dando inizio alla storia di Hans Reiter, futuro scrittore che, come il protagonista di Stella distante, un giorno cambierà nome. Siamo in Germania, agli inizi della seconda decade del XX secolo. C’e’ un punto di fuga che rimanda direttamente al male. Data la storia del suo paese, a Bolaño interessa la connessione con i nazisti. (significativamente, uno dei suoi primi romanzi, La letteratura nazista in America, è un catalogo di autori immaginari, categoria nella quale rientra anche arcimboldi. Anche se si redime dallo stigma). Il romanzo entra nel bosco dcella immaginazione centroeuropea, guadagnandosi una prosa mimetica di remota filiazione kafkiana, a insieme con altri echi, probabilmente obliqui, dei grandi autori della tradizione austrogermanica (Walser, Musil, Bernhard, Döblin, Mann). La storia continua ramificandosi. Si rivive i ltopos del manoscritto trovato, e in un ospecchio infinito, sfilano numerosi scrittori, nei cui libri ci addentriamo. Tra le pagine di questa sezione, avanzano le SS, cavalca Parsifal. Ci vengon descritti i disastri della guerra. Assistiamo allo sterminio di un contingente di prigionieri ebrei. In un paese della Polonia, alcuni bambini alcoolizzati giocano a calcio, in un paesaggio degno di Swift. Nel castell odi dracula presenziamo alla crocifissione di un generale dell’Asse. Come in Notturno cileno, come in Stella distante, la prosa è ellittica, di una strana friabilità. Le frasi di Bolaño raggiungo una stato massimo di depurazione (“il movimento che è la maschera di molte cose, compresa la serenità” [p.366] , — “la nozione del tempo dei malati; un tesoro nascosto in una caverna del del desierto” [p.392]. ). Non viene alterata solamente la realtà: anche al storia. Cosi si arriva per altra via, forse più efficace, al banco della verità. E’ un’altra la missione del romanzo ?

traduzione di Carmelo P. ©


NOTE:

Si tratta di Leopoldo Maria Panero, poeta, narratore e saggista spagnolo, nato a Madrid nel 1948. Figlio di Leopoldo Panero e fratello di Juan Luis Panero, entrambi poeti. A sedici anni, si iscrive al Partito Comunista Spagnolo e per la sua militanza nel PCE, dichiarato illegale dal regime franchista, viene arrestato e imprigionato per la prima volta. Con la guida del maestro Pere Gimferrer comincia a scrivere. La sua vita è stata segnata dall’alcool, dalle droghe, dalla depressione e da due tentativi di suicidio a vent’anni. E’ schizofrenico e dietro sua richiesta viene ricoverato in un centro psichiatrico, dove mantiene sempre vivo il suo interesse per la poesia. Da cinque anni abita nel Manicomio del dottor Rafael Inglod, a Las Palmas (Gran Canaria). Attualmente a questo centro va soltanto per dormire, la sera. Precedentemente aveva trascorso quattordici anni al manicomio basco di Mondragón, dove ha scritto nel 1987, “Poemas del manicomio de Mongragón”, il suo libro di poesia sull’inferno psichiatrico, tradotto quest’anno in Italia da Ianus Pravo per i tipi dalla casa editrice romana Azimut. La stessa casa pubblicò nel 2005 “Narciso nell’accordo estremo dei flauti”, scritto dopo un periodo caratterizzato da esperienze legate alla droga, all’alcool e al sesso sfrenato.

È considerato uno dei più grandi e controversi poeti spagnoli. Come Dino Campana, crede nella telepatia e come Sheherazad, racconta “una favola per non esser messo a morte”. E come il poeta di Marradi che voleva stabilirsi in Francia, perché “a Parigi si può sopportare meglio la mia condizione”, Panero vuole andarsene a Parigi, “perché là non sono così pazzi come qua, in Spagna”. Così “la pazza è la Spagna”, non lui. Ma la follia in fondo non è altro, ha detto Panero al suo traduttore italiano, che “il diritto alla fantasia”. Tra i libri più importanti di Panero sono da segnalare il primo, “Por el camino de Swan” (1968), che fu l’inizio di una serie di pubblicazioni come “Así se fundó Carnaby Street” (1970), “En Teoría” (1973), “Narciso en el acorde último de las flautas” (1979), “Dioscuros”(1982), “Poemas del manicomio de Mondragón” (1987), “Heroína y otros poemas” (1992) e Conversación (2003)
tratto da qui link esterno torna su

Comala è il paese “cimitero”, lo scenario del romanzo di Juan Rulfo link esterno Pedro Paramo link esterno
pubblicato nel 1955 che l’autore cosi descrive: “ E’ un paese morto, dove vivono le anime dei morti, dove tutti i personaggi sono morti, e persino chi narra è morto. Pertanto non c’e’ un limite tra l ospazio e il tempo. I morti non hanno tempo nè spazio. pertanto cosiì come appaiono svaniscono. E all’interno di questo mondo confuso, si suppone che gli unici che ritornano alla terra sono le anime, le anime di quei morti che morirono nel peccato. E siccome era un paese dove quasi tutti morivano nel peccato, la maggior parte di loro ritornava. Abitavano di nuovo il paese, ma erano anime, non erano esseri vivi.”. La presenza della morte è tema costante del romanzo. Comala e’ un cimitero popolato da sussurra, lamenti, rumori, fantasmi avvolti dalla nebbia e dalla stanchezza, sul punto di svanire, ma condannati a restare sospesi in un luogo senza tempo o in tempo senza luogo (o detto in altro modo, costretti all’inferno):

“Questo paese è pieno di echi. Ti sembrano rinchiusi nel vuoto delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini, senti che ti calpestano i passi. Senti degli scricchiolii. Risate. Risate ormai molto vecchie, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso.”“[Pedro Paramo, Einaudilink esterno pag. 46] torna su

La frase originale è: “El higado negro de la frontera”, dove “higado” sta per fegato, con chiara allusione alla malattia di Bolaño. La scena dell’esecuzione dei 4 appartenenti alla banda dei Cacicchi nel carcere di Santa Teresa riesce a descrivere l’orrore assoluto (p. 222):

I primi due giorni Chimal si comportò come un pazzo. non smetteva mai di voltarsi e di guardare cosa gli succedeva alle spalle. dormiva con il punteruolo in mano. Si portava sempre dietro le anfetamine, come una medaglietta che l’avrebbe protetto da ogni male. I suoi tre compagni non erano da meno. Quando passeggiavano nel cortile lo facevano a due a due. Si muovevano come un commando perduto su un’isola tossica di un’altro pianeta. A volte Haas li guardava da lontano e pensava: poveretti, poveri ragazzini persi in un sogno. Otto giorni dopo il loro arrivo li acchiapparono tutti e quattro nella lavanderia. I secondini sparirono di colpo. Quattro detenuti controllavano la porta. Quando arrivò Haas, lo lasciarono passare come se fosse uno come gli altri, un odi famiglia, cosa di cui Haas fu silenziosamente grato, anche se non smise mai di disprezzarli. Chimal e i suoi tre compagni erano immobilizzati al centro della lavanderia. Li avevano imbavagliati tutti e quattro con uno straccio. Due dei cacicchi erano già nudi. Uno di loro tremava. Dalla quinta fila, appoggiato a una colonna, Haas osservò gli occhi di Chimal. Gli sembrò evidente che voleva dire qualcosa. Se gli avessero tolto lo straccio, pensò, forse avrebeb arringato i propri sequestratori. I secondin iosservavano la scena da una finestra. la luce che usciva dalla finestra era gialla e fioca in confronto alla luce che emanavano i tubi al neon della lavanderia. I secondini, notò Haas, si erano tolti i berretti. Uno di loro aveva una macchina fotografica. Un tipo di nome Ayala si avvicinò ai Cacicchi nudi e gli fece un taglio nell oscroto. Quelli che l itenevano immobilizzati si irrigidirono. Elettricità, pensò Haas, vita pura. Ayala parve mungerli finchè le palle caddero a terra avvolte nel grasso, nel sangue e in qualcosa di cristallino che non sapeva (nè voleva sapere) cosa fosse. chi è quel tipo? chiese Haas. E’ ayalòa, mormorò il tequila, l’anima nera della frontiera. la’nima nera?, pensò Haas. Più tardi il Tequila gli avrebbe spiegato che tra i tanti morti ammazzati da Ayala, c’erano otto clandestini che aveva fatto entrare in Arizona a bordo di un pick-up. dopo essere sparito per tre giorni Ayala era tornato a Santa Teresa, ma del pick-up e dei clandestini non si era saputo più nulla finchè i gringos non avevano trovato i resti del veicolo, con sangue da tutte le parti, come se Ayala, prima di tornare indietro, avesse fatto a pezzi i corpi (…)Che cosa aveva fatto Ayala dei cadaveri? Secondo il Tequila, se li era mangiati, talmente era pazzo e cattivo, anche se Haas dubitava che ci fosse qualcun ocapace di buttar giù, per quant o matto e affamato fosse, otto clandestini. uno dei cacicchi che avevano appena castrato svenne. l’altro aveva gli occhi chiusi e le vene del collo sembravano lì lì per scoppiare. Ora accanto ad ayala c’era Farfan e idue fungevano da maestri di cerimonia. fai sparire questa roba, disse Farfan. gomez raccolse le palle e disse che sembravano uova di testuggine. Belle tenere, disse. Alcuni degli spettatori annuirono e enssun orise. Poi Ayala e farfan, ciascuno con un manico di scopa lungo una settantina di centimetri, si diressero verso Chimal e l’altro Cacicco.torna su

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Written by azulines

10 gennaio 2010 at 3:27 pm

Eduardo Lago – sete del male ii/iv

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(Sete del male –ii/iv )

( Eduardo Lago – Revista de Libros nº 100 o abril 2005 )

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I   FUOCHI   DELL’ELLISSE

Scrivere è avvicinarsi all’abisso. Per Bolaño “l’alta letteratura, quella che scrivono i veri poeti, è quella che osa addentrarsi nell’oscurità con gli occhi aperti, succeda quello che deve succedere” Scrivere: addentrarsi nell’inferno; la letteratura è “un lavoro pericoloso” Pericoloso perche’ decifrare l’enigma dell’esistenza implica scontrarsi in termini assoluti con il Male e la Morte. Scrivere: esercizio di intelligenza; equilibrio instabile che si regge su una spaventosa lucidità. Ingredienti? “humor e curiosità, i due elementi più importanti dell’intelligenza” Ritratto robot dello scrittore:

A) curiosità: qualcuno con una “disposizione intellettuale che in ogni svolta del destino vede un problema di scacchi o una trama poliziesca da spiegare” .

B): Humor. Qui una pioggia di sinonimi:
“amore per il riso e lo scherzo e la battuta e lo scherno la burla e il ludibrio la canzonatura e la facezia e la beffa e lo sfottò e la parolaccia e la caricatura, l’ingegnosità e la burla e la derisione, il dileggio”. alcune delle guide che mostrarono il cammino: Jonathan Swift: “Mi ha restituito l’allegria come solo possono farlo i capolavori delle letteratura che sono nello stesso tempo capolavori dell’Humor nero”

Franz kafka: ” La sua letteratura e’ la più chiarificatrice e terribile (e anche la più umile) del XX secolo”, Poe: “La verità è che con Edgar Allan Poe siamo tutti d’avanzo. Pensate e riflettete. Ancora siete in tempo. Se possibile in in ginocchio”, Borges, Marcel Schwob, Chejov, Alfonso Reyes. Melville “nostra guida nelle gole impervie” cartografo sublime dei “territori del male, lì dove l’uomo si dibatte con se stesso e finisce generalmente sconfitto” dall’altra parte della gola, Huckleberry Finn: ” Twain era sempre preparato a morire. Solo così si comprende il suo Humor”

Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont (seguito dai surrealisti). James Joyce (che appare portando per mano a Jim Morrison nel titolo di uno dei suoi primi libri). Lezama Lima ( che insieme a Joyce ha dato il suo nome a Ulises Lima). Sor Juana ed Ercilia nell’alba transatlantica della lingua comune. Dashiell Hammett, seduto allo stesso tavolo con con Chester Himes, Graham Greene ed altri quattro sospettosi. Malcolm Lowry, oscuro e geniale, leggendo ubriaco gli aforismi di Lichtenberg.

Leopoldo María Panero che appende nello stenditoio del manicomio di Mondragón il testamento geometrico di rafael dieste. Nicanor Parra e Alejandra Pizarnik. César Vallejo, indigente y moribondo, ipnotizado da Monsieur Pain, un discepolo di Mesmer, che cerca di starppare il poeta dall’abbraccio della morte. Lezione dei grandi da non dimenticare mai: Letteratura = onestà radicale. In vita, Bolaño denunciò l’impostura dei nomi consacrati, denunciò le falsità della fama, la mendacità del mercato, le insidie del potere (“Al potere non interessa la letteratura, al potere interessa solo interessa il potere link interno), la truffa dei premi, gli espedienti del marketing. E’ uno scrittore autentico solo chi si imemrge nell’abisso, dove non ci sono possibilità di vendere. “Vendere è vendersi”, fece dire Max Aub a Jusep Torres Campalans. Ribadisce Bolaño: “La rottura non vende. Una letteratura que si sommerge con gli occhi aperti non vende”. Inoltre: “La letteratura non ha niente a che vedere con i premi bensì con una strana pioggia di sangue, sudore, sperma e lacrime”. E’ cosi’, scrivere è “qualcosa di razionale e visionario, un esercizio di intelligenza, di avventura e di tolleranza. se la letteratura non e’ questo piacere, che demonio è?”. Scrivere: addentrarsi nell osconsociuto; Bolaño è parte di un contingente di narratori della Spagna e America Latina che son ocoscienti di essere sbarcati ” in un territorio da esplorare dove si trovano le ossa di Cervantes e Valle-Inclán”.


PUNTI DI FUGA


L’opera narrativa di Roberto Bolaño costituisce un’unità dai limiti nitidamente demarcati. A suo agio nei romanzi brevi e i quelli lunghi, il cileno scrisse una decina di libri tra raccolte di racconti e romanzi corti, così come un paio di opere narrative di grande estensione. In realtà non c’e’ una gran differenza tra le une e le altre. Le opere maggiori si possono considerare aggregati di di unità di minore. Sono molte le linee di forza che danno coesione al territorio generale della finzione. Bolaño ha progressivamente delegato funzioni ad Arturo Belano, il suo doppio immaginario, specchio refrattario delle sue ossessioni. Con frequenza, l’autore si appoggia a lui per aprire vie di comunicazione tra i distinti segmenti di un universo narrativo qual è la sua opera. Stella distante completa un tema appena schizzato ne La letteratura nazista in America. Pubblicate entrambi nel 1996, il primo narra la sinistra peripezia di un pilota militare pinochettista, la cui storia e’ stata raccontata a Bolaño dal suo alter ego immaginario. Tre anni dopo, in Amuleto, troviamo Belano in compagnia di Auxilio Lacouture, poetessa uruguayana emigrata in México. Belano e Lacouture vengono da I detective selvaggi, e Amuleto avrebbe potuto essere integrato in quel romanzo. Le ramificazioni che uniscono i distinti testi di Bolaño si aprono indistintamente al passato e al futuro. “foto” uno dei racconti di Puttane assassine (2001), e’ un ramo che tagliò successivamente a I detective selvaggi. Al contrario “Prefigurazione di Lalo Cura, racconto incluso nella stessa raccolta, apre lo spazio narrativo a uno dei personaggi di 2666
. Sono molti i motivi dispersi nella opera di Bolaño che prefigurano temi trattati con maggiore profondità nel romanzo postumo. Così, in Stella distante, il protagonista organizza un’esposizione di foto dove possono vedersi in dettaglio i volti di donne torturate o assassinate durante il regime di Pinochet. Il tema dell’assassinio di donne innocenti è l’asse intorno al quale si articolano i cinque segmenti di 2666. anche se il suo nome non si menziona in nessun momento, Arturo Belano, secondo quanto ha chiarito lo stesso autore, e’ il narratore del romanzo.

Nella raccolta di articoli intitolata Entre paréntesis (eccellentemente editata da Ignacio Echevarría, esecutore del testamento letterario dell’autore, su cui e’ caduta la responsabilità di definire il testo di 2666), Bolaño si attarda in una intrigante affermazione di William Burroughs, secondo la quale il linguaggio è un virus arrivato dallo spazio esterno. Il commento appare in un passaggio dedicato a Philip K. Dick, autore di racconti di fantascienza, verso il quale Bolaño prova una viva ammirazione e che taccia da paranoico e schizofrenico, “una specie di kafka passato per l’acido lisergico e la rabbia”. Sono varie le cose che del nordamericano gli interessano, tra cui l’idea che la realtà (e pertanto la storia) sono alterabili. Dick, puntualizza, è stato “se non il primo, il migliore a parlare sulla percezione della velocità, l’entropia, l’universo”, Si occupò anche con lucidità “dei paradossi dello spazio e del tempo” Ci sono zone nei testi di Bolaño dove la realtà si apre ad altre dimensioni che rimandano a lettori e personaggi e spazi intermedi, fisici o mentali. Basta l’inizio della terza parte de I detective selvaggi, l’aspirante poeta che dava lezioni di retorica a bordo dell’Impala (auto), annota nel suo diario: “Quel che scrivo oggi in realtà lo scrivo domani, che per me sarà oggi e ieri, e anche in qualche modo domani:un giorno invisibile” [p.741]. Queste dislocazioni segnano una svolta al tema della ricerca dello scrittore, correlando l’investigazione sull’essenza del male con il mistero della creazione letteraria con l’idea della morte. In Stella distante si cerca un critico e poeta che è anche pilota e torturatore. In questo romanzo c’e’ un’immagine indelebile: l’aviatore scrive poesie in un cielo immacolato con la scia che sprigiona il suo reattore. Ne I detective selvaggi, l’oggetto della ricerca è la poetessa Cesárea Tinajero, sparita sulla scia della rivoluzione messicana. Mentre sono sulle sue tracce Belano e lima vengono condotti nell’abitazione dove molti anni prima era vissuta la scrittrice. Aprendo la porta vedono “come se la realtà, ll’interno di quella stanza sperduta, fosse distorta, o peggio ancora, come se qualcuno, Cesarea, chi se no? Avesse deformato impercettibilmente la realtà con il lento passare dei giorni” [p.791].

Nell’ultimo testo di Bolaño, l’autore assente è un ex soldato reclutato a forza nell’esercito di Hitler. Il processo di alterazione della realtà che si trama intorno alla sua ricerca, si cristallizza in immagini di complessità crescente: “Da quel momento in poi la realtà, per Pelletier ed Espinoza, sembrò lacerarsi come una scenografia di carta, mostrando quanto c’era dietro:un paesaggio fumante, come se qualcuno, forse un angelo, stesse facendo centinaia di barbecue per una miriade di esseri invisibili.”[p.176 v.1]. Alcuni elementi appena percettibili nel testo de I detective selvaggi, acquistano un senso pieno nel testo del pianeta analogo, 2666. Durante la scrittura del primo dei due romanzi, Bolaño intravide , in un angolo della sua immaginazione l’embrione di un autore nei cui scritti e’ possibile che si codifichi l’enigma del male, anche se allora non sospettava l’importanza che avrebbe avuto piu’ avanti. Nello stato larvale, non si tratta di un autore tedesco, ma francese, e non si chiama Benno von Arcimboldi, ma JM.G. Arcimboldi, anche se aveva gia’ pubblicato un romanzo con lo stesso titolo di quello che scriverà il suo futuro avatar: La rosa illimitata. Un pugno di dati isolati permette di lanciare, una tenue luce sul numero enigmatico che da il titolo al romanzo postumo di Bolaño. Belano e Lima scoprono che prima di perdersi nel deserto, Cesárea Tinajero era solita parlare con insistenza di certi fatti che sarebbero accaduti “verso l’anno 2600. Duemilaseicento e qualcosa…..”. Nel successivo romanzo, in Amuleto, Belano e la protagonista scorgono una via che “somiglia sopra ogni altra cosa a un cimitero, ma non a un cimitero del 1974, né a un cimitero del 1968, né a un cimitero del 1975, ma a un cimitero del 2666, un cimitero nato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità prive di passione di un occhio che volendo dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”. Non è privo di significato che sia proprio Auxilio Lacouture chi sente ne I detective selvaggi “como si el tiempo se fracturara y corriera en varias direcciones a la vez, un tiempo puro, ni verbal ni compuesto de gestos o acciones”.

In bolaño la letteratura è un viaggio incessante verso la morte ma non scorre in linea retta

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10 gennaio 2010 at 3:25 pm